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Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi/Cronaca di Dino Compagni/Libro II

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SECONDO LIBRO

Levalevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique voluntà e i pessimi proponimenti, non penate più, andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue de’ vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore, nieghi l’uno all’altro aiuto e servigio. Seminate le vostre menzogne, le quali empiranno i granai de’ vostri figliuoli. Fate come fe’ Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende una per una. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori che eglino acquistorono. Non v’indugiate, miseri! che più si consuma in uno dì nella guerra che molt’anni non si guadagna in pace; e picciola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno. Divisi così i cittadini di Firenze, [p. 72 modifica]cominciarono a infamare l’un l’altro per le terre vicine e in corte di Roma a papa Bonifazio con false informazioni. E più pericolo feciono le parole falsamente dette in Firenze che le punte de’ ferri. E tanto feciono col detto papa, dicendo che la città tornava in mano de’ ghibellini e ch’ella sarebbe ritegno de’ Colonnesi, e la gran quantità de’ danari mischiata colle false parole, che, consigliato d’abbattere il rigoglio de’ Fiorentini, promise di prestare a’ guelfi neri la gran potenzia di Carlo di Valos de’ reali di Francia (il quale era partito di Francia per andare in Cicilia contro a Federigo di Arraona), al quale scrisse lo volea fare paciaro in Toscana centra i discordanti dalla Chiesa. Fu il nome di detta commissione molto buono, ma il proponimento era contrario, perchè volea abbattere i bianchi e inalzare i neri, e fare i bianchi nimici della casa di Francia e della Chiesa.

Essendo già venuto messer Carlo di Valos a Bologna, furono a lui imbasciadori de’ neri di Firenze, usando queste parole: Signore, merzè per Dio, noi siamo i guelfi di Firenze, fedeli della casa di Francia: per Dio, prendi guardia di te e della tua gente, perchè la nostra città si re ....

Partiti gli ambasciadori de’ neri, giunsono i bianchi, i quali con grandissima reverenzia li feciono molte proferte come a loro signore. [p. 73 modifica]Ma le maliziose parole poterono più in lui che le vere: perchè gli parve maggiore segno d’amista il dire: guarda come tu vai, che le proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di Pistoia, per farlo venire in sdegno co’ Pistoiesi: i quali si maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porte della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali gli diceano: Signore, non entrare in Pistoia, perchè e’ ti prenderanno; perocchè eglino hanno la città segretamente armata, e sono uomini di grand’ardire e nimici della casa di Francia. E tanta paura li misono che venne fuori di Pistoia per la via d’un piccolo fìumicello, mostrando contro a Pistoia mal talento. E qui s’adempì la profezia d’uno antico villano, il quale lungo tempo innanzi avea detto: Verrà di ponente uno signore su per l’Ombroncello, il quale farà gran cose: il perchè gli animali che portano le some, per cagione della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di Pistoia.

Passò messer Carlo in corte di Roma sanza entrare in Firenze, e molto fu stimolato, e molti sospetti gli furono messi nell’animo. Il signore non conoscea i Toscani nè le malizie loro. Messer. Muciatlo Franzesi, cavaliere di gran malizia, picciolo della persona ma di grand’animo, conoscea bene la malizia delle parole erano dette al signore: e perchè anche lui era [p. 74 modifica]corrotto, confermava quello che pe’ seminatori delli scandoli gli era detto, che ogni dì gli erano dintorno.

Aveano i guelfi bianchi imbasciadori in corte di Roma, e i Sanesi in loro compagnia, ma non erano interi. Era tra loro alcuno nocivo uomo; fra’ quali fu messer Ubaldino Malavolti giudice sanese, pieno di cavillazioni. Il quale ristette per cammino per raddomandare certe giurisdizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini, dicendo che a lui appartenea: e tanto impedì a’ compagni it cammino che non giunsono a tempo.

Giunti l’imbasciadori in Roma, il papa gli ebbe soli in camera e disse loro in segreto: Perchè siete voi così ostinati? Umiliatevi a me. Ciò vi dico in verità, ch’io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi, e abbiano la mia benedizione se procurano che sia ubbidita la mia voluntà.

In questo stante furono in Firenze eletti i nuovi signori quasi di concordia d’ambedue le parti, uomini non sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande speranza, e così la parte bianca; perchè furono uomini uniti e sanza baldanza, e aveano voluntà d’accomunare gli ufici, dicendo: Questo è l’ultimo rimedio.

I loro avversarii n’ebbono speranza, perchè li conosceano uomini deboli e pacifici, i quali [p. 75 modifica]sotto spezie di pace credeano leggermente poterli ingannare.

I signori furono questi, che entrorono a’ dì 15 d’ottobre 1301: Lapo del Pace Angiolieri, Lippo di Falco Cambio e io Dino Compagni, Girolamo di Salvi del Chiaro, Goccio Marignolli, Vermiglio d’Iacopo Alfani e Piero Brandini gonfaloniere di giustizia. I quali, come furono tratti, n’andarono a Santa Croce, però che l’utìcio degli altri non era compiuto.

I guelfi neri incontanente furono accordati andarli a visitare a quattro e a sei insieme, come a loro accadeva, e diceano: Signori, voi sete buoni, e di tali avea bisogno la nostra città. Voi vedete la discordia de’ cittadini vostri: a voi la conviene pacificare, o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balìa, e noi a ciò fare vi proferiamo l’avere e le persone di buono e leale animo. Risposi io Dino per commessione de’ miei compagni e dissi: Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri e cominciare vogliamo a usarle: e rìchieggiamvi che voi ci consigliate e pognate l’animo a guisa che la nostra città debba posare. E così perdemmo il primo tempo, che non ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l’udienza a’ cittadini: benchè di così false profferte dubitavamo, credendo chela loro malizia coprissono con loro falso parlare.

Demmo loro intendimento di trattare pace [p. 76 modifica]quando si convenia arrotare i ferri. E cominciammoci da’ capitani della parte guelfa, i quali erono messer Manetto Scali e messer Neri Giandonati, e dicemmo loro: Onorevoli capitani, dimettete e lasciate tutte l’altre cose, e solo v’aoperate di far pace nella parte della Chiesa: e l’uficio nostro vi si dà interamente in ciò che domanderete.

Partironsi i capitani molto allegri e di buono animo, e cominciorono a convertire gli uomini e dire parole di pietà. Sentendo questo i neri, subito dissono che questa era malizia e tradimento, e cominciarono a fuggir le parole.

Messer Manetto Scali ebbe tant’animo che si mise a cercare pace tra i Cerchi e li Spini, e tutto fu riputato tradimento. La gente che tenea co’ Cerchi ne prese viltà, dicendo: Non è da darsi fatica, che pace sarà. E i loro avversarii pensavano pur di compiere le loro malizie.

Niuno argumento da guerra si fece, perchè non poteano pensare che a altro che a concordia si potesse venire per più ragioni. La prima per pietà di parte e per non dividere gli onori della città: la seconda perchè cagione non v’era altro che di discordia; però che le offese non erono ancora sute tante che concordia esser non vi dovesse, raccomunando gli onori. Ma pensorono che coloro che aveano fatta l’offesa non potessono campare, se i [p. 77 modifica]chi non fussono stati distrutti e i loro seguaci. E questo mal si potea fare sanza la distruzione della terra; tanto era grande la loro potenzia.

Ordinorono e procurorono i guelfi neri che messer Carlo di Valos, che era in corte, venisse in Firenze. E fecesi il deposito pel soldo suo e de’ suoi cavalieri di fiorini settantamila, e condussonlo a Siena. E quando fu quivi, mandò ambasciadori a Firenze messer Guglielmo, francioso (cherico, uomo disleale e cattivo, quantunque in apparenza paresse buono e benigno), e uno cavaliere provenzale ch’era il contrario, con lettere del loro signore.

Giunti in Firenze, visitorono la signoria con gran reverenzia e domandarono parlare al gran consiglio, che fu loro concesso. Nel quale per loro parlò uno avvocato da Volterra che con loro aveano, uomo falso e poco savio. E assai disordinatamente parlò’ e disse che il sangue reale di Francia era venuto in Toscana solamente per metter pace nella parte di santa Chiesa e per grand’amore che alla città portava e a detta parte: e che il papa il mandava, siccome signore che se ne potea ben fidare, però che il sangue della casa di Francia mai non tradì nè amico nè nimico. Il perchè dovesse loro piacere venisse a fare il suo uficio.

Molti dicitori si levarono in piè affocati per [p. 78 modifica]dire e magnificare messer Carlo, e andorono alla ringhiera tosto ciascuno per essere il primo. Ma i signori niuno lasciorono parlare. Ma tanti furono che gli ambasciadori s’avvidono che la parte che volea messer Carlo era maggiore e più baldanzosa che quella non lo volea. E al loro signore scrissono che aveano inteso che la parte de’ Donati era assai inalzata, e la parte de’ Cerchi era assai abbassata.

I signori dissono agli ambasciadori, risponderebbono al loro signore per ambasciata. E intanto preson loro consiglio; perchè, essendo la novità grande, niente voleano fare sanza il consentimento de’ loro cittadini.

Richiesono adunque il consiglio generale della parte guelfa e delli settantadue mestieri d’arti, i quali aveano tutti i consoli: e imposono loro che ciascuno consigliasse per scrittura se alla sua arte piacea che messer Carlo di Valos fusse lasciato venire in Firenze come paciaro. Tutti risposono a voce e per scrittura fusse lasciato venire e onorato fusse come signore di nobile sangue: salvo i fornai, che dissono che nè ricevuto nè onorato fusse, perchè venia per distruggere la città.

Mandoronsi gli ambasciadori, e furono gran cittadini di popolo, dicendoli che potea liberamente venire: commettendo loro che da lui ricevessono lettere bollate, che non acquisterebbe contro a noi niuna giurisdizione, nè [p. 79 modifica]occuperebbe niuno onore della città nè per titolo d’imperio nè per altra cagione, nè le leggi della città muterebbe nè l’uso. Il dicitore fu messer Donato d’Alberto Ristori con più altri giudici in compagnia. Fu pregato il cancelliere suo che pregasse il signore suo che non venisse il dì d’Ognissanti: però che il popolo minuto in tal di facea festa con i vini nuovi, e assai scandoli potrebbono incorrere, i quali con la malizia de’ rei cittadini potrebbono turbare la città. Il perchè deliberò venire la domenica seguente, stimando che per bene si facesse lo indugio.

Andorono gli ambasciadori più per avere la lettera innanzi la sua venuta che per altra cagione: avvisati che, se avere non si potesse come promesso avea, prendessono di lui ria fidanza e a Poggibonzi gli negassono il passo, il quale era ordinato di afforzare per salvezza della terra. E commissione n’ebbe di vetarli la vivanda messer Bernardo de’ Rossi, che era vicario in questo tempo. La lettera venne, e io la vidi e feci copiare e tennila fino alla venuta del signore: e quando fu venuto, io lo domandai se di sua vo luntà era scritta; rispose: Si certamente.

Quelli che ’l conduceano, s’affrettorono; e di Siena il trassono quasi per forza, e donoronli fiorini diciasettemila per avacciarlo. Però che lui temea forte la furia de’ Toscani e [p. 80 modifica]venia con gran riguardo. I conduttori lo confortavano, e la sua gente, e diceano: Signore, e sono vinti, e domandano indugio di tua venuta per alcuna malizia e fanno congiure. Ed altre sospinte gli davono: ma congiura alcuna non si facea.

Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero, imaginando: questo signore verrà, e tutti i cittadini troverrà divisi; di che grande scandalo ne seguirà. Pensai (per lo uficio ch’io tenea e per la buona volunlà ch’io sentia ne’ miei compagni) di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni (e così feci), dove furono tutti gli ufici. E quando mi parve tempo, dissi: Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendesti il sacro battesimo di questo fonte, la ragione vi sforza e striglie ad amarvi come cari fratelli, e ancora perchè possedete la più nobile città del mondo. Tra voi è nato alcuno sdegno per gara d’ufici, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con saramento vi abbiamo promesso d'accomunarli. Questo signore viene, e concimisi onorare. Levate via i vostri sdegni e fate pace tra voi, acciò che non vi trovi divisi. Levate tutte l'offese e ree volontà state tra voi di qui adietro, siano perdonate e dimesse per amore e bene della vostra città. E sopra a questo sacrato fonte, onde traesti il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace [p. 81 modifica]acciò che il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti. A queste parole tutti s’accordorono e così feciono, toccando il libro corporalmente, e giurorono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizioni della città: e così fatto, ci partimmo di quel luogo.

I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavono il libro e che mostravono più acceso animo, furono i principali alla distruzione della città: de’ quali non dirò il nome per onestà. Ma non posso tacere il nome del primo, perchè fu cagione di fare seguitare gli altri: il quale fu il Rosso dello Strozza, furioso nella vista e nell’opere, principio degli altri; il quale poco poi portò il peso del saramento.

Quelli che aveano mal talento diceano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe alcuna fraude, io ne debbo patire le pene: benchè di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia.

Venne il detto messer Carlo nella città di Firenze domenica a’ di 4 di novembre 1301, e da’ cittadini fu molto onorato con palio e con armeggiatori. La gente comune perdè il vigore: la malizia si cominciò a stendere. Vennono i Lucchesi, dicendo che veniono a onorare il [p. 82 modifica]gnore: i Perugini con 200 cavalli; messer Cante d’Agobbio con molti cavalieri sanesi e con molti altri a sei e a dieci per volta, avversarii de’ Cerchi. A Malatestino e a Mainardo da Susinana non si negò l’entrata per non dispiacere al signore: e ciascuno si mostrava amico. Sicchè co’ cavalli di messer Carlo, che erano 800, e con quelli de’ paesani d’attorni venuti, vi si trovarono cavalli 1200 al suo comandamento.

Il signore smontò in casa i Frescobaldi. Assai fu pregato smontasse dove il grande e onorato re Carlo smontò e tutti i grandi signori che nella città veniano; però che lo spazio era grande e il luogo sicuro. Ma i suoi conducitori non lo feciono, anzi providono afforzarsi con lui oltr’Arno, imaginando: se noi perdiamo il resto della città, qui rauneremo nostro sforzo.

I signori priori elessono 40 cittadini d’amendue le parti e con loro si consigliavano della salvezza della terra, acciò che da niuna delle parti non fussono tenuti sospetti. Quelli che aveano reo proponimento non parlavano: gli altri aveano perduto il vigore.

Baldino Falconieri, uomo vile, dicea: Signori, io sto bene, perch’io non dormia sicuro; mostrando viltà a’ suoi avversarii. Tenca la ringhiera impacciata mezzo il dì, e eravamo ne’ più bassi tempi dell’anno. Google [p. 83 modifica]

Messer Lapo Salterelli, il quale molto temea il papa per l’aspro processo avea fatto contro a lui e per appoggiarsi co’ suoi avversarii, pigliava la ringhiera e biasimava i signori, dicendo: Voi guastate Firenze: fate l’uficio nuovo comune, recate i confinati in città. E avea messer Pazzino de’ Pazzi in casa sua, che era confinato, confidandosi in lui che lo scampasse, quando fusse tornato in stato.

Alberto il Giudice, ricco popolano, maninconico e viziato, montava in ringhiera biasimando i signori perchè non s’affrettavano a fare i nuovi e a fare ritornare i confinati. Messer Lotteringo da Monte Sperloli dicea: Signori, volete voi essere consigliati? fate l’uficio nuovo, ritornate i confinati a città, traete le porte de gangheri: cioè, se voi fate queste due cose, potete dire d’abbattere la chiusura delle porte.

I’ domandai messer Andrea da Cerreto, savio legista, d’antico ghibellino fatto guelfo nero, se fare si potea uficio nuovo sanza offendere gli ordini della giustizia. Rispose che non si potea fare. E io, che n’era stato accusato e appostomi ch’io avea offesi quelli ordini, proposimi osservarli e non lasciare fare l’uficio contro alle leggi.

In questo tempo tornorono i due ambasciadori, rimandati indietro dal papa. L’uno fu Maso di messer Ruggierino Minerbetti, falso [p. 84 modifica]popolano, il quale non di fendea la sua voluntà, ma seguiva quella d’altri. L’altro fu il Corazzo da Signa, il quale tanto si riputava guelfo che a pena credea che nell’animo di niuno quella parte fusse altro che spenta. Narrareno le parole del papa: onde io a ritrarre sua ambasciata fui colpevole. Misila ad indugio e feci loro giurare credenza: e non per malizia la indugiai. Appresso raunai sei savi legisti e fecila innanzi loro ritrarre, e non lasciai consigliare di voluntà de’ miei compagni. Io proposi e consigliai e presi il partito che a questo signore si volea ubbidire, e che subito gli fusse scritto che noi eravamo alla sua voluntà e che per noi addirizzare ci mandasse messer Gentile da Montefiore, cardinale. Intendi questo signore per il papa e non per messer Carlo.

Colui, che le parole lusinghevoli da una mano usava, e dall’altra producea il signore sopra noi, spiando chi era nella città, lasciò le lusinghe e usò le minacce. Uno falso ambasciadore palesò l’imbasciata, la quale non aveano potuto sentire. Simone Gherardini avea loro scritto di corte che il papa gli avea detto: Io non voglio perdere gli uomini per le femminelle. I guelfi neri sopra ciò si consigliarono, e stimarono per queste parole che gli ambasciadori fussono d’accordo col papa, dicendo: Se sono d’accordo, noi siamo vacanti. Pensarono [p. 85 modifica]di stare a vedere che consiglio i priori prendessono, dicendo: Se prendono il no, noi sian morti: se pigliano il sì, pigliamo noi i ferri; sì che da loro abbiamo quello che avere se ne può. E così feciono. Incontenente che udirono che al papa per li rettori si ubbidia, subito s’armorono e misonsi a offendere la città col fuoco e’ ferri, a consumare e struggere la città.

I priori scrissono al papa segretamente: ma tutto seppe la parte nera, però che quelli che giurarono credenza, non la tennono. La parte nera avea due priori segreti di fuori, e durava il loro uficio sei mesi. De’ quali l’uno era Noffo Guidi, iniquo popolano, crudele, perchè pessimamente aoperava per la sua città, e avea in uso che le cose facea in segreto biasimava, e in palese ne biasimava i fattori. Il perchè era tenuto di buona temperanza: e di mal fare traea sustanza.

I signori erono molto stimolati da i maggiori cittadini che facessono nuovi signori: benchè contro alla legge della giustizia fusse, perchè non era il tempo da eleggerli. Accordammoci di chiamarli più per pietà della città che per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io in nome di tutto l’uficio e ebbivi molti popolani, i più potenti, perchè sanza loro fare non si potea. Ciò furono Cione Magalotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi per [p. 86 modifica]parte nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani e ’l Corazza Ubaldini per parte bianca. E a loro umilmente parlai con gran tenerezza dello scampo della città, dicendo: Io voglio fare l’uficio comune, da poi che per gara degli ufici è tanta discordia. Fummo d’accordo e eleggemmo sei cittadini comuni, tre de’ neri e tre de’ bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemmo di sì poco valore che niuno ne dubitava. I quali scritti posi su l’altare. E Noffo Guidi parlò e disse: Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino. E io gli dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza che mi domandò che mi piacesse far la loro parte, nell’uficio, maggiore che l’altra: che tanto fu a dire, quanto disfà l’altra parte, e me porre in luogo di Giuda. E io li risposi che, innanzi io facessi tanto tradimento, darei i miei figliuoli a mangiare a’ cani. E così da collegio ci partimmo.

Messer Carlo di Valos ci facea spesso invitare a mangiare. Rispondevamli che per nostro saramento la legge ci costringea, che fare non lo potavamo. E ciò era vero, perchè fra noi stimavamo che contro a nostra voluntà ci arebbe ritenuti. Ma pure un giorno ci trasse di palazzo, dicendo che a Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare per bene de’ cittadini, e che piacesse alla signoria esservi. Ma, perchè troppo sospetto mostrava il [p. 87 modifica]negarlo, deliberammo che tre di noi v’andassimo e gli altri rimanesson in palagio.

Messer Carlo fe’ armare la sua gente e posela alla guardia della città, alle porte dentro e di fuori; però che i falsi consiglieri gli dissono che dentro, non potrebbe tornare e che la porta gli sarebbe serrata. E sotto questo protesto aveano pensato malvagiamente che se la signoria vi fusse ita tutta, d’ucciderci fuori della porta e correre la terra per loro. E ciò non venne ioro fatto, perchè non ve ne andorono più che tre; a’ quali niente disse, come colui che non volea parlare, ma sì uccidere.

Molti cittadini si dolsono di noi per quella andata, parendo loro che andassono al martirio. E quando furono tornati, lodavano Iddio, che da morte gli avea scampati.

I signori erono stimolați da ogni parte. I buoni diceano che guardassono ben loro e la loro città: i rei li contendeano con quistioni: e tra le domande e le risposte il diì se ne andava. I baroni di messer Carlo gli occupavano con lunghe parole; e così viveano con affanno.

Venne a noi un sant’uomo un giorno celatamente, e chiuso e’ pregocci che di suo nome non parlassimo, e disse: Signori, voi venite in gran tribulazioni e la vostra città. Mandate a dire al vescovo facci far processione, e imponeteli ch’ella non vada oltr’Arno: e del pericolo [p. 88 modifica]cesserà gran parte. Costui fu uomo di santa vita e di grand’astinenza e di gran fama, per nome chiamato frate Benedetto. Seguitammo il suo consiglio; e molti ci schernirono, dicendo che meglio era arrotare i ferri. Facemmo pe’ consigli leggi aspre e forti, e demmo balía a’ rettori contro a chi facesse rissa o tumulto, e pene personali imponemmo, e che mettessero il ceppo e la mannaia in piazza per punire i malifattori e chi contraffacesse.

A messere Schiatta Cancellieri, capitano di guerra, crescemmo balía e confortammo di ben fare, comechè niente valse; però che i messi, famigli e berrovieri lo tradirono. E trovossi che venti berrovieri di loro doveano avere fiorini mille e ucciderli: i quali misono fuori del palazzo. Molto si studiavano difendere la città dalla malizia de’ loro avversarii: ma niente giovò, perchè usorono modi pacifici, e voleano essere repenti e forti. Niente vale l’umiltà contro alla grande malizia.

I cittadini di parte nera parlavano sopra mano, dicendo: Noi abbiamo il signore in casa; il papa è nostro protettore; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; danari non hanno; i soldati non sono pagati. Eglino aveano messo in ordine tutto ciò che a guerra bisognava per accogliere tutte loro amistà nel sesto d’oltr’Arno: nel quale ordinorono tenere Sanesi, Perugini, [p. 89 modifica]Lucchesi, Samminiatesi, Volterrani, Sangimignanesi. Tutti i vicini avean corrotti, e aveano pensato tenere il ponte a Santa Trinita e di rizzare su due palagi alcuno edificio da gittare pietre, e aveano invitati molti villani d’attorno e tutti gli sbanditi di Firenze.

I guelfi bianchi non ardivono mettersi gente in casa, perchè i priori gli minacciavano di punire, e chi raunata facesse: e così teneano in paura amici e nimici. Ma non doveano gli amici credere che gli amici loro gli avessono morti perchè procurassono la salvezza di loro città, benchè il comandamento fusse. Ma non lasciarono tanto per tema della legge, quanto per l’avarizia; perchè a messer Torrigiano de’ Cerchi fu detto: Fornitevi, e ditelo agli amici vostri.

I neri, conoscendo i nimici loro vili che aveano perduto il vigore, s’avvacciorono di prendere la terra, e uno sabato a’ di..... di novembre s’armorono co’ loro cavalli coperti e cominciorono a seguire l’ordine dato. I Medici, potenti popolani, assalírono e fedirono uno valoroso popolano chiamato Orlanduccio Orlandi, il dì, passato vespro, e lascioronlo per morto. La gente s’armò a piè e a cavallo, e vennono al palagio de’ priori. E uno valente cittadino chiamato Catelina Raffacani disse: Signori, voi sete traditi. E’ viene verso la notte: non penale, mandate per le vicherie: e [p. 90 modifica]domattina all’alba pugnate contro a’ vostri avversarii. Il podestà non mandò la sua famiglia a casa il malfattore: nè il gonfaloniere della giustizia non si mosse a punire il maleficio, perchè avea tempo dieci dì.

Mandossi per le vicherie: e vennono e spiegorono le bandiere: e poi nascosamente n’andorono dal lato di parte nera, e al comune non si appresentarono. Non fu chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio de’ signori, quantunque il gonfalone della giustizia fusse alle finestre. Trassonvi i soldati che non erano corrotti e l’altre genti, i quali armati stando al palagio erono alquanto seguiti. Altri cittadini ancora vi trassono a piè e a cavallo, amici; e alcuni nimici, per vedere che effetto avessono le cose.

I signori, non usi a guerra, occupati da molti che voleano essere uditi; e in poco stante si fe’ notte. Il podestà non vi mandò sua famiglia nė non si armò: lasciò l’uficio suo a’ priori, che potea andare alla casa de’ malfattori con arme, con fuoco e con ferri. La raunata gente non consigliò. Messere Schiatta Cancellieri capitano non si fece innanzi ad operare e a contastare a’ nimici, perchè era uomo più alto a riposo e a pace che a guerra; con tutto che per li volgari si dicesse che si diè vanto d’uccidere messer Carlo: ma non fu vero.

Venuta la notte, la gente si cominciò a [p. 91 modifica]partire e le loro case afforzorono con asserragliare le vie con legname, acciò che transcorrere non potesse la gente.

Messer Manetto Scali (nel quale la parte bianca avea gran fidanza, perchè era potente d’amici e di seguito) cominciò afforzare il suo palagio e fecevi edificii da gettare pietre. Gli Spini aveano il loro palagio grande incontro al suo ed eransi provveduti essere forti; perchè sapeano bene che qui era bisogno riparare, per la gran potenza che si stimava della casa degli Scali.

Infra detto tempo cominciorone le dette parti a usare nuova malizia, chè tra loro usavano parole amichevoli. Li Spini diceano alli Scali: Deh perchè facciamo noi così? noi siamo pure amici e parenti, e tutti guelfi: noi non abbiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo che tiene il popolo a voi e a noi; e saremo maggiori che noi non siamo. Mercè, per Dio, siamo una cosa come noi dovemo essere. E così feciono i Buondalmonti ai Gherardini, e i Bardi ai Mozzi, e messer Rosso della Tosa al Baschiera suo consorto: e così feciono molt’altri. Quelli che riceveano tali parole s’immollavono nel cuore per pietà della parte: onde i loro seguaci invilirono. I ghibellini, credendo con sì fatta vista essere ingannati e traditi da coloro in cui si confidavono, tutti rimasono smarriti. Sì che poca gente rimase fuori, [p. 92 modifica]altro che alcuni artigiani, a cui commisono la guardia.

I baroni di messer Carlo e il malvagio cavaliere messer Muciatto Franzesi sempre stavano intorno a’ signori, dicendo che la guardia della terra e delle porte si lasciasse a loro, e spezialmente del sesto d’oltr’Arno; e che al loro signore aspettava la guardia di quel sesto, e ch’e’ volea che de’ malfattori si facesse aspra giustizia. E sotto questo nascondeano la loro malizia; chè per acquistare più giurisdizione nella terra il faceano.

Le chiavi gli furono negate e le porte d’oltr’Arno gli furono raccomandate, e levati ne furono i Fiorentini e furonvi messi i Franciosi. E messer Guglielmo cancelliere e ’l manescalco di messer Carlo giurorono nelle mani a me Dino, ricevente per lo Comune, e dieronmi la fede del loro signore, che ricevea la guardia della terra sopra sè e guardarla e tenerla a petizione della nostra signoria. E mai credetti che uno tanto signore e della casa reale di Francia rompesse la sua fede: perchè passò piccola parte della seguente notte che per la porta (che noi gli demmo in guardia) diè l’entrata a Gherarduccio Buondalmonti (che avea bando) accompagnato con molt’altri sbanditi.

I signori domandati da uno valente popolano, che avea nome Aglione di Giova Aglioni, e disse: Signori, e’ sarà bene a fare rifermare [p. 93 modifica]più forte la porta a San Brancazio, fugli risposto che la facesse fortificare come gli paresse; e mandoronvi maestri con la loro bandiera. I Tornaquinci, potente schiatta, i quali crono benc guerniti di masnadieri e d’amici, assalirono i detti maestri e fedironli e misonli in rotta; e alcuni fanti che erono nelle torri per paura le abbandonorono. Laonde i priori, per l’una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano. E questo seppono da uno che fu preso una notte, il quale in forma d’uno venditore di spezie andava invitando le case potenti, avvisandoli che innanzi giorno si dovessono armare. E così tutta loro speranza venne meno: e deliberorono, quando i villani fussono venuti in loro soccorso, prendere la difesa. Ma ciò venne fallito: chè i malvagi villani gli abbandonarono, e le loro insegne celavano spiccandole dall’asti; e i loro famigli li tradirono. E i gentiluomini da Lucca, essendo rubati da’ Bordoni e tolte loro le case dove abitavano, si partirono e non si fidarono. E molti soldati si volsono a servire i loro avversarii. Il podestà non prese arme, ma con parole andava procurando in aiuto di messer Carlo di Valos.

Il giorno seguente i baroni di messer Carlo e messer Cante d’Agobbio e più altri furono a’ priori per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole. Giuravan che il [p. 94 modifica]loro signore si tenea tradito e ch’egli facea armare i suoi cavalieri, e che piacesse loro la vendetta fusse grande, dicendo: Tenete per fermo che se il nostro signore non ha cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare testa. E questo medesimo dicea il podestà, che venia da casa messer Carlo e che gliel’avea udito giurare di sua bocca, ch’e’ farebbe impiccare messer Corso Donati. Il quale (essendo sbandito) era entrato in Firenze la mattina con dodici compagni, venendo da Ognano: e passò Arno e andò lungo le mura fino a San Piero Maggiore, il qual luogo non era guardato da’ suoi avversarii: e entrò nella città come ardito e franco cavaliere. Non giurò messer Carlo il vero, perchè di sua saputa venne.

Entrato messer Corso in Firenze, furono i bianchi avvisati della sua venuta, e con lo sforzo poterono gli andorono incontro. Ma quelli che erano bene a cavallo non ardirono a contrastarli: gli altri, veggendosi abbandonati, si ritirorono adietro. Per modo che messer Corso francamente prese le case de’ Corbizzi da San Piero e posevi su le sue bandiere, e ruppe le prigioni per modo che gl’incarcerati n’uscirono: e molta gente il seguì con grande sforzo. I Cerchi si rifuggirono nelle loro case, stando con le porte chiuse.

I procuratori di tanto male falsamente si mossono e convertirono messere Schiatta [p. 95 modifica]Cancellieri e messer Lapo Salterelli, i quali vennoro a’ priori e dissono: Signori, voi vedete messer Carlo molto crucciato: e’ vuole che la vendetta sia grande e che il comune rimanga signore. E pertanto a noi pare che si eleggano d’amendue le parti i più potenti uomini e mandinsi in sua custodia, e poi si faccia la esecuzione della vendetta grandissima.

Le parole erono di lunge dalla verità. Messer Lapo scrisse i nomi; messere Schiatta comandò a tutti quelli ch’erano scritti che andassono a messere Carlo per più riposo della città. I neri v’andorono con fidanza, i bianchi con temenza. Messer Carlo li fece guardare: i neri lasciò partire, ma i bianchi ritenne presi quella notte sanza paglia e sanza materasse, come uomini micidiali.

O buon re Luigi, che tanto temesti Iddio, ove è la fede della real casa di Francia, caduta per mal consiglio, non temendo vergogna? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato, ma assassino, imprigionando i cittadini a torto e mancando della sua fede e falsando il nome della real casa di Francia! Maestro Ruggieri, giurato alla detta casa, essendo ito al suo convento, gli disse: Sotto di te perisce una nobile città. Al quale rispose che niente ne sapea.

Ritenuti così i capi di parte bianca, la gente sbigottita si cominciò a dolere. I priori [p. 96 modifica]comandorono che la campana grossa fusse sonata, la quale era su il loro palagio: benchè niente giovò, perchè la gente sbigottita non trasse. Di casa i Cerchi non uscì uomo a cavallo nė a piè armato: solo messer Goccia e messer Bindo Adimari, e loro fratelli e figliuoli, vennono al palagio; e non venendo altra gente, ritornorono alle loro case, rimanendo la piazza abbandonata.

La sera appari in cielo un segno maraviglioso, il quale fu una croce vermiglia sopra il palagio de’ priori. Fu la sua lista ampia più che palmi uno e mezzo: e l’una linea era di lunghezza braccia venti in apparenza, quella attraverso un poco minore. La quale durò per tanto spazio quanto penasse uno cavallo a correre dua aringhi. Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemmo comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato.

Gli uomini che temeano i loro avversarii si nascondeano per le case de’ loro amici. L’uno nimico offendea l’altro: le case si cominciavano ad ardere: le ruberie si faceano, e fuggivansi gli arnesi alle case degl’impotenti. I neri potenti domandavano danari a’ bianchi: maritavansi fanciulle a forza, uccideansi uomini; e quando una casa ardea forte, messer Carlo domandava: Che fuoco è quello? eragli risposto che era una capanna, quando era uno ricco [p. 97 modifica]palazzo. E questo mal fare darò giorni sei: che così era ordinato. Il contado ardea da ogni parte. I priori per piatà della città, vedendo multiplicare il mal fare, chiamorono merzè a molti popolani potenti, pregandoli per Dio avessono piatà della loro città. I quali niente ne vollono fare; e però lasciorono il priorato.

Entrorono nuovi priori a dì 1 di novembre 1301 e furono Baldo Ridolfi, Duccio di Gherardino Magalotti, Neri di messer Iacopo Ardinghelli, Ammannato di Rota Beccanugi, messer Andrea da Cerreto, Ricco di ser Compagno degli Albizzi e Tedice Manovelli gonfaloniere di giustizia, pessimi popolani e potenti nella loro parte. Li quali feciono leggi che i priori vecchi in niun luogo si potessono ragunare a pena della testa. E compiuti i sei di utili stabiliti a rubare, elessono per podestà messer Cante Gabbrielli d’Agobbio: il quale riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì.

Uno cavaliere della somiglianza di Catilina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, adorno di belli costumi, sottile d’ingegno, con l’animo sempre intento a mal fare (col quale molti masnadieri si raunavano, e gran seguito avea) molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a’ Cerchi e a’ loro amici: molto avere guadagnò e in grand’altezza salì. Costui fu [p. 98 modifica]messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il barone, che quando passava per la terra, molti gridavano: Viva il barone; e parea la terra sua. La vanagloria il guidava, e molti servigi facea.

Messer Carlo di Valos, signore di grande e disordinata spesa, convenne palesasse la sua rea intenzione. E’ cominciò a volere trarre danari da’ cittadini: fece richiedere i priori vecchi, i quali tanto avea magnificati e invitati a mangiare, e a cui avea promesso per sua fede e per sue lettere bollate di non abbattere gli onori della città e non offendere le leggi municipali. Volea da loro trarre danari, opponendo gli aveano vietato il passo e preso l’uficio del paciaro ed offeso parte guelfa, e a Poggibonzi aveano cominciato a fare bastia contro all’onore del re di Francia e suo. E così gli perseguitava per trarre danari. E Baldo Ridolfi de’ nuovi priori era mezzano e diceva: Vogliate più tosto darli de’ vostri danari che andare presi in Puglia. Non ne dierono alcuno; perchè tanto crebbe il biasimo per la città che gli lasciò stare.

Era in Firenze uno ricco popolano e di gran bontà, chiamato per nome Rinuccio di Senno Rinucci, il quale avea molto onorato messer Carlo a uno suo bel luogo, quando andava a uccellare con suoi baroni. Il quale fece pigliare e posegli di taglia fiorini quattromila, o lo [p. 99 modifica]manderebbe preso in Puglia. Pure per preghiere di suoi amici lo lasciò per fiorini ottocento: e per simil modo ritrasse molti danari.

Grandissimi mali feciono i Donati, i Rossi, i Tornaquinci e i Bostichi. Molta gente sforzarono e ruborono, e spezialmente i figliuoli di Corteccione Bostichi. I quali presono a guardare i beni d’uno loro amico, ricco popolano, chiamato Geri Rossoni, e ebbono da lui per la guardatura fiorini cento: e poi furono pagati, eglino il ruborono. Di che dolendosene, il padre loro gli disse che delle sue possessioni gli darebbe tante delle sue terre egli sarebbe sodisfatto: e vollegli dare podere avea a San Sepolcro, che valea più che non gli aveano tolto. E volendo il soprappiù che valea in danari contanti, Geri gli rispose: Dunque vuoi tu ch’io ti dia danari acciò che i figliuoli tuoi mi tolgano la terra? questo non voglio io fare, chè sarebbe mala menda. E così rimase.

Questi Bostichi feciono moltissimi mali e continuoronli molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali erono in Mercato Nuavo nel mezzo della città. E di mezzo dì li metteano al tormento. E volgarmente si dicea per la terra: Molte corti ci sono; e annoverando i luoghi dove si dava tormento, si diceva: A casa i Bostichi in Mercato.

Molti disonesti peccati si feciono di femmine [p. 100 modifica]vergini; rubare i pupilli e uomini impotenti, spogliati de’ loro beni, e’ cacciavangli della loro città. E molti ordini feciono, quelli che voleano, e quanto e come. Molti furono accusati, e convenia loro confessare aveano fatta congiura, che non l’aveano fatta, e erono condannati in fiorini mille per uno. E chi non si difendea, era accusato e per contumace era condannato nell’avere e nella persona: e chi ubidiva, pagava. E dipoi, accusati di nuove colpe, erano cacciati di Firenze sanza nulla piatà. Molti tesori si nascosono in luoghi segreti. Molte lingue si cambiorono in pochi giorni: molte villanie furono dette a’ priori vecchi a gran torto pur da quelli che poco innanzi gli aveano magnificati: molti gli vituperarono per piacere agli avversarii: e molti dispiaceri ebbono. E chi disse mal di loro mentirono, perchè tutti furono disposti al bene comune e all’onore della repubblica. Ma il combattere non era utile, perchè i loro avversarii erano pieni di speranza. Iddio gli favoreggiava, il papa gli aiutava, messer Carlo aveano per campione: i nimici non temeano. Sicchè tra per la paura e avarizia i Cerchi di niente si providono, e erono i principali della discordia. E, per non dare mangiare a’ fanti e per loro viltà, niuna difesa nè riparo feciono nella loro cacciata. E essendone biasimati e ripresi, rispondeano che tengano le leggi. E questo non era vero; però [p. 101 modifica]che venendo a’ signori messer Torrigiano de’ Cerchi per sapere di suo stato, fu da loro in mia presenza confortato che si fornisse e apparecchiassesi alla difesa, e agli altri amici il dicesse, e che fusse valente uomo. Non lo feciono; però che per viltà mancò loro il cuore. Onde i loro avversarii ne presono ardire e inalzorono. Il perchè dierono le chiavi della città a messer Carlo.

O malvagi cittadini procuratori della distruzione della vostra città, dove l’avete condotta! E tu, Ammannato di Rota Beccanugi, disleale cittadino, iniquamente ti volgesti a’ priori e con minacce studiavi le chiavi si dessino. Guardate le vostre malizie dove ci hanno condotto! O tu, Donato Alberti, che con fastidio facevi vivere i cittadini, dove sono le tue arroganze, che ti nascondesti in una vile cucina di Nuto Marignolli? E tu, Nuto, proposto e anziano del sesto tuo, che per animosità di parte guelfa ti lasciasli ingannare!

O messer Rosso dalla Tosa, empi il tuo animo grande, che per avere signoria dicesti che grande era la parte tua; e schiudesti i fratelli della parte loro.

O messer Geri Spini, empi loro l’animo tuo: diradica i Cerchi, acciò che possi delle fellonie tue vivere sicuro.

O messer Lapo Saltarelli, minacciatore e battitore de’ rettori, che non ti serviano nelle [p. 102 modifica]tue quistioni, ove t’armasti? in casa i Pulci, stando nascoso.

O messer Berto Frescobaldi, che ti mostravi così amico de’ Cerchi e faceviti mezzano della quistione per avere da loro in presto fiorini dodicimila, ove li meritasti? ove comparisti?

O messer Manetto Scali, che volevi essere tenuto sì grande e temuto, credendoti a ogni tempo rimanere signore, ove prendesti l’arme? ov’è il seguito tuo? ove sono i cavalli coverti? Lasciastiti sottomettere a coloro che di niente erono temuti appresso a te.

O voi popolani che desideravate gli ufici e succiavate gli onori e occupavate i palagi de’ rettori, ove fu la vostra difesa? nelle menzogne, simulando e dissimulando, biasimando gli amici e lodando i nimici, solamente per campare. Adunque piangete sopra voi e la vostra città.

Molti nelle rie opere divennero grandi, i quali avanti nominati non erano: e nelle crudeli opere regnando cacciarono molti cittadini e fecionli ribelli e sbandeggiorono nell’avere e nella persona. Molte magioni guastorono e molti ne puniano, secondo che tra loro era ordinato e scritto. Niuno ne campò che non fusse punito. Non valse parentado nè amistà: nė pena si potea minuire nè cambiare a coloro a cui determinate erano. Nuovi matrimonii niente valsero: ciascuno amico divenne [p. 103 modifica]nimico: i fratelli abbandonavano l’un l’altro, il figliuolo il padre: ogni amore, ogni umanità si spense. Molti ne mandorono in esilio di lunge sessanta miglia dalla città; molti gravi pesi imposono loro e molte imposte, e molti danari tolson loro. Molte ricchezze spensono: patto, pietà nè mercè in niuno mai si trovò. Chi più dicea, Moiano, moiano i traditori, colui era il maggiore.

Molti di parte bianca e antichi ghibellini per lunghi tempi, furono ricevuti da’ neri in compagnia solo per loro mal fare. Fra’ quali fu messer Betto Brunelleschi, messer Giovanni Rusticelli, messer Baldo d’Aguglione e messer Fazio da Signa e più altri: i quali si dierono a distruggere i bianchi. E oltre agli altri, messer Andrea e messer Aldobrando da Cerreto, che oggi si chiamano Cerretani, per antico d’origine ghibellina, e’ diventorono di parte nera.

Baschiera Tosinghi era uno giovane figliuolo d’un partigiano, cavaliere, nominato messer Bindo del Baschiera: il quale molte persecuzioni sofferì per parte guelfa, e nel castello di Fucecchio perdè uno occhio per uno quadrello gli venne, e nella battaglia con li Aretini fu fedito e morì. Questo Baschiera rimase dopo il padre: dovendo avere degli onori della città, come giovane che ’l meritava, ne era privato, perchè i maggiori di casa sua prendevano gli [p. 104 modifica]onori e l’utile per loro e non l’accomunavano. Costui, acceso nell’animo di parte guelfa, quando la terra si volse nella venuta di messer Carlo, vigorosamente s’armò: e contro a’ suoi consorti ed avversarii pugnava con fuoco e con ferri e con la compagnia de’ fanti che avea seco.

I fanti, che il comune avea a soldo di Romagna, vedendo perdere la terra, l’abbandonorono; e andorono al palagio per avere le loro paghe e chiesonle per avere cagione di partirsi. I priori accattorono fiorini cento da Baldone Angielotti e dieronli a’ fanti. E colui, che li prestò, volle i fanti stessono appresso a lui per guardia della casa sua. E così perdè il Baschiera i fanti che erono con lui. Di tanto vigore fussono stati gli altri cittadini di sua parte, che non arebbono perduto! Ma vanamente pensorono dandosi a credere non essere offesi.

Poichè messer Carlo di Valos ebbe rimesso parte nera in Firenze, andò a Roma: e domandando danari al papa, gli rispose che l’avea messo nella fonte dell’oro. Indi a pochi dì si disse che alcuni di parte bianca teneano trattato con messer Piero Ferrante di Linguadoca, barone di messer Carlo, per farlo uccidere: de’ patti se ne trovorono, che dovea a loro petizione uccidere messer Carlo. Il quale, tornato da corte, raunò in Firenze un consigliò segreto [p. 105 modifica]di diciassette cittadini una notte; nel quale si trattò di fare prendere certi che nominavano colpevoli e fare loro tagliare la testa. Il detto consiglio si recò a minore numero, perchè se ne partirono sette e rimasono dieci: e fecionlo perchè i nominati fuggisson e lasciasson la terra.

Feciono cercare la notte segretamente messer Goccia Adimari e ’l figliuolo e messer Manetto Scali che era a Calenzano e andonne a Mangona. E poco poi messer Muccio da Biserno soldato con gran masnada, e messer Simone Cancellieri, nimico di detto messer Manetto, giunsono a Calenzano credendolo trovare; e cercando di lui, fino la paglia de’ letti con ferri fororono.

Il giorno seguente messer Carlo gli fece richiedere e più altri, e per contumaci e per traditori gli condannò, e arse loro le case, e’ beni pubblicò in comune per l’uficio del paciaro. I quali beni messer Manetto fece ricomperare a’ suoi compagni fiorini cinquemila, acciò che i libri della compagnia di Francia non li facesse torre: e difesonsi per la detta compagnia.

Messer Giano di messer Vieri de’ Cerchi (giovane cavaliere) era in palagio di messer Carlo, richiesto e dato in guardia a due cavalieri franciosi, che onestamente lo teneano per la casa. Messer Paniccia degli Erri e messer [p. 106 modifica]Berto Frescobaldi, sentendolo, andorono nel palagio ch’era loro e misonsi tra il cavaliere e le due guardie, parlando con loro, e a lui feciono cenno di partirsi; e così segretamente si partì. Dissesi che tolti gli arebbe danari assai e poi la persona. Il simile avvenne a’ più richiesti che partiti erono: gli condannava nell’avere e nella persona, e i beni confiscava in comune. Per modo che il comune ebbe fiorini ventiquattromila: e egli finì tutto ciò che gli avea applicato sotto il titolo del paciaro.

Del mese d’aprile 1302 avendo fatti richiedere molti cittadini ghibellini e guelfi di parte bianca, condannò gli Uberti, la famiglia degli Scolari, de’ Lamberti, degli Abati, Soldanieri, Rinaldeschi, Migliorelli, Tedaldini: e bandì e confinò tutta la famiglia de’ Cerchi, messer Baldo, messer Biligiardo, Baldo di messer Talano e Baschiera Tosinghi; messer Goccio e il figliuolo, Corso di messer Forese e Baldinaccio Adimari; messer Vanni de’ Mozzi, messer Manetto e Vieri Scali; Naldo Gherardini, i conti da Gangalandi, messer Neri da Gaville, messer Lapo Salterelli, messer Donato di messer Alberto Ristori, Orlanduccio Orlandi, Dante Allighieri, ch’era ambasciadore a Roma, i figliuoli di Lapo Arrighi, i Ruffoli, gli Angiolotti, gli Ammuniti, Lapo del Biondo e’ figliuoli, Giovangiacotto Malespini, i Tedaldi, il Corazza Ubaldini, ser Petrarca di ser Parenzo [p. 107 modifica]dell’Ancisa, notaio alle riformagioni; Masino Cavalcanti e alcuno suo consorto, messer Betto Gherardini, Donato e Tegghia Finiguerri, Nuccio Galigai e Tignoso de’ Macci e molti altri: che furono più d’uomini seicento, i quali andorono stentando per lo mondo, chi qua e chi là.

Rimase la signoria della città a messer Corso Donati, a messer Rosso dalla Tosa, a messer Pazzino de’ Pazzi, a messer Geri Spini, a messer Betto Brunelleschi, a’ Buondalmonti, a gli Agli, a’ Tornaquinci, a parte de’ Gianfigliazzi, a’ Bardi, a parte de’ Frescobaldi, a’ Rossi, a parte de’ Nerli, a’ Pulci, a’ Bostichi, a’ Magalotti, a’ Manieri, a’ Bisdomini, a gli Uccellini, a’ Bordoni, a gli Strozzi, a’ Rucellai, a gli Acciaiuoli, a gli Alloviti, a gli Aldobrandini, a’ Peruzzi e a’ Monaldi, a Borgo Rinaldi, al fratello, a Palla Anselmi, a Manno Attaviani, al Nero Cambi, a Noffo Guidi, a Simone Gherardini, a Lapo Guazza e a molti altri cittadini e contadini: de’ quali niuno si può scusare che non fusse guastatore della città. E non possono dire che alcuna nicissità gli strignesse, altro che superbia e gara degli ufici. Però che gli odii non erano tanti tra’ cittadini che per guerra di loro la città se ne fusse turbata, se i falsi popolani non avessono auto l’animo corrotto a mal fare per guadagnare, anzi rubare, e per tenere gli ufici della città.

Un giovane chiamato Bertuccio de’ Pulci [p. 108 modifica]nato di Francia, trovando i suoi compagni sbandeggiati fuori della terra, lasciò i suoi consorti in signoria e co’ suoi compagni stette fuori. E questo avvenne per grande animo.

Messere Schiatta Cancellieri, capitano (della cui casa nacquono le due maladette parti in Firenze ne’ guelfi) se ne tornò a Pistoia e cominciò a armare e fornire le castella e spezialmente il Montale dalla parte di Firenze e Serravalle dalla parte Lucca. La parte nera di Firenze furono subito con messer Carlo di Valos, inducendolo a prendere Pistoia e promettendoli dargliene molti danari. E con questa intenzione ve’ feciono cavalcare con la sua gente assai male ordinata. La città era forte e di buone mura guernita e di gran fossi e di pro’ cittadini. E più volte vi fu menato: per modo che Mainardo da Susinana il riprese, dicendogli che follemente andava. E per essere mal guidato, a tempo di piove si condusse ne’ pantani sè e sua gente in luogo che, se i Pistolesi avessono voluto, l’arebbono preso; ma, temendo la sua grandezza, il lasciarono andare.

I Fiorentini e’ Lucchesi posono l’assedio a Seravalle, sappiendo non era fornito, perchè parlando messere Schiatta con messer Geri Spini e con messer Pazzino de’ Pazzi più savi di lui, disse loro non era fornito. Onde il castello s’arrendė a patti, salve le persone: i quali non furono loro attesi, perchè i Pistolesi andarono presi. [p. 109 modifica]

Il Montale, per trattato tenea con chi v’era dentro messer Pazzino de’ Pazzi qui vicino a Palugiano, fu dato per fiorini tremila n’ebbono da’ Fiorentini, e fu disfatto.

I neri di Firenze, volendo piuttosto la città guasta che perdere la signoria, partito messer Carlo di Valos, che n’andò in Puglia per fare la guerra di Cicilia, si misono a distruggere i loro avversarii in ogni modo.

I bianchi n’andorono ad Arezzo, dov’era podestà Uguccione dalla Faggiuola antico ghibellino, rilevato di basso stato. Il quale, corrotto da vana speranza datali da papa Bonifazio di fare uno suo figliuolo cardinale a sua petizione, fece loro tante ingiurie convenne loro partirsi. E buona parte se n’andorno a Furli, dove era vicario per la Chiesa Scarpetta degli Ordalaffi, gentiluomo di Furli.

A parte bianca e ghibellina accorsono molt’orribili disavventure. Egli aveano in Valdarno un castello in Pian di Scò, nel quale era Carlino de’ Pazzi con sessanta cavalli e pedoni assai. I neri di Firenze vi posono l’assedio. Dissesi che Carlino gli tradì per danari ebbe. Il perchè i neri vi misono le masnade loro, e presono gli uomini e parte n’uccisono e il resto feciono ricomperare. E fra gli altri un figliuolo di messer Donato di messer Alberto Ristori, chiamato Alberto, feciono ricomperare lire tremila. E due degli Scolari e due de’ Bogoesi e [p. 110 modifica]uno de’ Lamberti e uno de’ Migliorelli feciono impiccare e alcuni altri.

I ghibellini e’ bianchi, che erono rifuggiti in Siena, non si fidavano starvi per una profezia che dicea: La lupa puttaneggia; cioè Siena che è posta per la lupa. La quale quando dava il passo e quando il toglieva. E però deliberarono non starvi.

Con l’aiuto degli Ubaldini, i bianchi e’ ghibellini cominciorono guerra in Mugello: ma prima vollono essere sicuri di loro danai, e i Pisani li sicurorono. Ma Vannuccio Bonconti pisano tenea per moneta con parte nera, e però da lui niuno aiuto ebbono o favori.

Messer Tolosato degli Uberti, tornato di Sardigna, sentendo questa discordia, s’acconciò co’ Pisani e soccorse parte ghibellina; e in Bologna e in Pistoia personalmente fu. E molt’altri della casa degli Uberti, i quali più di sessant’anni erano stati rubelli di loro patria, nè mai merzè nè misericordia trovorono, stando sempre fuori in grande stato, e mai non abbassorono di loro onore, però che sempre stettero con re e con signori, e a gran cose si dierono.

La parte nera passò l’alpe: ville e castella arsono. E furono nel Santerno nell’orto degli Ubaldini e arsonlo. E niuno con arme si levò alla difesa! Che se eglino avessono tagliati pur de’ legni che v’erono e messigli in terra e [p. 111 modifica]intraversati agli stretti passi, dei loro avversarii niuno ne sarebbe campato.

Ebbono i bianchi un’altra ria fortuna per simplicità d’uno cittadino rubelle di Firenze, chiamato Gherardino Diedati. Il quale stando in Pisa e confidandosi ne’ consorti suoi, scrisse loro che i confinati stavano in speranza di mese in mese essere in Firenze per forza. E così scrisse ad alcuno suo amico. Le lettere furono trovate: il perchè due giovani suoi nipoti (figliuoli di Finiguerra Diedati) e Masino Cavalcanti (bel giovine) furono presi e tagliata loro la testa. E Tignoso de’ Macci fu messo alla colla e qui morì. E fu tagliato il capo a uno de’ Gherardini. Di quanto fu la dolorosa madre de’ due figliuoli ingannata! che con abbondanza di lacrime, scapigliata, in mezzo della via ginocchione si gettò in terra innanzi a messer Andrea da Cerreto giudice, pregandolo con le braccia in croce per Dio s’aoperasse nello scampo de’ suoi figliuoli. Il quale rispose che però andava a palagio: e di ciò fu mentitore, perchè andò per farli morire. Pe’ sopradetti maleficii i cittadini, che aveano speranza che la città si riposasse, la perderono: però che fino a quel dì non era sparto sangue, il perchè la città posare non dovesse.

La terza disavventura ebbono i bianchi e’ ghibellini, la quale gli accomunò, e i due nomi si ridussono in uno per questa cagione: che, [p. 112 modifica]essendo Folcieri da Calvoli podestà di Firenze, i bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo e vennono a Pulicciano appresso al Borgo a San Lorenzo, sperando avere Montaccenico, edificato dal cardinale degli Ubaldini (messer Attaviano) con tre cerchi di mura. Qui s’ingrossorono con loro amici, credendo prendere Pulicciano e. quindi venire alla città. Folcieri vi cavalcò con pochi cavalli. I neri v’andorono con gran riguardo; i quali, vedendo che i nimici non assalirono il podestà (che era con pochi), ma tagliarono i ponti e afforzaronsi, presono cuore ingrossandosi. A’ bianchi parea essere presi, e però si levorono male in ordine. E chi non fu presto a scampare, rimase: però che i villani de’ conti d’attorno furono sùbito a’ passi e presonne e uccisonne molti.

Scarpetta con più altri de’ maggiori rifuggirono in Monte Accenico. E fu l’esercito de’ bianchi e ghibellini cavalli settecento e pedoni quattromila: e quantunque la partita non fusse onorevole, fu più savia che la venuta.

Messer Donato Alberti tanto fu lento che fu preso, e uno valente giovane nominato Nerlo di messer Goccia Adimari e due giovani degli Scolari. E Nanni Ruffoli fu morto da Chirico di messer Pepo della Tosa.

Fu menato messer Donato vilmente su uno [p. 113 modifica]asino, con una gonnelletta d’uno villano, al podestà. Il quale, quando il vide, lo domandò: Siete voi messer Donato Alberti? Rispose: Io sono Donato. Così ci fusse innanzi Andrea da Cerreto e Niccola Acciaioli e Baldo d’Aguglione e Iacopo da Certaldo, che hanno distrutta Firenze.

Allora lo pose alla colla, e accomandò la corda all’aspo, e così ve ’l lasciò stare. E fe’ aprire le finestre e le porte del palagio, e fece richiedere molti cittadini sotto altre cagioni, perchè vedessono lo strazio e la derisione facea di lui. Tanto procurò il podestà che gli fu conceduto di tagliarli la testa. E questo fece perchè la guerra gli era utile e la pace dannosa: e così fece di tutti. E questa non fu giusta deliberazione, ma fu contro alle leggi comuni; però che i cittadini cacciati, volendo tornare in casa loro, non ebbono essere a morte dannati: e contro all’uso della guerra, chè tenere li doveano presi. E perchè i guelfi bianchi, presi, furono parimente morti co’ ghibellini, s’assicurorono insieme (che fino a quel di sempre dubitorono) che d’intero animo fussono con loro.

O messer Donato, quanto la fortuna ti si volse in contrario! che prima ti presono il figliuolo, e ricomperastilo lire tremila, e te hanno decapitato. Chi te l’ha fatto? I guelfi, che tu tanto amavi, e che in ogni tua diceria dicevi uno colonnello contro a’ghibellini. Come ti potè [p. 114 modifica]essere tolto nome di guelfo per li falsi volgari? Come da’ guelfi fosti giustiziato tra i ghibellini? Chi tolse il nome a Baldinaccio Adimari e al Baschiera Tosinghi d’esser guelfi; che tanto i padri loro feciono per parte guelfa? Chi ebbe balia di torre e dare in picciolo tempo che i ghibellini fussono detti guelfi, ei grandi guelfi detti ghibellini? Chi ebbe tal privilegio? Messer Rosso della Tosa e’ suoi seguaci, che niente operava ne’ bisogni della parte, anzi nulla appo i padri di coloro a cui il nome fu tolto. E però in ciò parlò bene uno savio uomo guelfissimo, vedendo fare ghibellini per forza. Il quale fu il Corazza Ubaldini da Signa, che disse: E’ sono tanti gli uomini che sono ghibellini e che vogliono essere che il farne più per forza non è bene.

Tanto crebbe la baldanza de’ neri che si composono col marchese di Ferrara di torre Bologna. E l’una delle due parti dentro, che erono ambedue guelfe, dovea assalire l’altra il dì della Pasqua di resurresso, cavalcandovi con seicento cavalli e con seimila pedoni.

I bianchi, che erono rifuggiti in Bologna, virilmente s’armorono e feciono la mostra. I neri temerono e non assalirono. Il marchese disfece l’armata, e i neri si partirono. Il perchè la condizioue de bianchi migliorò in Bologna, e furonvi poi veduti volentieri, e i neri tenuti per nimici. I Bolognesi feciono compagnia a’ [p. 115 modifica]Romagnoli, dicendo che il marchese gli avea voluti tradire: e se fatto l’avesse, arebbe confusa Romagna.

In quella compagnia fu Furlì e Faenza e Bernardino da Polenta e la parte bianca di Firenze e i Pistolesi e il conte Federico da Montefeltro e i Pisani.

Del mese di giugno 1303 i detti congiurati feciono taglia di 500 cavalli e feciono capitano messer Salinguerra da Ferrara. I bianchi cavalcarono da Monte Accenico fino presso alla Lastra, ardendo ciò che trovarono.

Gli Aretini riacquistorono Castiglione e ’l Monte a San Sovino, e guastorono Laterina, che la teneano i neri. I quali non la poterono soccorrere, perchè erono co’ Lucchesi intorno a Pistoia: i quali sentendolo, lasciorono i Lucchesi a guardia di Firenze e co’ cavalieri del marchese cavalcorono a Monte Varchi per soccorrere Laterina.

Raunoronsi gli Aretini co’ bianchi e con gli amici loro di Romagna e con soldati pisani, e cavalcarono a Castiglione degli Ubertini. E credettesi che avvisamento fusse di battaglia. Ma i neri si partirono e combatterono Castiglione aretino, e ricevetton danno di fanti a piè, e dipoi fornirono Montalcino e Laterina.

I bianchi erono cavalli 1200 e pedoni assai, e mostrarono con gran vigore aspettare la battaglia. I quali furono ingannati da certi [p. 116 modifica]traditori, che da’ loro nimici ricevettono moneta e negarono la battaglia, mostrando che a’ Pisani non piacesse mettere in avventura la guerra che sicura vincere si potea.

In Arezzo era Uguccione da Faggiuola, com’è detto, che per alcune sue opere sospette fu rimosso dalla signoria, e data al conte Federigo figliuolo del buono conte Guido da Montefeltro, di cui graziosa fama volò per tutto il mondo. Il quale venne ad Arezzo e prese il governo accompagnato da Ciappettino Ubertini.

Tornorono i neri i Firenze, e poco dipoi nacque tra loro discordia, perchè messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi e messer Geri Spini con seguito del popolo grasso aveano la signoria e gli onori della città. Messer Corso Donati, il quale si tenea più degno di loro, non gli parendo avere la sua parte (valentissimo cavaliere in tutte le cose che operare volea), procurò d’abbassarli e rompere l’uficio dei priori e inalzare sè e i suoi seguaci. E’ cominciò a seminare discordie, e solto colore di giustizia e di pietà dicea in questo modo: I poveri uomini sono tribolati e spogliati di loro sustanzie con le imposte e con le libbre; e alcuni se ne empiano le borse. Veggasi dove sì gran somma di moneta è ita, però che non se ne può essere tanta consumata nella guerra. E questo molto sollicitamente domandava innanzi a’ signori e ne’ consigli. La gente volentieri [p. 117 modifica]l’ascoltava, credendo che di buon animo lo dicesse: nondimeno pure amavano che ciò si ricercasse. L’altra parte non sapca che si rispondere, però che l’ira e la superbia l’impediva. E tanto feciono con li uficiali che erano con loro che determinorono che delle forze e delle violenze e ruberie si ricercasse. I giudici forestieri chiamorono ragionieri. Poi s’ammollarono le parole: e i popolani che reggeano, per accattare benivolenza, ribandirono i confinati che aveano ubbedito, a dì 4 d’agosto 1303.

Sciarra dalla Colonna, in sabato a’ dì 7 di settembre 1303, entrò in Alagna (terra di Roma) con gente assai e con quelli da Ceccano e con uno cavaliere che era quivi per lo re di Francia, e con la sua insegna e con quella del patrimonio, cioè delle chiavi: e ruppono la sagrestia e la tesoreria del papa, e tolsonli molto tesoro. Il papa, abbandonato dalla sua famiglia, rimase preso. Dissesi che messer Francesco Orsini cardinale vi fu in persona con molti cittadini romani. E tennesi fusse congiura fatta col re di Francia, perchè il papa s’ingegnava d’abbassarlo. E la guerra de’ Fiamminghi fattagli contro si disse fu per sua deliberazione: onde molti Franciosi perirono.

Il re di Francia per questa cagione raunò in Parigi molti maestri in teologia e bacellieri di frati minori e predicatori ed altri ordini, e qui il fece pronunziare eretico e poi il fece [p. 118 modifica]ammonire, accusandolo di molti orribili peccati. Il papa era preso in Alagna e, sanza fare alcuna difesa o scusa, fu menato a Roma, ove fu ferito nella testa, e dopo alcuni dì arrabbiato si morì. Della sua morte molti ne furono contenti e allegri, perchè crudamente reggea, e accendea guerre, disfacendo molta gente e raunandp assai tesoro: e spezialmente se ne rallegrorono i bianchi e i ghibellini, perchè era loro cordiale nimico; ma i neri se ne contristorono assai.

Del detto mese di settembre i bianchi e’ ghibellini di Firenze s’accozzorono con messer Tolosato degli Uberti, nobile cavaliere di Firenze e valentissimo uomo d’arme. Cavalcarono ad Arezzo con soldati pisani. I Sanesi dierono loro il passo, perchè i cittadini di Siena marciavano bene con ambe le parti: e quando sentivano i bianchi forti, gli sbandivano, ma il bando era viziato, chè non aggravava; davano aiuto a’ neri nelle cavalcate e mostravansi fratelli. E però parlò di loro una profezia, la quale (fra l’altre parole) della guerra di Toscana dicea: La lupa puttaneggia, chè per la lupa s’intende Siena. Raunoronsi ad Arezzo i bianchi e' ghibellini di Firenze, Romagnoli, Pisani e ogni altro loro amico: sicchè in calen di novembre furono cavalli .... e fanti a piè numero...

I neri cavalcerono a Figline, e’ bianchi a [p. 119 modifica]cavallo scesono a Ganghereto. Gli Aretini vennono a Laterina e afforzorono i passi, perchè vittuaglia non vi si mettesse. Il castello si perdea per fame e per discordia fu tra gli Aretini: però che in segreto i loro maggiori prenderono prezzo e lascioronlo fornire.