Dal Trentino al Carso/Episodi della guerra nell’aria/L’eccidio degli inermi

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L’eccidio degli inermi

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Episodi della guerra nell’aria - Una meteora tricolore su Trieste
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L’ECCIDIO DEGLI INERMI.

Padova, 15 novembre.

La strage di inermi fatta dalla ferocia austriaca appare sempre più grande. L’orrendo sotterraneo della Rotonda, dove è scoppiata una bomba lanciata da un aviatore nemico la sera del 12, non ha ancora reso tutti i suoi morti. Mentre la città in lutto tributava ieri solenni onoranze funebri alle vittime della barbarie nemica, altre vittime venivano rinvenute fra le viscide e tenebrose rovine della casamatta fatale, diecine di cadaveri irriconoscibili sorgevano dalla tomba immane, un ammasso di umanità distrutta. E si scava ancora, si cerca ancora, il badile affiora altri morti in angoli inesplorati. Si lavora da quattro giorni e non è finita la terribile esumazione. Fino ad ora si calcola che il massacro abbia falciato quasi cento vite. Si calcola, non si conta: perchè non sono dei corpi che i soldati pietosamente estraggono.

Un conforto, avanti allo spettacolo del gigantesco assassinio di innocenti, viene dal pensiero che non v’è stata sofferenza. La morte è sopraggiunta fulminea per tutti. Non si è annunziata, non ha dato il tempo di capirla, [p. 344 modifica] di temerla, di presentirla. Nessuna angoscia, nessun terrore, nessuna agonia: in quell’antro spaventoso la gente si credeva sicura ed è stata annientata con la rapidità della folgore. Si è rinvenuta la spoletta della bomba; era un grande proiettile di forse cento chili. L’esplosione nel cunicolo affollato ha funzionato come lo scoppio della carica in una camera di mina. Era una mina barricata da una moltitudine umana.

Il funebre sotterraneo conduceva alle casematte d’un antico bastione, uno spalto tutto erboso, rimasto in mezzo alla città dilagante, simile ad un giardino pensile cinto da vecchie muraglie di fortezza. Al terrapieno si appoggiava una di quelle costruzioni parassitarie che nascono sulle fortificazioni abbandonate. Era un’osteria; il sotterraneo del bastione s’era trasformato in cantina. Quel resto di fortilizio era divenuto con gli anni un luogo di ritrovo domenicale. Negli ultimi tempi, quando veniva segnalata un’incursione di aeroplani nemici, la popolazione del sobborgo vicino, tutto vecchi portici e piccole case, correva alla strana osteria, ne penetrava le cantine e si spandeva per le tenebrose casematte, vociando, ridendo, alla luce oscillante di miriadi di moccoletti. Si sentiva tranquilla. Nessuna bomba avrebbe mai potuto attraversare gli spalti e le vôlte [p. 345 modifica] dell’antico bastione. In tutta Padova non esisteva un angolo meglio protetto dai bombardamenti. Si sa come la catastrofe atroce si è svolta. Le casematte — le «cà mate», come le chiama il popolo — erano allagate dalla piena. Le prime persone accorse al rifugio si sono fermate al bordo dell’acqua melmosa, in fondo al cunicolo di accesso. Nuova folla sopraggiungeva, ignara, s’ingolfava nell’ampia sala terrena della taverna, andava a pigiarsi nel corridoio sotterraneo. In breve vi fu una ressa enorme, tumultuante, e fuori della porta, sulla strada, rigurgitava della calca. I ritardatari gridavano per farsi largo, non volevano restare all’aperto, si contendevano il passo. Era la corsa alla morte.

Sulle vôlte delle casematte vi sono sei metri di terrapieno, ma sul cunicolo di accesso non v’era che un piccolo strato di terriccio. Là sopra è caduto il proiettile austriaco, in pieno. Ha passato il terriccio, ha sfondato la vôlta, è scoppiato in mezzo alla calca. Il soffio mostruoso dell’esplosione, venuto dal sotterraneo come da una gola di cannone, ha fatto crollare l’osteria. Coloro che hanno varcato quella soglia sono morti tutti. E si è fatto subitamente intorno al vecchio bastione e nel quartiere vicino un silenzio terribile: un silenzio opprimente, angoscioso, spaventoso, che dura ancora.

Si lavora, si scava, si puntella, ma non si [p. 346 modifica] parla. Gli ordini sono susurrati. Soldati e pompieri si affannano taciturni fra le macerie, in una cavità insanguinata, e raccolgono cose da cui torcono lo sguardo. Si è rinunziato a riconoscere i morti. Si cerca di riconoscere gli oggetti: un orologio, un anello, il brandello di un indumento. Le povere donne entrate là dentro con i bimbi in braccio avevano quasi tutte portato con sè, avvolte in un fazzoletto, le cose più care, il povero tesoro della loro casa, esili gioielli, piccoli gruzzoli di monete, e questi oggetti vengono alla luce, spezzati, maciullati, ma eloquenti. Di tanto in tanto un lavoratore si solleva pallido, accenna fra i rottami a qualche cosa che lui solo ha visto e si passa una mano agli occhi con un gesto di oppressione. «Coraggio!» — gli sussurra un ufficiale. Il lavoro si fa cauto intorno al punto indicato, diviene lento, attento, leggero, pieno di un oscuro rispetto. Ma non si finirà dunque mai di sondare il mistero di quella atroce sepoltura? E il silenzio è così profondo che pare che la città nelle vicinanze non viva la sua vita di ogni giorno. Lo scricchiolìo sinistro di qualche trave che cede sotto le macerie dell’ edificio, il rumore di una pietra che cade dai muri pencolanti, hanno una risuonanza enorme. Si sente il peso immobile e gelido di un orrore indicibile. Meglio il campo di battaglia! I suoi cadaveri esprimono la lotta; ma questi avanzi [p. 347 modifica] umani nel centro di una città pacifica, questa sostanza spaventosa che era una folla di donne e di bambini, sono i segni atroci della bontà assassinata, della innocenza immolata, della debolezza massacrata, sono i resti di un delitto sovrumano.

Avete visto la lista dei primi nomi? Delle madri e dei figli; ogni donna del rione vicino aveva portato le sue creature là dentro, le aveva strappate dal letto per salvarle quando aveva sentito l’avvoltoio nemico volare sulle case. Si sono trovati dei cadaverini quasi intatti fra braccia tronche, protetti ancora nella morte dalle mani materne. Delle famiglie intere, che avevano il padre lontano, alla guerra, sono scomparse. Nel quartiere colpito, per la strada quieta dove nessuno parla, sotto i piccoli portici silenziosi nei quali si respira l’angoscia, si schiudono case senza voce, case vuote che aspettano. Una madre è morta con i suoi otto figliuoli. Una giovane sposa e la sua bambina sono morte, e ieri è arrivato il marito dalla fronte. La guerra aveva salvato lui, nelle trincee, e aveva abbattuto i suoi cari presso al focolare. Inebetito dal dolore, si lasciava condurre via docilmente da un amico, soldato anche lui, via dalla casa deserta, e ripeteva fra sè: «Non è vero Non è vero!...» Quanti drammi oscuri e tremendi! [p. 348 modifica]Davanti allo sterminio esecrando, un solo istinto insorge, un solo pensiero si formula netto, una sola parola viene alle labbra: Vendetta! L’immensa folla, solenne, devota e taciturna che accompagnava ieri i primi cadaveri al cimitero, non aveva altro nel cuore: Vendetta! Mai lo sguardo di una moltitudine ha espresso insieme tanta pietà e tanto odio. Nella sua quiete spaventosa il popolo di Padova, adunato intorno ai suoi morti, metteva paura. Le salme dilaniate ricevevano un addio pieno di una commozione formidabile. Il silenzio era così vasto e terribile, che dalle vie gremite non saliva altro rumore se non il rombo cupo dei camions che portavano le bare e lo scalpiccio eguale dei soldati armati che facevano scorta. Quaranta o cinquantamila persone si accalcavano lungo il percorso, e miriadi d’occhi seguivano il convoglio con un’espressione dolorante e fiera. Non una voce. Gridavano per la folla le scritte attaccate sulle porte chiuse: «Viva l’Italia!» Da per tutto si leggevano queste tre parole. Sembravano una risposta al gesto d’intimidazione del nemico. Volevano atterrire Padova, gli austriaci, massacrando? Viva l’Italia! Cadevano sui feretri, mollemente, i fiori gettati dai balconi. Dei petali, volteggiando come una nevicata, si posavano sui berretti dei soldati che fiancheggiavano i carri, i soldati della guardia d’onore. Erano funerali di guerra, [p. 349 modifica]Le vittime della bomba austriaca avevano onoranze militari. Il loro sangue è stato versato per la Patria, e il loro sacrificio ha sollevato con l’orrore una ferrea e compatta volontà di moltitudini fatta di furore. Una più grande forza di vittoria insorge per loro. Sta bene il funerale degli eroi per gl’innocenti massacrati.

Sotto alle pieghe dei drappi funebri si disegnava qualche feretro piccolo piccolo, la bara di qualche bimbo. La folla immensa e senza voce guardava commossa a capo scoperto.



FINE.