Da fortunati Elisi
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| Imprimatur (parte II) | ► |
BREZIO
Figlio di Marte, primo Fondatore delle Città della Grecia Maggiore nell’ultima Region d’Italia, descrivendo l’imprese gloriose dell’Autore del libro, le antepone a quelle de’ prischi Eroi della medesima Regione.
ODE
Deliziosa magion d’Illustri Eroi,
Dopo di tanti secoli se ’n riede
De la Grecia Maggiore.
Il divin Genitore.
Quel Brezio io son, che tra’ celesti Numi
Dal Gradivo Campion vanto i natali:
Ed alla Bruzia gente ho dato i lumi
Dell’eteree sostanze, e naturali:
E nel vasto recinto
Dalla valle di Crati al fiume Alessi,
Il mio gran nome impressi.[1]
Per me gloriose un tempo
Furon d’Italia l’ultime Regioni,
E i popoli Regini
Dell’antica Trinacria hebber l’impero.
Il giovane Agatocle
Moderò Siracusa;
E Androdamo il saggio
I Barbari di Tracia.[2]
Per me la Bruzia donna
In quella parte, ove il Zefirio estolle
Del Capo eccelso la superba mole,
Al Gran Nume del Sole
Vasta Cittade eresse; e al Dio dell’onde
Diè tributo di un tempio in quelle sponde.[3]
Per me Zeleuco il grande[4]
Al Senato di Locri
Diè primiero le leggi; ed agguerrita
La coraggiosa gente
Ardì stare a tenzone
Co’ Cotronesi, Annibale, e Scipione.
Per me quel gran tesoro[5]
Alla Donna Regal dell’ombre eterne
Offerse, e in sotterranee atre caperne
Ripose; e diè Pleminio ingiusto, ed empio
Del sacrilegio suo condegno esempio.
Per me Crotone antica[6]
Vanta di alto saper tanti Licei:
Di Sinoe le donzelle
Non solo per beltà furon pregiate;
Ma d’arti liberali anco dotate.
Dopo il fasto superbo[7]
Di tante eroiche imprese, eccelse, e grandi,
Gl’invitti figli miei restaro estinti
Dal tiranno Dionigi,
Dall’indomito Pirro;
E della Grecia mia la miglior parte
Cadde soggetta al popolo di Marte:
Or quella Gran Regione,[8]
Ch’armò trecento mila al fiume Sacro,
Ed Ilio incenerì; ch’Ajace Oileo
Riportonne il trofeo;
Quella, che registrò ne’ fasti suoi
Tanti famosi Capitani in guerra;
E vide seco in lega
Sparta, Atene, Corinto, Efeso, e Thebe;
Così sepolta giace,
Che di tante grandezze, e illustri Eroi,
Sola riman la rimembranza acerba,
E copron le sue pompe arena, ed erba.
Da la sonora tromba
De la Fama destato a’ Campi Elisi,
Ch’uno de’ figli miei,
Nel secolo presente
La gloria avanza de la prisca gente;
Tutto lieto, e giocondo
Or son venuto a celebrarlo al Mondo.
Questo è quel gran GEMELLI,
Che gemel con la gloria hebbe le fàsce,
Di chi non stanca mai l’Aonio Coro:
Le Vergini donzelle
Alzan le glorie sue sino alle stelle;
E cantan come ne l’adulta etade
Tanto avanzò ne la legal palestra,
Sotto del Grande Senator togato,
Venerabile AMATO,
Che pria del quarto lustro
Della nuova Siponto hebbe il comando;
Indi della Japigia, e Salentini
Resse l’invitta gente;
E, con celeste dono,
Ripose Astrea violata al sagro trono.
Geme Europa, e già langue
Sotto il Tracio Tiranno:
Che de’ Fedeli a danno,
Con diluvio di schiere i campi inonda:
Già il superbo Ottomanno,
Di armi, e di preda onusto
Assedia l’Imperial Sede di AUGUSTO.
Ecco il nostro GEMELLI
Depone il plettro, e cinge a fianco il brando,
E dal tempio di Astrea sen vola, e parte;
Fier seguace di Marte,
Di Sicambria espugnata
Egli fù alla scalata.
Da l’Augusto Regnante,
Da la Regal Germana,
Gradito fu il valore
Del novello Guerriero,
E in carte espresso al gram Monarca Ibero;
Che del Capo del Sannio,
De l’antica Amiterno,
Con Senatoria toga
Lo prepone al governo.
Se dell’Aquila in guerra ei fu seguace,
Regga un’AQUILA in pace.
Stanco alla fin già nel rabbioso foro
D’interpetrar de’ Cesari i rescritti;
E di Bartolo, Baldo, e di Giasone
Spianar le controversie; egli s’accinge
Ad imprese più grandi;
Di veder quanto sia da Battro a Thile.
Vide l’EUROPA, e’ suoi vent’otto Regni,
E quanto mai s’estendono i confini
Da le mete di Alcide
A l’agghiacciato Scita;
Dal tempestoso Egeo,
A l’Ibernico mare;
L’ASIA, e quanto contiene
L’Oceano immenso del Settentrione;
E’l gran seno di Arabia;
L’ondoso Nilo, e il Tanai gelato:
L’AFRICA adusta, in sei region divisa
Dal mar mediterraneo, e dal mar rosso,
Ed il grande Oceano,
Tutto vide, e descrisse in stil Toscano.
L’AMERICA, Region vasta, ed immensa,
Le sue Reggie, i suoi Regni;
De’ popoli, deʼ riti, e de’ costumi
Scrisse in otto volumi:
E quanto hanno osservato
Il Ligure Colombo,
E l’Etrusco Vespucci,
E ’l Lusitano Gamma,
Ramusio, Magagliano, e Marco Polo,
Vide GEMELLI solo.
Compita la grand’opra,
Sin da l’eterea mole
Stupissi emulo il Sole,
Che fusse in un sol lustro a pien girato,
Quanto il carro dorato
Circonda in un sol giorno,
De’ suoi destrieri a scorno.
Domator di Nettuno, e di tempeste,
Al fin delle Sirene al patrio lido
Riede, e abbandona il mare incanto, e infido.
D’altera fama al grido,
Corre a mirar il Popolo giocondo
Quest’ottavo miracolo del mondo.
Giunse in tempo alla Reggia,
Che de la CERDA IL DUCA,
Con decoro regal reggea le veci
Del defonto Monarca;
Quivi dal Prence accolto
Da Senatori, e Grandi,
Con elegante stile
Narrò quanto vi sia da Battro a Tile.
Era intanto cadente il Regio Scettro
Nella destra di CARLO,
Che oppresso da malori,
Non avea successori.
Muore: vacilla l’uno, e l’altro Mondo.
Rovina: e al grave pondo
Delle Gallie sottentra il grande Alcide,
Quel glorioso LUIGI,
Ben degno successor di Carlo il Grande,
Invitto Domator di Regi, e Regni,
Protettor de’ Triregni,
Vindice della Chiesa,
D’esecrande eresie duro flagello,
Quell’eccelso Sovrano,
Che tanto può col senno, e con la mano.
A questo Gran Monarca
Nella morte di Carlo ecco ricorre
E l’Ispagna, e l’Italia, e ’l nuovo Mondo,
E supplicante il prega,
Ciascun, ch’accetti, e glorioso, e saggio
Il dovuto retaggio.
De’ popoli devoti
Al fin seconda i voti;
E de’ regi nepoti al soglio Ibero
Inalza il GRAN FILIPPO,
Che con festivo suono
Vien da’ Regni acclamato al Regio trono.
Giunge a l’Iberia, e da lo stuol de’ Grandi,
Da l’ordine civile, e dal plebeo,
E da l’Ispan Senato
Vien sul trono adorato.
Con cento alati abeti,
Da l’Iberico mar scioglie le vele,
E con aure seconde,
Giunse alle placide onde
De le vaghe Sirene:
Ne’ fasti del Sebeto:
Non si registrò giamai più lieto giorno,
Più felice, e giulivo
Di quel Regale arrivo;
Marte, con cento bocche
Di concavi metalli,
Fè solenne l’ingresso;
E Vulcano co’ lumi
Diede bando alla notte;
Febo sul carro d’oro,
Cinthia in quello di argento
Espressero il contento;
E le dorate stelle
Spiegaro ancor le lucide fiammelle.
Il Ciel, la terra, il mare
Di meraviglie rare
Offrirno ossequiose il lor tributo
Al Monarca Sovrano,
Al Signor di due mondi, al Giove Ispano.
Poscia al Soglio Regale
Dato l’omaggio Senatori, e Grandi,
E del Sebeto il Popolo;
Le Provincie del Regno,
Il supremo Triregno,
La Sovrana del mare,
D’Etruria il Sommo Duce,
Il Prence Porporato,
Il Ligure Senato;
La Città della Luce,
Coll’Ordin Religioso, alto, e guerriero
Giuraro ossequio al Gran Monarca Ibero.
Fra tanti Eroi, ecco il più eccelso,, e grande
De l’Italico suol nova Fenice,
Unica, ed immortale,
Che presenta due mondi al GRAN FILIPPO.
Ne’ suoi sette volumi
De l’ammirabil dono
Stupì il Regnante, e le sue luci affisse
Nel peregrino Eroe, che cosi disse
Invittissimo Sire,
Se de la Macedonia il gran Regnante
Vantò per suo gran pregio
Essere d’Alessandro il genitore;
Ne la stirpe Regal de’ Fiordiligi
Voi vantate per Avo il GRAN LUIGI.
Io mi son un, che nel mestier dell’armi,
E del Foro applicai sin da la cuna,
Ma nè l’uno, nè l’altro
Secondò la Fortuna.
Quindi sopra il volubile elemento
De l’incostante Dea seguendo l’orme,
Avido di veder Provincie, e Regni,
E quanto de’ la terra,
E de l’ampio Nettuno il giro serra,
Sù deʼ volanti abeti,
I mari valicai,
E da l’Orto a l’Occaso
Le Regioni osservai;
Ma non vidi più bello, e peregrino
Del tuo volto Divino:
Stupissi il Rè del singolare Eroe,
Che le mete passò del grande Alcide.
Del Messico, e Perù, de l’Indo, e Gange,
De’ Popoli Cinesi,
E de’ Barbari Rè del nuovo Mondo
Valor, potenza, ed armi,
Volle esatto racconto in ogni giorno
Del Sebeto al soggiorno.
Torno intanto agli Elisi
Per dar consuolo a quelli antichi Eroi
De la mia Bruzia gente;
Cui l’imprese dirò del buon GEMELLI;
Ed a Zeleuco il Prence
ch’è del tempio di Astrea primo Ministro,
Che sempre il Gran Monarca
Un della Grecia mia ritiene a lato
Nel Supremo Senato;
Com’appunt’oggi un spirito divino
Cinto d’umane membra un SERAFINO,
Così la Fama disse,
Brezio lo decantò, la penna scrisse.
Del Sig. D. Giuseppe di Lorenzi Avvo-
cato ne’ Supremi Tribunali del Re-
gno di Napoli, et amico caris-
simo dell’Autore.
- ↑ Strabon. lib. 6. Plinio lib. 3.
- ↑ Strab. cit. lib. Appian. Alessandr. lib. 4. 5. Filostrat. in 7. lib. vit. di Apoll. Tian. Arist. lib. 2. de Politic.
- ↑ Trog. lib. 23. Giustino lib. 2. 3. Plin. Strab. cit.
Pompon. Mela, Pietro Razzano. - ↑ Strab. cit. Diodor. lib. 12. e 13. Trog. lib. 20.
- ↑ Livio lib. 24. 27. 29.
- ↑ Livio lib. 40.
- ↑ Livio lib. 29.
- ↑ Trogo lib. 20. Strab. lib. 6. Platon. nel Timeo lib. primo.
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