Critica della ragion pura (1949)/Dottrina trascendentale del metodo/Capitolo III
| Questo testo è completo. |
Traduzione dal tedesco di Giovanni Gentile, Giuseppe Lombardo Radice (1918)
| ◄ | Capitolo II - Sezione III | Dottrina trascendentale del metodo - Capitolo IV | ► |
CAPITOLO III
L’architettonica della ragion pura.
Per architettonica intendo l’arte del sistema. Poichè l’unità sistematica è ciò che prima di tutto fa di una conoscenza comune una scienza, cioè di un semplice aggregato d’essa un sistema, l’architettonica è la dottrina della scientificità nella nostra conoscenza in generale, e però appartiene necessariamente alla dottrina del metodo.
Sotto il governo della ragione le nostre conoscenze in generale non possono formare una rapsodia, ma devono costituire un sistema, in cui soltanto esse possono sostenere e promuovere i fini essenziali di quella[1]. Per sistema poi intendo l’unità di molteplici conoscenze raccolte sotto una idea. Questo è il concetto razionale della forma di un tutto, in quanto per mezzo di esso l’àmbito del molteplice nonchè il posto delle parti tra loro vien determinato a priori. Il concetto razionale scientifico contiene dunque il fine e la forma del tutto, che è ad esso corrispondente. L’unità del fine, a cui tutte le parti si riferiscono, riferendosi intanto, nell’idea del fine stesso, anche tra loro, fa che ciascuna parte non possa mancare nella conoscenza delle altre, e che non possa esserci alcuna addizione accidentale, o alcuna grandezza indeterminata di perfezione, che non abbia i suoi limiti determinati a priori. Il tutto è quindi organizzato (articulatio) e non ammucchiato (coacervatio); può crescere dall’interno (per intussusceptionem), ma non dall’esterno (per appositionem), come un corpo animale, il cui crescere non aggiunge nessun membro, ma, senza alterazione della proporzione, rende ogni membro più forte e più utile.
L’idea per l’esecuzione ha bisogno d’uno schema, ossia d’una molteplicità essenziale determinata a priori dal principio del fine e d’un ordine delle parti. Lo schema, che non è abbozzato secondo un’idea, cioè giusta il fine principale della ragione, ma empiricamente, secondo scopi che si presentano accidentalmente (la cui quantità non si può sapere anticipatamente), dà un’unità tecnica; ma quello, che non sorge se non da una idea (in cui la ragione fornisce i fini a priori e non li aspetta empiricamente), fonda un’unità architettonica. Non tecnicamente per la somiglianza del molteplice o per l’uso accidentale della conoscenza in concreto a ogni sorta di scopi arbitrari ed estrinseci, ma architettonicamente per l’affinità di esso molteplice e la derivazione da un unico fine supremo ed interno, che è ciò che primieramente rende possibile il tutto, può sorgere quello, che noi diciamo scienza; il cui schema deve contenere, in conformità dell’idea, cioè a priori, il quadro (monogramma) e la divisione del tutto nelle sue membra, e deve distinguere questo, con certezza e secondo principii, da tutti gli altri.
Nessuno tenti di fare una scienza senza avere un’idea a base. Se non che nell’elaborazione di essa lo schema, e la stessa definizione, che uno a principio dà della sua scienza, molto raramente corrisponde alla sua idea, perehè questa è nella ragione come un germe, in cui tutte le parti sono non ancora sviluppate e nascoste in modo da potersi a stento riconoscere all’osservazione microscopica. E però le scienze, poichè sono pure tutte concepite dal punto di vista d’un certo interesse generale, vanno chiarite e determinate non secondo la descrizione, che ne dà il loro creatore, sibbene secondo l’idea che, dall’unità naturale delle parti, che egli ha messe insieme, si trova fondata nella ragione stessa. Perchè allora si troverà che il creatore e spesso ancora i suoi più tardi seguaci sbagliano intorno a un’idea, che essi non hanno chiarita a se stessi, e quindi non possono determinare il contenuto speciale, l’articolazione (unità sistematica) e i limiti della scienza.
È triste che soltanto dopo aver lungo tempo, dietro la guida di un’idea che giace nascosta in noi, raccolte rapsodisticamente molte conoscenze ad essa relative, a guisa di materiali da costruzione, e messele magari insieme per lungo tempo tecnicamente, diventa possibile per noi veder l’idea in piena luce e abbozzare un tutto secondo gli scopi della ragione architettonicamente. I sistemi paiono, come i vermi, essere nati per una generatio aequivoca dal semplice concorso di concetti raccolti insieme, da prima staccati, poi col tempo formati completamente, quantunque avessero tutti il loro schema, come germe originario, nella ragione che semplicemente si sviluppa; e perciò non soltanto ciascuno per sè è organato secondo un’idea, ma inoltre tutti a lor volta sono tra loro riuniti in un sistema di conoscenza umana e permettono un’architettonica di tutto il sapere umano; la quale, oggi che già tanta materia è stata raccolta o può esser presa dalle rovine delle antiche costruzioni crollate, non soltanto sarebbe possibile, ma non sarebbe nè anche tanto difficile. Noi ci contentiamo di completare la nostra opera, ossia unicamente di abbozzare l’architettonica di tutta la conoscenza derivante dalla ragion pura, e non cominciamo se non dal punto, in cui l’universal radice della nostra facoltà conoscitiva si divide e caccia fuori due ceppi uno dei quali è la ragione. Io poi intendo qui per ragione l’intera facoltà conoscitiva superiore, contrapponendo quindi il razionale all’empirico.
Se prescindo da ogni contenuto di conoscenza, considerata oggettivamente, ogni conoscenza allora soggettivamente è o storica o razionale. La conoscenza storica è cognitio ex datis, quella razionale invece cognitio ex principiis. Una conoscenza originariamente data, donde che sia, in chi la possiede, è storica se egli conosce soltanto nel grado in cui, e per quel tanto per cui gli è stata data, vuoi per immediata esperienza o narrazione, o anche per istruzione (conoscenze generali). Quindi chi abbia propriamente imparato un sistema di filosofia, per es., il wolffiano, quantunque abbia nella testa tutti i principii, schiarimenti e dimostrazioni, nonchè la divisione di tutta quanta la dottrina, e possa quasi contar tutto sulle dita, pure non ha altro che una compiuta conoscenza storica della filosofia di Wolff: egli sa e giudica solo quanto gli fu dato. Se gli combattete una definizione, egli non sa dove prenderne un’altra. Egli ha imitato una ragione estranea; ma la facoltà imitativa non è la facoltà produttiva, cioè la conoscenza non è provenuta in lui dalla ragione; e benchè quella oggettivamente fosse assolutamente una conoscenza razionale, pure soggettivamente è meramente storica. Egli ha ben capito e ritenuto, cioè imparato; ed è una maschera di gesso d’uomo vivo. Le conoscenze razionali, che son tali oggettivamente (cioè che possono a principio provenire soltanto dalla vera e propria ragione dell’uomo) possono portare poi questo nome anche soggettivamente solo quando siano attinte dalle fonti generali della ragione, da cui può scaturire insieme la critica e fin la reiezione di ciò che si è imparato; cioè da principii.
Ora, ogni conoscenza razionale o è conoscenza ricavata dai concetti, o dalla costruzione dei concetti: la prima si dice filosofia, la seconda matematica. Della distinzione intrinseca di entrambe io ho già trattato nel primo capitolo. Una conoscenza dunque può essere oggettivamente filosofica e pure soggettivamente storica, come nella maggior parte degli scolari e in tutti coloro che non vanno mai al di là della scuola e restano tutta la vita scolari. Ma è strano, che la conoscenza matematica, comunque appresa, può tuttavia anche soggettivamente valere come conoscenza razionale; e in essa non ha luogo una distinzione come nella conoscenza filosofica. La causa è, che le fonti conoscitive, da cui il maestro soltanto può attingere, non si trovano se non nei principii essenziali e genuini della ragione, e quindi dallo scolaro non possono esser prese d’altronde, nè in alcun modo contrastate; e questo perchè avviene qui l’uso della ragione soltanto in concreto, benchè tuttavia a priori, cioè nell’intuizione pura, e appunto perciò scevra d’errore, ed esclude ogni confusione ed errore. Tra tutte dunque le scienze razionali (a priori) soltanto la matematica si può imparare, ma non la filosofia (salvo storicamente); ma, per ciò che concerne la ragione, tutt’al più si può imparare a filosofare.
Ora il sistema di ogni conoscenza filosofica è la filosofia. La si deve ammettere oggettivamente, se per essa s’intende il modello del giudizio di tutt’i tentativi di filosofare, il quale[2] deve servire a giudicare ogni filosofia soggettiva, la cui costruzione è spesso così varia e così mutevole. In questo modo la filosofia è una semplice idea di una scienza possibile, non data mai in concreto, ma a cui si cerca di accostarsi per diverse vie finchè non sia scoperto l’unico sentiero che il senso non lasciava vedere, e che giunga a rendere la copia, finora difettosa, pari, per quanto è concesso agli uomini, al modello. Fin qui non si può imparare alcuna filosofia; perchè dove è essa, chi l’ha in possesso, e dove essa può conoscersi? Si può imparare soltanto a filosofare, cioè ad esercitare il talento della ragione nell’applicazione de’ suoi principii generali a certi tentativi che ci sono, ma sempre con la riserva del diritto della ragione di cercare questi principii stessi alle loro sorgenti e di conformarli o rifiutarli.
Ma fin qui il concetto della filosofia non è se non un concetto scolastico,, ossia il concetto di un sistema della conoscenza, che è cercata solo come scienza, senz’altro fine che l’unità sistematica di questo sapere, e quindi la perfezione logica della conoscenza. Ma non c’è ancora un concetto cosmico (conceptus cosmicus), che sia stato sempre a fondamento di questa denominazione segnatamente, quando, per dir così, lo si personificava e lo si raffigurava nell’ideale del filosofo come un modello. Da questo aspetto la filosofia è la scienza della relazione di ogni conoscenza al fine essenziale della ragione umana (teleologia rationis humanae); e il filosofo non è un ragionatore, ma il legislatore dell’umana ragione. In questo significato, sarebbe orgoglio dirsi da se stesso filosofo, e pretendere di aver agguagliato il modello, che è soltanto ideale.
Il matematico, il naturalista, il logico, per quanti eccellenti progressi possano fare i primi anche in generale nella conoscenza razionale, i secondi particolarmente nella conoscenza filosofica, pure non sono se non ragionatori. C’è ancora un maestro nell’ideale, che riunisce tutti questi e li adopra come strumenti per promuovere i fini essenziali della umana ragione. Soltanto costui dovremmo dire filosofo; ma poichè esso non si trova in nessun luogo, e la idea invece della sua legislazione si trova da per tutto nella ragione umana, conviene attenerci unicamente a questa, e determinare più precisamente che cosa la filosofia, secondo questo concetto cosmico[3], prescrive per l’unità sistematica dal punto di vista dei fini.
Ora, la legislazione della ragione umana (filosofia) ha due oggetti, la natura e la libertà, e abbraccia quindi tanto la legge naturale, quanto anche la legge morale, da prima in due separati, ma da ultimo in un unico sistema filosofico. La filosofia della natura si rivolge a tutto ciò che è; quella dei costumi, soltanto a ciò che dev’essere.
Tutta la filosofia poi è conoscenza derivante dalla ragion pura, o conoscenza razionale derivante da principii empirici. La prima si dice filosofia pura, la seconda empirica.
Ora, la filosofia della ragion pura o è propedeutica (esercitazione preliminare), la quale studia la facoltà della ragione rispetto a ogni conoscenza pura a priori, e dicesi critica; o, in secondo luogo, sistema della ragion pura (scienza), tutta la conoscenza filosofica (sia vera, sia apparente) derivante dalla ragion pura nella connessione sistematica, e dicesi metafisica; quantunque questo nome possa anche darsi a tutta la filosofia della ragion pura, compresa la critica, per raccogliere così tutta insieme la ricerca di quanto può esser conosciuto a priori, nonchè anche l’esposizione di quel che costituisce un sistema di conoscenze filosofiche pure di questa specie, ma che è distinto da ogni uso empirico come dall’uso matematico.
La metafisica si divide in metafisica dell’uso speculativo e metafisica dell’uso pratico della ragion pura, ed è quindi o metafisica della natura, o metafisica dei costumi. La prima abbraccia tutti i principii razionali puri derivanti dai semplici concetti (quindi con esclusione della matematica) della conoscenza teoretica di tutte le cose; la seconda i principii, che determinano a priori e rendono necessario il fare e il non fare. Ora, la moralità è l’unica legalità delle azioni, che può esser ricavata del tutto a priori da principii. Quindi la metafisica dei costumi è propriamente la morale pura, a base della quale non c’è un’antropologia (una condizione empirica). La metafisica della ragione speculativa, è ciò che si vuol dire in senso stretto metafisica; ma in quanto la morale pura appartiene a un ramo a parte della conoscenza umana e filosofica derivante dalla ragion pura, noi le vogliamo mantenere quella denominazione, benchè qui la mettiamo da parte come non pertinente per ora al nostro scopo.
È della più straordinaria importanza isolare le conoscenze, che, secondo la loro specie e secondo la loro origine, sono diverse dalle altre; e diligentemente impedire che si mescolino con le altre, con cui nell’uso sono ordinariamente congiunte. Quello che fanno il chimico con l’analisi delle materie e il matematico con la sua teoria delle grandezze pure, spetta ancor più al filosofo, affinchè possa determinare sicuramente la parte che uno speciale modo di conoscenza ha nell’uso vagante dell’intelletto, il suo proprio valore ed influsso. Quindi la ragione umana, da che ha pensato, o piuttosto riflettuto, non ha potuto mai fare a meno di una metafisica, benchè per altro essa non abbia potuto esporla abbastanza depurata da ogni elemento estraneo. L’idea di una tale scienza è antica quanto la ragione umana speculativa; e quale ragione non specula, in modo scolastico o popolare? Si deve intanto confessare, che la distinzione dei due elementi della nostra conoscenza, dei quali gli uni sono del tutto a priori in nostro potere, gli altri possono prendersi soltanto a posteriori dalla esperienza, anche in pensatori di professione rimase soltanto assai oscura; e quindi non poteva mai produrre la delimitazione di una specie a parte di conoscenza, e però nè anche la schietta idea di una scienza, che così a lungo e tanto ha travagliato l’umana ragione. Quando si diceva: la metafisica è la scienza dei primi principii della ragione umana, si metteva in rilievo così, non una specie del tutto particolare; ma soltanto un grado rispetto all’universalità, per cui la metafisica non poteva distinguersi chiaramente da quello che è empirico; perchè anche tra i principii empirici ve n’ha alcuni più universali e più alti di altri; e nella serie di una subordinazione di questo genere (in cui non si distingue ciò che è conosciuto del tutto a priori, e ciò che soltanto a posteriori) dove si farà il taglio, che distingua la prima parte coi membri superiori, dall’ultima parte coi subordinati? Che si direbbe se la cronologia non potesse designare le epoche del mondo se non dividendole in primi secoli e in secoli successivi? Si potrebbe domandare: Il quinto, il decimo secolo, ecc. appartiene anch’esso ai primi? E così io domando: Il concetto dell’esteso appartiene alla metafisica? Se voi rispondete: Sì, — Ebbene, ma anche quello del corpo? Si. — E quello del corpo fluido? — Voi vi adombrate, perchè se si va oltre, tutto apparterrà alla metafisica. Di qui si vede, che il semplice grado della subordinazione (dal particolare al generale) non può determinare i limiti di una scienza, sibbene, nel nostro caso, la totale eterogeneità e anche diversità d’origine. Ma ciò che da un altro lato abbuiava l’idea fondamentale della metafisica, era che essa, come conoscenza a priori, dimostrava con la matematica una certa affinità, la quale veramente, per ciò che concerne l’origine a priori, genera tra loro una mutua parentela; ma in quanto al modo di conoscenza, per concetti in quella, di contro al modo di giudicare soltanto per costruzione di concetti a priori, in questa, e però in quanto alla differenza di una conoscenza filosofica da una conoscenza matematica si dimostra una così decisa eterogeneità, che si è sempre, per dir così, sentita, ma non si è mai saputo ridurre a criteri evidenti. Ond’è accaduto che, fallendo gli stessi filosofi nello svolgimento dell’idea della loro scienza, l’elaborazione di essa non poteva avere un fine determinato e una norma sicura, e che, con un disegno così arbitrario, ignoranti della via, che dovevano prendere, e sempre in contrasto circa le scoperte che ciascuno per suo conto pretendeva di aver fatte, fecero cadere la loro scienza in disistima da prima presso gli altri, e da ultimo perfino appo se stessi.
Ogni conoscenza pura a priori, dunque, in virtù della speciale facoltà conoscitiva in cui essa può avere soltanto sua sede, costituisce una speciale unità, e la metafisica è quella filosofia, che deve esporre codesta conoscenza in tale unità sistematica. La parte speculativa di essa, che si è appropriato di preferenza tal nome, ossia quella che noi diciamo metafisica della natura e che esamina per concetti tutto quello che è (non quello, che dev’essere), vien poi divisa nel seguente modo.
La metafisica, in senso stretto, consta della filosofia trascendentale e della fisiologia della ragion pura. La prima studia soltanto l’intelletto e la ragione stessa in un sistema di tutti i concetti e principii, che si riferiscono ad oggetti in generale, senza ammettere oggetti, che sarebbero dati (ontologia); la seconda studia la natura, cioè l’insieme degli oggetti dati (siano essi dati ai sensi, o se si vuole, da un’altra specie di intuizione), ed è quindi fisiologia (benchè soltanto rationalis). Ma l’uso della ragione in questo studio razionale della natura è fisico o iperfisico, o meglio: o immanente o trascendente. Il primo si rivolge alla natura, in quanto la sua conoscenza può applicarsi all’esperienza (in concreto); il secondo a quella connessione degli oggetti dell’esperienza che trascende ogni esperienza. Questa fisiologia trascendente ha quindi ad oggetto o una connessione interna o una esterna, le quali per altro vanno entrambe di là da ogni esperienza possibile: quella è la fisiologia della natura universale, cioè cosmologia trascendentale: questa, del rapporto di tutta la natura con un essere al di sopra della natura, cioè la teologia trascendentale.
La fisiologia immanente, invece, considera la natura come il complesso di tutti gli oggetti dei sensi, e però in quanto essa è data a noi, sibbene solo secondo condizioni a priori, nelle quali essa può in generale esserci data. V’ha poi due sole specie di oggetti di essi: 1° Gli oggetti dei sensi esterni, quindi il complesso di essi, la natura corporea. 2° L’oggetto del senso interno, l’anima, e, giusta i fondamentali concetti di essa in generale, la natura pensante. La metafisica della natura corporea dicesi fisica, ma, poichè si limita a’ principii della sua conoscenza a priori, fisica razionale. La metafisica della natura pensante dicesi psicologia, e, per la ragione detta, qui è da intendere solo la conoscenza razionale.
Sicchè il sistema intero della metafisica consta di quattro parti principali: 1° ontologia; 2° fisiologia razionale; 3° cosmologia razionale; teologia razionale. La seconda parte, cioè la dottrina della natura della ragion pura, comprende due suddivisioni: la physica rationalis[4], e la psycologia rationalis.
L’idea originaria di una filosofia della ragion pura prescrive essa stessa questa partizione: essa è dunque fatta architettonicamente, conforme a’ suoi fini essenziali, e non soltanto tecnicamente, secondo affinità percepite accidentalmente e quasi per un caso fortunato; ma appunto perciò ell’è anche immutabile e legislatoria. Ma vi sono alcuni punti, che potrebbero far nascere qualche difficoltà e scuotere la convinzione della sua regolarità.
In primo luogo, come posso io sperare una conoscenza a priori, cioè una metafisica di oggetti, se essi son dati ai nostri sensi, e quindi a posteriori? e com’è possibile conoscere secondo principii a priori la natura delle cose e pervenire a una fisiologia razionale? La risposta è: noi dall’esperienza non prendiamo più di quanto è necessario a darci un oggetto e del senso esterno e dell’interno. La prima cosa ha luogo mediante il semplice concetto di materia (estensione impenetrabile e senza vita), la seconda mediante il concetto di una natura pensante (nell’interna rappresentazione empirica: Io penso). Del resto in tutta la metafisica degli oggetti noi dovremmo astenerci affatto da tutti i principii empirici, che potrebbero, oltre il concetto, aggiungere una qualche esperienza per giudicare. quindi qualche cosa sopra questi oggetti.
In secondo luogo: dove resta poi la psicologia empirica, che ha sempre preteso il suo posto nella metafisica, e della quale ai nostri tempi si sono sperate si gran cose a schiarimento di questa, dopo che s’ebbe dismessa la speranza di stabilire a priori qualcosa di concludente? Io rispondo: essa viene dove dev’essere collocata la fisica vera e propria (empirica), cioè nella parte della filosofia applicata, per cui la filosofia pura contiene i principii a priori, e che adunque dee essere congiunta veramente con quella, ma non confusa. La psicologia empirica pertanto dev’essere interamente bandita dalla metafisica, e già ne è interamente esclusa dall’idea di essa. Nondimeno, le si dovrà sempre, secondo l’uso scolastico, concedere in essa un posticino (benchè solo come episodio), e ciò per motivi economici, poichè essa non è ancora tanto ricca, da formare da sola uno studio a sè; è tuttavia troppo importante, perchè la si possa respingere affatto, o annetterla ad altro, con cui avrebbe ancor meno parentela che con la metafisica. È dunque nient’altro che uno straniero ospitato da tanto, e al quale si concede un soggiorno per qualche tempo, fino a che egli potrà accasarsi da sè in una particolareggiata antropologia (analogo della fisica empirica).
Questa è dunque l’idea generale della metafisica, la quale, per esserne sperato più che ragionevolmente se ne potesse attendere, ed essersi essa stessa dilettata per lungo tempo di belle aspettazioni, è caduta alla fine nell’universale disistima, poichè ognuno è rimasto deluso nella sua speranza. Da tutto il corso della nostra critica ognuno si sarebbe abbastanza convinto, che, sebbene la metafisica non possa essere il fondamento della religione, essa tuttavia deve restare sempre il suo scudo, e che la ragione umana, la quale già per l’avviamento della sua natura è dialettica, non può mai fare a meno di questa scienza, che la modera, e con una conoscenza scientifica e pienamente rischiaratrice di se stessa tien lontane le devastazioni che altrimenti una ragione speculativa senza legge apporterebbe immancabilmente così nella morale come nella religione. Si può dunque esser sicuri, per quanto facciano gli aspri e i severi quelli, che non sanno giudicare una scienza secondo la sua natura, ma soltanto da’ suoi effetti accidentali, che si ritornerà sempre a lei, come a un’amante che si sia rotta con noi; poichè la ragione, trattandosi qui de’ suoi fini essenziali, deve lavorare senza posa a un solido sapere o alla distruzione delle buone conoscenze precedenti.
La metafisica dunque della natura e dei costumi, sopra tutto la critica della ragione arrischiantesi sulle sue proprie ali, la quale va innanzi come esercizio preliminare (propedeutica), costituiscono da sole quello che possiamo dire nel senso schietto filosofia. Questa riferisce tutto alla saggezza, ma per la via della scienza, l’unica che, una volta aperta, non si chiude più, e non permette smarrimenti. La matematica, la fisica, la stessa conoscenza empirica dell’uomo hanno un alto valore come mezzo in gran parte per fini accidentali, da ultimo tuttavia per fini necessari ed essenziali dell’umanità, ma allora soltanto mediante una conoscenza razionale per semplici concetti, la quale, si denomini come si vuole, non è propriamente altro che metafisica.
Sicchè la metafisica è il complemento di ogni cultura della ragione umana; complemento indispensabile, ancorchè si metta da parte il suo influsso come scienza su certi fini determinati. Essa infatti considera la ragione nei suoi elementi e nelle sue massime supreme, che devono essere, a lor volta, a fondamento della possibilità di alcune scienze e all’uso di tutte. Che essa, come semplice speculazione, serva più a impedire gli errori, che ad estendere la conoscenza, ciò non pregiudica il suo valore, ma le conferisce piuttosto dignità e autorità in grazia della censura che assicura l’ordine pubblico, l’accordo e perfino il buono stato della repubblica scientifica, a’ cui lavori animosi e fecondi impedisce di deviare dal fine principale, della felicità universale.
Note
- ↑ Cioè, della ragione.
- ↑ Welche (femminile) si riferisce a Beurtheilung = giudizio; ma il Rosenkranz propose la variante: welches (neutro), che si riferirebbe a «modello». Il Wille (Kantst., IV, 315) propose col solito arbitrio di togliere der Beurtheilung (del giudizio).
- ↑ Concetto cosmico qui vuol dire il concetto che riguarda quello che interessa necessariamente ognuno: e però io determino il fine d’una scienza secondo concetti scolastici, quando essa vien considerata soltanto come un’abilità per certi fini arbitrari. (N. di K.)
- ↑ Non si creda che con questà espressione io intenda ciò che si dice communemente physica generalis, e che è più matematica che filosofia della natura. Perchè la filosofia della natura è affatto separata dalla matematica, e se anche è ben lontana dal fornire vedute così ampie come questa, è tuttavia molto importante rispetto alla critica della conoscenza pura dell’intelletto in generale applicabile alla natura; e in mancanza di essa i matematici stessi, aderendo a certi concetti volgari, in realtà metafisici, hanno senza accorgersene guastato la fisica con ipotesi, che ad una critica di questi principii si dileguano, senza pregiudicare pertanto l’uso della matematica in questo campo (che è affatto indispensabile). (N. di K.)