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Critica della ragion pura (1949)/Dottrina trascendentale del metodo/Capitolo IV

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Dottrina trascendentale del metodo - Capitolo IV

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Dottrina trascendentale del metodo - Capitolo III Appendice

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CAPITOLO IV

La storia della ragion pura.

Questo titolo qui non sta se non a indicare un posto, che resta nel sistema, e che dev’essere riempito in avvenire. Io mi contento di gettare, da un punto di vista meramente trascendentale, ossia della natura della ragion pura, un’occhiata fugace all’insieme de’ suoi lavori passati, che mi presenta certamente allo sguardo taluni edifici, ma soltanto in rovina.

È abbastanza degno di nota, benchè naturalmente non possa accadere altrimenti, che gli uomini, nell’infanzia della filosofia, abbiano cominciato di là, dove noi piuttosto dovremmo finire: cioè a studiare da prima la conoscenza di Dio e la speranza o almeno la natura di un altro mondo. Per quanto rozzi potessero essere i concetti religiosi, che furono importati dagli antichi usi, sopravvissuti nello stato barbaro dei popoli, essi non impedivano alla parte più illuminata di dedicarsi a libere ricerche su questi oggetti; e si vede facilmente che non può esserci un modo più solido e più sicuro di piacere alla Potenza invisibile che governa il mondo, per essere almeno beato in un altro mondo, che la buona condotta. La teologia quindi e la morale furono i due motivi, o meglio i due punti di riferimento di tutte le varie ricerche razionali, a cui non si cessò più in sèguito di dedicarsi. La prima intanto fu quella propriamente che trascinò la mera ragione speculativa a poco a poco all’occupazione che più tardi divenne cotanto famosa, sotto il nome di metafisica.

Io non sto ora a distinguere i tempi, in cui occorse questa o quella trasformazione della metafisica, ma voglio rappresentare in un rapido compendio soltanto la differenza dell’idea, che diè occasione alle rivoluzioni più [p. 660 modifica] capitali. E quivi trovo un triplice fine, per cui sorsero i principali cangiamenti su questo teatro di lotte.

Rispetto all’oggetto di ogni nostra conoscenza di ragione, alcuni filosofi sono stati semplicemente sensualisti, altri intellettualisti. Epicuro si può dire il filosofo del senso; Platone, capo della parte intellettuale. Ma questa distinzione di scuole, per sottile che sia, era già cominciata nei tempi più antichi, e s’è mantenuta a lungo ininterrottamente. Quelli della prima scuola affermavano che soltanto negli oggetti dei sensi c’è realtà, tutto il resto è immaginazione; quelli della seconda dicevano, al contrario: nei sensi non c’è se non apparenza, soltanto l’intelletto conosce il vero. I primi per altro non contrastavano ai concetti dell’intelletto una realtà, ma questa realtà per loro era solamente logica, laddove per gli altri era mistica. Quelli ammettevano concetti intellettuali, ma oggetti soltanto sensibili. Questi pretendevano che i veri oggetti fossero soltanto intelligibili, e affermavano una$ intuizione di un intelletto puro non accompagnato da nessun senso, e, a loro avviso, soltanto confusa.

Rispetto all’origine delle conoscenze pure della ragione, se esse derivino dalla esperienza, o se indipendentemente da lei abbiano la loro sorgente nella ragione, Aristotele può essere considerato come il capo degli empirici, Platone invece dei noologisti. Locke, che nei nuovi tempi seguì il primo, e Leibniz, che seguì l’ultimo (sebbene allontanandosi abbastanza dal sistema mistico di lui), non hanno potuto in questa controversia portare ancora a una soluzione. Almeno Epicuro, dalla sua parte, si comportò, rispetto al suo sistema sensualistico, molto più conseguentemente (poichè egli non si spinse mai con le sue deduzioni oltre i limiti dell’esperienza) di Aristotele e Locke (specialmente di quest’ultimo), il quale, dopo che ha ricavati tutt’i concetti e principii dall’esperienza, nell’uso di essi va tant’oltre, da affermare che l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima (sebbene questi due [p. 661 modifica] oggetti siano affatto fuor dei limiti di una possibile esperienza) si può dimostrarle con la stessa evidenza di qual sia teorema matematico.

Rispetto al metodo, esso dev’essere un procedimento secondo principii. Ora il metodo che domina in questo speciale ordine di ricerche, si può dividere in naturalistico e %scientifico. Il naturalista della ragion pura assume per principio, che per mezzo della ragione comune senza scienza (che egli dice ragione sana) si può, rispetto alle questioni più sublimi che costituiscono il còmpito della metafisica, conchiuder più che per mezzo della speculazione. Afferma quindi, che si può determinare con maggior sicurezza la grandezza e la distanza della luna ad occhio, anzi che pel tramite della matematica. L’è una semplice misologia, impostata su principii, e, ciò che è il colmo dell’assurdo, l’abbandono di ogni mezzo dell’arte vantato come un metodo proprio, per estendere le proprie conoscenze. Perchè, quanto ai naturalisti per difetto di maggiori conoscenze, questo non si può ragionevolmente imputar loro a biasimo. Essi seguono la ragione umana, senza vantarsi della loro ignoranza come metodo, che debba contenere il segreto per tirar su la verità dal pozzo profondo di Democrito.

quod sapio, satis est mihi: non ego curo
Esse quod Arcesilas aerumnosique Solones.

Pers.[1]

Quanto ora agli osservatori di un metodo scientifico, essi hanno qui la scelta tra il dommatico e lo scettico, ma in ogni caso tuttavia l’obbligo di procedere sistematicamente. Se io qui, rispetto ai primi, nomino il celebre Wolff, per i secondi David Hume, posso tacere di tutti gli altri, pel mio scopo presente. Soltanto, la via critica è ancora aperta. Se il lettore ha avuto la compiacenza e la pazienza di percorrerla in mia compagnia, egli ormai [p. 662 modifica] può giudicare, ove a lui piacesse di contribuirvi per la sua parte, se per fare di questo sentiero una via regia, non possa, quello che molti secoli non poterono fare, ottenersi al cadere del presente: condurre l’umana ragione alla piena soddisfazione rispetto a ciò che in ogni tempo, ma finora indarno, ha occupato la sua curiosità.



Note

  1. Persio, Sat. III, 78-9. Il testo dice: «quod satis est sapio mihi».