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Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi/Intorno alla Cronaca di Dino Compagni

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INTORNO ALLA CRONACA

DI

DINO COMPAGNI


L’età nostra, che non è contenta di quello che ha, e non sa trovare ancora la via per giungere a quello che non ha, si è sforzata e si sforza a suo potere di domandare al passato consigli per mutare il presente e conquistar l’avvenire. Da ciò è venuto il molto studio posto nello svolgere le cronache antiche e nell’interrogare i vecchi padri sui modi che tennero per compiere le grandi opere che noi ammiriamo senza potere emulare, affine di vedere se nelle loro risposte vi fosse nulla che potesse accomodarsi ai nostri bisogni e insegnarci a prendere un qualche forte e onorato partito. Questo studio che, eccitato da nobile amore [p. 6 modifica]di patria, di per sè stesso era degno di tutte le lodi, portò a conseguenze diverse anzi contrarie, a seconda degli umori e delle fantasie di quelli che vi applicarono l’animo. Alcuni rettamente avvisarono che degli antichi debbasi ammirare e studiare di trasfondere in noi i generosi ardimenti, la stupenda forza dell’animo e il coraggio delle grandi cose mosso dall’amore del pubblico bene senza curare di privato interesse, e abborrire le malnate discordie e le miserabili gare che impedirono ad essi di lasciarci in eredità una patria grande e potente. Questi erano eccellenti consigli, che fu bene ascoltare e che fecero salutari effetti, preparando colla mutazione delle idee quella dei fatti. Ma altri, non contenti a lodare le cose lodevoli, presero a fare il panegirico di tutto ciò che fosse antico, e trovarono buone e raccomandabili anche le istituzioni che più sentono dell’ignoranza, della ferocia e della superstizione. Costoro erano gente di due qualità: gli uni oneste persone che si lasciavano governare da un certo loro fantasticare poetico, da cui erano tratti innocentemente in inganno; gli altri erano uomini che avevan l’intelletto depravato da false voglie, e usavano quelle arti per loro fini [p. 7 modifica]segreti, di cui non voglio parlare perchè mi fa schifo pure a pensarvi. La ricerca delle cose antiche mossa in tal guisa da studii e da amori diversi portò gran discrepanza di opinioni anche sull’autorità degli scrittori da cui bisognava impararle, e le cronache dettero argomento a fiere polemiche. Accusate da una parte, difese dall’altra: di qui inni, di là vituperii: da un verso spregiate come opera di frati ignoranti e superstiziosi, dall’altro tenute come oracoli non solo quando narrano, ma anco quando ragionano. Vi era esagerazione da una parte e dall’altra: ma certamente erano guidati da amore più generoso e da intenzioni più rette coloro che all’età nostra non potevano patire le lodi delle idee e de’ fatti che una benefica filosofia distrusse con lunga battaglia. Sarebbe inutile insistere sopra una questione di già giudicata, ma all’uopo nostro importa il dire che sebbene tutta la ragione non stesse nè di qua nè di là, la parte che vi ha di vero nelle accuse contro le cronache è molto minore quando si parla di quelle scritte dai Fiorentini, i quali inalzarono la prima fiaccola in mezzo alle tenebre e, per quanto lo comportava l’età, mostrarono arguto senno e [p. 8 modifica]indipendenza di spirito. Anch’essi sulle prime raccontano favole e superstizioni e prodigi da volgo, e risentono qua e là degli umori del tempo; ma cercano il vero con animo puro, non inventano a bello studio e, se ingannano, non intendono mai d’ingannare i lettori. Insomma sono galantuomini che non temono nè adulano nessuno: amano la patria di ardentissimo affetto, ma non temono di rimproverarla aspramente quando la vedono abbandonare la virtù e la giustizia Essi ci pongono davanti allo sguardo un giovane popolo amantissimo della libertà nel modo che il suo cuore la sente e il suo intelletto la comprende; un popolo che fortemente lotta coll’ignoranza e colla barbarie, e ogni giorno ne riporta nuove vittorie e s’incammina a vita più civile e più splendida per ornamenti di arti e di lettere. I primi e principali nostri scrittori di cronache, Ricordano Malespini, Dino Compagni e i Villani sono degni di rappresentare questo popolo fiero, irrequieto, discorde, magnanimo, ardimentoso, forte alle virtù e ai delitti, pieno d’ingegni e di arguzie. Perocchè eglino nacquer tra esso, ne combatterono le guerre, ne esercitarono le arti, si mescolarono [p. 9 modifica]con lui per le piazze e per le botteghe, si trovarono insieme a fare le leggi, sederono nei magistrati, ed ebbero agio a conoscere le miserie dei più e le male e le buone intenzioni degli agitatori di plebe e dei desiderosi di crescere per novità e turbamenti.

Di più, questi scrittori di cronache, oltre ad aver conservata la memoria dei fatti che sono il fondamento della storia moderna, oltre ad averci dato coi loro racconti il modo a tener dietro ai prodigiosi sforzi fatti dallo spirito umano per tornare alla sua natural dignità, furono di gran giovamento alla lingua nascente, che amorosamente educarono e ammaestrarono a dire con efficacia e con leggiadria le cose cui era nuova. Incominciata dalla corruzione del latino, misto agl’idiomi dei barbari, la lingua volgare si era andata lentamente formando per opera del popolo, solo autore e signore delle lingue. Sulle prime fu un ammasso confuso di parole latine e barbariche: poi a poco a poco prese forme meglio distinte, e intervenne sulle pubbliche piazze a ragionare di commercio, di leggi, di libertà. Già suonava variamente per le bocche del popolo: ma per ciò che riguarda gli scritti, al primo [p. 10 modifica]suo presentarsi, ebbe a patire gli sdegni superbi e le repulse dell’aristocrazia letterata. Soli i poeti si degnarono d’introdurla nei libri d’amore; e riuscita felicemente la prova, fu men difficile farla parlare anche di cose più gravi. E questo fu singolar pregio dei nostri. Mentre nelle altre città italiane le pubbliche faccende si narravano in un rozzo latino, i Fiorentini primi di tutti addestrarono la inesperta lingua volgare a raccontare le guerre, le discordie e le istituzioni novelle, a ritrarre i pensieri, i desiderii e le speranze del popolo, a lodare le forti virtù, a infamare i feroci delitti. Nelle loro scritture si vedono i primi lineamenti, le ingenue grazie e le naturali eleganze di questa dolcissima lingua, che a poco a poco si fa vigorosa, prende dignitoso e severo contegno, e diverrà l’unico segnale a cui tutti gl’Italiani si riconosceranno fratelli.

Primo di tutti ad usarla per narrare le cose della patria fu Ricordano Malespini, che nacque all’entrare del secolo XIII e condusse il suo racconto fino al 1282, d’onde poi lo continuò fino al 1286 il suo nipote Giacotto Malespini. Ricordano muove dalla storia del mondo antico, narrando [p. 11 modifica]grosse favole su Troia, sui Romani e sulla origine e le prime vicende di Fiesole e di Firenze. Prende la mitologia per vera storia; confonde uomini, luoghi, tempi, credenze e costumi, ed è persuaso di scrivere cose certissime e per ferma verità approvate. I Romani in lui diventano cavalieri erranti: tutte le origini sono confuse. Ma questi son difetti dei tempi in cui non splendeva lume di critica nè si aveva modo a conoscere le cose passate e a trovare la verità mercè dei confronti. Quindi la credenza cieca agli errori più strani della superstizione e dell’ignoranza. Le comete, gli oscuramenti del sole ed altri naturali fenomeni indicano sventure di popoli, mutazioni di regni, inondazioni e incendii: errori comuni allora a principi, a prelati, a cardinali. Qualche volta anche l’amore di parte oscura a Ricordano il giudizio e gli fa obliare perfino i dettami della naturale onestà: egli crede a modo di esempio, come molti credevano, che in servigio della Chiesa si possa ammazzare senza peccato. Ma molti pregi compensano questi difetti. Il racconto, comechè spesso intralciato e sgrammaticato e pieno di ripetizioni stucchevoli e di costruzioni viziose, è dilettevole per [p. 12 modifica]la sua grande ingenuità. Lingua pura, modi di schietta proprietà ed eleganza: si comincia a vedere la vera indole della prosa italiana. Anche il pregio storico è grande in Ricordano quando narra le cose dell’età sua. Solo bisogna stare in guardia contro alle cause ch’ei reca de’ fatti. Quando ragiona, lo spirito apostolico e guelfo lo domina sempre, quantunque non ecciti mai in lui il calore dello sdegno. «Scrive con tale placidezza, notò il Benci, che ancora quando sgrida il peccatore mai non è veemente. Mai non si avviva il racconto a giovanile baldanza, mai non s’ode un consiglio antiveggente e da età virile. E proprio il vecchio che gode d’appuntare un fatto e talora una frase, non sentendo più nemmeno il travaglio che dan le cure delle pubbliche faccende.»

La forza e il calore che mancano al racconto del Malespini sono abbondanti in Dino Compagni, per opera del quale l’umile cronaca si eleva alla dignità della storia. Egli rimase fortemente commosso dai rumorosi casi che agitarono la patria, e le sue parole si temperarono di caldo amore e di energico sdegno. Vide la lunga lotta tra quelli che erano accecati da voglie tiranniche e quelli che [p. 13 modifica]non sapevano tollerare servitù, e svelò le indegnissime arti dei primi, e difese la santissima causa dei secondi. Nel cuore ardente trovò parole di conforto ai buoni e di ludibrio ai malvagi. Lo fecero eloquente, ira e pietà.

La repubblica fiorentina, travagliata dalle interne discordie e dalla lotta perpetua tra nobili e popolo, nel 1282 fece la rivoluzione democratica, per cui solamente i mercanti e gli artigiani furono chiamati a rappresentare lo stato. Furono istituiti i priori delle arti, che avevano, come oggi diremmo, potere esecutivo e rappresentativo, convocavano i consigli e governavano tutte le gravi faccende politiche. Questi ordini erano tutti intesi ad assicurare la libertà popolare e ad impedire che i deboli fossero oppressati dai forti. Ma i nobili, cui la mala voglia del dominare era insegnatrice di ogni tristizia, trovarono modo a corrompere gli ordini buoni, tornarono sulle insolenze, imperversarono con ruberie e con omicidii. A raffrenare questo feroce talento si levò un magnanimo cittadino, Griano Della Bella, il quale armò le leggi di pene più fiere contro i furori dei grandi: e allora videsi un fatto singolarissimo. La nobiltà dei [p. 14 modifica]natali, tenuta per l’avanti come cosa onorevole, fu dichiarata un titolo d’infamia e di esclusione da ogni ufficio di stato. I nobili ne indignarono fieramente e a propria difesa messero in campo tutti i partiti che sa trovare l’intrigo e l’insidia. E sì menarono loro arti che Giano fu cacciato dalla città, e il popolo non seppe sostenere il suo difensore. Ma se periva l’uomo, il principio era salvo: la democrazia aveva ottenuto pieno trionfo; e le leggi che abbassavano l’orgoglio dei grandi, comechè si temperassero un poco, rimasero contro di loro. Firenze allora si trovò in felicissimo stato, grande, ricca, potente. I cittadini menavano la vita in feste e allegrezze, finchè non si riaccesero le discordie per le fazioni de’ Neri e de’ Bianchi, guelfi aristocratici i primi, guelfi popolari i secondi: quelli sostenitori delle pretensioni feudali, questi desiderosi di conservare la presente libertà democratica. La lotta fu lunga e accanita: ma alla fine i guelfi aristocratici prevalsero, perchè trovarono aiuti in un tristo papa che mandò un venturiero di Francia a depredare e insanguinare Firenze.

Dino Compagni, che prese a narrare queste contese e questi rivolgimenti, potè [p. 15 modifica]farlo con piena cognizione e verità, perchè fu testimone e parte di essi. De’ suoi casi particolari poco sappiamo, e solamente ciò che egli stesso scrisse di sè. Egli discendeva da nobile famiglia, ma, seguendo più gl’impulsi della sua anima onesta che le tradizioni domestiche, fino dalla sua giovanezza abbandonò le prepotenze della fazione e segui le parti del popolo. Nel 1282 fu tra quelli che consigliarono a mutare lo stato, e con calde parole confortò i cittadini a creare i priori delle arti. Egli stesso sedè tra i priori nel 1289, in quell’anno medesimo in cui la città, forte de’ nuovi ordini, battè a Campaldino i ghibellini di Arezzo. Forse si trovò anche a quella battaglia, di cui con energico discorso ci pone avanti agli occhi i varii aspetti: il piovere delle quadrella, la polvere destata dallo scorrere dei combattenti, gli atteggiamenti, gli sforzi, la viltà e la prodezza dei feriti e dei feritori, la caccia data ai fuggenti, la crudeltà dei villani.

In appresso applaudì alla riforma operata da Giano e agli ordini della giustizia. In Giano ammirava la bontà e la saviezza, il nobile ardire, il retto volere e il forte operare. Ci delinea la grandiosa figura dì quel prode popolano, che [p. 16 modifica]non curava di suo bene privato, che la giustizia e l’utile pubblico poneva sopra ogni cosa, che francamente parlava ciò che gli altri tacevano, e con animo sicuro affrontava gli odii e le ire dei potenti. Descrive anche minutamente le brutte malizie adoprate dai grandi per abbatterlo e con lui menare in rovina i cani del popolo, come essi li chiamavano. Dino si adoperò per salvarlo dalle trame codarde, e gli svelò la congiura ordita contro di lui. Ma non valsero nè parole nè avvisi amorevoli: il valentuomo fu vittima del suo ardire c della sua lealtà.

Ai tempi di Giano, Dino fu gonfaloniere di giustizia e, armato della forza delle leggi, andò a fare le vendette del popolo, le quali erano fiere e crudeli come volea quell’età, e consistevano nel disfare le case dei grandi. Ciò, invece di mettere un vero rimedio ai mali, inveleniva più gli odii di parte e riaccendeva la guerra. Dapprima motteggi, dispregi e insidie coperte: poi le parole animose, gli scontri, le zuffe e il sangue anche nei conviti, tra le danze e nei funerali. Dino, che avea fama di uomo savio e dabbene, era richiesto di consiglio dai governanti, e dava loro quegli avvisi che [p. 17 modifica]stirnava buoni a calmare gli animi. Egli s’intrometteva anche tra i nobili che congiuravano per distruggere la parte avversa, e con pietose parole gli esortava a far pace coi propri fratelli, a cessare una guerra la cui vittoria non sarebbe altro che pianto. Con quei furiosi erano inutili le parole del buon cittadino. Le fazioni s’infamavano con false parole; e gli aristocratici trovano aiuto in Bonifazio VIII, che col nome di paciere mandò a Firenze Carlo di Valois a favorire la parte dei grandi e abbassare quella del popolo. Carlo era dei più tristi e sleali uomini che fossero mai. Aveva insaziabile sete di oro: e Bonifazio gli disse che, mandandolo a Firenze, lo metteva nella fonte dell’oro. Il tradimento stabilito in corte di Roma riuscì a maraviglia.

Nell’ottobre del 1301, quando il traditore francese spedito dal papa muoveva alla volta ai Firenze, Dino entrò di nuovo nel priorato. I grandi che speravano nello straniero e nelle perfidie fecero sembiante di voler pace, perchè gli avversarii non si preparassero a guerra, e con aspetto pietoso visitavano i priori, mostrando di fidarsi tutti alla loro bontà e al loro amore di concordia. [p. 18 modifica]E Dino a nome de’ suoi colleglli li ringraziava del santo proposito e gagliardamente si adoperava perchè vera pace fosse, mentre, come egli dice, si conveniva arrotare i ferri. Per tutti egli aveva parole di amore e di preghiera. Molti cittadini radunò in S. Giovanni, li esortò ad amarsi come cari fratelli per conservazione della nobile città, a rimettersi le ingiurie per amore di lei, a far sì che il signore straniero non li trovasse divisi e non ne prendesse occasione ad offese. Li obbligò anche a confermare le promesse con giuramento: e giurarono tutti, ma quelli che più si mostrarono commossi e accesi di buon volere, poi furono più crudeli e più traditori. Il che all’innocente anima del Compagni fu causa di amaro dolore.

Carlo venne con 1200 cavalli, e fu lasciato entrare in Firenze, perchè promise solennemente di far pace tra i cittadini, di mantenere la libertà e di non mutare in nulla le leggi nè gli usi della città. Dino vide la lettera delle insidiose promesse, le quali furono mantenute col dare ai grandi ardire e licenza d’imperversare quanto voleva il loro rabbioso furore, di fare crudeli vendette, di devastare la città con incendii, uccisioni [p. 19 modifica]e rapine. Lo stesso Carlo molto rubò per saziare la sua sete di oro: molto rapirono i suoi crudeli ministri. Si fecero molti peccati di crudeltà e di avarizia, che Dino narra con voce piena di pianto. In mezzo agli orrori della guerra civile e dell’assassinio e della indegnissima lotta combattuta colle armi di Giuda, quegli scellerati invocarono Iddio e i santi, e a nome del papa e della concordia rubarono, uccisero, esiliarono. Ebbero bando oltre a 600 cittadini onorati, che si sparsero per le città di Toscana e d’Italia, a nulla altro intesi che ai tentativi riusciti sempre infelici di riconquistarsi la patria colle armi. Fra questi banditi fu anche il più grande cittadino di Firenze, Dante Alighieri; e fa maraviglia come nel nostro cronista non si trovi nessuna parola di lui. Dino scampò dalla crudele persecuzione, ma dopo questo tempo non lo vediamo mai più ricomparire nelle cose della patria se non per narrarne le sciagure. Egli tien dietro con animo commosso a questa lunga serie di mali, descrive lo stato della infelice città dopo quella rivoluzione, narra le prepotenze della fazione a cui rimase il governo, e dipinge i costumi e i fieri modi di Corso Donati, capo della sua [p. 20 modifica]setta, domestico de’ grandi signori, nemico de’ popoli e dei popolani, e di animo simile a quello di Catilina, ma più crudele di lui. Piene di commovente eloquenza sono le pagine in cui descrive il lacrimevole assedio di Pistoia e i duri patimenti sostenuti con supremo coraggio per difendere le parti degli esuli.

Questi, battuti e cacciati da ogni parte, avevano già fatta causa comune coi ghibellini e si volgevano dovunque apparisse un raggio di speranza. Alla fine rialzarono l’animo più ardito all’annunzio che l’imperatore Enrico VII discendeva in Italia, e sperarono che colle sue forze egli aprirebbe le porte della inesorabile patria. Enrico, venuto per rialzare l’autorità imperiale caduta in basso tra noi, nelle varie città trovò amici e nemici a seconda degli umori di parte: ma in Firenze, ove il governo era tornato nelle mani del popolo, fu in tutti un solo volere: negare al Tedesco qualunque dimostrazione di obbedienza e di onore, non cedere a minacce o a lusinghe, cercargli nemici da ogni banda, eccitare a ribellione le città a lui sottomesse, insultarne gli ambasciatori, prepararsi a resistergli e offenderlo in tutti i modi. Firenze meritamente è lodata di [p. 21 modifica]avere con quest’ardita resistenza salvato la libertà italiana e impedito l’effetto delle pretensioni tedesche. Senza di ciò cadevano i diritti municipali acquistati con tanti sforzi gloriosi, e si ripristinava l’antica servitù ai forestieri. In questa occasione, come bene fu notato, i nostri, sollevando i popoli e tentando da ogni parte alleanze contro l’aborrito straniero, mostrarono di aver concepito l’idea di quell’equilibrio politico che deve stare a difesa della libertà universale.

Non sembra che Dino l’intendesse così. Egli fa grandissime lodi di Enrico: lo celebra per gran fede e per gran beltà, lo chiama angelo mandato da Dio; e il resistergli, secondo lui, è ria opera, è consiglio del diavolo. Però, invece di ammirare e lodare come coraggioso atto di uomini liberi la resistenza a quello straniero, la condanna come folle proposito di menti accecate da orgoglio. Eppure Dino amava caldamente la libertà, e dovea vedere che libertà non vi è colle armi forestiere. Ma egli era abbagliato dal fantasma imperiale e credeva, come credevano molti, ai diritti dell’impero sulle città d’Italia. Ci volevano ancora molti anni perchè la ragione vedesse quello che poi divenne chiarissimo a [p. 22 modifica]tutti, cioè che non avvi legittimità fuori del consenso dei popoli, e che il voler rompere i confini dalla natura segnati è stolta ingiustizia. Di più Dino credeva che Enrico venisse sinceramente per abbattere i soverchiatori e i tiranni, e per recare ad unione le città divise. Forse anche temeva che la resistenza potesse esser causa di mali maggiori, e quindi la disapprovava per pietà verso la patria. Se mancò di coraggio, non mancò di retto cuore. Egli cessò la sua narrazione al momento in cui l’imperatore muoveva pieno di sdegno e di furore contro Firenze, d’onde, dopo mala prova, fu costretto a partirsi con molta vergogna.

Le ultime parole di Dino narrano la fine dei nemici del popolo, de’ fautori de’ tiranni, degl’incitatori delle discordie cittadinesche, che perirono tutti di violenta morte. Si direbbe che egli studiosamente ponesse là questi fatti come conclusione morale di questa storia di dolenti sciagure, come una vendetta dell’offesa giustizia, come una terribile lezione agli oppressori, come un conforto agli oppressi. Comincia il suo racconto coll’invocare l’eterna giustizia contro i colpevoli, ne narra i nomi, le turpi voglie e [p. 23 modifica]tutte le pessime arti: piange sulle tristizie che vituperarono le leggi e guastarono la città già piena di cittadini bene costumati, di belle e adorne donne, di palagi, di utili arti, di onesti guadagni; e si arresta quando gli autori di questi mali sono puniti, e pare che lo stanco animo suo trovi riposo nel pensare che il male non riesce mai a felicità.

Dino sta nel numero dei pochi uomini di cui sono sante le parole e la vita. In ogni discorso, in ogni disegno, in ogni opera è animato da intenzioni rettissime. Nulla vuole per sè, tutto per la giustizia e pel bene dei fratelli e della carissima patria, cui è pronto a sacrificare la vita, i figliuoli e ogni più amata cosa. Le sue parole dettate da questi affetti fortemente sentiti ci toccano l’animo. O rampogni i rei cittadini, o lodi gli onesti, o sia pietoso alla sventura, trasfonde in noi l’odio, l’amore e la pietà di cui ha l’anima accesa. Scrisse per ammaestrare i futuri coll’esempio delle calamità de’ suoi tempi e avvisare i presenti a guardarsi da sciagure più gravi. Questo virtuoso disegno apparisce a ogn’istante, ed a taluno è sembrato che lo trascini a sermoneggiare con [p. 24 modifica]acrimonia soverchia. Il che a me pare che a lui torni più a lode che a biasimo. Vituperare con fiere parole le grandi ribalderie è sacro dovere d’ogni galantuomo. Chi tace alla vista del male ne è complice: chi lo riprende mollemente si mostra freddo amico del bene e fa sembiante di appartenere alla classe di que’ miserabili che vogliono ad ogni costo star d’accordo con tutti. Lo spirito di parte non altera il racconto di Dino. Loda i buoni con entusiasmo e non ne tace i difetti, vitupera i tristi e ricorda se ebbero nulla di buono, senza niun riguardo alla bandiera sotto cui sono schierati. Tutte le pagine di questo uomo giusto mostrano quanto sia naturalmente eloquente la virtù profondamente sentita: le sue parole sono schiette quanto l’animo suo: la sua lingua è elegante e purgata quanto sono liberi e generosi i suoi sentimenti. Del suo stile vibrato, energico e lucidissime è inutile spender parole a mostrare la candida e verace bellezza. Il Giordani, gran maestro in queste materie di lingua e di stile, ammirò in Dino la forza, la brevità e l’efficacia stupenda, e lo disse un italiano Sallustio. Al che non vogliamo aggiungere che una parola per esortare i [p. 25 modifica]
giovani a prendere in amore questo scrittore, a studiarlo e meditarlo quanto più possono, perchè ne ritrarranno copia di elette ed energiche forme a ben dire e, quello che importa assai più, conforti ed eccitamenti a bene operare.

Morì, a Firenze il 26 febbraio del 1323, ed ebbe sepoltura nella chiesa di Santa Trinità, ove indarno cercheresti una pietra e una parola che lo ricordi. La sua cronaca rimase ignota, finchè non la dette alla luce il Muratori nella sua grande raccolta degli scrittori delle cose italiane. Poscia fu ripetuta in parecchie edizioni. Dino scrisse anche varie poesie, alcune delle quali già videro la luce. Si ha di lui anche un poema in nona rima intitolato l’Intelligenzia, di cui esistono più manoscritti nelle biblioteche fiorentine e che fu pubblicato la prima volta nel 1850[1].

Note

  1. ↑ Vedi i Documents inedits pour servir a l'histoire littéraire de l'Italie depuis le viii siècle jusqu’au xiii, avec des recherches sur le moyen âge italien, par A. F . Ozanam. Paris, Lecoffre et comp., 1850 in 8.° L’Intelligentia comincia a pag. 321 e finisce a 410.