Dal Trentino al Carso/Sul Carso/La Battaglia di Ottobre/L’avanzata

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L’avanzata

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L’AVANZATA.

12 ottobre.

La battaglia languiva stamani. Eravamo al terzo giorno di lotta. Da quaranta ore continue le truppe combattevano. Il sonno fulminava qua e là i soldati come una morte senza ferite. Nelle trincee espugnate, dietro ad un tragico disordine di sacchi sventrati, di «cavalli di Frisia» sconnessi e di cadaveri nemici disseminati si vedevano degli uomini accasciarsi per dormire. Alle riprese più intense del fuoco, essi si levavano flemmatici, con aria attonita, imbracciavano automaticamente il fucile e sparavano sonnecchiando. L’artiglieria aveva lunghi silenzi. Di tanto in tanto un colpo, per mantenere l’interdizione, un colpo sulle retrovie. Gli obbiettivi erano offuscati da un nebbione plumbeo. La mattinata autunnale, umida e grigia, pareva minacciasse la pioggia. Le nuove posizioni nemiche erano ovunque piene di una lugubre quiete. Anche alle spalle della battaglia, per le vie nuove e antiche, un gran [p. 260 modifica] silenzio, un gran ristagno, un senso di torpore. Tutto pareva annunziare la sosta, una di quelle pause che possono prolungarsi per lunghe settimane e che caratterizzano la fine di una fase dell’offensiva. Sembrava giunto il giorno in cui non rimane che fare il bilancio dei risultati ottenuti. Quando ad un tratto la battaglia ha ripreso.

Ha ripreso al centro, in direzione di Locvizza, poi si è estesa ai fianchi. Si è andata risvegliando a nord e a sud, sotto al Veliki Hribach e al di là di Oppacchiasella, giù per i valloni boscosi che declinano scoscesi verso San Grado e oltre Nova Villa. L’azione progrediva tumultuosa lungo la fronte come rinfiammarsi di una striscia di polvere. Nelle prime ore del pomeriggio la battaglia ridivampava anche ai limiti della pianura di Gorizia. Dal ciglione del Nad Logem si scorgeva una tempesta di esplosioni lungo là linea del Vertoibizza. L’artiglieria austriaca era presa da quel parossismo che indica la preparazione di un attacco. Un sole smorto inondava la piana, e i campi variopinti dall’autunno balenavano di colpi e si velavano qua e là di fumo. I grossi calibri nemici battevano le borgate di Sant’Andrea, di Savogna, di San Pietro, tempestavano Merna, Rupa, Pec, Vertoiba. Sorgevano impetuose, sul biancheggiare trito delle case dirute, le immense nubi sinistre delle granate, e [p. 261 modifica] Gorizia stessa, lontana, pallida e pittoresca, spariva spesso dietro a cortine di fumo che si spandeva e si adagiava nella calma. Qualche grosso proiettile cadeva in pieno nel Vippacco, avanti a Merna, e scaturivano dal fiume pennacchi superbi di acqua, candidi, giganteschi, che ricadevano lentamente con una leggerezza di pioggia. Il Vallone, così silenzioso alla mattina, era tutto percorso dallo scrosciare assordante degli echi.

La battaglia ha ripreso perchè in una piccola azione di brigata, che tendeva ostinatamente ad avanzare ancora un poco, si è sentito improvvisamente che la resistenza nemica si affievoliva. Il fuoco delle pattuglie, che si facevano sotto, sguinzagliate per vigilare il nemico da vicino, quelle instancabili pattuglie nostre che permettono i brevi riposi della massa, mentre si studia un nuovo movimento, è divenuto frenetico. Il nemico accennava a cedere terreno. Si scorgevano dei plotoni austriaci scivolar via nei camminamenti. Avanti! Ancora uno sforzo! Le staffette che tornavano indietro dai posti avanzati, lanciavano il grido appena erano a portata di voce dalle trincee. Arrivavano ansimanti, affrante e raggianti. E la stanchezza mortale si è dissipata di colpo, in tutti.

Nessuna raffica di granate avrebbe potuto ridestare le truppe come quella notizia. Sono [p. 262 modifica] balzate su, apprestandosi, pronte e ardenti come al primo minuto della lotta. Erano truppe che la battaglia aveva duramente provato. Stavano per essere sostituite da unità fresche. Non aspettavano più che l’ora fissata per scendere alla quiete degli accampamenti. Ed hanno chiesto di restare, ancora un po’, il tempo di finire quello che avevano cominciato. Il loro generale ha comunicato ai comandi superiori il desiderio della brigata. La risposta è stata un encomio e la concessione di non abbandonare la battaglia. L’azione, rapidamente concertata, ha divampato in quel settore, mentre le brigate vicine, avvertite, secondavano la ripresa con non minore entusiasmo.

L’ordine di avanzata veniva lanciato intanto a tutti i comandi. Le nostre piccole artiglierie che da due giorni, in parte, si erano già spostate in avanti, hanno aperto il fuoco secondando l’attacco. Le batterie pesanti hanno ricominciato a tuonare. Alle quattro del pomeriggio la battaglia s’era riaccesa con vigore su tutta la fronte.

Mentre scrivo si avanza. Le pallottole austriache arrivano al Vallone e scoppiettano sulla strada. I grossi e i medi calibri nemici bombardano a zone, cercano di creare barriere di fuoco, tirano sui rovesci, battono le nostre comunicazioni, mettono per tutto le loro nere nuvolaglie. Ma noi avanziamo. La nuova fronte, [p. 263 modifica] che dopo due giorni di combattimenti accaniti, fra assalti e contrassalti incessanti, pareva giunta alla immobilità di un temporaneo equilibrio, ecco che si sposta. La colata di lava che sembrava rappresa, riprende il cammino più incandescente e più fluida di prima. Questo ultimo sforzo, questa pressione subitanea che si determina meravigliosamente nell'ora della stanchezza, trova il nemico in ritirata sopra notevoli settori della fronte.

È più che altro una modificazione di fronte, lenta, combattuta, tenacemente protetta, della quale possiamo immaginarci i limiti. È difficile in quest’ora determinare quale è la nostra linea mutevole, tutta movimento: ma si indovina quale sarà. Probabilmente il nemico ripiega sulle forti posizioni intermedie, già apprestate a difesa fra i suoi formidabili trinceramenti di Castagnavizza e quelli che l’offensiva attuale gli ha strappato. Sloggiato dalle possenti organizzazioni di resistenza di Nova Villa e della Quota 208 nord, veri sistemi di fortilizi campali, respinto dai capisaldi ai quali si aggrappava solidamente la sua sinistra sul ciglio dell’altipiano, sopraffatto al centro con l’espugnazione di complicate ridotte alle quali si annodava la difesa delle strade e dei varchi fra Nova Villa e Locvizza, costretto a cercare solidi appoggi sotto la pressione del nostro attacco, esso accenna ad una conversione che [p. 264 modifica] avrebbe per perno il massiccio del Veliki Hribach. Ma in questo momento tutto è congettura. Le nostre truppe sono ancora ai primi sbalzi in avanti. Sbalzi di quattrocento, di cinquecento metri, fra mille ostacoli, fra muricciuoli, foibe, boschetti, rovine.

Avanzano con ardore, manovrando veloci per plotoni. Il loro movimento si segue a tratti in una caligine di fumo. Si intravvedono qua e là piccole file di ometti curvi, che vanno per uno, rapidi, il fucile a «bilanc’arm», e si adunano a ridosso di qualche scogliera o al bordo d’una dolina formandovi granulamenti grigi e immobili di soldati accovacciati. Poi i granulamenti si scompongono ad un tratto, si allargano, e la piccola massa si precipita avanti, a sciame, sempre più lontano, in un subitaneo crepitìo di fucilate. Sul margine di camminamenti e sulla cresta di muricciuoli passano lente processioni di elmetti e di baionette. In molti punti, soltanto le nuvole di qualche shrapnell nemico indicano i limiti dell’avanzata. Sono poche nuvolette che si formano a gruppi, ogni tanto; si direbbe che i piccoli calibri austriaci si siano già allontanati, fuori dell’azione. È l’indice di un ripiegamento sistematico. Mancano poche ore alla notte. Il sole declina, rosso, senza splendore ed enorme in un torbidore di brume. [p. 265 modifica]Per avere un’idea dello svolgimento di questa grandiosa battaglia, che proprio quando pareva che cessasse porta i maggiori guadagni, bisogna raffigurarsi il profilo generale del terreno, depresso nel centro, sollevato sui fianchi. Il centro è dominato dai due ciglioni laterali. Questa conformazione della fronte ha determinato i piani della difesa austriaca. Le massime cure del nemico sono state dedicate al rafforzamento delle due estremità della linea, perchè ogni nostra avanzata al centro doveva essere subordinata all’occupazione delle alture laterali. Soltanto il possesso delle due testate montuose avrebbe dato il possesso dell’intera linea delle posizioni. Le rocciose colline di Nova Villa e i fianchi del Veliki erano i due pilastri della resistenza. Gli austriaci vi avevano prodigato lavori di rafforzamento, trincee, camminamenti, cunicoli, caverne. Ed è su questi punti che il bombardamento nostro ha con maggiore insistenza imperversato.

Ma il tremendo fuoco delle batterie italiane non poteva avere un eguale resultato su tutti i settori. In un terreno così vario, strano, tutto avvallamenti, buche, roccioni, celato in parte da folti boschi, la più violenta preparazione di artiglieria era destinata ad avere un effetto completo soltanto sulle zone visibili, scoperte all’osservazione, dove il tiro poteva essere direttamente guidato. Le trincee austriache, [p. 266 modifica] tortuose, serpeggianti in ogni verso, scavate profondamente nella roccia, mantengono spesso una gran parte del loro valore anche quando i parapetti sono demoliti, quando tutto alla superficie del suolo è abbattuto, sconvolto, disperso. Solo la piccola percentuale di colpi che cadono dentro al solco è quella che veramente distrugge e massacra. Così il bombardamento che ha schiacciato le opere di difesa alla destra, non le ha egualmente annientate alla sinistra, dove boscaglie fittissime salgono dal Vippacco fino alle vette e tutto nascondono. Quello che celassero i boschi soltanto l’assalto ha saputo.

Alla nostra sinistra la lotta è stata accanita, disperata, selvaggia e lenta. Ha avuto degli aspetti antichi. Una lotta al coltello, nell’ombra della foresta. Oltre ai reticolati tesi fra tronco e tronco, v’erano delle reti metalliche disposte in ogni verso. In queste immense ragnatele di acciaio, i nostri plotoni esploratori andavano avanti, passo passo, tagliando i fili, aprendo un varco dopo l’altro. Erano plotoni corazzati, col casco pesante fatto a cuffia, la gorgiera, le spalliere, coperti di armatura come guerrieri medioevali, muniti di scudo. Erano i fantastici pionieri della battaglia. A loro si arresero i difensori austriaci dei posti avanzati. Dovevano far paura quegli uomini di ferro, invulnerabili ai colpi, imperterriti nelle [p. 267 modifica] raffiche di piombo, pronti a voltare lo scudo nella direzione del fuoco. Ma le truppe avanzate del nemico erano poche, stordite dal bombardamento. Dai rifugi, dalle caverne è balzato fuori il grosso. Al di là di ostacoli che bisognava demolire, comparivano talvolta disciplinati allineamenti di kaiserjäger che aprivano il fuoco eretti, come nelle vecchie guerre. Più spesso le raffiche della fucileria e delle mitragliatrici partivano dall’invisibile, pareva che sprizzassero dai sassi, dagli alberi, dai cespugli giù per burronceìli scoscesi, fra intrighi di fili di ferro e di rovi. Bisognava per passare rimontare alla testata dei greti, manovrare, infiltrarsi in angusti varchi, mentre il nemico tentava contromanovre e aggiramenti. Erano infinite minuscole battaglie di plotoni, assalti di drappelli, urti di gruppi, gridi di «Savoia!», gridi di «urrah!», colpi di granate a mano, colpi di baionetta.

Un po’ per tutto la lotta ha avuto di questi accanimenti. Sorpassata in molti punti, al primo balzo, la linea avanzata delle trincee nemiche, il combattimento si è spezzato in episodi senza fine. Perchè le trincee avevano salienti, rientranze, erano in qualche posto doppie, triple, e con i camminamenti formavano labirinti di solchi, pieni di nemici, vivi e morti. Le truppe che inoltravano, prese di fianco da fuochi d’infilata, dovevano retrocedere, mutar fronte, [p. 268 modifica] assalire difese laterali, trincerarsi, chiedere rinforzi che salivano lentamente sotto a nutriti tiri di interdizione. Le ondate della nostra avanzata avevano flussi e riflussi, trovavano il nemico annidato in posizioni inattese. Bisognava scovarlo, aggirarlo, costringerlo alla resa a piccole unità. Nessuna battaglia è stata più varia, più violenta, più agitata. Alle volte la via pareva definitivamente aperta verso certi obbiettivi, verso Locvizza, verso il Pecinka, in direzione di Lucatic o di Jamiano, ed ecco a destra o a sinistra uno scatenamento di mitragliatrici o di artiglierie da montagna nascoste fra le rocce e nelle buche.

La conquista completa delle posizioni austriache è stata lunga e dura. Quando è cominciata a completarsi, il nemico ha lanciato le sue riserve in un’infinità di contrattacchi, piccoli e grandi, per tutto, preparati da bombardamenti intensi. In certi punti si slanciavano a masse serrate i nemici, a plotoni affiancati, col sistema tedesco. Falciati, respinti, tornavano in nuove formazioni. I più violenti e i più vasti contrattacchi tentarono la sera stessa del 10 la riconquista di Nova Villa e della Quota 208 sud. Tutta la notte, alla luce del plenilunio, gli austriaci hanno cercato di riprendere piede sulle posizioni più importanti. La giornata di ieri è stata caratterizzata dalla incessante e furiosa [p. 269 modifica] azione nemica. Rilevanti forze fresche austriache erano giunte nella giornata, portate da immense carovane di camions. Questa notte gli attacchi austriaci sono stati meno solidi. Ma il fuoco si manteneva attivissimo. Oggi è il ripiegamento.

Arrivano i primi feriti leggeri nel Vallone. Hanno l’aria soddisfatta e stanca. Portano notizie. «Siamo alle prime case di Locvizza!» — grida uno. Egli vuol dire che siamo ai primi ruderi. Non vi sono più case a Locvizza, come a Nova Villa. Vi sono dei pezzetti di muro, un tritume di calcinacci.

La notte scende brumosa e fresca. Una coltre di fumo empie le vallate, e in questa fosca caligine è tutto un balenìo di colpi, un palpitare di vampe. Razzi rossi e razzi bianchi solcano il cielo tenebrato. Un’enorme granata austriaca cade nel Vallone vicino ad un cimitero di soldati, e tutte le croci in fila, schierate a ranghi, si inclinano con lo stesso moto.