Dal dialetto alla lingua/Prefazione
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PREFAZIONE
Il problema dell’insegnamento grammaticale è assai complesso.Questo della grammatica è stato ai tempi nostri, e in parte è ancora, specie ne’ riguardi della scuola elementare, l’insegnamento forse più controverso e meno, o con minor calore di convincimenti, curato e disciplinato. Intorno alla misura, al modo, al mezzo con cui abbia a essere impartito, se una media opinione s’è in qualche modo venuta ormai formando, non si può dire peraltro che essa sia tale da appagare interamente quegli stessi che la professano. Il dubbio che non siasi ancora trovata la via buona, torna a rampollare continuamente e a tormentare un po’ tutti, specie nelle occasioni più o meno solenni in cui se ne considerano i risultati segnatamente nell’esercizio dello scrivere.
E, veramente, il problema è assai complesso, e concerne forse meno la grammatica in particolare che tutto il sistema educativo nella sua varia e molteplice unità; quantunque anche il particolare problema della grammatica — che è anzitutto e essenzialmente filosofico — non sia tra quelli di facile e sicura soluzione, come s’è potuto vedere in un grave recente dibattito[1].
Accordo sul principio dal dialetto alla lingua.Ma sopra un punto fondamentale si viene oggi affermando sempre più viva e da più parti[2] un’antica richiesta, a cui per molte e forti ragioni non fu soddisfatto sin qui che saltuariamente e di rado con la voluta pienezza: quella, cioè, che all’apprendimento, all’aumento, alla gloria della lingua nazionale sia dato per iscorta il dialetto debitamente studiato, coltivato, onorato.
Fortuna di esso.Narrare la fortuna di codesta idea da’ suoi più lontani precedenti e ne’ suoi legami con la vita nazionale tutta in Italia e fuori, non è compito d’una breve prefazione a un libro elementare; benché una storia siffatta sarebbe la migliore dimostrazione della bontà di essa. Qui basterà rammentare che, già applicata in diverse guise, come portavano quelle condizioni di cultura, sul fiorire dell’anima italiana alla luce nuova delle libertà comunali, non dimenticata nel Rinascimento, ravvivata nel fervido risveglio del gran Settecento, fu animosamente ripresa e spiegata all’alba del nostro Risorgimento da Alessandro Manzoni come un fiammante vessillo alla sospirata unità spirituale della nazione; sperimentata poi dai continuatori suoi in varie prove[3], fino a che il maggiore di essi e risuscitatore della poesia dialettale col rinverdire l’arte e la gloria del Belli, Luigi Morandi, sostenendola vigorosamente, non l’ebbe fatta mettere a fondamento de’ primi studi di lingua in un progamma ufficiale per le scuole della risorta nazione[4]; e ora, dalle dotte e vibranti carte d’una schiera di scienziati e artisti de’ nostri sonanti e scintillanti dialetti, ridestata e lanciata da Ernesto Monaci, anima della Filologica romana, alla purificazione delle parlate italiane dalle scorie dell’oppressione straniera nelle terre redente per virtù d’armi, alla restaurazione piena dell’italianità sulle labbra e nelle menti de’ nostri più amati fratelli[5].
Necessità di applicarlo a tutta l’Italia.Se non che tale restaurazione della lingua e del sentimento italiano, tale purificazione della loquela natìa da ogni traccia d’imbastardimento, dovuto alla varia deleteria azione della nostra multiforme servitù a tutto ciò ch’era forestiero, non sono richieste soltanto là dove lo scempio fu più violento, ma appaiono necessarie, improrogabili in ogni regione d’Italia, dalle liberate Alpi al mare ritornato nostro.
Attitudine della lingua e dei dialetti a purificarsi reciprocamente raffrontandosi, per la loro comune italianità, dimostrata dalle versioni dialettali del brano manzioniano raccolto nell’Appendice.Lingua e dialetti vivono ora dovunque una vita impura, guasta per reciproca nefasta contaminazione. Bisogna ricondurli alle loro sorgenti naturali, rinnovando tutta la vita nazionale, e, con ritmo conforme, dando all’una e all’altro la coscienza della propria originaria essenza.
Questa coscienza non può formarsi che in un perpetuo, minuzioso raffronto: e solo per esso e in esso il dialetto e la lingua, che è quanto dire la regione e la nazione, celebreranno la loro individualità, la loro libertà, pur vivendo, in piena concordia, anzi in una perfetta fusione, l’uno della linfa vitale dell’altra, tolta via per sempre ogni mistura straniera e ogni pericolosa soffocazione d’un fecondo e sano regionalismo[6].
Una prova luminosa di questa mutua compenetrazione intendono offrire le versioni, che abbiamo procurato e diamo in appendice, di un brano de’ Promessi Sposi nelle parlate delle varie zone dialettali italiane[7]. Ivi ognuno vedrà sfolgorare nella parola, e più nella frase, e più nel costrutto, e più ancora nella potenza espressiva, insomma nel suo caratteristico atteggiamento spirituale, la medesima, sebben variamente riflessa, italianità che rifulge nella limpida prosa manzoniana. In questa come in ciascuna versione con la stessa dolce armonia mirabilmente varia canta un’anima sola, l’anima dell’Italia.
E tale è l’alto significato, la grande portata che si chiude nella formola con cui si presenta questo libro d’orientamento rivolto a tutta l’Italia dialettale, moralmente una nella sua vetustà gloriosa e nella sua or rinnovellata istoria.
Virtù rinnovatrice del principio dal dialetto alla lingua nelle scuole:
a) rispetto all’insegnamento grammaticale;Ma sotto il punto di vista strettamente scolastico e didattico, l’applicazione cosciente, larga, calorosa del principio dal dialetto alla lingua significa la liberazione dal vuoto asfissiante di tanta parte della grammatica tradizionale, la sostituzione dell’elequente concretezza del fatto naturale all’inafferrabile astrattezza della regola, dell’interesse giocondo alla sbadigliante indifferenza per questa misteriosa meraviglia dell’umana parola; b) al componimento;e, per spontaneo e diretto riverbero, lo sfratto dato alla fredda pedanteria, al deformante manierismo de’ componimenti, ne’ quali gli alunni dovrebbero aver bene il diritto di parlar con la propria voce, cioè con l’anima propria, restituiti religiosamente all’intimità della loro vita, ch’è vita dialettale, sino a che di grado in grado non l’investa una più vasta e complessa italianità; c) alla lettura.e, ancora, significa la trasfigurazione del più fecondo esercizio scolastico, la lettura, in cui la parola italiana, riecheggiata, quando occorra, nel dialetto, o viceversa (quanta vera poesia dialettale fiorita invano per i nostri fanciulli!), avrebbe ne’ piccoli cuori la sua più suggestiva risonanza, aprendo l’intendimento, suscitando la commozione; un rinnovamento profondo, insomma, fatto di gaiezza e di luce, nella di solito così grigia e fredda «lezione di lingua».
Com’è stato esplicato in questo libro di orientamento.Per tutti questi riguardi, che avrò particolarmente dinanzi nella compilazione d’un altro libro a cui da tempo vado pensando, ho chiamato d’orientamento il presente; ma tale esso vuol essere in modo speciale per il fatto dell’insegnamento della grammatica al quale è destinato. Nè altro che d’orientamento potrebbe essere, anche in questo solo riguardo; perché, mentre conserva — con piena coscienza — lo schema comune della grammatica, debitamente spogliato tuttavia dell’ingombiante e falso logicismo ancora resistente, per esser utile in ogni scuola di qualunque regione, non esclusa la Toscana[8], deve di necessità restringersi a tracciare soltanto la linea maestra del metodo, profilando de’ dialetti presi nel loro complesso le caratteristiche più rilevanti all’opportunità e efficacia de’ raffronti e traendo dai singoli solo gli esempi tipici di tendenze e di atteggiamenti e, per ciò, capaci di segnalarne di analoghi, propri di quello che più c’interessa, di far intuire la varietà infinita de’ legami tra esso e la lingua, e di tener sempre desta, formandone quasi un’abitudine, la curiosità d’indagarli, di scoprirli. Opportunità d’altri sussidi.S’intende, infatti, come a voler approfondire le corrispondenze, estendere la ricerca ai fenomeni essenziali d’un determinato dialetto, condurre insomma lo studio comparativo della grammatica con la maggiore larghezza possibile e con una disciplina non improvvisata, convenga agli insegnanti valersi di speciali sussidi del genere di quelli appunto che viene approntando la Filologica romana e dove le leggi principali, le forme flessionali e verbali del singolo dialetto studiato vengono esposte con metodo pratico e piano, ma nel tempo stesso informato a rigore scientifico, e con un perpetuo parallelismo, di cui il primo termine è sempre il dialetto e che qui non sempre era possibile attuare, appunto per la molteplicità de’ dialetti a cui era da tener rivolto lo sguardo.
Come sia da applicare nella scuola, posto che il libro di testo non è la lezione.Pure, anche così circoscritta, la nostra esposizione non andrà del tutto esente dall’appunto di soverchia difficoltà, specie per l’uso, sebben cauto e sobrio, di termini tecnici con cui la scienza designa fenomeni tutt’altro che incomprensibili anche a tenere menti, e per la novità sua stessa. Ma qui basterà ricordare il postulato forse più semplice e più importante della didattica, che il libro di testo non è la lezione; che l’ordine e la forma adottati dal trattatista, specie per certe discipline — e questa della grammatica è il caso proprio tipico, — nulla hanno da vedere con quella particolar forma d’esposizione che dev’essere di volta in volta una viva creazione del maestro[9]. Basterà, dico, ricordarlo codesto canone fondamentale, come risposta a quella eventuale critica, e non già come ammonimento agl’insegnanti elementari, i quali sono generalmente immuni dal grave errore didattico in cui vengono tratti talvolta anche valorosi e colti insegnanti d’altro ordine di scuole, di lasciarsi dirigere tirannicamente dal testo, a cui fan sacrifizio d’ogni libertà nell’impostatura, nell’ordine, nella forma da dare alla lezione, sino al punto di cominciarla rifacendosi con esso dalle definizioni, che o possono essere quasi sempre trascurate affatto, o debbono, se mai, esser comunicate, e senza troppo insistervi, solo per via di richiami sintetici e quando già risplendano alle menti de’ discepoli nella luce degli esempi, e degli esercizi e de’ commenti con sapienza condotti[10]. E ciò quanto al metodo, nel quale i progressi compiuti e la maturità raggiunta dai maestri sono documentati da molte magnifiche prove, non ultime i periodici di classe, onorati recentemente d’un’alta e sincera lode[11], e i manuali per il tirocinio de’ normalisti[12].
Anche la scuola elementare deve esser aperta alla penetrazione della vera luce della scienza.E quanto al particolare contenuto scientifico del nostro libretto, appunto per la fiducia che i maestri hanno dimostrato di meritare, è ormai tempo di cessar dal predicar loro l’astensione dalla vera scienza, e di venir predicando invece agli scienziati di esporgliela in una forma meno inaccessibile[13], se si vuol davvero e non per burla l’elevamento della scuola. L’anima e la mente del fanciullo hanno diritti che non si possono impunemente violare, una limitata facoltà d’apprendere di cui sarebbe delitto abusare, sforzandola a cimenti non suoi; ma la facilità e la praticità, che debbono esser norma costante d’ogni insegnamento elementare, non anche hanno da impedire alla scienza di mandar alcun raggio della sua luce per le finestre della scuola, quella luce che sola può dar forza ed efficacia al facile e al pratico. Non è detto che l’empirismo banale di certe regole cosiddette pratiche, non sia più astruso e impenetrabile, quanto è vuoto e inconcludente, di una legge formulata con rigore scientifico sul fatto naturale e positivo. I maestri dovranno, procurarsi una più adatta e conveniente preparazione, avvicinarsi alle fonti stesse del sapere per meglio attuare in una geniale e calda opera di creazione il metodo che qui si cerca di inculcare; ma si può esser certi che essi non eluderanno quest’aspettativa, non schiveranno questo dovere, se sorretti da una più viva e men sterile stima, se forniti di mezzi adeguati, quando si sian convinti che la via additata è buona e sicura, e che il grido a loro rivolto è pur sempre quello che con irresistibile dolcezza suona nel verso antico: antiquam exquirite Matrem![14].
Effetti benefici del nostro metodo sull’insegnamento superiore delle lingue classiche e moderne e soprattutto della Italiana, e sulla formazione del sentimento nazionale.Buona e sicura codesta via appare anche per condurre i discepoli agli studi superiori non pur delle lingue classiche e moderne, a cui è indispensabile il metodo comparativo, ma della stessa nostra lingua italiana, ove si voglia studiarla nella sua concretezza e nella sua attualità e, ancora, ne’ suoi vari rapporti con l’uso antico, letterario, poetico e dialettale, secondo il metodo splendidamente attuato in quel mirabile libro che è la Grammatica di L. Morandi e G. Cappuccini[15], a cui questa nostra, modestissima, può servire di vera e propria introduzione.
A completar l’idea della quale e a risponder preventivamente a un’altra probabile obiezione, mi sia consentito di dire, in fine, che l’avere, pur con la massima discrezione, tenuto l’occhio, tanto nell’osservazione teorica quanto nell’esemplificazione e ne’ paradigmi, a più dialetti, come portava del resto l’assunto stesso dell’opera, lungi dal cagionar confusione o dall’imporre uno sforzo superfluo alle scolaresche, che par debbano essere scòrte da un unico dialetto all’apprendimento della lingua, avrà invece il benefico effetto, non solo di presentare il fenomeno linguistico nella sua più vera naturalità, quale prodotto non isolato, sì bene variamente riflesso della medesima attività spirituale; ma anche di offrire una prova continua della comune origine, della profonda italianità di tutte le parlate della Nazione, e di stringere così sempre più saldamente l’una gente all’altra nell’affetto verso la madre comune; di far suonare sempre più caro a ciascuna e più degno di studio e di riverenza il dialetto natìo.
Di così dolci e alte commozioni maestri e discepoli saranno grati ai miei collaboratori, a’ quali rivolgo il riconoscente pensiero nel congedarmi dall’opera che auspicai tanti anni fa e sotto altre forme sempre promossi[16] nel lunge mio insegnamento normale: sono scienziati e artisti insigni, valorosi insegnanti di scuole superiori, medie e primarie[17], che, specchiando limpidamente il genio delle singole regioni circoscritte negli ampi confini dell’Alpe e del mare, porgono viva l’immagine della Patria ideale, nell’ora solenne in cui se ne compiono eroicamente i destini.
Roma, aprile 17.
Ciro Trabalza.
Note
- ↑ Ciro Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, Hoepli, 1908 e Vossler — Vidossich — Trabalza — Rossi — Gentile, Il concetto della grammatica — a proposito di una recente storia della grammatica, discussioni, con prefazione di Benedetto Croce, Città di Castello, Lapi, 1912.
- ↑ Per restringerci al solo ambiente scolastico (tacendo di filosofi e filologi), ricorderemo, a solo titolo d’esempio, due brevi passi di scrittori di didattica. «Siam d’opinione — dicono i proff. Parri e Pellottieri nel loro manuale cit. più innanzi, a p. 168 — che lo studio di tale materia (la grammatica) non dovrebbe farsi astraendo dai dialetti locali»; e a «confronti con le forme dialettali corrispondenti» si riferiscono più volte nel loro programma particolareggiato. — Il dialetto, dice il Lombardo-Radice, è «una lingua viva, sincera, piena, ed è la lingua dell’alunno, e perciò (se è vero che il presupposto della lezione è l’alunno) l’unico punto di partenza possibile a un insegnamento linguistico... Tradurre le novelline e i canti del popolo sarebbe un degno ed alto esercizio scolastico, che costringerebbe, senza mortificazioni dello spirito, ad una analisi del dialetto e ad un acuto studio dell’italiano, determinando una continua intima scontentezza del non riuscire, perchè il dialetto sarebbe sentito nella sua vivezza, e la traduzione, al paragone, nella sua secchezza e indeterminatezza... Lo sforzo della traduzione altro non sarebbe che obbligo interiore a trovarsi le regole del tradurre e a costruirsi perciò una grammatica». Lezioni di didattica e ricordi di esperienza magistrale, Palermo, Sandron, 1913, pp. 173-5.
- ↑ V., ad es., in G. Leanti, L’opera di Giuseppe Pitrè in rapporto alla psicologia e alla pedagogia (eccellente studio che ogni maestro può vedere nella Rivista Pedagogica, IX, 7-8, luglio-settembre 1916), la ricca letteratura didattico-dialettale che si è avuta nella sola Sicilia. Ma ogni regione italiana ebbe, per effetto del movimento manzoniano, grammatiche, dizionari, raccolte dialettali.
- ↑ «E poichè nel luogo ove risiede la scuola si parla un dialetto, più o meno disforme dalla lingua, si badi di far rilevare in che principalmente consista questa disformità; non già per mettere in dispregio il dialetto, ma per far tesoro di quel fondo, più o meno vivo, ma sempre prezioso, che esso ha comune con la nostra lingua. Anzi tali raffronti tra lingua e dialetto non devono restringersi alla parte puramente grammaticale, che s’insegna nella I classe, ma estendersi in tutte le classi, ogni volta che ne capiti l’occasione, anche al vocabolario, cioè a tutto il corpo della lingua. Gioverebbero perciò, se ne avessimo, dei buoni vocabolari dialettali italiani, in cui di fronte alla parola del dialetto ben circoscritto fosse messa la corrispondente parola viva toscana. Alla mancanza di questo potentissimo aiuto supplisca, per quanto è possibile, lo zelo degli insegnanti; i quali, facendo il debito conto dei dialetti, si troveranno agevolata di molto la difficile opera loro». Così ne’ programmi d’italiano che dal ministro De Sanctis ebbe l’incarico di compilare per le scuole tecniche nel 1880, com’egli stesso c’informa nello scritto, importantissimo al nostro argomento, Il Belli e il Manzoni — Lingua, Dialetti, Vocabolari, che fa da prefazione ai suoi Sonetti scelti di G. G. Belli, Città di Castello, Lapi, 1912. — E dello stesso Morandi sono le norme per il concorso dei Vocabolari dialettali che, per sua proposta, fu finalmente bandito nel 1890 dal ministro Boselli. — Fu tra i premiati il Vocabolario dell’Uso Abruzzese di Gennaro Finamore (2ª ed., Città di Castello, Lapi, 1893), di cui ci siamo utilmente serviti.
- ↑ V., intanto, Società Filologia Romana — L’italiano e il parlare della Valsugana. Confronti di Angelico Prati per l’insegnamento della lingua nei Comuni Valsuganotti; in Roma, presso la Società, 1916. È imminente il volumetto di Gorizia, e in preparazione sono altri per altre parlate.
- ↑ Come la lingua madre possa purificare i dialetti, ricondurli «alle proprie originarie fattezze, al senso della propria dignità», ha dimostrato, pel caso del ladino, il Salvioni, nel suo mirabile discorso inaugurale al R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Ladinia e Italia, dell’11 genn. 1917 (v. Atti), una delle manifestazioni più serie e utili che la guerra abbia ispirato alla scienza italiana.
- ↑ Ci siamo astenuti da ogni tentativo di classificazione, relativo alle condizioni storiche ed etniche, compito da lasciarsi alle investigazioni de’ dotti, contentandoci di adottare i nomi corrispondenti alla realtà delle cose. — A rigore, avremmo dovuto dare anche una versione in uno de’ viventi dialetti della Toscana; ma temevamo d’ingenerar un inesatto giudizio circa i rapporti tra essi e l’italiano, che sostanzialmente è, come ben si sa, il fiorentino, pur ritenendo, come accenniamo più avanti, che anche nelle scuole toscane si debba nell’insegnamento della lingua muovere dal dialetto.
- ↑ Ai Toscanismi del compianto Fedele Romani (autore altresì degli Abruzzesismi, Calabresismi, Sardismi, Firenze, Bemporad, 1907) si sono aggiunti proprio quest’anno, pei tipi del Giusti di Livorno, i Lucchesismi, manualetto per lo studio del vernacolo con la lingua ad uso delle scuole della Provincia di Lucca, egregiamente compilato secondo il metodo del Romani stesso, da Giovanni Giannini e Idelfonso Nieri, due espertissimi filologi e folklöristi, e che abbiamo subito messo a profitto. — Mi sia lecito, peraltro, esprimere qui il dubbio che l’adozione di questi -ismi o delle corrispondenti locuzioni Voci e modi errati con cui si presentano questi sussidi allo studio della lingua, mentre sono incensurabili nel rispetto della proprietà, non siano per perpetuare la diffusa quanto falsa e dannosa opinione che il dialetto sia qualcosa d’inferiore alla lingua, e perciò di disprezzabile e di temibile come un nemico insidioso e pericoloso. Tali espressioni dovrebbero ormai, a mio parere, essere abolite, e sostituite da quella di raffronti o confronti, che meglio corrisponde poi al reale e unico indirizzo propugnato dalla scienza e dalla didattica.
- ↑ Varrà per le gutturali e labiali, protoniche e postoniche, per le sillabe aperte e chiuse, per la metafonesi e qualche altro nuovo vocabolo, quel che s’è sempre raccomandato per quelli tradizionali di enallage e ellissi e tanti altri che non ci sembrano astrusi, solo perchè sono in uso dall’antichità. La maggior parte di tali termini non occorre, anzi è opportuno non entrino nel linguaggio dell’insegnante, ancorchè i fatti e «gli esercizi grammaticali che con essi vogliamo indicare, non abbiano nulla di superiore alla media intelligenza degli scolari, se l’esemplificazione ne sarà giudiziosa e basata anche sul linguaggio familiare o dialettale». (Parri e Pellottieri, op. cit. più innanzi, p. 185).
- ↑ Per questo anche non abbiam creduto dividere il testo in tanti volumetti speciali quante sono le classi a cui è destinato, nè compilare esercizi, che ogni buon insegnante deve saper sceglier da sè di volta in volta secondo i propri criteri e i bisogni e la mentalità della sua scolaresca, e sempre in relazione ai fenomeni che appaiono nel parlar vivo o nel brano che si sta leggendo.
- ↑ «Fra i maestri elementari invece, anche per l’azione benefica di ottimi periodici scolastici (cito a titolo d’onore il Corriere delle Maestre di G. Fabiani e i Diritti della scuola di A. Tona, che ogni nazione potrebbe invidiarci), la coltura pedagogica ha fatto progressi notevoli. Ogni buon maestro sente e riconosce l’importanza del problema metodologico, benchè siamo ancora lontani da un’applicazione generale giusta e proficua». L. Credaro, Seguitando, in Rivista Pedagogica, IX, 9-10., ott.-dic. 16, p. 492.
- ↑ Si veda, p. es. in quello dei proff. Parri e Pellottieri, (L’esperienza della scuola, Firenze, Bemporad [1917]), con quanta cautela, con quale finezza di metodo sia da preparare e condurre una lezione di grammatica (sul verbo, sui tempi, sul pronome, e così via). Non dico che tutto sia lì indiscutibile, come specialmente l’importanza forse soverchia data coi programmi ufficiali alla parte logica, cioè astratta, della grammatica; ma, insomma, vi si afferma la coscienza della necessità che la lezione sia preceduta da una scrupolosa preparazione e della materia e della forma, ne’ più minuti particolari, delineandone il procedimento.
- ↑ Per un generale orientamento i maestri possono accostarsi, senza eccessiva diffidenza, ai manualetti Hoepli di F. D’Ovidio e W. Meyer-Lübke, Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani, 1906, e di G. Bertoni, Italia dialettale, 1916. — Per l’analisi comparativa de’ dialetti, tra le opere più preziose e comprensibili, che pur non mancano, è da consigliar loro il magnifico Prospetto grammaticale di cui il Monaci ha corredato la sua Crestomazia italiana dei primi secoli, Città di Castello, Lapi, 1912, che dovrebbe prender posto in ogni Biblioteca Magistrale. — Pratico e utile il tanto lodato volume di G. Romanelli, Lingua e dialetti, Livorno, Giusti, 1905.
- ↑ Che cosa sian capaci di fare anche scientificamente i maestri elementari, dimostrò il compianto loro collega Glicerio Longa, spentosi a ventisei anni, col suo Vocabolario Bormino, ed. dalla Soc. fil. rom., sul quale rimando al mio art. Glicerio Longa e la missione scientifica del maestro elementare, nei Diritti della scuola, 1913.
- ↑ Allo stesso metodo, esplicato naturalmente in forma più sobria, è informata la pregevolissima Grammatichetta per uso delle scuole elementari, come la grande edita dal Paravia, dei medesimi autori.
- ↑ Mi sia lecito riferirmi principalmente al mio manuale Hoepli su L’insegnamento dell’italiano; 1093, cap. X: La comparazione dialettale e al mio Saggio di Vocabolario umbro-italiano, Foligno, Campitelli, 1905.
- ↑ Altre eccellenti versioni, che non hanno potuto prender posto nella raccolta per le ragioni stesse del disegno adottato, ci favorirono i signori proff. D. Arru, R. Janni, P. Meo, D. Mancini, A. Moschetti, R. Bruni e le proff. Nella Longarini-Ponzetti e Magda Roncella, che qui egualmente ringraziamo.
- Testi con annotazioni a lato
- Testi in cui è citato Alessandro Manzoni
- Testi in cui è citato Giuseppe Gioachino Belli
- Testi in cui è citato Luigi Morandi
- Testi in cui è citato Ernesto Monaci
- Testi in cui è citato il testo I promessi sposi (1840)
- Testi in cui è citato Giulio Cappuccini
- Testi in cui è citato Karl Vossler
- Testi in cui è citato Giuseppe Vidossi
- Testi in cui è citato Mario Rossi
- Testi in cui è citato Giovanni Gentile
- Testi in cui è citato Benedetto Croce
- Testi in cui è citato Fedele Parri
- Testi in cui è citato Alessandro Pellottieri
- Testi in cui è citato Giuseppe Lombardo Radice
- Testi in cui è citato Giuseppe Leanti Serra
- Testi in cui è citato Giuseppe Pitrè
- Testi in cui è citato il testo Vocabolario dell'uso abruzzese (1893)
- Testi in cui è citato Gennaro Finamore
- Testi in cui è citato Angelico Prati
- Testi in cui è citato Carlo Salvioni
- Testi in cui è citato Giovanni Giannini
- Testi in cui è citato Idelfonso Nieri
- Testi in cui è citato Guido Fabiani
- Testi in cui è citato Annibale Tona
- Testi in cui è citato Luigi Credaro
- Testi in cui è citato Francesco D'Ovidio
- Testi in cui è citato Wilhelm Meyer-Lübke
- Testi in cui è citato Giulio Bertoni
- Testi in cui è citato Giuseppe Romanelli
- Testi in cui è citato Glicerio Longa
- Testi SAL 75%
- Testi che usano NMIS