Daniele Cortis/Capitolo quindicesimo

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Capitolo quindicesimo

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CAPITOLO XV.


Il segreto della signora Cortis


L’avvocato Boglietti andò a casa Cortis alle dodici e un quarto, e fu fatto entrare dal domestico nello studio con l’ossequiosa preghiera di volervi aspettare un momento il signor padrone che sarebbe venuto subito. Cinque minuti dopo vi entrò la signora Cortis, tutta sorpresa di questo ritardo del deputato suo figlio, tutta dolente che il signore dovesse aspettare.

Il signore, un po’ sbalordito da quella figura e da quella eloquenza di vecchia ballerina, fece delle proteste cerimoniose.

«Si accomodi» disse la signora, sorridendo sempre. «Se permette...

Si accomodò anche lei, per non lasciarlo solo. L’altro, poco disposto a questo colloquio inatteso, voleva scusarsi, ma le sue parole confuse, trovando sempre quel sorriso melato, vennero meno.

«Il deputato mio figlio» replicò la signora «è tanto occupato. Bisogna ch’ella scusi.

«Oh» rispose l’avvocato «lo so bene. Anzi» soggiunse «devo congratularmi con la signora, poichè sento ch’è sua madre...

La signora giunse le mani e alzò gli occhi al cielo.

«Sì, sì» diss’ella, «una madre felice! Nessuno può saper quanto! [p. 234 modifica]

L’avvocato ebbe paura che glielo volesse spiegare a lui, e, appena lo potè decentemente, trasse l’orologio.

«Credo» diss’egli «che debba trovarsi qui un’altra persona, secondo quanto il suo signor figlio mi ha scritto stamattina. Non so se forse sia già venuta.

«Posso sapere?» mormorò la signora Cortis porgendo la persona e il viso con il più officioso desiderio.

«Un conoscente, suppongo. Il senatore Di Santa Giulia.

Colei balzò in piedi.

«Il senatore?» diss’ella. «Il barone Carmine? Deve trovarsi qui?

«Ma... credo!» balbettò l’altro, sorpreso.

La signora scappò dalla stanza senza dir parola e tornò subito.

«Non è venuto» diss’ella, «e adesso mi spieghi, La supplico, perchè deve venire? Oh, signore» soggiunse aprendo tragicamente le braccia e scotendo il capo, perchè l’avvocato esitava un poco, «è una donna, è una madre, è la madre del deputato Cortis che glielo domanda!

L’avvocato sorrise.

«Dio mio, signora» diss’egli, «non s’inquieti. Non si tratta mica di duelli, si tratta di cose pacifiche.

«Pacifiche!» esclamò la signora Cortis con una ironia da scena. «Ella sa sicuramente, signor avvocato, che fra certe persone non vi possono essere cose pacifiche. Oh sì!» qui la signora alzò un dito fatidico. «Oh sì! fra certe persone... [p. 235 modifica]

Tacque, col dito in aria, e volse il capo all’uscio, ascoltando.

«Hanno suonato» disse Boglietti. «Sarà il senatore.

La signora gli afferrò un braccio.

«Signore!» diss’ella. «Io la supplico! Ella non mi ha parlato! Ella non mi ha visto!

Corse via, e l’avvocato guardava ancora, a bocca aperta, l’uscio che s’era richiuso dietro a lei, quando il vocione del senatore Di Santa Giulia disse dalla parte opposta:

«Buon giorno.

Il senatore era dimagrito, ingiallito, mostrava nella fisonomia qualche cosa di più scuro e sinistro; ma la gran voce, la eretta persona e il fare prepotente non avevano mutato. Si buttò di sghembo sul sofà, accavalcando le gambe e rovesciando il capo all’indietro sui cuscini.

«Oh» diss’egli soddisfatto «che sagrato piacere ho di trovarmi con questo dolce avvocato mio! Scrivete bene, voi, avete lo bello stile! Quella vostra lettera è di una forma squisita. La sostanza pare un poco brigantesca, ma...

L’avvocato, rosso come un papavero, voleva protestare. L’altro non si scompose punto, gli fe’ cenno, con un pacato agitar della mano, di starsene cheto.

«Sss! Non ci riscaldiamo! Questa gente del nord come piglia le cose! Siete bene piemontese voi? Ho detto pare, pare. Pare ma non è, come la faccia del senatore Di Santa Giulia che pare d’un terremotaccio ed è del più mansueto c... che sia. Oh santo diavolo, il diritto è dalla vostra parte. Volete che [p. 236 modifica]confonda un avvocato con un gentiluomo? Questione di diritto non c’è. E adesso ditemi cosa volete ancora da me, voi e quest’altro mio reverendo cugino, padre Daniele della compagnia di Gesù. Non mi avete scritto che volete il danaro al 31 marzo? È il 31 marzo oggi?

L’avvocato non rispose. Si lisciava i baffi guardando da un’altra parte.

«Eh?» riprese l’altro.

«Parla con me?» disse Boglietti. «Chi L’ha invitato a venir qua?

«Cortis.

«Parli col deputato Cortis.

«Eccomi» disse Cortis entrando in quel punto. «Chiedo scusa a questi signori.

«Di che, di che?» rispose il senatore. «Si aveva qui una conversazione piacevolissima con questo amabile signore. Ora si può benissimo continuare. Stavo domandandogli cosa diavolo voialtri due potete volere da me.

«Niente, voi altri due» disse Cortis freddo. «Chi vi ha pregato di venir qua sono io.

«Ah, benissimo» rispose colui. «E avete pregato anche questo signore?

«Anche questo signore.

«Bene, suppongo che avrete a parlarmi di qualche cosa che riguarda voi, o della quale, almeno, avete il diritto di parlare a me.

Gli occhi di Cortis scintillarono un momento di sdegno e si spensero subito.

«Perchè» continuò l’altro alzando la persona e la voce, «se si trattasse...

«Vi ho pregato di venir qui» interruppe Cortis «per parlarvi. Quando avrò parlato vi ascolterò. [p. 237 modifica]

«Eh sentiamo!» disse il barone ricadendo a giacere, quasi, sul sofà. «Si fuma?

Trasse un sigaro e l’accese senza attendere risposta.

Cortis sedette alla sua scrivania e cominciò a parlare stringendosi forte con le mani la fronte e le tempie. L’avvocato aveva gli occhi fissi in lui, il barone fumava guardando il soffitto.

«Mi manca il tempo e la voglia» diss’egli «di spendere delle parole inutili. Ho una proposta da farvi.

«A chi?» disse il barone.

«A tutt’e due. Qualcuno che non vuol essere nominato, è disposto, sotto certe condizioni, ad assumere il debito del barone Di Santa Giulia verso...

«Non seccatemi!» gridò il senatore. «Questa persona è mia suocera e io prego il demonio che se la porti. Non seccatemi!

Scagliò rabbiosamente il sigaro a terra.

«A’ miei debiti ci penso io!» diss’egli.

Cortis aveva una pazienza mirabile, quel giorno.

«Vostra suocera non c’entra» rispose.

«E allora?» esclamò il barone «non può essere, ma se fosse quell’altra carogna di...

«Zitto!» proruppe Cortis calando due gran pugni sulla scrivania.

«Avete a sapere» incominciò con sommessa voce stridente il barone chino incontro a lui «avete a sapere, e me ne f... che lo sappia anche questo signore, che io ho dei debiti, molti debiti, ma che voglio essere dieci, cento, mille volte più nobile dei vostri nobilissimi, purissimi signori Carrè, della vostra arcivirtuosa signora zia e dell’arcigentiluomo [p. 238 modifica]suo cognato, i quali mi hanno dato senza difficoltà qualcheduno che vale veramente molto più di loro e anche più di me, se volete, e poi han difeso pochi quattrini con le unghie e con i denti, me li hanno negati nel momento opportuno, si sono fatti giuoco di me, hanno persuaso quella persona a mentire la prima volta, credo, in vita sua, e adesso che hanno paura per il loro nome, per la loro reputazione di gente onesta e generosa, adesso vengono ad offrirmeli.

«Ma che offrire!» disse Cortis.

«E adesso» continuò l’altro senza badargli, «adesso io dico: no!

Cortis fece un atto di stanchezza e di tedio, poi rispose quasi sottovoce:

«È inutile. Nessuno di casa Carrè vi offre niente.

Il barone si strinse nelle spalle.

«Eh, santo Dio!» diss’egli. «Chi volete...!

«Non andate a cercare. Qualcuno che io non nominerò mai, qualcuno che non vi è nè parente, nè amico.

Cortis parlava a mezza voce, stanco, chiudendo gli occhi ad ogni tratto e sfiorandosi con una mano la fronte.

«E perchè?» disse il barone. «Questa persona, perchè vuol pagare i miei debiti?

«Il perchè non è affar vostro. Ma c’è una condizione. La Presidenza del Senato vi ha già fatto invitare un’altra volta a rassegnare le vostre dimissioni, in un dato caso, da senatore del Regno. La condizione è questa.

Il barone tacque un momento.

«Ah» diss’egli con un sorriso sarcastico, «pretendereste avere un incarico del Governo? [p. 239 modifica]

«Io non ho nominato il Governo.

«Il Governo, caro signor Cortis» replicò il barone «avrebbe obbligo sacrosanto di fare per me questo e molto più nobilmente; perchè poi vi dirò che quando non mi credessi più degno di sedere in Senato, ne uscirei di mia libera volontà, e la vostra condizione è malvagia. Ma in ogni modo, prima di pronunciarmi, voglio che mi dichiariate se è veramente il governo che mi offre questo.

«È solo al signor avvocato» rispose Cortis «che dovrò dichiarare il nome del suo nuovo debitore. È lui che deve dirmi se gli soddisfa. Io non farò altre dichiarazioni ad altri.

«Sta bene» esclamò il senatore alzandosi. «Non ci sono dichiarazioni, non ci sono condizioni, non ci sono persone anonime, non c’è niente. Ci sono io, caro signor cugino e caro signor avvocato. Il signor avvocato mi ha scritto una lettera alla quale io risponderò, in un modo o nell’altro, prima del 31, e ora buon giorno a tutt’e due.

«Un momento!» disse Cortis, alzando la mano verso di lui.

«Ho facoltà di togliere la condizione.

«Non me ne importa» rispose il senatore.

Cortis si alzò in piedi.

«Fermatevi!» diss’egli.

Colui si strinse nelle spalle, aperse l’uscio e, piantandosi il cappello in testa, disse senza voltarsi:

«Complimenti.

«Gran bestia!» esclamò l’avvocato quando l’intese discendere le scale.

Cortis s’era rimesso a sedere con le tempie in mano.

«Dunque sono io» diss’egli. [p. 240 modifica]

L’avvocato lo guardò senza comprendere.

«Io che pagherò» soggiunse Cortis. «Lei non comprende. Io sono amico del conte Carrè. Se fosse qui, se lo si potesse informare di tutto, pagherebbe. Ora ci sono ragioni particolari di sbrigare la cosa. Dunque, se Lei non ha obbiezioni, la sua cliente mi cede il credito verso Di Santa Giulia, e io mi obbligo a pagarle la intera somma entro quindici giorni.

«Si figuri!» esclamo l’avvocato.

«E Lei farà sapere subito al senatore ch’egli è prosciolto da qualunque obbligo verso la Banca. Nient’altro.

«S’immagini! Ella fa un atto nobilissimo.

«Niente affatto» rispose Cortis. «Sono un negotiorum gestor. Gliel’ho detto. Prende un punch?

No, l’avvocato non prendeva punch a quell’ora. Cortis suonò, ordinò un punch forte e il caffè.

«Bisognerà scrivere qualche cosa» diss’egli.

L’avvocato rispose che non c’era fretta. Avrebbe preparato con comodo l’atto di cessione e Cortis lo avrebbe sottoscritto l’indomani. Ma Cortis volle che si facesse almeno un preliminare, lì, seduta stante. Allora il Boglietti, dovendo recarsi per certe carte al suo studio di via Sant’Ignazio, uscì, promettendo tornare dentro pochi minuti.

L’uscio in faccia alla scrivania di Cortis si aperse pian piano, sua madre porse il viso a guardare se l’avvocato ci fosse ancora, poi entrò precipitosamente.

«Daniele, no!» gemette con voce soffocata, giungendo le mani. «Daniele, no!

«Cosa c’è?» diss’egli.

La signora Cortis si buttò ginocchioni, appoggiò [p. 241 modifica]la fronte alla scrivania e ruppe in singhiozzi ripetendo:

«No, no, no!

Egli le domandò due o tre volte con dolcezza cosa volesse dire questa scena, ma poi, non potendo trarne che gemiti, fu preso da un impeto di collera, le gridò di parlare o di uscire.

«Oh Dio, Dio!» diss’ella. «Non devi sottoscrivere.

«Cosa, non devo sottoscrivere?

«Niente!... Per quell’uomo che è andato via prima, niente!

«Vedo che dovrò mettere delle doppie porte. Ma perchè non sottoscrivere?

Ella non rispose che a singhiozzi. Allora Cortis si ricordò delle parole misteriose dettegli da lei a Lugano.

«In nome del cielo» diss’egli, «alzatevi e parlate. Alzatevi, dico!

Sua madre si alzò tenendosi a due mani il fazzoletto sugli occhi e andò lenta, curva, verso il sofà. Giuntavi, alzò le braccia.

«No», disse, come parlando fra sè, «non lo posso permettere!» E sedette nascondendosi da capo il viso.

Cortis fremeva.

«Adesso sarà qui l’avvocato» diss’egli, «e voi non potete restare. Se avete qualche cosa a dire, ditela subito.

Ella si alzò in piedi adagio adagio, diritta e pallida come un fantasma. Per la prima volta, forse, Cortis potè vederle arder negli occhi una passione vera. [p. 242 modifica]

«Sai» diss’ella sottovoce, senza un gesto «che egli era amico di tuo padre?

«Chi?

«Di Santa Giulia.

«So che ce l’avevano raccomandato quando era tenente di cavalleria e che veniva poco in casa nostra.

«Sì, ma ci vedevamo spesso fuori. E sai il paese? gli anni? Ad Alessandria, fra il 53 e il 55.

Cortis piegò il viso, si recò la mano alla fronte, come se pensasse a raccogliere i propri pensieri. La tolse subito, ne appuntò l’indice a sua madre, inarcando le ciglia.

«Sì» diss’ella «il tempo della mia sventura.

Tacque; i loro occhi s’incontrarono, si parlarono. Un subito tremito invase Cortis, una subita angoscia gli corse al viso. Si protese, sbarrati gli occhi, a sua madre.

«Lui?» chiese con voce soffocata.

Ella ansava, ansava, lo guardava sempre e non rispondeva.

A un tratto il viso di Cortis diventò freddo.

«È il secondo che accusate» diss’egli, buttando in aria un braccio e la mano spiegata.

«L’altro era morto» rispose sua madre. «Speravo di salvarmi. E poi ho le prove.

«Che prove?

«Ho un biglietto che mi scrisse quando, cacciata di casa, andai a cercarlo a Valenza, dov’era in distaccamento.

Ella parlava ora impetuosa, con tutt’altro accento dal solito, sentendosi a fronte uno scetticismo che sapeva di meritare spesso ma non questa volta. N’era [p. 243 modifica]irritata e trovava nella irritazione, senza saperlo, l’accento della sincerità.

«Il biglietto l’ho qui» diss’ella traendosi una carta dal seno. «Sapevo già che non mi avresti creduta. Crederai a questo. L’ho conservato sempre con la fede che verrebbe il momento della vendetta. È venuto. Capisco che forse faccio del male anche a me, ma non importa.

Cortis si strinse le pugna alle tempie, aspirò l’aria con violenza, a bocca aperta.

Sua madre gli porse il biglietto in silenzio. Egli guardava la mano stesa e quel pezzo di carta che tremavano, tremavano; non osava pigliarlo.

Una scampanellata all’uscio della scala.

«Vi prego di uscire» disse Cortis trasalendo. «È qui l’avvocato.

«L’avvocato? Mandatelo via subito.

«Vi prego» replicò l’altra imperiosamente.

Ella tornò attrice, brandì il biglietto ritirando il capo fra le spalle e guardando fiso suo figlio; poi glielo posò con un gran gesto sulla scrivania e uscì a lenti passi, non senza essersi fermata sulla soglia a levare e scotere in alto le mani congiunte.

Cortis prese il biglietto. Era una carta di visita del barone Carmine Di Santa Giulia, ufficiale di Genova cavalleria, e vi si leggevano queste parole di suo pugno a matita:

«Te lo meriti. Nei panni del dottore avrei fatto lo stesso. Guai se le signore belle e buone adottassero questo sistema! Tuo marito è poi anche militare e mio superiore di grado. Io ho già voltato pagina, voltala anche tu. E buona fortuna. Dopo tutto non sono neppur sicuro della paternità che vuoi affibbiare a me.


“Eccomi qua” disse l’avvocato, entrando. “Non ho fatto presto? Tengo anche la carta bollata.”

Cortis alzò la testa, lo guardò con due occhi vitrei.

“Se mi permette” continuò l’avvocato accostandosi alla scrivania “metto giú queste due righe.”

Credette forse che Cortis gli cedesse il proprio posto, ma, poiché quegli non si mosse, si rassegnò a pigliar un’altra sedia e vi si acconciò, come poté meglio, a scrivere:

“Colla... presente... privata... scrittura...”

Posò la penna e interruppe il suo soliloquio spezzato per rivolgersi a Cortis.

“Io avrei pensato di far cosí” diss’egli, “anche per evitare spese... Le pare?”

Cortis accennò appena del capo, senza rispondere; e l’altro, ripresa la penna, proseguí il suo lavoro, articolando, mano a mano, le parole che scriveva.

“... da valere... nel miglior modo... che... di... ragione...”

Cortis abbrancò una penna con le mani convulse, la storse, la spezzò d’un colpo.

“Cosa c’e?” chiese l’avvocato.

Cortis saltò in piedi, afferrò colui per le spalle, gliele strinse.

“Scriva, scriva!” diss’egli; e si pose a camminare su e giú per la stanza.

L’altro stava a guardarlo, stupefatto. Cortis si fermò, gli disse co’ denti stretti, battendo il piede a terra:

“Vuole scrivere?”

Poi andò diritto alla porta ond’era uscita sua madre, e, trovatala socchiusa, la chiuse con un colpo terribile, sbattendo a terra la chiave, dall’altra parte. Stette un momento a capo basso, quasi a pensar che fosse quel tintinnío; poi andò a sedere sul sofà.

L’avvocato, che non capiva niente di questa burrasca, lo guardò alla sfuggita. Pareva impietrato. Quegli continuò a scrivere in silenzio.

Dopo dieci lunghi minuti depose la penna e guardò Cortis da capo, lo vide nella stessa attitudine di prima.

“Ecco” diss’egli, “è finito. Scusi” soggiunse vedendo che l’altro non si moveva. “Le è succeduto qualche cosa?”

Cortis scosse il capo, nervosamente.

“Adesso Le darò lettura dell’atto” soggiunse l’avvocato. E lesse l’atto, fermandosi ogni tanto a correggere una parola, a mettere i punti sugl’i.

“Lei salva forse una vita umana” disse poi, cercando smuovere blandamente Cortis dal suo silenzio.

“Lo sa?” esclamò questi, avido.

“Ma!... Lo so!... Io non posso mica dire e nessuno può dire di saperlo. Queste non son cose che si sappiano. Io, naturalmente, mi sono un poco informato. Mi hanno riferito certi discorsi, certi atti... una storia d’un revolver che avrebbe fatto vedere alla padrona di casa... insomma, un complesso!... Forse fanfaronate, forse no... non so... secondo il carattere dell’uomo. Lei lo conosce piú di me.”

Cortis taceva sempre. I suoi occhi spalancati, immobili, dovevano veder qualche cosa, là sul pavimento.

Sí, delle visioni passavano, trasmutandosi continuamente sul pavimento, come ombre segnatevi dal rapido moto di una mano alta e occulta dietro le spalle di Cortis. Era il viso di suo padre che si trasfigurava


[p. 246 modifica]trasfigurava in tutti gli atti diversi della vita e della parola, e poi nella quiete marmorea della morte; riapriva quindi gli occhi, si alzava piano piano dal guanciale, si erigeva con tutta la persona in faccia a un’altra figura, alla figura dell’uomo partito poc’anzi, il quale lo guardava alla sua volta fumando e ghignando.

«Se crede di sottoscrivere...» disse l’avvocato. «Prima Lei e dopo io.

Cortis, acceso in volto, alzò le pugna strette, ringhiò fra i denti.

«Non scrivo niente.

L’avvocato trasalì, battè il dorso alla spalliera della seggiola, allargando le braccia, inarcando le ciglia.

«Niente!» tonò Cortis a voce spiegata. Colui stette un pezzo a guardarlo, si strinse nelle spalle, si alzò e raccolse le proprie carte.

Allora balenò a Cortis una terribile idea, tutta la stanza gli si empì di queste parole: «S’è ammazzato di Santa Giulia.» Ed era lui che l’aveva ucciso con il suo rifiuto, che aveva fatto libera Elena. Il rimorso gli stringeva il cuore; e vi mesceva una sorda angoscia, uno spavento di non aver più la sua calma usata, la sua ferrea risolutezza.

«E adesso» diss’egli, «scaduto il termine, lei cosa farà?

«Lo sa bene. Denunzia immediata al procuratore del re per appropriazione indebita.

In quel momento si picchiò all’uscio. Cortis si scosse, alzò il capo, ma non rispose. Si picchiò più forte. La voce flebile della signora Cortis disse:

«Daniele! Daniele! Una parola sola! Ti supplico! [p. 247 modifica]

«Aspettate!» rispose Cortis, risoluto, aggrottando le ciglia. Chiuse un istante gli occhi, poi si alzò in piedi, chiese all’avvocato:

«Che ore sono?

Era la sua solita voce chiara e imperiosa, stavolta.

Colui guardò l’orologio.

«Il tocco e mezzo.

Cortis trasse il proprio.

«Il mio ritarda mezz’ora in punto» diss’egli e lo regolò. Poi andò dritto alla scrivania, prese la penna, fece all’atto una gran firma furiosa, porse silenziosamente la penna all’avvocato, e quando questi, tutto sbalordito, ebbe pure sottoscritto, gli fe’ cenno di andarsene e disse forte:

«Avanti!

La signora che entrava e l’avvocato che usciva s’incontrarono sulla porta. Ella lo squadrò rapidamente, gli lesse la soddisfazione in viso, interrogò con gli occhi atterriti suo figlio ritto in mezzo alla stanza.

«Vi prego» disse Cortis «di avvertire che il punch e il caffè non occorrono più. Debbo andare alla Camera. Fatemi trovar pronto il letto al mio ritorno.

«Oh Dio, Daniele» esclamò sua madre, «sei malato?

«No, sono stanco, ho sonno.

Prese il cappello.

«Daniele!» gemette la signora.

Egli fece due passi verso l’uscio, poi tornò indietro, suonò per il domestico e gli disse cadendo sul sofà:

«Fa venire una vettura.

Il domestico lo vide stravolto, disfatto, si arrischiò a dirgli di non muoversi. [p. 248 modifica]

«Debbo andare» rispose Cortis e si curvò, cupo, sulle ginocchia accavalciate. Sua madre lo guardava, non osava più parlargli.

Egli partì due minuti dopo, con l’occhio fisso, quasi barcollando. Giunto sulla scala disse al domestico:

«Se mi succede qualche cosa, avvertire subito la contessa Carrè, alla Minerva. Qualunque ordine vi si dia!» soggiunse accennandosi alle spalle col pollice.