Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi/Cronaca di Dino Compagni/Libro III
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TERZO LIBRO
Nostro Signor Iddio, il quale a tutte le cose provvede, volendo ristorare il mondo di buono pastore, provvide alla necessità de’ cristiani: perchè chiamato fu nella sedia di san Piero papa Benedetto, nato di Trevigi, frate predicatore e priore generale, uomo di pochi parenti e di picciolo sangue, constante e onesto, discreto e santo. Il mondo si rallegrò di nuova luce. Cominciò a fare opere pietose: perdonò a’ Colonnesi e restituilli ne’ beni. Nelle prime digiuna fece due cardinali: l’uno inghilese; l’altro fu il vescovo di Spuleli, nato del castello di Prato e frate predicatore, chiamato messer Nicolao, di piccioli parenti ma di grande scienzia, grazioso e savio, ma di progenie ghibellina. Di che molto si rallegrorono i ghibellini e’ bianchi, e tanto procurarono che papa Benedetto il mandò paciaro in Toscana.
Innanzi alla sua venuta si palesò una congiura ordinata da messer Rosso della Tosa, il quale tutto ciò che facea e procurava nella città era per avere la signoria a guisa de’ signori di Lombardia. E molti guadagni lasciava, e molte paci facea, per avere gli animi degli uomini pronti a quello che egli desiderava.
Messer Corso Donati non ne scusava moneta: ognuno, chi per paura, chi per minacce, gli dava del suo. Non lo chiedeva, ma facea sembiante di volere.
I due nimici si guardavano a’ fianchi. Messer Rosso temea l’abbominio de’ Toscani, se contro a messer Corso avesse procurato: temea i nimici di fuori e procurava d’abbassarli prima che contro a messer Corso mostrasse sua nimistà: e temea il nome che avea della parte, che il popolo non si turbasse. Teneasi col popolo grasso, però che erono le sue tanaglie e pigliavano il ferro caldo. E messer Corso, per l’animo grande che avea, alle piccole cose non attendea, e non si dichinava, e non avea l’amore di cotali cittadini per sdegno. Sicchè, lasciando il popolo grasso, co’ grandi si congiurò, mostrando molte ragioni come eglino erono prigioni e in servitù d’una gente di popolani grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano e togliensi gli onori per loro. E così parlando, raccolse tutti i gran cittadini che si teneano gravati, e tutti si giurarono. Nella quale fu messer Lottieri dalla Tosa vescovo di Firenze e messer Baldo suo nipote; imperò che messer Rossellino suo consorto si tenea un suo castello e’ fedeli, e non se ne osava dolere mentre che papa Bonifazio visse. E furonvi i Rossi, i Bardi, i Lucardesi, i Cavalcanti, i Bostichi, i Giandonati, i Tornaquinci quasi tutti, i Manieri e parte degli Adimari; e molti popolani vi furono. E in tutti tra di famiglie e popolani furono trentadue i giurati. E diceano sopra il grano venuto di Puglia, che si dava per bocca al popolo: I popolani sono gravati, è tolto il loro colle grandi imposte, e poi conviene loro mangiare le stuoie; dicendo che le tagliavano nel grano, perchè la misura crescesse.
Il popolo grasso cominciò a temere, gli amici di messer Corso montarono, ma non tanto, chè ne’ consigli e nelle raunate smentivano messer Corso. Molto il perseguitavano i Bordoni, che erono popolani arditi e arroganti: e più volte lo smentirono, e non guardavano a maggioranza d’avversarli nè che avvenire ne potesse. Del comune traevano assai guadagno, e le lode gli sormontavano. Non però i seguaci di messer Rosso gli lasciavano molestare. Posono in uno mese il grano e fiorini dodicimila, e feciono la libbra, e posono 1200 cavalli a fiorini 50 per cavallo sanza niuna piatà. E allora mandorono gente e feciono un battifolle presso a Montaccenico e misonvi uomini a guardia.
La congiura di messer Corso pur parlando sopra mano, l’altra parte mandò pe’ Lucchesi; i quali con parole mezzane credettono torre le fortezze tenea: e assegnatoli tempo a renderle, il condannorono se non le desse a’ Lucchesi.
Messer Corso, non volendosi lasciare sforzare, richiese gli amici suoi, e molti sbanditi raccolse. E venne in suo aiuto messer Neri da Lucardo, valente uomo d’arme: e armato a cavallo venne in piazza, e con balestra e con fuoco combattè il palagio de’ signori aspramente.
L’altra parte, di cui era capo messer Rosso della Tosa, insieme con la maggiore parte de’ consorti, co’ Pazzi, Frescobaldi, Gherardini, Spini e il popolo e molti popolani, vennono alla difesa del palagio e feciono gran zuffa. Nella quale fu morto d’uno quadrello messer Lotteringo Gherardini; che ne fu gran danno, chè era valente.
Messer Rosso dalla Tosa e i suoi seguaci chiamorono il nuovo uficio de’ priori e misongli la notte in palagio sanza suoni di trombe o altri onori. I serragli erono fatti per la terra: e circa a uno mese stettono sotto l’arme.
I Lucchesi, che erono venuti in Firenze per mettere pace, ebbono gran balía dal comune. E molto si scopersono i grandi, e voleano si rompessono le leggi contro a i grandi. Raddoppiossi il numero de’ signori: e nondimeno la parte de’ grandi rimase in gran superbia e baldanza.
Accadde in quelli dì che il Testa Tornaquinci e uno figliuolo di Bingieri suo consorto in Mercato Vecchio fedirono e per morto lascioron uno popolano loro vicino: e niuno ardia a soccorrerlo per tema di loro. Ma il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andorono a casa i Tornaquinci e misono fuoco nel palagio e arsonlo e disfecionlo per la loro baldanza.
Il cardinale Nicolao da Prato (segretamente domandato da’ bianchi e ghibellini di Firenze a papa Benedetto per legato in Toscana) giunse in Firenze a’ dì 10 di marzo 1303, e grandissimo onore li fu fatto dal popolo di Firenze con rami d’ulivo e con gran festa. E posato in Firenze alcuni dì, trovando i cittadini molto divisi, domandò balía dal popolo di potere constrignere i cittadini a pace. La quale li fu concessa per fino a calen di maggio 1304: e poi prolungata per un anno. E’ fece più paci tra’ cittadini dentro. Ma dipoi la gente raffreddò, e molte gavillazioni si trovorono.
Il vescovo di Firenze favoreggiava la pace perchè con seco recava giustizia e dovizia, e a petizione del cardinale si pacificò con messer Rosso suo consorto. Rifermò i gonfaloni delle compagnie. Gli amici di messer Corso n’ebbono parte, e egli fu chiamato capitano di parte. Ciascuno favoreggiava il cardinale, e egli con speranza tanto gli umiliò con dolci parole che gli lasciorono chiamare sindachi: che furono per la parte dentro messer Ubertino dello Strozza e ser Bono da Ognano, e per la parte di fuori messer Lapo Ricoverò e ser Petrarca di ser Parenzo dall’Ancisa.
A’ dì 26 d’aprile 1304, raunato il popolo su la piazza di Santa Maria Novella, nella presenzia de’ signori, fatte molte paci, si baciorono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece: e posono pene a chi contrafacesse; e con rami d’ulivo in mano pacificorono i Gherardini con gli Amidei. E tanto parea che la pace piacesse a ognuno che, vegnendo quel dì una gran piova, niuno si parti, e non parea la sentissimo. I fuochi furono grandi, le chiese sonarono, rallegrandosi ciascuno. Ma il palagio de’ Gianfigliazzi, che per le guerre facea gran fuochi, la sera niente fece: e molto se ne parlò per li buoni, che diceano non era degno di pace. Andavano le compagnie del popolo facendo gran festa sotto il nome del cardinale, con le insegne avute da lui su la piazza di Santa Croce.
Messer Rosso dalla Tosa rimase con grande sdegno, però che troppo gli parve che la pace fusse ita innanzi a quello egli volea. E però pensò d’avacciare suo intendimento con gli altri suoi, però che a lui lasciavano fare e a lui si mostravano amichevoli. E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; però che la teneano i loro avversarii, ed eravi dentro messer Tolosato degli Uberti. E intanto i cavalieri e pedoni de’ bianchi tornando a Montaccenico dal soccorso di Furlì, per questo i guelfi dentro cominciorno a parlare viziatamente e perturbare la pace. E dopo molt’altre cose richiesono i Buondalmonti a pacificarsi con gli Uberti. Onde molti consigli se ne fece per indugiarlo, che era cosa impossibile.
A’ dì 6 di maggio 1304 i priori commisono nel cardinale e in quattro chiamati pel papa a dare esecuzione alla pace universale, cioè a messer Mastino dalla Torre da Milano, a messer Antonio da Fosceraco da Lodi, a messer Antonio de’ Brusciati da Brescia e a messer Guidotto de’ Bugni da Bergamo.
I contrarii alla voluntà del papa, non volendo più sostenere il fascio del cardinale nè lasciar più abbarbicare la pace, feciono tanto con false parole che rimossono il cardinale di Firenze, dicendogli: Monsignore, anzi che andiale più avanti con la esecuzione della pace, fateci certi che Pistoia ubbidisca; perchè facendo noi pace, e Pistoia rimanesse a’ nostri avversarii, noi saremmo ingannati. E questo non diceano perchè avendo Pistoia volessono la pace, ma prolungare il trattato della pace. E tanto con colorate parole il mossono che a’ dì 8 di maggio 1304 si partì di Firenze e per la via di Campi albergò a un bel riparo di Rinuccio di Senno Rinucci.
L’altro dì cavalcò a Prato, donde nato era e dove mai non era stato. E qui con molto onore e gran dignità fu ricevuto e con rami d’ulivo, e cavalieri con bandiere e stendardo di zendado, e il popolo e le donne ornate, e le vie coperte, con balli e con istrumenti, gridando: Viva il signore. Ma tosto gliel cambiorono in onta, siccome i Giudei feciono a Cristo, come di sotto si dirà.
In quel dì cavalcò a Pistoia e parlò co’ maggiori e reggenti della terra. E con lui cavalcò messer Geri Spini, il quale avea fatti gli arnesi, credendo avere la signoria della terra. E furono da messer Tolosato degli Uberti e dal popolo ricevuti con grand’onore, e fugli data certa balía dal popolo, ma non che desse la città a altri. Il perchè, vedendo che la terra si tenea con molti scalterimenti, perdè la speranza d’averla. E però se ne ritornò verso Prato; dove credendo poter entrare colla forza de’ parenti e degli amici suoi, non potė.
Sentendo ciò che in Prato contro a lui era ordinato, di subito si partì e ritornò a Firenze. E sbandì e scomunicò i Pratesi e bandì loro la croce addosso, dando perdono a chi contro a loro facea danno alcuno. E i parenti e amici suoi furono disfatti e cacciati di Prato.
Il podestà di Firenze colle cavallate e co’ soldati del comune cavalcorono sul contado di Prato e schieraronsi nel greto di Bisenzio al’Olmo a Mezzano e stettonvi sino passata nona. Di Prato uscirono alcuni per trattare accordo, scusandosi al cardinale e profferendo fare ciò che egli volea. Tantochè cessorono il furore: perchè molti ve ne erono che volentieri arebbono dato loro il guasto e provatisi di vincere la terra, cioè quelli che erono del volere del cardinale.
Gli altri capi di parte nera e i loro seguaci molte parole diceano piene di scandolo. E stando schierati i cavalleri, e’ fu presso che finita la guerra, tanto scandalo nacque tra quelle genti: il quale se fusse ito innanzi, i grandi e il popolo, a cui piacea la pace, amici del cardinale, n’arebbono auto il migliore, secondo che le voluntà si dimostravana. E quelli della casa de’ Cavalcanti molto se ne mostrarono favorevoli.
Partissi l’oste e vennene a Campi e qui dimorò tutto quel dì. L’altro giorno si partì: però che il cardinale si lasciò menare per le parole, credendo fare il meglio della pace. Ma i parenti suoi, che con onta ne furono cacciati, non tornarono in Prato e non si fidarono, e poi furono fatti rubelli.
Attese il cardinale ad avacciare la pace e a darvi esecuzione. E prese per consiglio (per Couple concordare le differenzie) di fare venire dei capi degli usciti di fuori: elessene quattordici. I quali vennono in Firenze sotto licenzia e sicurtà, e stettono oltr’Arno in casa i Mozzi e fecionvi chiuse di legname e posonvi guardie per non potere essere offesi. I nomi d’alcuni sono messer ... de’ conti da Gangalandi, Lapo di messer Azzolino degli Uberti, Baschiera di messer Bindo dalla Tosa, Baldinaccio Adimari, Giovanni de’ Cerchi e Naldo di messer Lottino Gherardini e più altri. E la parte nera, che erono in Firenze, i nomi di alcuni sono: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi, messer Geri Spini, messer Maruccio Cavalcanti, messer Belto Brunelleschi e più altri.
Quando quelli di parte bianca vennono in Firenze, furon molto onorati dalla gente minuta. Molti antichi ghibellini, uomini e femmine, baciavano l’arme degli Uberti. E Lapo di messer Azzolino fu molto guardato da’ grandi loro amici, perchè molti odii mortali aveano quelli di casa sua con molti cittadini guelfi.
Il Baschiera dalla Tosa fu anche molto onorato; e egli onorò messer Rosso in parole e in vista. E grande speranza ne prese il popolo, perchè i bianchi e’ ghibellini si proposono lasciarsi menare a’ neri e di consentire ciò che domandavano, acciò non avessino cagione di fuggire la pace. Ma i neri non aveano voglia di pace; menaronli tanto con parole che i bianchi furono consigliati si riducessono a casa i Cavalcanti, quivi farsi forti d’amici e non lasciare la città loro. E molti savi uomini dissono che, se fatto l’avessono, erono vincitori. Ma mandarono messaggi a’ Cavalcanti. (per parte del cardinale e di loro) a richiederli: i quali ne tennono consiglio e accordoronsi non riceverli. Il quale fu mal consiglio per loro, secondo i volgari: perchè gran danno venne (sopra loro e le loro case) di fuoco e d’altre cose, come innanzi si dirà.
I bianchi, dapoichè da’ Cavalcanti non furono ricevuti, e vedendo i dubbiosi sembianti de’ loro avversarii e le parole che usavano, furono consigliati che si partissono. E così feciono a’ dì 8 di giugno 1304. Il cardinale rimase. Quelli che volentieri non lo vedeano feciono sembiante d’offenderlo. E una famiglia chiamata i Quaratesi, vicini a’ Mozzi e al palagio dove abitava il cardinale, feciono vista di saiettarlo. Il perchè, dolendosene, fu consigliato si partisse. Onde temendo si partì a’ dì 9 di giugno, lasciando la terra in male stato, e andossene a Perugia, ove era il papa.
I buoni cittadini rimasono molto crucciosi e disperati di pace. I Cavalcanti si doleano e molti altri, e tanto s’accesono gli animi che la gente s’armò e comincioronsi a offendere. Quelli della Tosa e i Medici vennono armati in Mercato Vecchio colla balestra, saiettando verso il Corso degli Adimari e giù per Calimala. E uno serraglio combatterono nel Corso e abbalteronlo, il quale era guardato da gente che avea più animo a vendetta che a pace.
Messer Rossellino della Tosa con sua brigata venne a casa i Sassetti per mettervi fuoco. I Cavalcanti soccorsono e altre genti. E in quello trarre Nerone Cavalcanti scontrò messer Rossellino, al quale bassò la lancia e posegliela al petto per modo che lo gittò da cavallo.
I capi di parte nera aveano ordinato un fuoco lavorato, pensando bene che a zuffa conveniano venire. E intesonsi con un ser Neri Abati priore di San Piero Scheraggio, uomo reo e dissoluto, nemico de’ suoi consorti: al quale ordinorono che mettesse il primo fuoco. E così mise a’ dì 10 di giugno 1304 in casa i consorti suoi in Orto San Michele. Di Mercato Vecchio si saettò fuoco in Calimala: il quale multiplicò tanto per non essere difeso che, aggiunto col primo, arse molte case e palagi e botteghe.
In Corto San Michele era una gran loggia con uno oratorio di Nostra Donna, nel quale per divozione erono molte immagini di cera. Nelle quali appreso il fuoco, aggiungendovisi la caldezza dell’aria, arsano tutte le case erano intorno a quel luogo e i fondachi di Calimala e tutte le botteghe erono intorno a Mercato Vecchio fino in Mercato Nuovo e le case de’ Cavalcanti e in Vacchereccia e in Porta Santa Maria fino al Ponte Vecchio; che si disse arsono più che mille novecento magioni; e niuno rimedio vi si potè fare.
I ladri pubblicamente si metteano nel fuoco a rubare e portarsene ciò che poteano avere: e niente era loro detto. E chi vedea portarne il suo non osava domandarlo, perchè la terra in ogni cosa era mal disposta.
I Cavalcanti perderono quel dì il cuore e il sangue, vedendo ardere le loro case e palagi e botteghe: le quali per le gran pigioni, per lo stretto luogo, gli tenean ricchi.
Molti cittadini, temendo il fuoco, isgombravano i loro arnesi in altro luogo ove credeano che dal fuoco fussono sicuri: il quale si stese tanto che molti li perderono per volervi campare, e rimasono disfatti.
Acciocchè di tal maleficio si sappi il vero e per che cagione fu fatto detto fuoco e dove, i capi di parte nera, a fine di cacciare i Cavalcanti di quel luogo (i quali temeano, perchè erono ricchi e potenti), ordinarono il detto fuoco a Ognissanti. E era composto per modo che, quando ne cadea in terra, lasciava un colore azzurro. Il qual fuoco ne portò il detto ser Neri Abati in una pentola e miselo in casa i consorti. E messer Rosse dalla Tosa e altri il saiettorono in Calimala.
Sinibaldo di messer Corso Donati con un gran viluppo di detto fuoco, a modo d’uno torchio acceso, venne per metterlo nelle case de’ Cavalcanti in Mercato Nuovo, e Boccaccio Adimari con suoi seguaci pel Corso degli Adimari fino in Orto San Michele. I Cavalcanti si feciono loro incontro e ripinsongli nel Corso e tolsono loro il serraglio che avevano fatto. Allora misono fuoco in casa i Macci nella Corte delle Badesse.
Il podestà della terra con sua famiglia e con molti soldati venne in Mercato Nuovo, ma aiuto nè difensione alcuna non fece. Guardavano il fuoco e stavansi a cavallo e davano impedimento per l’ingombrio faceano, che impedivano i fanti e gli andatori.
I Cavalcanti e molti altri guardavano il fuoco, e non ebbono tanto ardire che andassono contro a’ nimici, poi che il fuoco fu spento; chè vincere gli poteano e rimanere signori. Ma messer Maruccio Cavalcanti e messer Rinieri Lucardesi consigliorono che prendessono le lumiere accese e andassono a ardere le case de’ nimici che aveano arse le loro. Non fu seguito tal consiglio; che se seguito l’avessono perchè, niuna difensione facea l’altra parte, sarebbono stati vincenti: ma tristi e dolenti se n’andorono alle case de’ parenti loro. I nimici presono ardire e cacciaronli della terra: e chi andò a Ostina, chi alle Stinche, a loro possessioni e molti a Siena, perchè da’ Sanesi ebbono speranza di riconciliarli. E così passò il tempo, e non furono riconciliati e da ciascuno riputati vili.
Rimasono i cittadini in Firenze smagati per lo pericoloso fuoco e sbigottiti, perchè non ardivono a lamentarsi di coloro che messo ve l’aveano, perchè tirannescamente teneano il reggimento; contuttochè anche di loro arnesi assai ne perdessono quelli che reggeano.
I caporali de’ reggenti, sappiendo di certo che abbominati sarebbono al santo padre, deliberarono d’andare a Perugia, dove era la corte. Quelli che v’andorono (messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi, messer Geri Spini e messer Bello Brunelleschi con alcuni Lucchesi e Sanesi), credendosi con colorate parole e con danari e con forza d’amici annullare l’oltraggio fatto al cardinale (legato e paciaro in Toscana) e la grande infamia aveano del fuoco crudelissimamente messo nella terra, giunsono in corte, dove cominciarono a seminare del seme portorono.
A’ dì 22 di luglio 1304 morì in Perugia papa Benedetto XI di veleno, messo in fichi freschi li furono mandati.
Dimorando i detti in Perugia, per gli usciti di Firenze si fe’ uno franco pensiero, che fu: che celatamente invitorono tutti quelli di loro animo che un giorno posto dovessono essere Google tutti con armata mano in certo luogo. E sì segretamente menorono il trattato che quelli che erono rimasi in Firenze niente ne sentirono. E messo in ordine, subito furono alla Lastra presso a Firenze a due miglia con 1200 uomini d’arme a cavallo con sopraveste bianche: e furonvi Bolognesi, Romagnoli, Aretini ed altri amici a cavallo e a piè.
Il grido fu grande per la città. I neri temeano forte i loro avversarii e cominciavano a dire parole umili. E molti se ne nascosono ne’ munasteri, e molti si vestivano come frati per paura di loro nimici; chè altro riparo non aveano, perchè non erono proveduti.
I bianchi e’ ghibellini stando alla Lastra, una notte molti loro amici della città gli andorono a confortare del venire presto. Il tempo era di luglio (il dì di santa Maria Maddalena) a’ dì 24, e il caldo grande. E la gente che vi dovea essere non v’era ancor tutta: però che i primi che vennono si scopersono due dì innanzi.
Messer Tolosato degli Uherti co’ Pistolesi non era ancor giunto, perchè non era il dì deputato. I Cavalcanti, i Gherardini, i Lueardesi, gli Scolari di Val di Pesa non erano ancora scesi. Ma il Baschiera, che era quasi capitano, vinto più da volontà che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente e molto incalciato, credendosi guadagnare il pregio della vittoria, chinò giù co’ cavalieri alla terra poi che scoperti si vedeano. E questo non dovea fare; perchè la notte era loro più amica che ’l dì, sì per lo calore del dì e sì perchè gli amici sarebbono iti a loro di notte dalla terra, e sì perchè ruppono il termine dato agli amici loro, i quali non si scopersono perchè non era l’ora determinata.
Vennono da San Gallo: e nel Cafaggio del vescovo si schierarono presso a San Marco e con l’insegne bianche spiegate e con grillande d’ulivo e con le spade ignude, gridando Pace, sanza fare violenza o ruberia a alcuno. Molto fu bello a vederli con segno di pace stando schierati. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse. I loro scorridori a piè e a cavallo si strinsono alla città e vennono alla porta delli Spadai, credendo il Baschiera avervi amici e entrarvi senza contesa: e però non vennono ordinati con le schiere nè coll’armi da vincere la porta. I serragli del borgo furono loro contesi: pur li ruppono e fedirono e uccisono molti Gangalandesi eron quivi alla guardia. Giunsono alla porta, e per lo sportello molti entrorono nella città. Quelli dentro, che aveano loro promesso, non attennono loro i patti (come furono i Pazzi, i Magalotti e messer Lambertuccio Frescobaldi, i quali erono con loro sdegnati, chi per oltraggi ed onte ricevute, pel fuoco messo nella città ed altre villanie loro fatte), anzi feciono loro contro per mostrarsi non colpevoli: e più si sforzavano offenderli che gli altri; con balestra attorno vennano saiettando a Santa Reparata.
Ma niente valea, se non fusse stato un fuoco che fu messo in uno palagio allato alla porta della città. Onde coloro che già erono entrati nella terra dubitarono essere traditi e volsonsi indietro. E portoronsene lo sportello della porta, e giunsono alla schiera grossa, la quale non si movea: ma il fuoco forte crescea.
Così stando, il Baschiera sentì che quelli che lo doveano favoreggiare lo nimicavano. E però volse i cavalli e tornò indietro: e la speranza e l’allegrezza tornò loro in pianto. Chè i loro avversarii vinti divennero vincitori e presono cuore come leoni; e scorrendo gli seguivano, ma con grande riguardo. E i pedoni, vinti dalla calura del sole, si gittavano per le vigne e per le case nascondendosi, e molti ne trafelarono.
Il Baschiera si gittò nel monasterio di San Domenico e per forza ne trasse due sue nipoti, che erono molto ricche, e menollene seco. E però Iddio gliene fece male.
A casa Carlettino de’ Pazzi rimasono molti gentiluomini per ricogliere loro e per danneggiare i loro nimici, che scorrevano loro dietro, e più non li seguitarono.
Poco lontano dalla terra scontrorno messer Tolosato degli Uberti, il quale co’ Pistolesi venia per essere al dì nominato. Volleli rivolgere, e non potè. Il perchè con gran dolore se ne tornò in Pistoia, e ben conobbe che la giovanezza del Baschiera gli tolse la terra.
Molti degli usciti ne furono morti, che si trovorono nascosi: e molti poveri infermi uccisono, i quali traeano degli spedali. Bolognesi e Aretini furono presi assai, e tutti gli impiccorono. Ma quelli che erono maliziosi l’altro giorno levorono una falsa voce, dicendo che messer Corso Donati e messer Cante de’ Gabbrielli d’Agobbio aveano preso Arezzo per tradimento. Onde i loro nimici ne dubitorono tanto che ne perderono il vigore e non s’ardirono a muovere.
E così si perdè la città riguadagnata, per gran fallo. E molti dissono che, da qualunque altra porta fussono venuti, acquistavano la città. Chè difenditori non aveano se non alcuni giovani, che non si sariano messi tanto innanzi che perire potessono: come fece Gherarduccio di messer Buondalmonte, che tanto li seguitò che uno si volse indreto e aspettollo e poseli la lancia e miselo in terra.
Il pensiero degli usciti fu savio e vigoroso: ma folle fu la venuta, perchè fu troppo subita e innanzi al dì ordinato. Gli Aretini ne portarono del legno dello sportello, e i Bolognesi; che a grande onta se ’l recorono i neri.
Molte volte i tempi sono paragone degli uomini, i quali non per virtù ma per loro volgari sono grandi. E ciò si vide in quel giorno che i bianchi vennero alla terra, che molti cittadini mutarono lingua, abito e modi. Pur quelli che più superbamente soleano parlare contro agli usciti, mutarono il parlare, dicendo per le piazze e per gli altri luoghi che degna cosa era che tornassono nelle loro case. E questo facea dir loro la paura più che la voluntà o la ragione. E molti ne fuggirono tra i religiosi, non per umiltà ma per cattiva e misera viltà, credendo che la terra si perdesse. Ma poi che i bianchi si furono partiti, ricominciorono a usare le prime parole inique, accese e mendaci.
La divina giustizia, la quale molte volte punisce nascosamente e toglie i buoni pastori a’ popoli rei che non ne sono degni e dà loro quello che meritano alla loro malizia, tolse loro papa Benedetto. I cardinali, per voluntà del re di Francia e per industria de’ Colonnesi, elessono messer Ramondo dal Gotto (arcivescovo di Bordea, di Guasconia) di giugno 1305: il quale si chiamò papa Clemente V; il quale non si partì d’oltramonti e non venne a Roma, ma fu consacrato a Lione del Rodano. Dissesi che alla sua consecrazione rovinò il luogo ove era, e che la corona gli cadde di capo, e che il re di Francia non volea che si partissi di là. Più cardinali oltramontani fece a sua petizione e ordinamenti di decime ed altre cose. Ma richiesto pubblicasse eretico papa Bonifazio, mai il volle fare.
Il cardinale Niccolao da Prato, che molto avea favoreggiata la sua elezione, era molto in sua grazia: ed essendo stato legato in Toscana, come è detto, avendo avuta balìa da’ Pistolesi di chiamare signoria sopra loro quattro anni, acciò ch’egli avessi balìa, nella pace, di ciò che di Pistoia si domandava. Chè parte nera volea che gli usciti guelfi tornassono in Pistoia, dicendo: Noi non faremo pace, se Pistoia non si racconcia; però che, pacificati noi, i ghibellini terrebbono Pistoia, perchè messer Tolosato ne è signore, e così saremmo ingannati. E Pistoia si dicea essere data alla Chiesa: e la promessa del cardinale non valse, perchè di Firenze fu cacciato, come è stato detto.
Perduta i neri ogni speranza d’avere Pistoia, deliberorono averla per forza: e coll’aiuto de’ Lucchesi vi vennono e posonvi l’assedio e afforzoronvisi e steccaronla e fecionvi bertesche spesse con molte guardie.
La città era nel piano piccoletta e ben murata e merlata con fortezze e con porte da guerra e con gran fossi d’acqua, sicchè per forza avere non si potea: ma attesono ad affamarla, perchè soccorso avere non potea. I Pisani loro amici gli aiutavano con danari ma non con le persone: i Bolognesi erono poco loro amici.
I neri elessono per loro capitano di guerra Ruberto duca di Calavria, figliuolo primogenito del re Carlo di Puglia: il quale venne in Firenze con trecento cavalli, e insieme co’ Lucchesi vi stette buon pezzo a assedio, perchè i Pistolesi (uomini valenti della persona) spesso uscivano fuori alle mani co’ nimici e faceano di gran prodezze. Molt’uomini uccisono, contadini di Firenze e di Lucca. E teneano la terra con poca gente, perchè per povertà molti se ne erano usciti. E non pensando essere assediati, non si providdono di vettovaglia; e poi che l’assedio vi fu, non poterono: e però la fame gli assalia. Gli uficiali che aveano la guardia della vittuaglia saviamente la stribuivano per modo segreto. Le femmine e’ uomini di poco valore di notte passavano per lo campo nascosamente e andavano per vittuaglia alla Sambuca ed altri luoghi ed altre castella di verso Bologna, e agevolmente la conduceano in Pistoia. Il che sentendo i Fiorentini, s’afforzarono da quella parte per modo che poca ve ne poteano mettere. Pur con moneta e furtivamente vi se ne mettea, insino a che il fosso non fu richiuso e fatte le bertesche. E dipoi più non vi se ne potè mettere: però che chi ve ne portava era preso e tagliatoli il naso e a chi i piedi. E per questo sbigottirono per modo che niuno vittuaglia più mettervi non ardiva.
I signori e governatori della terra non la voleano abbandonare, siccome uomini che speravano difendersi. I Pisani gli aiutavano con danari ma non con persone. Messer Tolosato Uberti e Angelo di messer Guglielmino, rettori, per mancamento di vittuaglia ne mandorono fuori tutti i poveri e fanciulli e donne e vedove e quasi tutte l’altre donne di vile condizione.
Deh quanto fu questa crudelissima cosa a sostenere nell’animo de’ cittadini! vedersi condurre le loro donne alle porte della città e metterle nelle mani de’ nimici e serrarle di fuori! E chi non avea di fuori potenti parenti, o che per gentilezza fusse ricolta, era da’ nimici vituperata. E gli usciti di Pistoia, conoscendo le donne e’ figliuoli dei loro nimici, ne vituperarono assai: ma il duca molte ne difese.
Il nuovo papa Clemente V, a petizione del cardinale Nicolao da Prato, comandò al duca Ruberto e a’ Fiorentini si levassono dall’assedio di Pistoia. Il duca ubbidì e partissi. I Fiorentini vi rimasono e elessono per capitano messer Cante de’ Gabbrielli d’Agobbio, il quale niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia. I quali dentro alla terra constrigneano le lacrime e non demostravano le loro doglie, perchè vedeano era di bisogno di così fare per non morire. Sfogavansi contro a’ loro avversarii: quando alcuno ne prendeano crudelmente l’uccideano. Ma la gran piatà era di quelli eran guasti nel campo, che co’ piè mozzi li ponieno a piè delle mura, acciò che il loro padre, fratelli e figliuoli li vedessono: e non li poteano ricevere nè aiutare, perchè la signoria non li lasciava, acciò che gli altri non ne sbigottissono, nè non li lasciavano di su le mura vedere da’ loro parenti e amici. E così morivano i buoni cittadini pistolesi, che da’ nimici erono smozzicati e cacciati verso la loro tribolata e afflitta città.
Molto migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra e l’altre terre che profondarono in uno punto, e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in così aspre pene. Quanto gli assalì l’ira di Dio! Quanti e quali peccati poteano avere a così repente giudicio? Quelli che erono all’assedio di fuori sosteneano male assai per lo tempo cattivo e per lo male terreno e per le spese grandi: e i loro cittadini gravavano forte e spogliavano i ghibellini e’ bianchi di moneta per modo che molti ne consumorono.
E, per avere moneta, ordinorono un modo molto sottile, che fu una taglia che posono a’ cittadini, che si chiamò la sega. E poneano a’ ghibellini e a’ bianchi tanto per testa il dì: ad alcuni lire tre, ad altri lire due, a chi lire una, secondo che parea loro che potesse sopportare. E così avea la sua taglia colui che era a’ confini come chi era nella città. E a tutti i padri che aveano figliuoli da portare arme feciono certa taglia, se fra venti dì non si rappresentassono nell’oste. Mandavavi la città a sesti e a mute di venti dì in venti dì. E tanto feciono i Fiorentini e’ Lucchesi che molti loro contadini distrussono, tenendoli sanza paga: però che erano poveri e convenia loro stare con l’arme all’assedio di Pistoia.
I governatori di Pistoia, che sapeano il segreto della vittuaglia, sempre la celavano. E a’ forestieri che serviano la terra con arme ne davano, e agli altri utili uomini, discretamente, come bisogno n’aveano: perchè si vedeano venire alla morte per fame.
Quelli che sapeano la strettezza della vittuaglia, aveano duri partiti. E il loro pensiero era tenersi fino all’estremo, e allora dirlo al popolo e armarsi tutti: come disperati gettarsi co’ ferri in mano addosso a’ nimici, e O noi morremo per niente, o forse mancherà loro il cuore e nasconderannosi e gitteransi in fuga o in altri vili rimedii. Così deliberarono fare per quando al fine della vittuaglia si vedessono venire: e’ non lasciarono però la speranza dello scampo loro.
Significarono i Pistolesi al cardinale da Prato la loro miseria, e a altri loro segreti amici di fuori li quali per loro procuravano; e tanto feciono che in corte fu eletto messer Napoleone Orsini cardinale legato in Toscana e nel patriarcato d’Aquileia. E ciò si fece per soccorrere Pistoia come terra di Chiesa. Il quale cardinale subito si part’e fra pochi dì giunse in Lombardia.
Iddio glorioso, il quale i peccatori batte e gastiga e in tutto non li confonde, si mosse a pietà e mandò nel cuore de’ Fiorentini questo pensiero: Questo signore ne viene, e giunto dirà: Questa terra è della Chiesa. E vorrà entrarvi, e noi verremo a scandolo con la Chiesa. E pensarono venire a rimedii.
Perchè le cose si temano più da lunge che dappresso, e pensa l’uomo molte cose; si come quando una fortezza o uno castello si fa, molti sono che per diversi pensieri la temano, e poi che è fatta e compiuta, gli animi sono rassicurati e niente la temono: così da lunge temerono i Fiorentini il cardinale e dappresso poco il curarono, benchè ragionevolmente temere si dovea per l’altezza della Chiesa, sì per la sua dignità e si perchè era grande in Roma e sì per la grande amicizia avea di signori e di comuni. E tanto temerono la sua venuta che disposono cercare accordo in questo modo.
Che eglino ebbono un savio e buono frate di Santo Spirito, il quale mandorono a Pistoia a messer Lippo de’ Vergellesi, de’ principali cittadini, assai suo amico. E parlando con lui il frate li fece molte promesse speziali e generali per parte della signoria di Firenze, profferendoli la terra rimarrebbe libera e salda nelle sue bellezze, e le persone salve e le loro castella.
Quando il cavaliere sentì questo, lo manifestò agli anziani. I quali, udendo il frate e la balía avea, conchiusono l’accordo; non sanza voluntà di Dio che le grandi e le picciole cose dispone, e non volle in tutto disfare quella città. O pietosa clemenzia, come gli conducesti in estremo fine! che solo un dì aveano vittuaglia da vivere, e poi si convenia la morte per fame palesare a’ cittadini. Di ciò sia tu, santissima Maestà, in eterno lodata! che il pane che mangiavano i buoni cittadini, i porci l’arebbono sdegnato!
Fatto l’accordo (innanzi la venuta del cardinale), la porta s’aperse a’ di 10 d’aprile 1306. E tal cittadino vi fu che che per fame patita mangiò tanto che egli scoppiò.
I neri di Firenze presono la terra e non osservorono loro i patti. Perchè tanto li strinse la paura che a loro non convenisse renderla che subito sanza alcuno intervallo gettorono le mura in terra, ch’erono bellissime.
Il cardinale legato, udite le novelle di Pistoia, fortemente si turbò; perchè si credea essere tale che rimedio v’arebbe posto. Andossene a Bologna e qui fece sua residenzia.
Parma, Reggio e Modana s’erono rubellate dal marchese di Ferrara, il quale per troppa tirannia facea loro, Iddio non lo vi volle più sostenere: che quando fu più innalzato, cadde. Perchè avea tolto per moglie la figliuola del re Carlo di Puglia; e perchè condiscendesse a dargliele, la comperò oltre al comune uso e fecele di dota Modana e Reggio: onde i suoi fratelli e i nobili cittadini sdegnorono entrare in altrui fedeltà. E più vi s’aggiunse la nimistà di uno potente cavaliere di Parma, chiamato messer Ghiberto, il quale il marchese cercava cacciare per tradimento. Ma il cavaliere diè gran conforto a’ cittadini di quelle due terre di rubellarsi, e con gente e con arme le liberò di servitù.
Stando il legato in Bologna, i Bolognesi rivolti cacciarono fuori i loro nimici. Credette pacificarli. I Fiorentini con danari e con conforto feciono tanto che gli apposono colpa d’uno trattato e di tradimento; e vilmente e con vergogna le cacciorono di Bologna, e morto ví fu uno suo cappellano. Andò in Romagna per entrare in Furlì: i Fiorentini glielo negorono. Andossene ad Arezzo, e con lettere e imbasciate cercò umiliarli, e non potè.
Il cardinale essendo in Arezzo raunò gente assai e fecevisi forte, perchè intese i neri di Firenze v’andrebbono a oste. Vennevi in suo aiuto il marchese della Marca, e molti gentiluomini di là, e molti guelfi bianchi e ghibellini di Firenze, e molti cavalli da Roma e da Pisa e da molti cherici di Lombardia; che in tutto si ragionava che fussono cavalli duemila quattrocento scelti.
Andoronvi i neri di Firenze ma con molto sospetto; ma non s’avvicinorono ad Arezzo, tennero la via verso Siena. Poi si rivoltorono per una montagna e entrorono su quel d’Arezzo, dove disfeciono molte fortezze degli Ubertini. Al piano non discesono, perchè i passi poteano essere loro contesi: e battaglia non si prese, perchè i neri forte ne dubitavano. I nimici loro confortavano il cardinale si pigliassi la battaglia, mostrando avere gran vantaggio e la vittoria certa. Il cardinale mai nol consentì nè che andassono a prendere i passi o torre loro vittuaglia al partire. E però i neri sanza alcuno dubbio o offesa se ne tornorono a Firenze.
Molto fu biasimato il cardinale dell’averli lasciati andare sicuri: e per molti si disse che l’avea fatto per danari o per promessa li fusse fatta da loro d’ubbidirlo e d’onorarlo. Ovvero, che messer Corso Donati gli avesse promessi fiorini quattromila e darli la terra: e egli venisse da quella parte con la sua gente per potergli levare da oste e avere i danari e non gli dare la terra.
La gente che in aiuto erono venuti al cardinale, sconsolati si partirono, perchè vedeano il partito vinto: e aveano speso assai sanza alcuno frutto, credendosi riacquistare la terra loro. E mai si raunoron più.
I neri beffando il cardinale cercorono per più vie vituperarlo, mostrando volerli ubbidire. E ritornati in Firenze, vi mandorono ambaseiatori messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini, i quali il faceano volgere e girare a loro modo, traendo da lui grazie, e pareano i signori della sua corte. Ed anco gli feciono mandare a’ signori uno frate Ubertino: e tanti modi e tante cagioni trovavono ed opponeano da uno punto ad uno altro che aspettorono i nuovi signori, che speravano fussono loro più faverevoli.
Aleuni diceano che il legato tenea i neri giusti uomini e fermamente dicea agli amici che pace s’arebbe. Non fu mai femmina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavalieri. E del più giovane fu detto che più sottilmente seguitava l’opera (tenendo il cardinale a parole e seguendo trattato di pace, nel quale buon pezzo dimororono) per lo parlare celato che facea.
In fine, per infamia data in corte al cardinale, fu rimosso dalla legazione o con poco onore andò a Roma.
I savi uomini s’avvidono che gl’imbasciatori stavano in Arezzo per mettere scandolo tra gli Aretini. E Uguccione da Faggiuola co’ Magalotti e con molti nobili seminorono tanta discordia in Arezzo che come nimici stavano i potenti ghibellini: ma pur poi s’attutorono.
Sì come nasce il vermine nel saldo pome, così tutte le cose che sono create a alcuno fine conviene che cagione sia in esse che al loro fine termini. Fra i guelfi neri di Firenze per invidia e per avarizia un’altra volta nacque grande scandolo. Il quale fu, che messer Corso Donati, parendogli avere fatta più opera nel racquistare la terra, gli parea degli onori e degli utili avere picciola parte o quasi nulla. Però che messer Rosso della Tosa, messer Pazzino de’ Pazzi, messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini co’ loro seguaci di popolo prendevano gli onori, servivano gli amici e davano i risponsi e faceano le grazie, e lui abbassarono. E così vennono in grande sdegno negli animi: e tanto crebbe che venne in palese odio.
Messer Pazzino de’ Pazzi fece pigliare un dì messer Corso Donati per danari doveva avere da lui. Molte parole villane insieme si diceano per volere la signoria sanza lui, perchè messer Corso era di sì alto animo e di tanta operazione che ne temeano, e parte contentevole non credeano che dare gli si potesse. Onde messer Corso raccolse gente a sè di molte guise. Gran parte ebbe de’ grandi, però che odiavano i popolani pe’ forti ordinamenti della giustizia fatti contro a loro, i quali promettea annullare. Molti n’accolse che speravano venire sì grandi con lui che in signoria rimarrebbono e molti con belle parole, le quali assai bene colorava. E per la terra dicea: Costoro s’appropriano tutti gli onori, e noi altri (che siamo gentiluomini e potenti) stiamo come strani: costoro hanno gli sgherigli i quali gli seguitano: costoro hanno i falsi popolani e partonsi il tesoro; del quale noi, come maggiori, dovremmo esser signori. E così svolse molti degli avversarii e recò a suo animo. De’ quali furono i Medici e’ Bordoni, i quali li soleano esser nimici e sostenitori di messer Rosso della Tosa.
Quando rifatta ebbe sua congiura, cominciarono a parlare più superbamente nelle piazze e ne’ consigli e se niuno si opponea loro, li faceano sembiante di nimico. E tanto s’accese il fuoco che di concordia della congiura i Medici ed i Bordoni ed altri a ciò ordinati assalirono lo Scambrilla per ucciderlo e fedironlo nel viso in più luoghi. Onde gli avversarii tennono che fatto fusse in loro dispetto. E molto il vicitarono e molte parole dissono: e guarito che fu, gli dierono fanti alle spese del comune, confortandolo che gran vendetta ne facesse. Questo Scambrilla era potente della persona e per l’amistà di coloro cui egli seguiva: non era uomo di grande stato, chè era stato soldato.
Crescendo l’odio per le superbe parole erano tra quelli della congiura e gli altri, si cominciò per ogni parte a invitare gente e amici. I Bordoni aveano gran seguito da Carmignano e da Pistoia e dal Monte di sotto e da Taio di messer Ridolfo grande uomo di Prato e dagli uomini di sua casa e di suo animo, tantochè a’ congiurati prestò grande aiuto. Messer Corso avea molto inanimati i Lucchesi, mostrando le rie opere de’ suoi avversarii e i modi che eglino usavano: i quali, veri o non veri, lui sapeva ben colorare. Tornato in Firenze, ordinò che un giorno nominato fussono tutti armati e andassono al palagio de’ signori e dicessono che al tutto voleano che Firenze avesse altro reggimento; e con queste parole venire all’armi.
Messer Rosso e’ suoi seguaci sentirono le invitate e le parole si diceano: e apparecchiate l’arme con irato animo, tanto s’accesono col parlare che non si poterono ritrarre dal furore. E una domenica mattina andorono a’ signori, i quali raunorono il consiglio e presono l’arme e feciono richiedere messer Corso e’ figliuoli e i Bordoni. La richiesta e il bando si fece ad un tratto, e subito condannati. E il medesimo dì a furore di popolo andorono a casa messer Corso. Il quale alla piazza di San Piero Maggiore s’asserragliò ed afforzò con molti fanti: e corsonvi i Bordoni con gran seguito vigorosamente e con pennoni di loro arme.
Messer Corso era forte di gotte aggravato e non potea l’arme: ma con la lingua confortava gli amici, lodando e inanimando coloro che valentemente si portavano. Gente avea poca, chè non era il dì ordinato.
Gli assalitori erono assai, perchè v’erano tutti i gonfaloni del popolo con soldati e con gli sgherigli a’ serragli e con balestra, pietre e fuoco. I pochi fanti di messer Corso si difendeano vigorosamente con lance, balestra e pietre, aspettando che quelli della congiura venissono in loro favore; i quali erono i Bardi, i Rossi e’ Frescobaldi e quasi tutto il sesto d’Oltrarno, i Tornaquinci e i Buondalmonti, salvo messer Gherardo. Ma niuno si mosse nè fece vista. Messer Corso, vedendo che difendere non si potea, deliberò partirsi. I serragli si ruppono; gli amici suoi si fuggivano per le case, e molti si mostravano esser degli altri che erano di loro.
Messer Rosso e messer Pazzino e messer Geri e Pinaccio e molt’altri pugnavano vigorosamente a piè e a cavallo. Piero e messer Guglielmino Spini (giovane, cavaliere novello, armato alla catalana) e Boccaccio Adimari e’ figliuoli ed altri suo consorto, seguitandoli forte, giunsono Gherardo Bordoni alla Croce a Gorgo, assalironlo: lui cadde bocconi; eglino smontati l’uccisono; e il figliuolo di Boccaccio gli tagliò la mano e portossela a casa sua. Funne amours Conde da alcuno biasimato, e disse lo facea perchè Gherardo avea operato contro a loro a petizione di messer Tedice Adimari loro consorto e cognato del detto Gherardo. I fratelli scamparono; e il padre rifuggì in casa i Tornaquinci, che era vecchio.
Messer Corso, infermo per le gotti, fuggia verso la badìa di San Salvi, dove già molti mali avea fatti e fatti fare. Gli sgherigli il presono e riconobbonlo: e volendolne menare, si difendeva con belle parole siccome savio cavaliere. Intanto sopravenne uno giovane cognato del mariscalco. Stimolato da altri d’ucciderlo, non volle fare; e ritornandosi indietro, vi fu rimandato: il quale la seconda volta li diè d’una lancia catelanesca nella gola e un altro colpo nel fianco, e cadde in terra. Alcuni monaci ne ’l porlorono alla badia, e quivi morì a’ dì 15 settembre 1307 e fu sepolto.
La gente cominciò a riposarsi, e molto si parlò della sua mala morte, in varii modi secondo l’amicizia e inimicizia. Ma, parlando il vero, la sua vita fu pericolosa e la morte reprensibile. Fu cavaliere di grand’animo e nome, gentile di sangue e di costumi, di corpo bellissimo fino alla sua vecchiezza, di bella forma con dilicate fattezze, di pelo bianco; piacevole e savio e ornato parlatore; e a gran cose sempre attendea, pratico e dimestico di gran signori e di nobili uomini, e di grande amistà e famoso per tutta Italia. Nimico fu de’ popoli e de’ popolani, amato da’ masnadieri, pieno di maliziosi pensieri, reo ed astuto. Morto fu da uno straniero soldato così vilmente: e ben seppono i consorti chi l’uccise, chè di subito da’ sua fu mandato via. Coloro che uccidere lo feciono furono messer Rosso dalla Tosa e messer Pazzino de’ Pazzi, che volgarmente per tutti si dicea: e tali li benediceano, e tali contrario. Molti credettono che i due detti cavalieri l’avessino morto e io volendo ricercare il vero, diligentemente cercai e trovai così essere vero.
La santa chiesa di Roma, la quale è madre de’ cristiani, quando i rei pastori non la fanno errare, divenuta in bassezza per la reverenza de’ fedeli minuita, richiese i Fiorentini e formò processo di scomunicazione e sentenzia diè contro a loro; e scomunicò gli uficiali e intradisse la terra e tolse l’uficio santo a’ secolari.
I Fiorentini mandorono ambasciatori al papa. Morì il vescovo Lottieri dalla Tosa. Chiamato ne fu per simonia un altro di vile nazione, animoso in parte guelfa e molto nel vulgo del popolo, ma non di santa vita.
Molto ne fu biasimato il papa, e a gran torto, perchè i mali pastori sono alcuna volta conceduti da Dio pe’ peccati del popolo, secondo il filosafo. Molto si procurò in corte con promesse e con danari. Altri ebbe le voci, ed altri la moneta: ma lui ebbe il vescovato.
Uno calonaco fu eletto vescovo da’ calonaci; messer Rosso e gli altri neri lo favoreggiavano perchè era di loro animo, pensando volgerlo a suo modo. Andò in corte e spese danari assai, e il vescovato non ebbe.
Vacante lo imperio per la morte di Federigo II, coloro che a parte d’imperio attendeano, tenuti sotto gravi pesi e quasi venuti meno in Toscana e in Cicilia, mutate le signorie, la fama e le ricordanze dello imperio quasi spente, lo imperadore del cielo provvide e mandò nella mente del papa e de’ suoi cardinali di riconoseere com’erono invilite le braccia di santa Chiesa, che i suoi fedeli quasi non la ubbidivano.
Il re di Francia, montato in superbia perchè da lui era proceduta la morte di papa Bonifazio, credendo che la sua forza da tutti fusse temuta, facendo per paura eleggere i cardinali a suo modó, addomandando l’ossa di papa Bonifazio fussono arse e lui sentenziato per eretico, tenendo il papa quasi per forza, opponendo e disertando i giudici, per torre la loro moneta, appognendo a’ tempieri resia, minacciandoli, abbassando gli onori di santa Chiesa; sì che per molte cose rinnovate nelle menti degli uomini la Chiesa non era ubbidita: e non avendo braccio nè difenditore, pensarono fare uno imperadore, uomo che fussi giusto, savio e potente, figliuolo di santa Chiesa, amatore della by Google fede. E andavano cercando chi di tanto onore fosse degno: e trovarono uno che in corte era assai dimorato, uomo savio, di nobile sangue, giusto e famoso, di gran lealtà, pro’ d’arme e di nobile schiatta, uomo di grande ingegno e di gran temperanza, cioè Arrigo conte di Luzimborgo, di val di Reno della Magna, d’età d’anni 40, mezzano di persona, bel parlatore e ben fazionato, un poco guercio.
Era stato questo conte in corte per procacciare uno grande arcivescovato della Magna per uno suo fratello; il quale, avuto il detto beneficio, si partì. Il quale arcivescovato avea una delle sette voci dell’imperio. L’altre voci per volontà di Dio s’aceordorono, e eletto fu imperadore: il quale, per lunga vacazione dello imperio, quasi si reputò niente a potere essere.
Il cardinale da Prato, il quale molto avea favoreggiata la elezione sua, credendo aiutare gli amici suoi e gastigare i nimici e gli avversari i suoi, lasciò ogni altra speranza per minore e attese all’altezza di costui, la cui elezione fu fatta a’ dì 16 di luglio 1309 e la confermazione, e bollate le lettere nel detto anno. Il quale eletto e confermato passò la montagna, giurato e promesso di venire per la corona all’agosto prossimo: come leale signore volendo osservare suo saramento, nel primo consiglio fu offeso da’ Fiorentini, perchè a’ prieghi loro l’arcivescovo di Maganza lo consigliava che non passasse e che gli bastava essere re della Magna, mettendoli in gran dubbio e pericolo il passare in Italia.
Iddio onnipotente, il quale è guardia e guida de’ principi, volle la sua venuta fusse per abbattere e gastigare i tiranni che erono per Lombardia e per Toscana, infino a tanto che ogni tirannia fusse spenta. Fermossi l’animo dello imperadore d’osservare sua promessa, come signore che molto stimava la fede; e con pochi cavalli passò la montagna per le terre del conte di Savoia sanza arme, imperò che il paese era sicuro: sicchè al tempo giurato giunse in Asti. E là raccolse gente e prese l’arme e ammunì i suoi cavalieri e venne giù discendendo di terra in terra, mettendo pace come fusse uno angelo di Dio, ricevendo la fedeltà fino presso a Milano; e fu molto impedito dal re Ruberto era in Lombardia.
Giunto l’imperadore su uno crocicchio di due vie, che l’una menava a Milano e l’altra a Pavia, uno nobile cavaliere, chiamato messer Maffeo Visconti da Milano, alzò la mano e disse: Signore, questa mano ti può dare e torre Milano: vieni a Milano, dove sono gli amici miei, però che niuno ce la può torre; se vai verso Pavia, tu perdi Milano. Era messer Maffeo stato più anni rubello di Milano, e era capitano quasi di tutta Lombardia, uomo savio e astuto più che leale. Di Milano era allora capitano e signore messer Guidotto dalla Torre, leale signore, ma non così savio. Quelli dalla Torre erono gentiluomini e d’antica stirpe, e per loro arme portavan una torre nella metà dello scudo dal lato ritto e dall’altro lato due griffi incrocicchiati; e erano nimici de’ Visconti.
Il signore mandò uno suo maliscalco a Milano ch’era nato di quelli dalla Torre, e molte parole amichevoli usò con messer Guidotto, mostrandoli la buona voluntà del signore. Ma messer Guidotto pur dubitava della sua venuta e temea di perdere la signoria, e non li parea per sua difesa pigliare la guerra. Fece tutti i suoi soldati vestire di partita di campo bianco e una lista vermiglia: fece disfare molti ponti di lunge dalla terra. Lo imperadore con piano animo tenne il consiglio di messer Maffeo Visconti e dirizzossi verso Milano e lasciò Pavia da man ritta.
Il conte Filippone, signore di Pavia, con gran benivolenzia mostrava aspettarlo e onorarlo in Pavia. Lo imperadore, tegnendo via verso Milano, passò il Tesino a guado e per lo distretto cavalcò sanza contasto.
I Milanesi gli vennero incontro. Messer Guidotto, veggendo tutto il popolo andarli incontro, si mosse anche lui: e quando fu appresso a lui, gittò in terra la bacchetta e smontò a terra e baciolli il piè; e come uomo incantato seguitò il contrario del suo volere.
Con gran festa fu ricevuto dal popolo in Milano, e pacificò messer Guidotto e messer Maffeo insieme co’ loro seguaci, e molte altre belle cose fece e più parlamenti. E più lettere mandò nella Magna, avendo novelle che il suo figliuolo era coronato re di Buemia e avea preso donna di nuovo: di che ebbe molta allegrezza.
Avea lo imperadore per antica usanza di prendere la prima corona a Moncia: per amore de’ Milanesi e per non tornare indietro, prese la corona di ferro lui e la donna sua in Milano, nella chiesa di Sant’Ambrogio, la mattina della pasqua di Natale a’ dì 25 di decembre 1310. La qual corona era di ferro sottile, a guisa di foglie d’alloro, forbita e lucida come spada, e con molte perle grosse ed altre pietre.
Grande e orrevole corte tenne in Milano; e molti doni fece la imperadrice la mattina di calen di gennaio 1310 ai suoi cavalieri. Parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare: la falsa fama l’accusava a torto. I ghibellini diceano: E’ non vuole vedere se non guelfi; e’ guelfi diceano: E’ non accoglie se non ghibellini. E così temeano l’un l’altro. I guelfi non andavano più a lui: i ghibellini spesso lo visitavano, perchè n’aveano maggiore bisogno. Per gl’incarichi dello imperio portati, parea loro dovere avere migliore luogo: ma la volontà dello imperadore era giustissima, perchè ciascuno amava, ciascuno onorava come suoi uomini.
Quivi vennono i Cremonesi a fare la fedeltà in parlamento con animo chiaro; quivi i Genovesi e presentaronlo: e per loro amore a gran festa mangiò in scodella d’oro. Il conte Filippone stava in corte. Messer Manfredi di Beccheria, messer Antonio da Fosceraco signore di Lodi ed altri signori e baroni di Lombardia gli stavano dinanzi. La sua vita non era in sonare nė in uccellare nè in sollazzi, ma in continui consigli, assettando i vicarii per le terre, e a pacificare i discordanti.
I Milanesi aveano stanziati danari per donare all’imperadore; e a raunarli, nel consiglio ebbe rampogne tra quelli dentro e gli usciti ritornati. Messer Guido avea due figliuoli, i quali si cominciavano a pentire di quanto il padre avea fatto e udivano le parole de’ lamentatori di loro parte. Lo imperadore fece uno pensiero di trarre alcuni dell’una parte e dell’altra de’ più potenti e menarsegli seco, e tali confinare.
I figliuoli di messer Mosca, che l’uno era arcivescovo, cugini di messer Guidotto, divenuti nimici per gara: il perchè lui li tenea in prigione. Lo imperadore gliene fece trarre e rappacificolli insieme. Ma i figliuoli di messer Guidotto non ressono: e un dì appensatamente richiesono loro amici, e ricominciato l’odio, in uno consiglio si svillaneggiorno di parole. Le quali ingrossorono per modo che presono l’arme e abbarraronsi nel guasto di quelli dalla Torre. Il rumore fu grande. Il mariscalco dello imperadore vi trasse; messer Galeazzo figliuolo di messer Maffeo Visconti e’ trasse a piè con lo imperadore. Il maliscalco dello imperadore n’andò al serraglio con sessanta cavalli e ruppelo e la gente mise in fuga.
Messer Guidotto era malato di gotte fu traportato in altra parte: dissesi che scampato era nelle forze del Dalfino. I figliuoli rifuggirono a uno loro castello presso a Como e di lunge a Milano 20 miglia. Tutti i loro arnesi furono rubati. E così si cambiò la festa, ma non l’amore dello imperadore; per lo che volle lero perdonare: ma non se ne fidorono. Ed allora cominciò a sormontare messer Maffeo Visconti, e quelli dalla Torre e i loro amici abbassare. Il sospetto crebbe più che l’odio. Lo imperadore raccomandò la terra a messer Maffeo, e per vicario vi lasciò messer Niccola Salimbeni da Siena, savio e virile cavaliere e adorno di belli costumi, magnanimo e largo donatore.
Il nimico che mai non dorme, ma sempre semina e ricoglie, mise discordia in cuore a’ nobili di Cremona di disubbidire. E due fratelli, figliuoli del marchese Cavalcabò, n’erano signori, messer Sovramonte degli Amati, un savio cavaliere, quasi loro avversario per gara d’onori, vi s’accordorno; e avieno lettere de’ Fiorentini e falsi instigamenti: gridarono contro l’imperadore e cacciorono il suo vicario.
Lo imperadore, ciò sentendo, non cruccioso, come uomo di grand’animo, gli citò: non l’ubbidirono e rupponli fede e saramento. I Fiorentini vi mandorono subito uno ambasciadore per non lasciare spegnere il fuoco: il quale proferse loro aiuto di gente e di denari. Il che i Cremonesi accettorono, e afforzorono la terra.
Lo imperadore cavalcò verso Cremona. Gli ambasciadori di là gli furono a’ piedi, dicendo come non poteano portare gl’incarichi erono loro posti, e che erano poveri e che sanza vicario il voleano ubbidire. Lo imperadore non rispondendo, furono ammaestrati per lettere segrete che, se volessono perdono, vi mandassono assai de’ buoni cittadini a domandare merzè; però che lo imperadore volea onore. Mandoronne assai e scalzi, senza niente in capo, in sola gonnella, colla coreggia in collo: e dinanzi a lui furono a domandare merzė. A’ quali non parlò. Ma eglino sempre chieggendo perdono, lui sempre cavalcava verso la città. E giunto, trovò aperta la porta, nella quale entrò e ivi si fermò, e mise mano alla spada e fuori la trasse e sotto quella li ricevette. I grandi e potenti colpevoli e il nobile cavaliere fiorentino messer Rinieri Buondalmonti li podestà si partirono avanti che lo imperadore venisse, li quale podestà vi fu mandato per mantenerli contro allo imperadore. Il quale fece prendere tutti i potenti vi rimasono e messer Sovramonte che per troppo senno o per troppa sicurtà non fuggì; e prendere fece tutti coloro che gli andorono a chiedere merzè e ritenneli in prigione. La terra riformò, la condannagione levò loro e’ prigioni mandò a Riminingo.
Dimorando lo imperadore in Cremona, i Bresciani, i quali avean fatti i suoi comandamenti e ricevuto il suo vicario, messer Tibaldo Bruciati e messer Maffeo di Maggio, capi ciascuno d’una parte, messer Maffeo che prima tenea la terra, per ubbidire, dipose la signoria nella voluntà dello imperadore. Messer Tibaldo (che dallo imperadore fu beneficato, perchè prima andava cattivando per la Lombardia povero co’ suoi seguaci, e da lui fu rimesso nella città) il tradì: perchè mandando a Cremona per cavalieri che venissono a ubbidirlo, vi mandò della parte di messer Maffeo tutti quelli aveano ubbidito. Il quale, quando se ne avvide, mandò per alcuni nominatamente, i quali non vennono. Feceli citare sotto termine e pena: e anche non vennono. Lo imperadore, intendendo la loro malizia, con pochi appresso uscì della camera e fecesi cingere la spada, e dirizzossi col viso verso Brescia, e la mano pose alla spada e mezza la trasse della guaina, e maladi la città di Brescia; e riformò la città di Cremona di vicario.
A’ dì 12 di maggio 1314 lo imperadore con sua gente cavalcò a Brescia e con gran parte de’ Lombardi e conti e signori, e posevi l’assedio, perchè così fu consigliato; chè ella non si potea tenere, perchè non erono provveduti di vittuaglia e erono nella fine della ricolta: E veggendo il campo posto, la gente si arrenderà tosto; e se tu la lasci, tutta Lombardia è perduta, e tutti i tuoi contrarii quivi faranno nidio. E questa fia vettoria da fare tutti gli altri temere. Fermò l’assedio: mandò per maestri, ordinò edificii e cave coperte, e molti palesi segni fece da combattere. La città era fortissima e popolata di pro’ gente, e dal lato del monte avea una fortezza; e tagliato il poggio, la via non potea esser loro tolta d’andare a quella fortezza. La città era forte a combatterla. Quivi si stette un giorno, pensando assalirla di verso la Magna: però che, avutala, la città era vinta.
Messer Tibaldo, volendo soccorrere, andò là, e per giustizia di Dio il cavallo incespicò e cadde. E’ fu preso e menato allo imperadore, della cui presura molto si rallegrò. E fattolo esaminare, in su uno cuoio di bue il fe’ strascinare intorno alla città, e poi gli fe’ tagliare la testa, e il busto squartare: e gli altri presi fece impiccare.
Così incrudelirono quelli dentro inverso quelli di fuori, che quando ne pigliavano uno, lo ponieno su’ merli, acciò fusse veduto, e ivi lo scortificavano, e grande iniquità mostravano. E se presi erono di quelli dentro, erono da quelli di fuori impiccati. E così con edificii e balestra dentro e di fuori guerreggiavano forte l’uno l’altro. La città non si potea tanto strignere con assedio che spie non v’entrassono mandate da’ Fiorentini: i quali con lettere gli confortavano, e mandavano danari.
Un giorno messer Gallerano fratello dello imperadore (grande di persona, bello del corpo) cavalcava intorno alla terra per vederla, sanza elmo in testa, in un giubbetto vermiglio. Il quale fu fedito d’uno quadrello sul collo per modo che pochi dì ne visse. Acconcioronlo alla guisa de’ signori, e a Verona fu portato e quivi fu onorato di sepoltura.
Molti conti, cavalieri e baroni vi morirono; Tedeschi e Lombardi assai v’infermarono, perchè l’assedio durò sino a’ dì 18 di settembre.
A’ dì 19 di settembre 1311 (perchè il luogo dove era il campo era disagiato, il caldo grande, la vittuaglia venia di lunge, e’ cavalieri erono gentili, e dentro alla terra ne morivano assai di fame e di disagio per le guardie si conveniva loro fare e pe’ sospetti grandi) per mezzanità di tre cardinali ştati mandati dal papa allo imperadore (i quali furono monsignore d’Ostia, monsignor d’Albano e monsignor dal Fiesco) si praticò accordo tra lo imperadore e i Bresciani di darli la terra, salvo l’avere e le persone: e arrenderonsi a’ detti cardinali.
Lo imperadore entrò nella terra e attenne loro i patti. Fece disfare le mura, e alquanti Bresciani confinò, e dall’assedio si partì con molti meno de’ suoi cavalieri, che vi morirono, e molti se ne tornorono indietro malati.
Partissi lo imperadore da Brescia e andonne a Pavia per una discordia nata tra quelli di Beccheria e messer Riccardino (figliuolo del conte Filippone) per cagione che morì il vescovo di Pavia, e ciascuno volea la nuova elezione. E tanta fu che quelli di Beccheria uccisono quattro de’ loro avversarii. Il vicario con messer Riccardino pugnorono con quelli di Beccheria per modo che li cacciorono fuori della terra e tolsano loro le loro castella di fuori.
Lo imperadore, parendoli avere perduto assai tempo, cavalcò inverso Genova, la quale tenea messer Branca Doria, dove giunse a’ dì 21 d’ottobre 1311: dal quale onoratamente fu ricevuto e giurò ubedienza.
Messer Obizzino Spinola, capo dell’altra parte (che era rubello), gli si fece innanzi e con gran reverenza l’onorò. Arbitrossi per li savi uomini che la divisione delle due parti lo facesse tanto onorare; perchè lo feciono a gara. Ma i Genovesi di loro natura sono molto altieri e superbi e discordanti fra loro, che il re Carlo vecchio mai li potè raccomunare. Nè non si credette mai che non che lo ricevessono per signore per loro superbia, ma che gli dessono pure il passo: Perchè i cittadini sono sdegnosi, la riviera è aspra, i Tedeschi sono dimestichi con le donne, i Genovesi ne sono ghignosi: zuffa vi sarà.
Iddio, che regge e governa i principi e’ popoli, gli ammaestro: e inchinate le loro volontà, saviamente come nobili uomini l’onorarono e ritennono in quella città più mesi. Nel qual tempo la morte (la quale a niuno non perdona nè per lungo termine) per volontà di Dio partì dal mondo la nobile imperadrice con nobilissima fama di gran santità di vita e onestà, ministra de’ poveri di Cristo. La quale fu seppellita con grand’onore a’ dì 12 di novembre nella chiesa maggiore di Genova.
I Fiorentini in tutto li si scopersono nimici in procurare la ribellione delle terre di Lombardia. Corruppono per moneta e per promesse con lettere messer Ghiberto signore di Parma e dierongli fiorini quindicimila perchè tradisse lo imperadore e rubellasseli la terra. Deh quanto male si mise a fare questo cavaliere, il quale da lui avea ricevute di gran grazie in così poco tempo! Chè donato gli avea il bel castello di San Donnino e un altro nobile castello, il quale tolse a’ Cremonesi e diè a lui; il quale era sulla riva di Po. E la bella città di Reggio gli avea data in guardia, credendo che fusse fedele e leale cavalière. Il quale armato sulla piazza di Parma gridò: Moia lo imperadore. E il suo vicario cacciò fuori della terra, e i nimici accolse. Coprivasi con false parole, dicendo che non per danari il facea, ma perchè il marchese Pallavicino avea rimesso in Cremona, il quale tenea per suo nimico.
Premeano i Fiorentini i loro poveri cittadini, togliendo loro la moneta, la quale spendeano in così fatte derrate: e tanto procurarono che messer Ghiberto rimise gli avversarii dello imperadore in Cremona (però che gli ritenea) e afforzò sulla riva di Po. E un giorno cavalcò con lui messer Galasso, ch’era alla guardia di Cremona in servigio de’ Bresciani forse con cento cavalli: e entrorono nella terra, e tanti con loro se ne appoggiorono che pochi fedeli dello imperadore vi rimasono, a’ quali convenne votare la terra.
Messer Guidotto della Torre con cavalieri accolti di Toscana vi cavalcò. La terra afforzorono di fossi e di palizzi. Il conte Filippone contro all’imperadore stava con animo iroso e cercava parentado con messer Ghiberto e congiura e lega. E gli usciti di Brescia si raunorono con loro, però che a quello che perdonò l’umiltà dello imperadore, non perdonò Iddio: chè la parte di messer Tibaldo Bruciato, ricevuto il perdono dallo imperadore, una altra volta gli volle ritorre la terra. Onde l’altra parte, avuto più tosto il soccorso, coll’arme in mano di Brescia e del contado gli cacciò. Deh quanta malizia multiplicò tra’ Lombardi in picciol tempo, in uccidersi tra loro e rompere il saramento dato!
I Fiorentini, che erano in Firenze pieni di temenza e di paura, non attendeano a altro che a corrompere i signori de’ luoghi con promesse e con danari, i quali traevano da’ miseri cittadini, che per mantenere libertà se li lasciavano torre a poco a poco. Molti ne spesano in rie opere. La loro vita non era in altro che in simili cose.
I signori feciono messi segreti, fra’ quali fu uno frate Bartolomeo, figliuolo d’uno cambiatore, uomo astuto, uso in Inghilterra, e in sua giovanezza costumato e di sottile ingegno. Mandaronlo in corte a tentare il papa e’ cardinali. E con lettere portò messer Baldo Fini da Fighine tentorono il re di Francia. Al quale disse il cardinale d’Ostia: Quanto grande ardimento è quello de’ Fiorentini, che con loro dieci lendini ardiscono tentare ogni signore!
Al papa mandorono due ambasciadori, che furono messer Pino de’ Rossi e messer Gherardo Bostichi, due valenti cavalieri. Molti danari furono loro sottratti, e molti ne perderono; e dal papa non ebbono cosa volessono.
Il cardinale Pelagrú, nato di Guasconia, nipote del papa, fu mandato legato a Bologna, perchè, essendo morto il marchese di Ferrara, uno suo figliuolo bastardo tenea la terra: la quale non potendo tenere, si patteggiò co’ Viniziani e vendella loro. I Viniziani vi vennono e per forza la presono e tennono. Messer Francesco da Esti, fratello del marchese, insieme co’ Bolognesi e con messer Orso degli Orsini di Roma s’accostorono con la Chiesa. Il cardinale andò a Ferrara e da’ Viniziani non fu ubbidito. Il perchè formò loro processo addosso e condannògli: bandì loro la croce addosso, e di più luoghi v’andò assai genti contro per lo perdono e per avere soldo. I Viniziani teneano una fortezza in Ferrara, la quale il marchese v’avea fatta molto forte, a guisa d’uno cassero. I Viniziani vi vennono per acqua e furonvi sconfitti e presi e mortine assai: e fu sventurata fortuna per loro, che molto vilmente perderono, perchè i nobili che vi erono l’abbandonarono.
Il cardinale Pelagrú venne a Firenze e con grandissimo onore fu ricevuto. Il carroccio e gli armeggiatori gli andorono incontro fino allo spedale di San Gallo. I religiosi con la processione, i gran popolani di quella parte a piè e a cavallo l’andorono a onorare.
Giunse in Firenze, e i Fiorentini molto con lui si consigliorono e bene lo informorono come procuravano col papa che tardasse la venuta dello imperadore, e pregarono ne ’l confortasse e così promise fare. Donaronli danari, i quali volentieri accettò; e di quelli riscosse la sua legazione e d’accordo con loro di Firenze si partì.
Andossene il cardinale allo imperadore, il quale sapea i ragionamenti avea auti co’ Fiorentini, e però non li mostrò gran benevolenza. Ritornossi al papa, il quale confortandolo di quanto da’ Fiorentini era pregato, gli tenea in speranza, tanto che da loro ritrasse molti danari. E questo faceano perchè lo imperadore si consumasse.
Di tre cardinali avea mandati il papa allo imperadore, quando era ad assedio a Brescia, ne morì uno, cioè quello d’Albano: il quale venne infermo a Lucca e morì quivi.
Il vescovo di Legge anche vi morì, grand’amico dello imperadore, al quale avea donato Rezzuolo, il quale è tra Reggio e Mantova. Il quale i Mantovani dipoi tolsono a colui a cui era rimaso.
I due ambasciadori fiorentini erono in corte vi morirono, e prima messer Pino de’ Rossi: e per premio di sua fatica furono fatti due suoi consorti e parenti cavalieri dal popolo, e donato loro molti danari di quelli toglieano a’ ghibellini e a’ bianchi. E con tutto che i bianchi tenessono alcuna vestigia di parte guelfa, erano da loro trattati come cordiali nimici. Dipoi morì messer Gherardo; e non furono i suoi onorati nè di cavalleria nè di danari, perchè non era stato così fedele come l’altro.
Quattro erono i capi di questa discordia de’ neri, cioè messer Rosso dalla Tosa e messer Pazzino de’ Pazzi, messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini. Dipoi vi se ne aggiunse due, cioè messer Tegghiaio Frescobaldi e messer Gherardo Ventraia, uomo di poca fede.
Questi sei cavalieri strinsono Folcieri podestà di Firenze a tagliare la testa a Masino Cavalcanti e a uno de’ Gherardini. Costoro faceano fare i priori a loro modo e gli altri ufici dentro e di fuori. Costoro liberavano e condannavano chi e’ volevono, e davano le risposte e faceano i servigi e’ dispiaceri come voleano.
Messer Rosso dalla Tosa fu cavaliere di grand’animo, principio della discordia de’ Fiorentini, nimico del popolo, amico de’ tiranni. Questi fu quello che la intera parte guelfa di Firenze divise in bianchi e neri: questi fu che le discordie cittadinesche accese: questi fu quello che con sollicitudine, congiure e promesse gli altri tenea sotto di sè. Costui a parte nera fu molto leale, e i bianchi perseguitò: con costui si confidavano le terre d’attorno di parte nera e con lui aveano composizioni.
Costui, aspettato da Dio lungo tempo, però che avea più che anni settantacinque, un dì, andando, uno cane gli si attraversò tra’ piè e fecelo cadere per modo si ruppe il ginocchio, il quale infistolì. E martoriandolo i medici, di spasimo si morì: e con grand’onore fu sepolto, come a gran cittadino si richiedeva.
Lasciò due figliuoli, Simone e Gottifredi, che dalla parte furono fatti cavalieri; e con loro un giovane loro parente, chiamato Pinuccio. E molti danari funno donati loro; e chiamavansi i cavalieri del filatoio: però che i danari che si dierono loro, si toglievano alle povere femminelle che filavano a filatoio.
Questi due cavalieri suoi figliuoli, volendo tenere gran vita per essere onorati, perchè parea loro che l’opere del padre il meritassono, cominciorono a calare, e messer Pino a sormontare, il quale in poco tempo si fece grande.
I Fiorentini, accecati dal loro rigoglio, si misono contro allo imperadore, non come savi guerrieri, ma come rigogliosi, avendo lega co’ Bolognesi, Sanesi, Lucchesi e Volterrani e Pratesi e Colligiani e con altre castella di loro parte. I Pistolesi, poveri, lassi, e di guerra affannati e distrutti, non teneano del tutto con loro; non perchè non fussono d’uno animo, ma perchè vi metteano podestà con sì grandi salarii che non poteano sostenere alle paghe. Il perchè non arebbono potuto pagare la loro parte della taglia, però che pagavano al mariscalco e a’ suoi fiorini quarantottomila l’anno; e teneansi per loro, acciò che i Fiorentini non v’entrassono.
I Lucchesi sempre aveano ambasciadori in corte dello imperadore, e alcuna volta diceano d’ubbidirli, se concedesse loro lettere che le terre tenieno dello imperio potessono tenere, e non vi rimettesse gli usciti. Lo imperadore niuno patto fe’ con loro nè con altri: ma mandò mésser Luigi di Savoia ed altri ambasciadori in Toscana, i quali da’ Lucchesi furono onoratamente ricevuti e presentati di zendadi ed altro. I Pratesi gli presentarono magnificamente e tutte l’altre terre, scusandosi erono in lega co’ Fiorentini.
Siena puttaneggiava: chè in tutta questa guerra non tenne il passo a’ nimici nè dalla volontà de’ Fiorentini in tutto si partì. I Bolognesi si tennono forte co’ Fiorentini contro lo imperadore, perchè temeano forte di lui: molto s’afforzarono e steccarono la terra. Dissesi che contro a lui non aveano difesa alcuna, perchè dalla Chiesa avea il passo. Ma, perchè gli parve aspro cammino a entrare in Toscana, nol fece. Dissesi che i marchesi Malespini il voleano mettere per Lunigiana, e feciono acconciare le vie e allargare negli stretti passi. E se quindi fusse venuto, entrato sarebbe tra falsi fedeli: ma Iddio l’ammaestrò.
Andossene a Genova per venire a Pisa, tutta d’animo e di parte d’imperio, che più speranza ebbe della sua venuta che niuna altra città, e che fiorini sessantamila gli mandó in Lombardia, e fiorini sessantamila gli promesse quando fusse in Toscana, credendo riavere le sue castella e signoreggiare i suoi avversarii: quella che la ricca spada in segno d’amore gli presentò; quella che delle sue prosperità festa ed allegrezza facea; quella che più minacce per lui ricevea; quella che diritta porta per lui è sempre stata e per li nuovi signori che venuti sono in Toscana per mare e per terra, che a loro parte attendono; quella che da’ Fiorentini è molto ragguardata quando s’allegrano della prosperità d’imperio.
Giunse lo imperadore a Pisa a’ dì 6 di marzo 1311 con trenta galee; dove fu con gran festa e allegrezza ricevuto e onorato come loro signore. I Fiorentini non vi mandorono ambasciadori, per non essere in concordia i cittadini. Una volta gli elessono per mandarli e poi non gli mandorono, fidandosi più nella simonia e in corrompere la corte di Roma che patteggiarsi con lui.
Messer Luigi di Savoia, mandato ambasciadore in Toscana dallo imperadore, venne a Firenze e fu poco’ onorato da’ nobili cittadini. E’ feciono il contrario di quello doveano. Domandò che ambasciadore si mandasse a onorarlo e ubbidirli come a loro signore. Fu loro risposto per parte della signoria da messer Betto Brunelleschi che mai per niuno signore i Fiorentini inchinarono le corna. E ambasciadore non vi si mandò, che arebbano auto da lui ogni buon patto; perchè il maggiore impedimento che avesse erano i guelfi di Toscana.
Partito l’ambasciadore, se ne tornò a Pisa, e i Fiorentini feciono fare uno battifolle a Arezzo e ricominciarvi la guerra. E in tutto si scopersono nimici dello imperadore, chiamandolo tiranno e crudele, e che s’accostava co’ ghibellini e i guelfi non voleva vedere. E ne’ bandi loro diceano: A onore di santa Chiesa e a morte del re della Magna. L’aquile levarono dalle porte e dove erano intagliate e dipinte; ponendo pena a chi le dipignesse e le dipinte non ne spegnesse.
Lo imperadore, schernito da’ Fiorentini, si partì di Pisa e andonne a Roma: dove giunse a dì 7 di maggio 1312, e onoratamente fu ricevuto come signore e messo nel luogo del senatore. E intendendo le ingiurie gli eran fatte dai guelfi in Toscana e trovando i ghibellini che con lui s’accostavano di buona voluntà, mutò proposito e accostossi con loro. E verso loro rivolse l’amore e la benivolenzia che prima avea co’ guelfi: e proposesi di aiutarli e rimettergli in casa sua, e i guelfi e’ neri tenere per nimici, e quelli perseguitare.
I Fiorentini sempre teneano ambasciadori a’ piè del re Ruberto, pregandolo che colla sua gente offendesse lo imperadore, promettendoli e dandoli denari assai.
Il re Ruberto, come savio signore e amico de’ Fiorentini, promise loro d’aiutarli, e così fe’: e allo imperadore mostrava di confortare e ammunire i Fiorentini gli fussono ubbidienti come a loro signore. E come sentì che lo imperadore era a Roma, di subito vi mandò messer Giovanni suo fratello con trecento cavalli, mostrando mandarlo per sua difesa e onore della sua corona. Ma lo mandò perchè s’intendesse con gli Orsini, nimici dello imperadore, per corrompere il senato e impedire la sua coronazione: che ben la intese.
Mostrando il re grand’amore allo imperadore, gli mandò suoi ambasciadori a rallegrarsi della sua venuta, facendoli grandissime profferte, richieggendolo di parentado, e che li mandava il fratello per onorare la sua coronazione e per suo aiuto bisognando.
Rispose loro il savissimo imperadore di sua bocca: Tarde sono le proferte del re, e troppo tostana è la venuta di messer Giovanni. Savia fu la imperiale risposta, che bene intese la cagione di sua venuta.
A diì primo di agosto 1312 fu incoronato in Roma Arrigo (conte di Luzimborgo) imperadore e re de’ Romani nella chiesa di San Giovanni Laterano da messer Niccolaio cardinale da Prato, da messer Luca dal Fiesco cardinale di Genova e da messer Arnaldo Pelagrù cardinale di Guasconia, di licenzia e mandato di papa Clemente V e de’ suoi cardinali.
La giustizia di Dio quanto fa laudare la sua maestà quando per nuovi miracoli dimostra a’ minuti popoli che Iddio le loro ingiurie non dimentica! molta pace dà a coloro dell’animo che l’ingiurie da’ potenti ricevono, quando veggiono che Iddio se ne ricorda. E come si conoscono aperte le vendette di Dio quando egli ha molto indugiato e sofferto! Ma quando le indugia, è per maggiore punizione: e molti credono che di mente uscito gli sia.
Messer Betto Brunelleschi è la sua casa erono di progenie ghibellina. Fu ricco di molte possessioni e d’avere: fu in grande infamia del popolo, però che ne’ tempi delle carestie serrava il suo grano, dicendo: O aronne tal pregio, o non si venderà mai. Molto trattava male i bianchi e’ ghibellini sanza niuna pietà, per due cagioni: la prima, per essere meglio creduto da quelli che reggevano; l’altra, perchè non aspettava mai di tal fallo misericordia.
Molto era aoperato in ambasceric, perchè era buono oratore. Familiare fu assai con papa Bonifazio; e con messer Napoleone Orsino cardinale, quando fu legato in Toscana, fu molto dimestico, e tennelo a parole, togliendoli ogni speranza di mettere pace tra i bianchi e’ neri di Firenze.
Questo cavaliere fu in gran parte cagione della morte di messer Corso Donati. E a tanto male s’era dato che non curava nè Dio nè il mondo, trattando accordo co’ Donati, scusando sè e accusando gli altri. Un giorno giocando a scacchi, due giovani de’ Donati con altri loro compagni vennono a lui da casa sua e fedironlo di molte ferite per lo capo, per modo lo lasciarono per morto. Ma uno suo figliuolo fedì un figliuolo di Biccicocco per modo che pochi dì ne visse. Messer Betto alquanti dì stette per modo che si credea campasse: ma dopo alquanti dì, arrabbiato, sanza penitenzia o soddisfazione a Dio e al mondo e con gran disgrazia di molti cittadini, miseramente morì. Della cui morte molti se ne rallegrorono, perchè fu pessimo cittadino.
Messer Pazzino de’ Pazzi, uno de’ quattro principali governatori della città, cercò pace co’ Donati per sè e per messer Pino: benchè poco fusse colpevole della morte di messer Corso, perchè era stato gran suo amico e d’altro non si curava. Ma i Cavalcanti (che era By Crook potente famiglia e circa sessanta uomini erano da portare arme) aveano molto in odio questi sei cavalieri governatori, i quali aveano stretto Folcieri podestà a tagliare la testa a Masino Cavalcanti, e sanza dimostrazione alcuna il sopportavano.
Un giorno, sentendo il Paffiera Cavaleanti, giovane di grand’animo, che messer Pazzino era ito sul greto d’Arno da Santa Croce con uno falcone e con uno solo famiglio, montoò a cavallo con alcuni compagni e andoronlo a trovare. Il quale, come gli vide, cominciò a fuggire verso Arno; e seguitandolo, con una lancia li passaro le reni e, caduto ne l’acqua, gli segorono le vene e fuggirono verso Val di Sieve. E così miseramente morì.
I Pazzi e’ Donati s’armorono e corsono al palagio. E col gonfalone della giustizia e con parte del popolo corsono in Mercato Nuovo a casa i Cavalcanti e con stipa misano fuoco in tre loro palagi: e volsonsi verso la casa di messer Brunetto credendo l’avesse fatto fare.
Messer Attaviano Cavalcanti soccorso fu dai figliuoli di messer Pino e da altri suoi amici. E’ feciono serragli e con cavalli e pedoni s’afforzorono per modo niente feciono: chè dentro al serraglio era messer Gottofredi e messer Simone dalla Tosa, il Testa Tornaquinci e alcuni loro consorti, ed alcuni delli Scali, delli Agli e de’ Lucardesi e di più altre famiglie che francamente li difesono, fin che costretti furono di disarmarsi.
Quietato il popolo, i Pazzi accusorono i Cavalcanti, de’ quali ne furono condannati quarantotto nell’avere e nella persona. Messer Attaviano si rifuggì in uno spedale a fidanza de’ Rossi: dipoi n’andò a Siena.
Di messer Pazzino rimasono più figliuoli: de’ quali due ne furono fatti cavalieri dal popolo, e due loro consorti; e dati furono loro fiorini tremila e quaranta moggia di grano.
In quanto poco spazio di terreno sono morti cinque crudeli cittadini, dove la giustizia si fa e punisconsi i malfattori di mala morte! i quali furono messer Corso Donati, messer Niccola de’ Cerchi, messer Pazzino de’ Pazzi, Gherardo Bordoni e Simone di messer Corso Donati: e di mala morte messer Rosso della Tosa e messer Betto Brunelleschi, e de’ loro errori furono puniti.
Messer Geri Spini sempre dipoi stette in gran guardia, perchè furono ribanditi i Donati e i loro seguaci e i Bordoni con grand’onore: a cui poco innanzi furono le case disfatte dal popolo con gran vergogna loro e danno.
Così sta la nostra città tribolata! Così stanno i nostri cittadini ostinati al mal fare! E ciò che si fa l’uno dì si biasima l’altro. Soleano dire i savi uomini: L’uomo savio non fa cosa che se ne penta. E in quella città e per quelli cittadini non si fa cosa sì laudabile che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono, il male per legge non si punisce. Ma come il malfattore ha degli amici e può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto.
O iniqui cittadini, che tutto il mondo avete corrotto e viziato di mali costumi e falsi guadagni! Voi siete quelli che nel mondo avete messo ogni malo uso. Ora vi si ricomincia il mondo a rivolgere addosso. Lo imperadore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.
Fine.