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Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi/Cronaca di Dino Compagni/Libro I

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COMINCIA IL PRIMO LIBRO

Quando io incominciai, proposi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udii; però che furono cose notevoli, le quali ne’ loro principi nullo le vide certamente come io. E quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza. E perchè molti secondo le loro volontà corrotte trascorrono nel dire e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior fama. Ed acciò che gli strani possano meglio intendere le cose avvenute, dirò la forma della nobile città: la quale è nella provincia di Toscana, edificata sotto il segno di Marte, ricca e larga d’imperiale fiume d’acqua dolce (il quale divide la città quasi per mezzo), con temperata aria, guardata da’ nocivi venti, povera di terreno, abondante di buoni frutti, concittadini pro’ d’armi, superbi e discordevoli, e ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta per sua grandezza dalle terre vicine, più che amata.

Pisa è vicina a Firenze a miglia 45, Lucca a miglia 40, Pistoia a miglia 20, Bologna a miglia G3, Arezzo a miglia 40, Siena a miglia 40, San Miniato in verso Pisa a miglia 2G, Prato verso Pistoia a miglia 10, Montaccenico in verso Bologna a miglia 10, Figline verso Arezzo a miglia 20, Poggibonzi verso Siena [p. 29 modifica]a miglia 24. In tutte le predette terre con molt’altre castella e ville, e da tutte le predette parti sono molti nobili uomini conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in pace e ubbidisconla più per paura che per amore. La della città di Firenze è molto ben popolata e generativa per la buona aria; i cittadini ben costumati, e le donne molto belle e adorne; i casamenti bellissimi, pieni di molte bisognevoli arti oltre all’altro città d’Italia. Per la qual cosa molli di lontani paesi la vengono a vedere, non per necessità ma per bontà de’ mestieri ed arti, e per bellezza ed ornamento della città.

Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli, i quali per loro superbia e per loro malizia e per gara d’uffici hanno così nobile città disfatta, e vituperate le leggi, e barattali gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato: e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male sì come a colpevoli, i quali erono liberi da non potere essere soggiogati.

Dopo molti antichi mali per le discordie de’ suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta città, la quale divise tutti i suoi cittadini in tal modo che le due parti s’appellarono nimiche per due nuovi nomi, cioè guelfi e ghibellini. E di ciò fu cagione in [p. 30 modifica]Firenze che un nobile giovane cittadino, chiamato Buondalmonte de’ Buondalmonti, avea promesso torre per sua donna una figliuola di messer Oderigo Giantrutfelli. Passando di poi un giorno da casa i Donati, una gentildonna (chiamata madonna Altruda, donna di messer Forteguerra Donati, che avea due figliuole mollo belle) stando a' balconi del suo palagio lo vide passare, e chiamollo, e mostrògli una delle dette figliuole, e dissegli: Chi hai tu tolta per moglie? io ti serbavo questa. La quale guardando, molto gli piacque, e rispose: Non posso altro oramai. A cui madonna Altruda disse: Sì puoi, che la pena pagherò io per te. A cui Buondalmonte rispose: E io la voglio. E tolsela per moglie, lasciando quella avea tolta e giurata. Onde messer Oderigo dolendosene co’ parenti ed amici suoi, deliberarono di vendicarsi c di batterlo e fargli vergogna. Il che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia e potente, e i suoi parenti, dissono voleano fosse morto; chè così fia grande l’odio della morte come delle ferite: cosa fatta capo ha. E ordinarono ucciderlo il dì menasse la donna; e così feciono. Onde di tal morte i cittadini se ne divisono, e trasversi insieme i parentadi e l’amistà d’amendue le parti, per modo che la detta divisione mai non finì: onde nacquero molli scandoli ed omicidii e battaglie cittadinesche. Ma perchè non è mia intenzione [p. 31 modifica]scrivere le cose antiche, perchè alcuna volta il vero non si ritrova, lascerò stare. Ma ho fatto questo principio per aprire la via a intendere donde procedettero in Firenze le maledette parti de’ guelfi e ghibellini: e ritorneremo alle cose furono ne’ nostri tempi.

Nell’anno dell'incarnazione di Cristo 1280, reggendo in Firenze la parte guelfa, essendo scacciati i ghibellini, uscì d’una piccola fonte un gran fiume: cioè fu d’una piccola discordia nella parte guelfa una gran concordia con la parte ghibellina. Chè, temendo i guelfi tra loro e sdegnando nelle loro raunate e ne’ loro consigli l’uno delle parole dell’altro, e temendo i più savi ciò che ne poteva avvenire, e vedendone apparire i segni di ciò che temeano; perchè uno nobile cittadino cavaliere (chiamato messer Buonaccorso degli Adimari, guelfo e potente per la sua casa e ricco di possessioni) montò in superbia con altri grandi, ch’e’ non riguardò a biasimo di parte e a uno suo figliuolo cavaliere (detto messer Forese) diè per moglie una figliuola del conte Guido Novello della casa de’ conti Guidi, capo di parte ghibellina: onde i guelfi, dopo molti consigli tenuti alla parte, pensarono pacificarsi co’ ghibellini che erono di fuori. E saviamente concordarono ridursi con loro a pace sotto il giogo della Chiesa, acciò che i legami fussono mantenuti dalla fortezza della Chiesa: e [p. 32 modifica]celatamente ordinorono che il papa fosse mezzo alla loro discordia. 11 quale a loro petizione mandò inesser frate Latino, cardinale, in Firenze a richiedere di pace ambedue le parti. Il quale giunto, domandò sindachi di ciascuna parte, e che in lui la compromettessono: e così feciono. E per vigore del compromesso sentenziò che i ghibellini tornassero in Firenze con molti patti e modi: ed accordò tra loro li usciti di fuori: ed al governo della città ordinò quattordici cittadini, cioè otto guelfi e sei ghibellini: e a molle altre cose pose ordine, e pene ad ambedue le parli, legandole sotto la chiesa di Roma. Le quali leggi e patti e promesse fe’ scrivere tra le leggi municipali della città.

La potente e superba famiglia degli Uberli sentenziò fusse alcuno tempo a’ confini con altri di loro parte; e dove fossono le loro famiglie, godere i loro beni come gli altri, e a quelli che sostenessono lo incarico de’ confini fusse dato dal comune per ristoro del suo esilio alcuni danari il dì, ma meno al non cavaliere che al cavaliere.

Stando ambedue le parti nella città, godendo i beneficii della pace, i guelfi, che erono più potenti cominciorono di giorno in giorno a contraffare a’ patti della pace. Prima tolsono i salarii a’ confinati, poi a chiamare gli uffici sanza ordine, i confinati feciono [p. 33 modifica]rubelli: e tanto montò il soprastare che levarono in tutto gli onori e beneficii a’ gibellini, onde crebbe tra loro la discordia. Onde alcuni, pensando ciò che ne potea avvenire, furono con alcuni de’ principali del popolo, pregandoli ci ponessono rimedio, acciò che per discordia la terra non perisse. Il perchè, alcuni popolani, gustando le parole si porgeano, si raunorono insieme sei cittadini popolani: fra’ quali io Dino Compagni fui, che per giovanezza non conoscea le pene delle leggi, ma la purità dell’animo e la cagione che la città venia in mutamento. Parlai sopra ciò, e tanto andammo convertendo cittadini che furono eletti tre cittadini capi dell’arti i quali aiulassono i mercatanti ed artieri dove bisognasse: i quali furono Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi, Salvi del Chiaro Girolami e Rosso Bacherelli, e raunoronsi nella chiesa di San Procolo. R tanto crebbe la baldanza de’ popolani co’ detti tre, vedendo che non erono contesi, e tanto li riscaldorono le franche parole de’ cittadini i quali parlavano della loro libertà e delle ingiurie ricevute, e presono tanto ardire che feciono ordini e leggi che duro sarebbe suto di rimuoverle. Altre gran cose non feciono, ma del loro debile principio ferono assai. 11 detto uficio fu creato per due mesi, i quali cominciorono a’ di 15 di giugno 1283. Il quale finito, se ne creò sei, uno per [p. 34 modifica]sestiero, per due mesi, che cominciorono a dì 15 d’agosto 1282, e chiamoronsi priori dell’ arti: e stettono rinchiusi nella torre della Castagna appresso alla Badìa, acciò non temessono le minacce de’ polenti e potessono portare arme in perpetuo: e altri privilegi ebbono, e furono loro dati sei famigli e sei berrovieri.

Le loro leggi in effetto furono: che avessono a guardare l’avere del comune, e che le signorie facessono ragione a ciascuno, e che i piccoli ed impotenti non fussono oppressati da’ grandi e potenti. E tenendo questa forma, era grande utilità del popolo. Ma tosto si mutò; però che i cittadini che entravano in quello uficio non attendeano a osservare le leggi, ma a corromperle. Se l’amico o il parente loro cadea nelle pene, procuravano con le signorie e con gli uficiali a nascondere le loro colpe, acciò che rimanessono impuniti. Nè l’avere del comune non guardavano, anzi trovavano modo, come meglio il potessono rubare: e così della camera del comune molta pecunia traevano sotto pretesto di meritare uomini l’avessono servito. Li impotenti non erono aiutati, ma i grandi gli offendevano, e così i popolani grassi che erono negli ufici e imparentati co’ grandi: e molti per pecunia erono difesi dalle pene del comune in che cadevano. Onde i buoni cittadini popolani [p. 35 modifica]erono malcontenti e biasimavano l’uficio de’ priori, perchè i guelfi grandi eron signori.

Arezzo si governava in quel tempo pe’ guelfi e ghibellini per egual parte, ed erono nel reggimento di pari e giurata avieno tra loro ferma pace. Onde il popolo si levò, e feciono uno della città di Lucca, che si chiamava Priore, il quale condusse il popolo molto prosperevolmente, e i nobili costringea a ubbidire le leggi: i quali s’accordorono insieme, e ruppono il popolo, e lui presono e misono in una cisterna, e quivi si morì.

I guelfi d’Arezzo crono stimolati dalla parte guelfa di Firenze di cercare di pigliare la signoria. Ma, o che fare non lo sapessono o non potessono, i ghibellini se ne avvidono e cacciaronli fuori: i quali vennono a Firenze a dolersi de’ loro avversarli. Coloro che li aveano consigliali, gli ritennono e presongli aiutare. I ghibellini, nè per ambasciate nè per minacce avessono da Firenze, non li ammetterono; e richiesono gli Uberli, Pazzi di Valdarno e Ubertini e ’l vescovo che sapea meglio gli ufici della guerra che della Chiesa, il quale era de’ Pazzi, uomo superbo e di grande animo. Era prima scaduta una differenza tra lui e’ Sanesi per uno suo castello gli avean tolto; la quale era rimessa nella parte guelfa di Firenze. E volendo la parte aiutare i Sanesi, e gli usciti d’Arezzo nimicando il [p. 36 modifica]vescovo, ingenerò gran discordia tra i Fiorentini e ’l vescovo e i ghibellini: per che ne seguì la terza guerra dei Fiorentini in Toscana, che fu nel 1289.

I guelfi fiorentini e potenti aveano gran voglia andare ad oste ad Arezzo: ma a molt’altri popolani non parea, sì perchè diceano la impresa non essere giusta, e per sdegno aveano con loro degli ufici. Pur presono a soldo un capitano, chiamato messer Baldovino di Soppino, con quattrocento cavalli: ma il papa lo ritenne, e però non venne.

Gli Aretini richiesono molti nobili e potenti ghibellini di Romagna, della Marca e da Orvieto: e mostravano gran franchezza di voler la battaglia, e acconciavansi a difendere la loro città e di prendere il vantaggio a’ passi. I Fiorentini richiesono i Pistoiesi, i Lucchesi, Bolognesi, Sanesi e Samminiatesi e Mainardo da Susinana, gran capitano, che avea per moglie una de’ Tosinghi.

In quel tempo venne in Firenze il re Carlo di Sicilia, che andava a Roma: il quale fu dal comune onoratamente presentato e con palio e armeggerie. E da’ guelfi fu richiesto d’uno capitano con l’insegne sue: il quale lasciò loro messer Amerigo di Nerbona, suo barone e gentiluomo, giovane e bellissimo del corpo, ma non molto sperto in fatti d’arme. Ma rimase con lui uno antico cavaliere suo balio [p. 37 modifica]e molti altri cavalieri alti ed esperti a guerra, c con gran soldo e provisione.

Il vescovo d’Arezzo, come savio uomo considerando quel che avvenire gli potea della guerra, cercava patteggiarsi co’ Fiorentini e uscire con tutta la schiatta sua d’Arezzo e dar loro le sue castella del vescovato in pegno: e per le rendite e pe’ fedeli volea l’anno fiorini tremila, i quali li promettesse messer Vieri de’ Cerchi ricchissimo cittadino. Ma i signori che erano in quel tempo, erano in gran discordia: i quali furono messer Ruggeri da Quona giudice, messer Iacopo da Certaldo giudice, Bernardo di messer Manfredi Adimari, Pagno Bordoni, Dino Compagni autore di questa cronica e Dino di Giovanni, vocato Pecora, che furono da’ 15 d’aprile a’ dì 15 di giugno 1289. La cagione della discordia fu, che alcuni di loro voleano le castella del vescovo, e spezialmente Bibbiena, bello e forte, alcuni no; nè non voleano la guerra, considerando il male che di quella segue. Pur in fine per tutti si consentì di pigliarle, ma non per disfarle: e d’accordo rimessono in Dino di Giovanni, perchè era buono e savio uomo, ne facesse quanto li paresse. Il quale mandò per messer Dimazzo, nuovamente fatto da lui cavaliere, e in lui commise conchiudesse il trattato col vescovo il meglio potesse.

Il vescovo d’Arezzo in questo mezzo pensò [p. 38 modifica]che se consentisse al trattato, sarebbe traditore. E però raunò i principali di sua parte e quelli confortò prendessono accordo co’ Fiorentini, e che egli non volea perdere Bibbiena e che la fusse afforzata e difesa; altrimenti prenderebbe accordo egli. Gli Aretini, sdegnali per le parole sue, perchè ogni loro disegno si rompeva, ordinavano di farlo uccidere: se non che messer Guglielmo de’ Pazzi suo consorto, che era nel consiglio, disse che sarebbe stato molto contento l’avessono fatto, non l’avendo saputo; ma essendone richiesto, non lo consentirebbe, chè non volea essere omicidiale del sangue suo. Allora deliberarono di pigliarla eglino, e come disperati senz’altro consiglio si misono in punto.

Sentitasi pe’ Fiorentini la loro deliberazione, i capitani e i governatori della guerra tennono consiglio nella chiesa di San Giovanni per qual via fusse il migliore andare, sì che fornire si potesse il campo di quello bisognasse. Alcuni lodavano Panciata per Valdarno, acciò che andando per altra via gli Aretini non cavalcassono quivi e non ardessono i casamenti del contado. Alcuni lodavono la via del Casentino, dicendo che quella era migliore via, assegnandone molle ragioni. Un savio vecchio, chiamato Orlando da Chiusi, e Sasso da Murlo, gran castellani, temendo di loro debili castella, dierono per consiglio si pigliasse [p. 39 modifica]quella via, dubitando che, se altra via si pigliasse, non fussono dagli Aretini disfatte, chè erono di loro contado: e messer Rinaldo de’ Bostoli, che era degli usciti d’Arezzo, con loro s’accordò. Dicitori vi furono assai: le pallottole segrete si dierono: vinsesi l’andare per Casentino. Ma, con tutto fusse più dubbiosa e pericolosa via, il meglio ne seguì.

Fatta tal deliberazione, i Fiorentini accolsono l’amistà: che furono i Bolognesi con 200 cavalli; Lucchesi con 200; Pistoiesi con 200, de’ quali fu capitano messer Corso Donati cavaliere fiorentino; Mainardo da Susinana con 20 cavalli e 300 fanti a piè; messer Malpiglio Ciccioni con 25, e messer Barone Mangiadori da San Miniato, li Squarcialupi e i Colligiani ed altre castella di Valdelsa; sì che fu il numero cavalli 1300 e assai pedoni.

Mossone le insegne al giorno ordinato i Fiorentini per andare in terra di nimici, e passarono per Casentino per male vie: ove se avessono trovati i nimici, arebbono ricevuto assai danno. Ma non volle Dio. E’ giunsono presso a Bibbiena, a un luogo che si chiama Campaldino, dove erono i nemici: e qui si fermorono e feciono una schiera. I capitani della guerra misono i fedilori alla fronte della schiera, e i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio furono attelati dinanzi. Allora il vescovo, che avea corta vista, domandò: Quelle che mura sono? Fugli risposto: I palvesi de’ nimici. [p. 40 modifica]

Messer Barone de’ Mangiadori da San Miniato, franco ed esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: Signoria le guerre di Toscana si sogliono vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano, che non era in uso l’ucciderli. Ora è mutato modo, vinconsi per stare ben fermi: il perchè io vi consiglio che voi stiate forte e lasciategli assalire. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu mollo aspra e dura. Cavalieri novelli vi s’erono fatti da una parte e dall’altra. Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi fedì i nimici per costa. Le quadrella pioveano; gli Aretini n’aveano poche ed erono fediti per costa, onde erono scoperti. L’aria era coperta di nugoli, la polvere era grandissima. I pedoni delli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de’ cavalli con le coltella in mano e sbudellatigli: ed e’ loro feditori transcorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì, che erono stimati di grande prodezza, furono vili: e molti, di cui non si parlava, furono stimati. Assai pregio v’ebbe il balio del capitano e fuvvi morto. Fu fedito messer Bindo del Baschiera Tosinghi, e. così tornò a Firenze, ma fra pochi dì morì. Della parte de’ nimici fu morto il [p. 41 modifica]vescovo e messer Guglielmo de’ Pazzi franco cavaliere, Buonconti e Loccio da Montefeltri e altri valenti uomini. Il conte Guido non aspettò il fine, ma sanza dare colpo di spada si partì. Molto bene provò messer Vieri de’ Cerchi con uno suo figliuolo cavaliere alla costa di sè. Furono rotti gli Aretini, non per viltà nè per poca prodezza, ma per lo soperchio de’ nimici furono messi in caccia, uccidendoli. I soldati fiorentini, che erono usi alle sconfitte, gli ammazzavano: i villani non aveano pietà. Messer Talano Adimari e’ suoi si tornorono presto a loro stanza. Molti popolani di Firenze, che aveano cavallate, stettono fermi: molti niente seppono, se non quando i nimici furono rotti. Non corsono ad Arezzo con la vittoria, che si sperava con poca fatica l’arebbono avuta.

Al capitano e a’ giovani cavalieri che aveano bisogno di riposo parve avere assai fatto di vincere sanza perseguitarli. Più insegne ebbono di loro nimici e molti prigioni, e molti n’uccisono, che ne fu danno per tutta Toscana.

Fu la detta rotta a’ dì 11 di giugno, il dì di san Barnaba, in uno luogo che si chiama Campaldino presso a Poppi.

Dopo delta vittoria non ritornorono però tutti i guelfi in Arezzo: ma alcuni si assicurorono, a’ quali fu detto che se vi voleano stare, facessono la loro volontà. Tra i Fiorentini e gli Aretini pace non si fe’: ma i [p. 42 modifica]Fiorentini si tennono le castella aveano prese, cioè Castiglione, Laterina, Civitella, Rondine e più altre castella; e alcuno se ne disfece. Dopo poco tempo i Fiorentini rimandorono gente d’arme ad Arezzo e posonvi campo, e andaronvi due dei priori e il dì di san Giovanni vi feciono correre un palio, e combatterono la terra e arsono ciò che trovorono in quel contado. Dipoi andorono a Bibbiena, e quella presono e disfeciono le mura. Molto furono biasimali quelli due di tale andata, cioè de’ priori, perchè non era loro uficio, ma di gentiluomini usi alla guerra. Di poi se ne tornorono con poco frutto, perchè assai vi si consumò con affanni di persone.

Ritornati i cittadini in Firenze, si resse il popolo alquanti anni in grande e potente stato. Ma i nobili e grandi cittadini, insuperbiti, faceano molte ingiurie a’ popolani con batterli e con altre villanie. Onde molti buoni cittadini popolani e mercatanti, tra’ quali fu un grande e polente cittadino (savio, valente e buon uomo, chiamato Giano della Bella, assai animoso e di buona stirpe, a cui dispiaceano queste ingiurie) se ne fe capo e guida, e con l’aiuto del popolo, essendo nuovamente eletto de’ signori che enlravono a’ dì 15 di febbraio 1292, e co’ suoi compagni afforzarono il popolo: e al loro uficio de’ priori aggiunsono uno con la medesima balia che gli altri, il quale [p. 43 modifica]chiamorono gonfaloniere di giustizia (Baldo Ruffoli per sesto di porta Duomo), a cui fusse dato un gonfalone dell’arme del popolo, che è la croce rossa nel campo bianco, e mille fanti tutti armati con la detta insegna o arme che avessono a essere presti a ogni richiesta di detto gonfaloniere in piazza o dove bisognasse. E fecensi leggi, che si chiamorono ordini della giustizia, contro a’ potenti che facessono oltraggi a’ popolani, e che l’uno consorto fusse tenuto per l’altro, e che i maleficii si potessono provare per due testimoni di pubblica voce e fama. E deliberorono che, qualunque famiglia avesse avuti cavalieri tra loro, tutti s’intendessono essere grandi, e che non polessono essere de’ signori nè gonfaloniere di giustizia nè de’ loro collegi: e furono in tutto le dette famiglie trentatrè. E ordinorono che i signori vecchi con certi arroti avessono a eleggere i nuovi. E a queste cose legarono le ventiquattro arti, dando a’ loro consoli alcuna balia.

Ma i maladetti giudici comineiorono a interpetrare quelle leggi (le quali aveano dettate messer Donato di messer Alberto Ristori, messer Ubertino dello Strozza e messer Baldo Aguglioni) e diceano che dove il maleficio si dovea punire con effetto, lo distendevano in danno dello avversario; e impaurivano i rettori. E se l’offeso era ghibellino, e il giudice [p. 44 modifica]era ghibellino: e per lo simile faceano i guelfi. Gli uomini delle famiglie non accusavano i loro consorli per non cadere nelle pene.

Pochi maleficii si nascondeono che dagli avversarii non fussono ritrovati. E molti ne furono puniti secondo la legge. E i primi òhe vi caddono, furono i Galligai: chè alcuno di loro fe’ un maleficio in Francia in due figliuoli d’uno nominato mercatante, che avea nome Ugolino Benivieni: chè vennono a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli fu fedito da quello de’ Galligai, che ne morì. E io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de’ loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Questo principio seguitò agli altri gonfalonieri uno male uso: perchè se disfaceano secondo le leggi, il popolo dicea che erono vili, se non disfaceano bene affatto. E molti sformavono la giustizia per tema del popolo. E intervenne che uno figliuolo di messer Buondalmonte avea commesso uno maleficio di morte, gli furono disfatte le case per modo che dipoi ne fu ristorato.

Molto montò il rigoglio de’ rei uomini, però che i grandi, cadendo nelle pene, erono puniti: però che i rettori temeano le leggi, le quali voleano che con effetto punissono. Questo effetto si distendea tanto che dubitavano, se l’uomo accusato non fusse punito, che il rettore [p. 45 modifica]non avesse difensione nè scusa; il perchè niuno accusato rimanea impunito. Onde i grandi fortemente si doleano delle leggi e alti esecutori d’esse diceano: Un caval corre e dà della coda nel viso a uno popolano, o in una calca uno darà di petto sanza malizia a uno altro, o più fanciulli di picciola età verranno a quistione: gli uomini gli accuseranno; debbono però costoro per sì piccola cosa essere disfatti?

Giano della Bella sopraddetto, uomo virile e di grande animo, era tanto ardito che lui difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, e tutto facea in favore della giustizia contro a’ colpevoli; e tanto era temuto da’ rettori che temeano di nascondere i maleficii. I grandi cominciorono a parlare contro a lui, minacciandolo che non per giustizia, ma per fare morire i suoi nimiei il facea, abbominando lui e le leggi: e dove si trovavono, minacciavono squartare i popolani che reggeano. Onde alcuni che gli udirono rapportorono a’ popolani: i quali cominciorono a inacerbire e per paura e sdegno inasprirono le leggi, sì che ciascuno stava in gelosia. Erono i principali del popolo i Magalotti; però che sempre erono stati aiutatori del popolo ed aveano gran seguito, e intorno a loro aveano molle schiatte che con loro si raunavano d’uno animo, e più artefici minuti con loro si ritraevano. [p. 46 modifica]

I potenti cittadini (i quali non tutti erono nobili di sangue ma per altri accidenti erono detti grandi) per sdegno del popolo molti modi trovorono per abbatterlo: e mossono di campagna uno franco e ardito cavaliere, che avea nome messer Gian di Celona, potente più che leale, con alcune giurisdizioni a lui date dallo imperadore. E’ venne in Toscana patteggiato co’ grandi di Firenze, e di voluntà di papa Bonifazio VIII, nuovamente creato; ebbe carta e giurisdizioni di terre guadagnasse: e tali vi posono il suggello per frangere il popolo di Firenze, che furono messer Vieri de’ Cerchi e Nuto Marignolli, secondo disse messer Piero Cane da Milano, procuratore del detto messer Gian di Celona. Molti ordini dierono per uccidere il detto Giano, dicendo: Percosso il pastore, fiano disperse le pecore.

Un giorno ordinorono di farlo assassinare; poi se ne ritrassono per tema del popolo, poi per ingegno trovorono modo farlo morire con una sottile malizia e dissono: Egli è giusto: mettiangli innanzi le rie opere de’ beccai, che sono uomini mal feroci e mal disposti. Tra’ quali era uno chiamato Pecora, gran beccaio, sostenuto da’ Tosinghi: il quale facea la sua arte con falsi modi e nocivi alla repubblica; era perseguitato dall’arte, però che le sue malizie usava sanza timore, minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferevasi a mal fare con gran possa d’uomini e d’arme. [p. 47 modifica]

Quelli della congiura fatta contro a Giano, essendo sopra rinnovare le leggi nella chiesa d’Ognissanti, dissono a Giano: Vedi l’opere de’ beccai quanto multiplicano al mal fare. E Giano rispose: Perisca innanzi la città che ciò si sostenga. E procurava fare leggi sopra loro. E per simile diceano de’ giudici: Vedi? i giudici minacciano i rettori al sindacato, e per paura traggono da loro le ingiuste grazie e tengono le questioni sospese anni tre o quattro, e sentenzia di niuno piato si dà: e chi vuole perdere il piato di sua voluntà, non può, tanto impigliano le ragioni e ’l pagamento sanza ordine. Giano, giustamente crucciandosi sopra di loro, dicea: Faccinsi leggi che sieno freno a tanta malizia. E quando l’ebbono così acceso alla giustizia, segretamente mandavano a’ giudici e a’ beccai e agli altri artefici, dicendo che Giano li vituperava e che facea leggi contro a loro.

Scoprissi la congiura fatta contro a Giano uno giorno che io Dino ero con alquanti di loro par raunarci in Ognissanti, e Giano se ne andava a spasso per l’orto. Quelli della congiura fermavano una falsa legge, che tutti non la ’ntendeano: che si avesse per nimica ogni città o castello che ritenesse alcuno sbandito nimico del popolo. E questo feciono, però che la congiura era fatta con falsi popolani per sbandeggiare Giano e metterlo in odio del popolo. I’ conobbi la congiura e dubitai per che [p. 48 modifica]faceano la legge sanza gli altri compagni. Palesai a Giano la congiura fatta contro a lui, e mostra’li come lo faceano nimico del popolo e degli artefici, e che, seguitando le leggi, il popolo li si volgerebbe addosso; e che gli le lasciasse e opponessesi con parole alla difensione. E così fece, dicendo: Perisca innanzi la città che tante opere rie si sostengano. Allora conobbe Giano chi lo tradiva, però che i congiurati non si poteano più coprire. I non colpevoli voleano esaminare i fatti saviamente: ma Giano, più ardito che savio, gli minacciò farli morire. E però si lasciò di seguire il fare le leggi, e con grande scandolo ci partimmo. Rimasono qui i congiurati contro a Giano, i quali furono messer Palmieri di messer Ugo Altoviti, messer Baldo Aguglioni giudici, Alberto di messer Iacopo del Giudice, Noffo di Guido Bonafedi ed Arriguccio di Lapo Arrighi. I notai scrittori furono ser Matteo Biliotti e ser Pino da Signa. Tutte le parole dette si ridissono assai peggiori: onde tutta la congiura s’avacciò d’ucciderlo, perchè temeano più l’opere sue che lui.

I grandi feciono loro consiglio in San Iacopo oltr’Arno, e qui per tutti si disse che Giano fusse morto. Poi si raunorono uno per casa, e fu il dicitore messer Berto Frescobaldi e disse come i cani del popolo aveano tolto loro gli onori e gli ufici, e non osavano entrare in palagio; i [p. 49 modifica]loro piati non possono sollicitare. Se battiamo uno nostro fante, siamo disfatti. E pertanto, signori, io consiglio che noi usciamo di questa servitù. Prendiàn l’arme e corriamo su la piazza: uccidiamo amici e nimici di popolo, quanti noi ne troviamo, sicchè giammai noi nè e’ nostri figliuoli non siamo da loro soggiogati.

Appresso si levò messer Baldo dalla Tosa e disse: Signori, il consiglio del savio cavaliere è buono, se non fusse di troppo rischio; perchè, se nostro pensiero venisse manco, noi saremmo tutti morti: ma vinciangli prima con ingegno e convinciangli con parole pietose, dicendo: i ghibellini ci torranno la terra e loro e noi cacceranno, e che per Dio non lascino salire i ghibellini in signoria, e così scomunati conciarli per modo che mai più non si rilievino. Il consiglio del cavaliere piacque a tutti: e ordinorono due per contrada che avessono a corrompere e scomunare il popolo e ad infamare Giano, e tutti i potenti del popolo scostassono da lui per le ragioni dette.

Così dissimulando i cittadini, la città era in gran discordia. Avvenne che in quelli di messer Corso Donati potente cavaliere mandò alcuni fanti per fedire messer Simone Galastrone suo consorto: e nella zuffa uno vi fu morto e alcuni fediti. L’accusa si fe’ d’ambedue le parti: e però si convenia procedere secondo gli ordini della giustizia in ricevere le prove e in punire. Il [p. 50 modifica]processo venne innanzi al podestà, chiamato messer Giano di Lucino, lombardo, nobile cavaliere e di gran senno e bontà. E ricevendo il processo uno suo giudice e udendo i testimoni prodotti d’ambedue le parti, intese erono contro a messer Corso, fece scrivere al notaio per lo contrario: per modo che messer Corso dovea essere assoluto, e messer Simone condannato. Onde il podestà, essendo ingannato, prosciolse messer Corso e condannò messer Simone. I cittadini che intesono il fatto, stimarono l’avesse fatto per pecunia e che fusse nemico del popolo, e spezialmente gli avversarii di messer Corso gridarono a una voce: Moia il podestà! al fuoco, al fuoco! I primi cominciatori del furore furono Taldo della Bella e Baldo dal Borgo, più per malevolenza aveano a messer Corso che per pietà dell’offesa giustizia. E tanto crebbe il furore che il popolo trasse al palagio del podestà colla stipa per ardere la porta.

Giano, che era co’ priori, udendo il grido della gente, disse: Voglio andare a campare il podestà dalle mani del popolo. E montò a cavallo, credendo che il popolo lo seguisse e si ritraesse per le sue parole. Ma fu il contrario, chè a lui volsono le lance per abbatterlo del cavallo: il perchè si tornò a dietro. I priori per piacere al popolo scesono col gonfalone in piazza, credendo attutare il furore: e crebbe sì che eglino arsono la porta del palagio e ruborono i cavalli ed [p. 51 modifica]arnesi del podestà. Fuggissi il podestà in una casa vicina; la famiglia sua fu presa, gli atti furono stracciati. E chi fu malizioso, che avesse suo processo in corte, andò a stracciarlo. E a ciò procurò bene uno giudice che avea nome messer Baldo dell’Amirato, il quale avea molti avversarii e stava in corte con accuse e con piati: e avendo processi contro e temendo esser punito, fu tanto scaltrito con suoi seguaci che egli spezzò gli armarii e stracciò gli atti per modo che mai non si trovorono. Molti feciono di strane cose in quel furore. Il podestà e la sua famiglia fu in gran fortuna, il quale avea menata seco la donna, la quale era in Lombardia assai pregiata e di grande bellezza: la quale col suo marito, sentendo le grida del popolo, chiamavano la morte fuggendo per le case vicine, ove trovarono soccorso, essendo nascosi e celati.

Il dì seguente si raunò il consiglio, e fu diliberato per onore della città che le cose rubate si rendessono al podestà e che del suo salario fusse pagato. E così si fe’. E partissi.

La città rimase in grande discordia. I cittadini buoni biasimavono quello che era fatto. Altri dava la colpa a Giano, cercando di cacciarlo o farlo mal capitare; altri dicea: Poi che cominciato abbiamo, ardiamo il resto. E tanto rumore fu nella terra che accese gli animi di tutti contro a Giano. E a ciò consentirono i Magalotti suoi parenti, i quali lo consigliorono [p. 52 modifica]che, per cessare il furore del popolo, per alquanti dì s’assentasse fuori della terra. Il quale, credendo al loro falso consiglio, si partì: e subito gli fu dato bando e condannato nell’avere e nella persona.

Scacciato Giano della Bella a’ di 5 marzo 1294, e rubata la casa e mezza disfatta, il popolo minuto perdè ogni rigoglio e vigore per non avere capo, nè a niente si mossono. I cittadini chiamarono per podestà uno che era capitano: e cominciorono ad accusare gli amici di Giano, e furonne condannati alcuni, chi in lire cinquecento e chi in lire mille, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio si partì del paese: i cittadini rimasono in gran discordia; chi il lodava, e chi il biasimava. Messer Giovan di Celona, venuto a petizione de’ grandi, volendo fornire ciò che promesso avea e acquistare ciò che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli cinquecento che seco avea menati. Fugli denegata, essendogli detto non avere atteso quello avea promesso. Il cavaliere era di grande animo, andossene ad Arezzo agli avversarii de’ Fiorentini, a’ quali disse: Signori, io son venuto in Toscana a petizione de’ guelfi da Firenze; ecco le carte: i patti mi niegano: ond’io e i miei compagni saremo con voi a dare loro morte come a nimici. Onde gli Aretini e i Cortonesi e gli Ubertini li ferono onore. [p. 53 modifica]

I Fiorentini, sentendo questo, mandorono a papa Bonifazio, pregandolo che s’inframettessi in fare tra loro accordo. E così fece: che giudicò che i Fiorentini gli dessono fiorini ventimila, i quali glieli dierono. E rifatti suoi amici (vedendo che gli Aretini si fidavano di lui), ordinorono con lui che tornando ad Arezzo si mostrasse nostro nimico e che li conducesse a torci San Miniato, che dicea appartenersi a lui per vigore d’imperio, per lo quale era venuto e aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il palesò per leggerezza d’animo e per mostrare sapea le cose segrete: e colui a cui lo disse lo fece a sapere a messer Ceffo de’ Lamberti. Onde gli Aretini lo sentirono, e al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente.

I signori che cacciarono Giano della Bella furouo Lippo del Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Geri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea da Cerreto, Lotto del Migliore Guadagni e Gherardo Lupicini gonfaloniere di giustizia, che entrorono a’ di 15 di febbraio 1294. Cominciorono i cittadini a accusare l’un l’altro e condannarli e metterli in esilio: per modo che gli amici di Giano erono impauriti e stavano soggetti. I loro avversarii gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e’ suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia e arse ville [p. 54 modifica]e condannati molti quando vi fu rettore. Delle quali cose dovea avere corona, perchè avea puniti gli sbanditi e malfattori, i quali si raunavano senza temere le leggi. E il fare giustizia, diccano, lo faccea per tirannia: Molti dicevano di lui male per viltà e per piacere a’ rei.

Il gran beccaio, che si chiamava il Pecora, uomo di poca verità, seguitatore di male, lusinghiere, dissimulava in dire male di lui per compiacere a altri. Corrompea i popolani minuti, facea congiure ed era di tanta malizia che mostrava a’ signori che erono eletti, era per sua operazione. A molti promettea ufici, e con queste promesse gl’ingannava. Grande era del corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e dicea palesemente chi erono i congiurati contro a Giano e che con loro si raunava in una volta sotterra. Poco era constante e più crudele che giusto. Abbominò Pacino Peruzzi, uomo di buona fama, senza esserne richiesto. Aringava spesso ne’ consigli e dicea che era egli quello che gli avea liberati dal tiranno Giano, e che molte notti era ito con picciola lanterna conlegando il volere degli uomini per fare la congiura contro a lui.

I pessimi cittadini per loro sicurtà chiamorono per loro podestà messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo, acciò che come tiranno punisse e facesse della ragione torto e del torto ragione, come a loro paresse. Il [p. 55 modifica]quale prestamente intese la volontà loro e quella segui: chè assolvea e condannava sanza ragione, come a loro parea. E tanta baldanza prese che palesemente lui e la sua famiglia vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo, per picciolo o grande che fusse. E venne in tanto abbominio che i cittadini nol poterono sostenere, e feciono pigliare lui e due suoi famigli, e fecionlo collare. E per sua confessione seppono delle cose che a molti cittadini ne seguì vergogna assai e pericolo: e vennono in discordia, chè l’uno volea fusse più collato, e l’altro no. Uno di loro, che avea nome Piero Manzuolo, il fe’ un’altra volta tirar su. Il perchè confessò avere ricevuto una testimonianza falsa per messer Niccola Acciaioli: il perchè nol condannò. E funne fatto nota. Sentendolo messer Niccola, ebbe paura non si palesasse più; ebbene consiglio con messer Baldo Aguglioni, giudice sagacissimo e suo avvocato: il quale diè modo aver gli atti dal notaio per vederli, e rasene quella parte che venia contro a messer Niccola. E dubitando il notaio degli atti avea prestati se erono tocchi, trovò il raso fatto. Accusògli. Fu preso messer Niccola e condannato in lire tremila; e messer Baldo si fuggì, ma fu condannato in lire duemila e confinato per uno anno. In molta infamia caddono i reggenti. E molti furono che cercorono i malefici si trovassono, che ne furono malcontenti per essere colpevoli. [p. 56 modifica]Messer Monfiorito fu messo in prigione. Più volte Io mandorono i Padovani a domandare: nol vollero rendere per amore né per grazia. Poi si fuggì di prigione, perchè una moglie d’uno degli Arrigucci, che avea il marito in prigione ove lui, fece fare lime sorde ed altri ferri, co’ quali ruppono le prigioni e fuggirono.

La città, retta con poca giustizia, cadde in nuovo pericolo, perchè i cittadini si cominciorono a dividere per gara d’ufici, abbominando l’uno l’altro. Intervenne che una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperarono il palagio de’ conti Guidi, che era presso alle case de’ Pazzi e de’ Donati, i quali erono più antichi di sangue, ma non sì ricchi. Onde veggendo i Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciarono avere i Donati grande odio contro loro: il quale crebbe assai, perchè messer Corso Donati, cavaliere di grande animo, essendogli morta la moglie, ne ritolse un’altra, figliuola che fu di messer Accento da Gaville, la quale era reda. Ma non consentendo i parenti di lei perchè aspettavano quella redità, la madre della fanciulla, vedendolo bellissimo uomo, contro alla voluntà degli altri conchiuse il parentado. I Cerchi, parenti di messer [p. 57 modifica]Neri da Gaville, cominciarono a sdegnare e a procurare non avesse la redità: ma pur per forza l’ebbe. Di che si generò molto scandalo e pericolo per la città e per speziali persone. E essendo alcuni giovani de’ Cerchi sostenuti per una malleveria nel cortile del podestà, come è usanza, fu loro presentato uno migliaccio di porco: del quale chi ne mangiò ebbe pericolosa infermità, e alcuni ne morirono. Il perchè nella città ne fu gran rumore, perchè erano molto amati: del quale maleficio fu molto incolpato messer Corso. Non si cercò il maleficio, però che non si potea provare. Ma l’odio pur crebbe di giorno in giorno, per modo che i Cerchi il cominciorono a lasciare e le raunate della parte e accostarsi a’ popolani e reggenti. Da’ quali erono ben veduti, siì perchè erono uomini di buona condizione e umani, e sì perchè erono molto serventi, per modo che da loro aveano quello che voleano, e simile da’ rettori. E molti cittadini tirarono da loro, e fra gli altri messer Lapo Salterelli e messer Donato Ristori giudici e altre polenti schiatte. I ghibellini similmente gli amavano per la loro umanità e perchè da loro avevano de’ servigi e non faceano ingiurie. Il popolo minuto gli amava perchè dispiacque loro la congiura fatta contro a Giano. Molto furono consigliati e confortati di prendere la signoria, che agevolmente l’arebbono avuta per la loro bontà: ma mai non lo vollono consentire. [p. 58 modifica]

Essendo molti cittadini un giorno per seppellire una donna morta alla piazza de’ Frescobaldi, e essendo l’uso della terra a simili raunate i cittadini sedere basso in su stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori su allo su le panche, essendo a sedere i Donati, e i Cerchi in terra (quelli che non erano cavalieri), l’una parte al dirimpetto all’altra, uno, o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli avversarii per sospetto anche si levorono e messono mano alle spade, e gli altri feciono il simile e vennono alla zuffa: gli altri uomini che v’erono insieme li tramezzorono e non gli lasciorono azzuffare. Non si potè tanto ammorzare che alle case de’ Cerchi non andasse molla gente: la quale volentieri sarebbe ita a ritrovare i Donati, se non che alcuno de’ Cerchi non lo consentì.

Uno giovane gentile, figliuolo di messer Cavalcante Cavalcanti, nobile cavaliere, chiamato Guido, cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio, nimico di messer Corso, avea più volte deliberato offenderlo. Messer Corso forte lo temea, perchè lo conoscea di grand’animo: e cercò d’assassinarlo, andando Guido in pellegrinaggio a San Iacopo; e non gli venne fatto. Per che, tornato a Firenze, e sentendolo, inanimì molti giovani contro a lui, i quali li promissono essere in suo aiuto. E essendo un di a cavallo con alcuni [p. 59 modifica]da casa i Cerchi con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi essere seguito da’ Cerchi per fargli transcorrere nella briga: e transcorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano. Era qui, con messer Corso, Simone suo figliuolo, forte e ardito giovane, e Cecchino de’ Bardi e molt’altri colle spade, e corsongli dreto: ma non lo giungendo, li gittorono de’ sassi. E dalle finestre gliene furono gettati, per modo fu ferito nella mano.

Cominciò per questo l’odio a multiplicare. E messer Corso molto sparlava di messer Vieri, chiamandolo l’asino di Porta, perchè era uomo bellissimo, ma di poca malizia nè di bel parlare. E però spesso dicea: Ha ragghiato oggi l’asino di Porta. E molto lo spregiava, e chiamava Guido Cavicchia. E così rapportavano i giullari, e spezialmente uno si chiamava Scampolino, che rapportava molto peggio non si diceva, perchè i Cerchi si movessono a briga co’ Donati. I Cerchi non si moveano, ma minacciavano coll’amistà de’ Pisani e degli Aretini. I Donati ne temeano, e diceano che i Cerchi aveano fatta lega co’ ghibellini di Toscana: e tanto gl’infamorono che venne a orecchi del papa.

Sedea in quel tempo nella sedia di San Piero papa Bonifazio VIII, il quale fu di grande ardire ed alta ingegno, e guidava la Chiesa a [p. 60 modifica]suo modo e abbassava chi non gli consentia. Ed erono con lui sua mercatanti gli Spini, famiglia di Firenze ricca e potente. E per loro stava là Simone Gherardi, uomo pratico in simile esercizio: e con lui era uno figliuolo d’uno affinatore d’ariento, fiorentino (si chiamava il Nero Cambi), uomo astuto e di sottile ingegno; ma crudo e spiacevole. Il quale tanto aoperò col papa per abbassare lo stato de’ Cerchi e de’ loro seguenti che mandò a Firenze messer frate Matteo d’Acquasparta, cardinale portuense, per pacificare i Fiorentini. Ma niente fece, perchè dalle parti non ebbe la cominessione volea, e però sdegnato si partì di Firenze.

Andando una vilia di San Giovanni l’arti a offerire, come era usanza, ed essendo i consoli innanzi, furono manomessi da certi grandi e battuti, dicendo loro: Noi siamo quelli che demmo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli ufici e onori della nostra città. I signori sdegnati ebbono consiglio da più cittadini, e io Dino fui uno di quelli. E confinorono alcuni di ciascuna parle, cioè: per la parte de’ Donati, messer Corso e Sinibaldo Donati, messer Rosso e messer Rossellino della Tosa, messer Giachinotto e messer Pazzino de’ Pazzi, messer Geri Spini, messer Porco Manicri e loro consorti, al Castel della Pieve; e per la parte dei Cerchi, messer Gentile e messer Torrigiano e Carbone de’ Cerchi, Guido [p. 61 modifica]Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adiniari, Naldo Gherardini e loro consorti, a Sarezzano, i quali ubbidirono e andarono a’ confini.

Quelli della parte de’ Donati non si voleano partire, mostrando che tra loro era congiura. I rettori gli voleano condannare. E se non avessono ubbidito e avessono presa l’arme, quel dì arebbono vinta la terra: però che i Lucchesi, di coscienza del cardinale, veniano in loro aiuto con grande esercito d’uomini. Vedendo i signori che i Lucchesi veniano, scrissono loro non fussono arditi entrare sul loro terreno; ed io mi trovai a scrivere la lettera: ed alle villate si comandò pigliassono i passi. E per lo studio di Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi di tanto si procurò che ubbidirono.

Molto si palesò allora la volontà del cardinale, che la pace che egli cercava era per abbassare la parte de’ Cerchi ed innalzare la parte dei Donati. La quale volontà, per molti intesa, dispiacque assai. E però si levò uno non di molto senno, il quale con un balestro saettò un quadrello alla finestra del vescovado (dove cra il cardinale); il quale si ficcò nell’asse. E per paura si partì di quindi e andò a stare oltre Arno a casa messer Tommaso dei Mozzi per più sicurtà.

I signori, per rimediare allo sdegno avea ricevuto, gli presentorno fiorini 2000 nuovi. E [p. 62 modifica]io glieli portai in una coppa d’ariento e dissi: Monsignore, non li disdegnate perchè siano pochi, perchè sanzà i consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; e molto li guardò e non li volle.

Perchè i giovani è più agevole a ingannare che i vecchi, il diavolo accrescitore dei mali si fece da una brigata di giovani che cavalcavano insieme: i quali ritrovandosi insieme a cena una sera di calen di maggio, montorono in tanta superbia che pensorono incontrarsi nella brigata de’ Cerehi e contro a loro usare le mani e’ ferri. In tal sera, che è il rinnovamento della primavera, le donne usano molto per le vicinanze i balli. I giovani de’ Cerchi si riscontrorono con la brigata de’ Donati, tra i quali era uno nipote di messer Corso e Bardellino de’ Bardi e Piero Spini ed altri loro compagni e seguaci, i quali assalirono la brigata dei Cerchi con armata mano. Nel quale assalto fu tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi da uno masnadiere de’ Donati: il quale, si disse, fu Piero Spini, e in casa sua, rifuggirono. Il qual colpo fu la distruzione della nostra città, perchè crebbe molto odio tra i cittadini. I Cerchi non palesorono mai chi si fusse, aspettando farne gran vendetta.

Divisesi di nuovo la città negli uomini grandi, mezzani e piccolini. E i religiosi non si poterono difendere che con l’animo non si [p. 63 modifica]dessono alle dette parti, chi a una e chi a una altra. Tutti i ghibellini tennono coi Cerchi, perchè speravano avere da loro meno offesa; e tutti quelli che erono dell’animo di Giano della Bella, però che parea loro fossino stati dolenti della sua cacciata. Fu ancora di loro parte Guido di messer Cavalcante Cavalcanti, perchè era nimico di messer Corso Donati; Naldo Gherardini, perchè era de’ Manieri, parenti di messer Corso; messer Manetto Scali c sua consorti, perchè erano parenti de’ Cerchi; messer Lapo Salterelli, loro parente; messer Berto Frescobaldi, perchè aveva ricevuti da loro molti denari in prestanza; messer Goccia Adimari, per discordia avea co’ consorti; Bernardo di messer Manfredi Adimari, perchè era loro compagno; messer Biligiardo e ’l Baschiera e Baldo della Tosa, per dispetto di messer Rosso loro consorto, perchè da lui furono abbassati degli onori. I Mozzi, i Cavalcanti (il maggiore lato) e più altre famiglie e popolani tennono con loro.

Con la parte di messer Corso Donati tennono messer Rosso, messer Arrigo e messer Nepo e Pinuccio dalla Tosa, per grande usanza e amicizia; messer Gherardo Ventraia, messer Geri Spini e suoi eonsorti, per l’offesa fatta; messer Gherardo Sgrana e messer Bindello, per usanza e amicizia; messer Pazzino de’ Pazzi e suoi consorti; i Rossi, la maggiore parte dei [p. 64 modifica]Bardi, i Bordoni, i Cerretani, i Borgorinaldi, il Manzuolo, il Pecora beccaio e molti altri. E di popolani furono co’ Cerchi, Falconieri, Ruffoli, Orlandini, quelli delle Botte, Angiolieri, Amuniti, quelli di Salvi del Chiaro Girolami e molt’altri popolani grassi.

Essendo messer Corso Donali a’ confini a Massa Trebara, gli ruppe e andossene a Roma e non ubbidì: il perchè fu condannato nell’avere e nella persona. E con Nero Cambi, che era compagno delli Spini in corte, per mezzo di messer Iacopo Guatani parente del papa, e d’alcuni Colonnesi, con grande stanza pregavano il papa volesse rimediare, perchè la parte guelfa periva in Firenze, e che i Cerchi favoreggiarono i ghibellini. Per modo che il papa fece citare messer Vieri de’ Cerchi, il quale andò a Roma molto onorevolmente. Il papa, a petizione degli Spini suoi mercatanti e de’ sopradetti amici e parenti, lo richiese facesse pace con messer Corso: il che non volle consentire, mostrando non facea contro a parte guelfa. Il perchè da lui fu licenziato e partissi. La parte de’ Cerchi, che era confinata, tornò in Firenze, Messer Torrigiano e Carbone e Vieri di messer Ricovero de’ Cerchi, messer Biligiardo dalla Tosa e Carbone e Naldo Gherardini e messer Guido Scinda de’ Cavalcanti e gli altri di quella parte stavono chetamente. Ma messer [p. 65 modifica]Geri Spini, messer Porco Manieri, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi, Sinibaldo di messer Simone Donali, capi dell’altra parte, non contenti di loro tornata, con loro seguaci si raunorono un dì in Santa Trinità, deliberati di cacciare i Cerchi e loro parte, e feciono gran consiglio, assegnando molte false ragioni. E dopo lunga disputa messer Bondalmonte, savio e temperato cavaliere, disse che era gran ristio e che troppo male avvenire ne potea, e che al presente non si sofferisse. E a questo consiglio concorse la maggior parte; però che messer Lapo Salterelli avea promesso a Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi (a cui era data gran fede) le cose s’acconcerebbono per buono modo. E sanza niente fare si partirono.

Ritrovandomi in detto consiglio io Dino Compagni, desideroso d’unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a i vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto. Risposono che il loro consiglio non era che per spegnere scandalo e stare in pace.

Udito questo, m’accozzai con Lapo di Guazza Ulivieri, buono e leale popolano, e insieme andammo a’ priori e conducemmovi alcuni erono stati al detto consiglio. E tra’ priori e loro fummo mezzani, e con parole dolci raumiliammo i signori E messer Palmieri [p. 66 modifica]Altoviti, che allora era de’ signori, fortemente li riprese sanza minacce. Fu loro risposto che di quella raunata niente più si farebbe: e che alcuni fanti erono venuti a loro richiesta, fussono lasciati andare sanza essere offesi. E così fu da’ signori priori comandato.

La parte avversa continuamente stimolava la signoria gli punisse, perchè aveano fatto contro agli ordini della giustizia per lo consiglio tenuto in Santa Trinita, per fare congiura e trattato contro il reggimento.

Ricercando il segreto della congiura, si trovò che il conte da Battifolle mandava il figliuolo con suoi fedeli e con arme a petizione de’ congiurati. E trovaronsi lettere di messer Simone de’ Bardi, per le quali scrivea facessono fare gran quantità di pane, acciò che la gente che venia avesse da vivere. Il perchè chiaramente si comprese la congiura ordinata per lo consiglio tenuto in Santa Trinita: onde il conte e ’l figliuolo e messer Simone furono condannati in grave pena.

Scopertisi gli odii e le malevolenzie d’ambedue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro: ma troppo più baldanzosamente si scopriano i Donati che i Cerchi nello sparlare, e di niente temeano.

I Cerchi procuravono avere i Pistolesi dalla loro parte, i quali aveano data giurisdizione a’ Fiorentini vi mandassono podestà e [p. 67 modifica]capitano. E essendovi mandato Cantino di messer Amadore Cavalcanti per capitano, uomo poco leale, ruppe una legge aveano i Pistoiesi, che era che i loro anziani si eleggessono per ambedue le parti loro, cioè neri e bianchi. Queste due parti, neri e bianchi, nacquono d’una famiglia (che si chiamono Cancellieri) che si divise: perchè alcuni più congiunti si chiamorono bianchi, e gli altri neri. E così fu divisa tutta la città: e così eleggeano gli anziani.

Questo Cantino ruppe la loro legge e fece chiamare tutti gli anziani di parte bianca. Il quale essendone ripreso, dicea per sua scusa averlo di comandamento de’ signori di Firenze: e non dicea la verità.

I Pistoiesi, malcontenti, viveano in gran tribulazioni, ingiuriandosi e uccidendosi l’un l’altro: e da’ rettori erono spesso condannati e male trattati a diritti e a torto. Fu loro tratto di mano molti danari; perocchè naturalmente i Pistoiesi sono uomini discordevoli, crudeli e salvatichi. Messer Ugo Tornaquinci, podestà, di simili condannazioni ne trasse fiorini tremila: e così molti altri cittadini fiorentini furono là rettori.

Giano della Bella era stato là capitano, il quale lealmente li resse: ma crudel fu, perchè arse a loro case di fuori, dove riteneano sbanditi e non ubbidiano.

In Pistoia era uno pericoloso cavaliere della [p. 68 modifica]parte de’ Cancellieri neri, che avea nome messer Simone da Pantano, uomo di mezza statura, magro e bruno, spiatato e crudele, rubatore e fattore d’ogni male: e era colla parte di messer Corso Donati. E con la parte avversa era un altro, chiamato messer Schiatta Amati, uomo più vile che savio, e men crudele: il quale era parente de’ Cerchi bianchi.

In questo tempo i Fiorentini mandorono per capitano a Pistoia Andrea Gherardini, il quale fu fatto cavaliere: e in quel tempo gli fu mostro come i Lucchesi veniano a Pistoia per pigliare la terra. Onde il detto messer Andrea confinò molti cittadini: i quali per suo comandamento non si vollero partire, anzi s’afforzarono e cercorono di difendersi, credendo avere soccorso. E il detto messer Simone invitò più suoi amici e fanti forestieri. Il podestà assegnò loro termine a partire, e non ubbidirono. Onde sdegnò e punigli con l’arme e col fuoco, avendo aiuto da Firenze: e i loro seguaci fece ribelli. Alcuni dissono il detto messer Andrea n’avea avuti fiorini quattromila: e alcuni dissono gli furono dati dal comune di Firenze per rispetto della nimicizia ne avea acquistata.

Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangono i suoi cittadini formati di bella staturà oltre a’ Toscani, posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane e di utili alpi e di fini terreni, forti ne l’armi, [p. 69 modifica]discordevoli e selvatichi: il perchè tal città fu quasi morta. Però che ivi a picciol tempo si cambiò fortuna, e furono da’ Fiorentini assediati, in tanto che davono la carne per cibo e lasciavansi tagliare le membra per recare alla terra vittuaglia. E a tanto si condussono che altro che pomi non mangiavano fino a l’ultimo dì. A’ quali Dio glorioso provide che per accordo furono ricevuti (non sappiendo i loro avversarii) con patti fatti di loro salvezza: i quali osservati non furono. Perchè, poichè l’ebbono avuta, le belle mura della città furono dirupinate.

Cessata la pistolenza e la crudeltà di tagliare i nasi alle donne che usciano della terra per fame (e agli uomini tagliavano le mani), non perdonarono alla bellezza della città, che come villa disfatta rimase. Del loro assedio e del loro pericolo e fame, e degli assalimenti e delle prodezze che feciono coloro che dentro vi si rinchiusono, nè di loro belle castella che perderono per tradimento, non intendo scrivere, però che altri più certamente ne scriverà il quale, se con pietà le scriverà, farà gli uditori piangere dirottamente.

Finito l’uficio del detto messer Andrea, la parte bianca, non sapendosi reggere perchè non avea capo (perchè i Cerchi schifavano non volere il nome della signoria più per viltà che per pietà, perchè forte temeano i loro [p. 70 modifica]avversarii) chiamorono messere Schiatta Amati de’ Cancellieri bianchi per loro capitano di guerra, e dieronli tanta balia che i soldati rispondeano a lui. Mandava i bandi da sua parte, e pene imponeva e cavalcate contro a’ nimici sanza alcuno consiglio. Era il detto cavaliere uomo molto pietoso e timoroso: la guerra non gli piacea: e tutto era contrario al suo consorto messer Simone da Pantano de’ Cancellieri neri.

Non prese il detto capitano la eittà, come dovea: il perchè i nimici nol temeano. I soldati non erano pagati; danari non aveano nè ardimento da porne: e fortezza niuna non prese e confinati non fece. Dicea parole minaccevoli e facea viste assai, ma con effetto nulla seguia. E quelli che nol conosceano.... gli teneano ricchi e potenti e savi, e per questo stavano in buona speranza. Mai savi uomini diceano: E’ sono mercatanti, e naturalmente sono vili; ei lor nimici sono maestri di guerra e crudeli uomini. I nimici de’ Cerchi cominciorono ad infamarli, a’ guelfi dicendo che si intendevono con gli Aretini e co’ Pisani e co’ ghibellini e questo non era vero. E con molta gente si volsono loro contro, appognendo loro il falso, però che con loro niuno trattato aveano nè loro amicizia: ma a chi ne li riprendeano non lo negavano, credendo esserne più temuti e con questo battergli, dicendo: E ci temeranno più, dubitando che noi non ci accostiamo a [p. 71 modifica]loloro: e i ghibellini più ci ameranno, avendo speranza in noi. E volendo i Cerchi signoreggiare, furono signoreggiati, come innanzi si dirà.