Dal mio verziere/Fiori d’arancio

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Fiori d’arancio

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Cipressi L’ultima primavera
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Fiori d’arancio.

Io detesto la poesia d’occasione. Dalle canzoni e dai sonetti, scaturiti nei secoli scorsi per amore dei cardinali morti e degli arciduchi vivi, agli inni e alle liriche d’oggi per le esposizioni e per le nozze, l’ho trovata sempre abbominevole. La rettorica ed il convenzionalismo vi si trincerano come in un ultimo rifugio dove possono ancora tiranneggiare nell’accolta di tutto ciò che di più goffo, di più falso, di più antipatico e di più disarmonico ha il vocabolario italiano.

Muore una persona cara, ed ecco una poesia vestita teatralmente da funerali che viene a chiamarcene orbati e a dire in nostra presenza alle Parche un sacco di villanie: c’è una giovinezza che si consacra all’austerità, ed ecco che me la insudiciano d’unto novello e me la assordano a furia dei rimbombi e degli echi del Sion: due felici fanno di due vite una vita fra le benedizioni del cielo e della terra, ed ecco inseguirli spietatamente nel loro volo un’orda di lirismo dove c’è per lo meno mezza dozzina di tempi del verbo impalmare, tre o quattro paia di fausti nodi, qualche ara e una donzella che, poverina, in tutto questo rimenìo fa davvero pietà.

Un orrore, ripeto, una calamità che ero ben risoluta d’odiare senza restrizioni per il bene d’Italia [p. 152 modifica]quando un nitido e snello fascicolo, fregiato d’un nome che mi è caro, è venuto, ha parlato, mi ha intenerita.... La causa è vinta. Chi ha ingegno vivo e originale, chi è poeta vero, scriva, scriva sempre; scriva per chi nasce, per chi muore, per chi ama, e Dio lo benedica. Se è poeta vero, se ha caldo lume d’ingegno, uscirà sano e salvo dalle pastoie e dalla banalità; saprà trovare la nota sentita e soave a cui il cuore risponde, le fantasie leggiere che si traggono lo spirito seco. Così ha fatto Elda Gianelli, nome che nella nostra letteratura oramai suona forza e armonia. Nella civettuola eleganza dei tipi del Balestra di Trieste, ella dedica a un’amica che si fa sposa, undici sonetti che, a parte la fattura squisita, racchiudono tutto ciò che di più radioso e tenero e soave possiede un’anima di donna quando la mente la illumina e detta Amore.

Alla fanciulla che sta sulla soglia della vita nuova, nel solenne e pauroso momento in cui si sommerge il passato e non emerge ancora l’avvenire, parlano le cose con una delicatezza semplice e pagana. Essa trepida ascolta: sono le voci buone, le voci protettrici della sua adolescenza, gli addii supremi e mesti della sua prima vita che muore.

Tutto vuol richiamarsi al pensiero di lei: e i «fantasmi vaghi della mente giovinetta» e il primo raggio di amore; e la casa dolce che l’ha difesa, come il cristallo la fiamma, da ogni alito impuro; e i libri che riunirono due giovani teste amorose, e il ricamo che riuniva i pensieri, e il pianoforte che faceva battere all’unisono i cuori: e dalle piante memori, dal letto verginale su cui scesero i sogni, dai «buoni alberi amici», dalle conscie sabbie dei viali, piovono saluti sorrisi di propiziazione alla fidanzata [p. 153 modifica]pensosa. E l’amica che la guida in questo congedo sentimentale ripensa seco, con pensieri ed espressioni in cui la materialità della parola quasi dispare sotto il profumo, i delicati episodi e le ore azzurre fra cui tramò ella la sua gaia rete d’amore. Ma per non sciupare di più colla mia analisi al microscopio quell’alata poesia, ecco uno dei sonetti migliori:

E ti dicono addio soavemente
Le cose intorno, e ognuna in sua sembianza
Dei brevi anni vissuti alla tua mente
Guida il sorriso d’una ricordanza.

Dalle pareti della conscia stanza,
Che tutta investe i rai del sol presente
Sfilano luminose in gaia danza
L’ore auguranti all’anima che assente.

E il picciol letto abbandonato dice:
La bella testa che da qui partia
Or sovr’altro guancial posi felice.

Arride dal balcone il cielo aperto
Che la leggiadra fidanzata spia;
Brilla il ner’occhio a interrogarlo esperto

Oh la suggestione e la gentilezza di quell’idea del piccolo letto abbandonato, il piccolo letto a cui sono noti i sogni, che ha parole di così mesta soavità! Non si può leggere con indifferenza questa pagina, poichè chi di noi non vede cogli occhi dell’anima un piccolo letto, che sapeva solo i sogni, similmente abbandonato? Chi di voi, fanciulle, non intravede il giorno che lo abbandonerà? Non so resistere al diletto di ridire un’altra poesia — l’ultima — [p. 154 modifica]che ricongiunge come un nodo ideale questa fragrantissima ghirlanda:

Questo il lieto tuo fato: esser amata
E amar felice. Non a tutti ei splende
Che intreccian nozze. Non a tutti rende
Cosí piena mercè l’immacolata

Bella luce d’amor. Non una offende
Nube l’azzurro della tua giornata,
E la tua giovinezza avventurata
Da un fido porto a un fido porto stende

La candid’ala di procelle ignara;
In un nimbo gentil di poesia
L’anima al nido placido ripara

Dolce sognante. E su le nove soglie
Dal ciel dorato della fantasia
La sorridente realtà Ti accoglie.

Leggiadra bruna incognita, che passate dal sogno alla realtà senza risveglio, dovete essere ben contenta di annoverare fra i ricordi di un giorno indimenticabile le nitide pagine dal nastro azzurro che la vostra amica vi dona. Per Voi sono più che versi armoniosi, sono atomi della vostra esistenza che hanno preso forma e colore per scortarvi come facelle amiche lungo l’ignoto viaggio dell’avvenire: è lo specchio magico della buona fata, il piccolo e prezioso specchio nel quale troverete ognora riflessa la serenità mite di una primavera a cui vi sarà dolce, forse, di ripensare fra le pompe dell’estate ardente. E possiate rimirarvi in mezzo la vostra immagine sempre così, come oggi, nella gaia veste ornata di fiori.