De' doveri del sovrano/Discorso

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Discorso

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DE’ DOVERI DEL SOVRANO


DISCORSO


D’ISOCRATE ATENIESE1



A NICOCLE RE DI CIPRO


Coloro, o Nicocle, i quali sono soliti presentare voi Rè di vesti, danaro, oro lavorato o altrettali delle quali cose essi abbisognano, voi poi avete copia, sempre in vero mi si appalesarono non donatori, ma mercanti che vendono con arte più [p. 10 modifica]squisita de’ trecconi. Io però pensai che sarei per offrire a te dono assai splendido ed utilissimo, degno certamente di me che l’offro e di te che il ricevi, se riuscissi determinare quali mezzi adoperando, da quali abborrendo tu valessi governare felicemente la città ed il regno. Imperocchè molte cose servono di acconcia istruzione all’uomo in privata condizione, e principalmente il non versare nell’agiatezza che l’animo o snerva, o corrompe, e quel giornaliero pesante bisogno di procacciarsi il sostentamento. Di poi le leggi sulle quali fa duopo che ciascuno modelli sua vita nella comunione sociale, e così ancora è di grande efficacia quella libertà di riprendere senza riguardo amici e nemici de’ loro vizii. Oltre a ciò fra gli antichi poeti di alcuni ci restano precetti a regola della vita privata; per il che in tutto questo ha il comune degli uomini molte cagioni di miglioramento. I principi però difettano di tali sovvenimenti, e comecchè importasse che fossero istruitissimi, assunti appena al potere, passano la vita senza che abbiano chi li ammonisca. Avvegnachè a pochi sono accessibili; chi poi usa con essi famigliarmente fa spesso delle parole e delle azioni quasi mercato di desiderii e favore. Dal che ne accade che quantunque padroni di ricchezze smisurate e centro de’ più gravi interessi, pure usandone immoderatamente e fuori di tempo spinsero molti a dubitare se invero sia al trono preferibile l’onesta ed umile condizione privata. Ed in fatti ove mirino al prestigio delle dignità, delle dovizie, del potere tutti avvisano quasi divina la condizione dei Rè: quando poi si danno a considerare il vivere pieno di sospetti, di spavento, d’insidie 2, e riandando le istorie ricordano lo scempio di [p. 11 modifica]questo compito da chi aveva minore cagione di odio; quello costretto ad incrudelire contro i più intimi amici; altri finalmente da non provocate perfidie trascinato ad ambe queste estremità, mutando avviso, giudicano riuscire a maggiore utilità la vita più tapina di quello che esposti a tante miserie comandare all’Asia intera. Di questo vario e discorde sentire è causa poi la comune credenza che il Regno non altro sia che una dignità dicevole ad ogni uomo, mentre è il più grave degli umani carichi, e richiede la più squisita saviezza.

E’ adunque doveroso officio di coloro che sempre ti sono d’appresso esaminare con quali mezzi la pubblica cosa possa e debba amministrarsi con utilità e giustizia, ed a qual patto conservarsi le ricchezze, e come rifuggire dalle estremità sempre calamitose. Io poi curerò mostrarti quale scopo tu debba proporti, siccome meta, in ogni azione, ed in quali appetiti confortarti e persistere. Nè può dal principio facilmente apprendersi se questo lavoro, quando toccherà il termine, sia o nò per rispondere convenientemente alla importanza del subbietto. Imperocchè molte opere in verso ed in prosa destarono il desiderio dell’universale fino a che l’autore ne palesò il concetto; compite però e fatte di ragione pubblica, si acquistarono nome men grande assai di quello che giovava sperare. Ma contuttociò è già di per se stesso nobile l’officio di ricercare quanto dagli altri si omise e proporlo quasi legge ai regni: poichè coloro che istruiscono l’uomo in privata condizione, a questo soltanto arrecano giovamento: chi poi conforta nella virtù i dominatori della terra serve al vantaggio di tutti, governanti e governati, a quelli rendendo più sicuro il principato, a questi più sopportabile la dipendenza.

È adunque primieramente a considerarsi la missione de’ Rè, con che se ci verrà dato di afferrare opportunamente la testa, in che si racchiude tutta la forza della materia, padroni di questa meglio discorreremo le singole parti — Ad ognuno in vero, io penso, sia manifesto riuscire utile al Rè guardare la società dalli sconvolgimenti, promuoverne le utili istituzioni, da piccola ed umile farla numerosa e potente; poichè tutto il resto, che si [p. 12 modifica]opera giornalmente debbe a questo fine riferirsi, e con questo armonizzare. Ed è pur manifesta la necessità che coloro ai quali questo potere è attribuito e di tali bisogne sono supremi regolatori, non si diano alla inerzia e scioperataggine, ma intendano a divenire senza confronto più sapienti de’ soggetti. Imperocchè niuno dubita che dessi miglioreranno la cosa pubblica in proporzione della cultura dell’animo loro. Per il che non tanto gli atleti hanno bisogno di esercitare le forze del corpo, quanto i Re quelle dell’animo e della mente. Nella considerazione pertanto di tutto questo fa duopo che tu desuma la convinzione della necessità di affaticarti per renderti con le virtù superiore ai soggetti quanto più lo sei negli onori. E non portare credenza che la fatica e lo studio riescano a scopo utile nelle altre cose, e manchino poi di ogni efficacia ad accrescere la virtù e la prudenza: nè a tanta miseria voglia tu condannare la umana razza che mentre abbiamo trovato alcuni artificii per dimesticare le belve e farle di crudeli mansuete, siamo poi impotenti a sovvenire di qualche aiuto la virtù. Piuttosto io mi avviso che tu abbia a persuaderti potersi principalmente l’animo nostro migliorare per la istruzione e pel travaglio. Per la qual cosa avvicina i più sapienti del tuo regno, ed invita gli estranei quanti ne potrai. E non lasciare inonorati poeti ed oratori che si procacciarono celebrità, ma ascolta quelli, fatti discepolo a questi, e pronunciati giudice de’ minori ingegni, rivale ai sommi. Così in brevissimo tempo per queste prattiche diverrai quale avvisammo dover essere un giusto ed utile reggitore di popoli, un adatto amministratore della società. Ed in questi principalissimi precetti rimarrai confortato, se stimerai mostruoso che i più tristi comandino ai più virtuosi, ed i più stolidi diano leggi ai più sapienti 3; poichè quanto più l’altrui ignoranza terrai a vile, tanto maggiore diligenza porrai in esercitare il tuo intelletto. Da qui adunque fa [p. 13 modifica]d’uopo che incominci quel Rè che ama rispondere alla grave sua missione.

Oltre a ciò è necessario che il Rè ami gli uomini e la società che amministra: chè nè a cavalli, nè a cani, nè ad uomini, nè ad alcuna cosa finalmente è possibile che taluno acconciamente sopraintenda, se non prende diletto di quanto è alle sue cure affidato.

Il popolo ti sia raccomandato, e sia supremo pensiero tuo adoperare con quello in guisa che abbia a compiacersi del tuo governo, apprendendo dalla esperienza che, qualunque ne fosse la potenza, ebbe più lunga vita quel reggimento in cui con maggiore diligenza fu coltivata la moltitudine. Il tuo governo poi sarà sicuro se non rilascerai il freno alla petulanza del volgo, nè permetterai che i grandi insultino a quello, e se darai opera in ciò che le dignità ed i maestrati ottengano i migliori, e che tutti gli altri in generale vadano immuni da ogni sopruso4. Imperocchè questi sono i cardini sui quali poggia la pubblica felicità. [p. 14 modifica]

Gli ordini e le istituzioni difettose o inadatte sopprimi o riforma, e principalmente studia di crearne delle più perfette; e se ciò non ti è possibile adotta quelle delle altre nazioni che sono al caso più confacenti.

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Raccogli in tutto il mondo leggi eque ed utili e che fra loro armonizzino 5; a tutte poi preferisci quelle che intese dall’universale rendano raro il caso delle liti, cosicchè il comporre le differenze tra cittadini sia opera speditissima e necessaria; chè queste proprietà debbono contenersi in leggi bene ordinate.

Al lavoro proponi premii, alle liti temerarie, multe, affinchè da queste rifuggano, a quello si dedichino. Conosci poi e sentenzia fra coloro che fan piato, non a cagione di favore, nè con regole incerte o ripugnanti fra loro, ma invariabili; poichè si addice ad un Rè, ed è del suo interesse che i decreti sulli diritti di ciascheduno siano immutabili al paro delle buone leggi 6.

Regola il governo della capitale siccome della casa paterna si in rapporto alla liberalità degna di un Rè, si per savio ordinamento, onde tu possa insieme risplendere per magnificenza e bastare alla spesa 7. [p. 16 modifica]

Gloriati non di quelle mostre dispendiose che presto finiscono, ma e delle qualità già discorse, e della buona coltura dei poderi, e del benificare agli amici; poichè quanto in ciò spenderai ti rimarrà ed arrecherà ai tuoi discendenti maggiore profitto delle pazze profusioni di denaro.

Osserva la religione che dagli avi ti fu tramandata, ma pensa essere splendidissimo sagrificio ed il più grande dei culti mostrarsi ottimo e giustissimo: poichè è più credibile che Dio immortale accolga i voti dell’uomo fornito di tali qualità di quello che di chi tutta la religione fa dipendere da pingui sagrificii.

Le principali dignità di pura onorificenza conferisci a coloro che ti sono più familiari, le utili alli più affezionati. Abbi poi sola e sicurissima guardia di tua persona la virtù degli amici, l’affezione del popolo, la tua prudenza. Per questi mezzi infatti il potere con somma facilità si acquista e si conserva.

De’ patrimoni de’ privati spignerai tant’oltre la cura da scendere nella credenza che i prodighi scialacquino del tuo, gl’industri e parchi aumentino le tue ricchezze. Imperocchè le famiglie de’ singoli cittadini sono strette da un tal qual vincolo di parentela col provvido Rè che saviamente governi.

Concedi sempre tanto rispetto alla verità che maggior fede si abbia a prestare alle tue parole, che agli altrui giuramenti.

A chiunque forestiere rendi sicura la dimora nella città, e con equi ordinamenti difendi le loro contrattazioni, e tieni fra essi in massimo conto quelli non che ti recano doni, ma che stimano te facile a concederne. Così onorando questi crescerai in riputazione appo gli altri.

Rimuovi dai soggetti ogni cagione di diffidenza, nè ti mostrare aspro se non verso chi pecca contro la giustizia; poichè tutti adopereranno teco con quella fiducia che col tuo contegno avrai inspirata.

Nulla imprendere nell’esaltamento della collera 8, ma fa vista di esserne dominato quando l’occasione utilmente il richieda. [p. 17 modifica]

Giustifica la tua severità cribrando esattamento ogni azione, e la tua clemenza temperando la ferocia delle pene. Poni poi a difesa della tua autorità non i supplizi, ma la più squisita sapienza, affinchè tutti inducano l’animo loro nella utile persuasione meglio tu che dessi provvedere alle loro indennità.

Nella cognizione dell’arte militare e nelle mostre sii guerriero, per carattere poi inchinato alla pace9, nulla vindicando oltre il giusto e l’onesto.

Con i stati limitrofi di minore potenza comportati nella stessa guisa in che vorresti i più potenti si comportassero con il tuo.

Per vanità od orgoglio non far caso di guerra di ogni differenza, benchè sia dal tuo lato il diritto, ma soltanto di quelle per le quali nella stretta condizione di giustizia la vittoria sia per riuscirti a sicura utilità.

Abbi meritevoli di disprezzo non quelli che in battaglia valorosamente soccombono, ma coloro che vincono senza conseguire vantaggio. Non giudicare poi magnanimo chi si spinge ad imprese oltre il possibile, ma chi si limita alle mediocri e le compie.

Non ti proporre ad imitazione i Sovrani 10 che con lunghe guerre aumentarono la dominazione, ma quelli che conservando la propria la governarono saggiamente nell’esigenze del tempo. Ti stimerai poi felicissimo non se comanderai all’universo per terrore e pericoli, ma se sarai tale quale conviene sia un Rè, e se contentandoti del tuo stato, qual’è, nudrirai moderati desiderii, per il che di nulla difetterai.

Non ricevere nella tua amicizia chiunque, ma coloro soltanto che più si confanno al tuo carattere, e non mai per isprecare con essi il tempo in piacevole consuetudine, ma per incombere al migliore governo dello stato. Poni a difficili prove poi quelli con i quali usi familiarmente, e ti sia presente che chi non [p. 18 modifica]ti avvicina ti giudica dalli costumi e moralità de’ tuoi affezionati.

Gli affari cui non puoi per te stesso sopraintendere commetti agli altri, sempre però pensando che quanto faranno sarà a te attribuito.

Tieni fedeli non quelli che sono presti a lodare ogni tua azione 11 o parola, ma chi ha il coraggio di redarguirti degli errori e dei vizii.

Ai saggi dà libertà di francamente esporti il proprio avviso, 12 affinchè nelle gravi e difficili bisogne dello stato che ti calerà prendere ad esame con essi non ti venga meno il loro aiuto.

Separa quelli che professano, quasi arte, l’adulazione 13 dagli altri che ti coltivano per affetto, affinchè i cattivi non si trovino in migliore condizione de’ buoni.

Pondera quanto uno dice dell’altro, e poni ogni cura in indagare la causa che lo muove.

I calunniatori assoggetta alla pena stessa che sarebbe stata inflitta al calunniato 14.

Comanda a te stesso con non minore impero che sugli altri, e tieni regalissimo officio non farsi padroneggiare da inoneste [p. 19 modifica]passioni,15 infrenandole con maggiore impero di quello che tu eserciti sopra i soggetti.

Non frequentare le adunanze inconsideratamente e senza un utile preveduto scopo, ma assuefà l’animo a prendere diletto di quelle per le quali ti si accresca il tesoro della istruzione, e te ne derivi opinione di virtuoso presso gli altri.

Non appetire quelle doti che sono comuni ai cattivi, ma ogni tuo sforzo concentra nel desiderio della virtù, di cui non una parte è per toccare ai malvagi.

Credi sincerissimi gli osseqii non di coloro che li rendono in pubblico per timore, ma in segreto fra loro, lodando più la tua prudenza che la tua fortuna.

Se per a caso sei sorpreso in qualche leggerezza, dissimula quasi attendessi ad affare d’importanza. Non pensare però che convenga ai sudditi vivere con moderazione, ai Re sfrenatamente, ma offri te ad esempio per la tua temperanza, convinto che il costume pubblico si modella su quello de’ Sovrani.

Argomenta della rettitudine del tuo governo se per la tua solerzia vedrai i soggetti divenuti più ricchi e temperati 16.

Intendi potentemente a lasciare ai figli in retaggio più la riputazione di onestà che grandi ricchezze, poichè queste sono caduche 17 e mortali, quella per volgere di anni e di fortuna non viene meno. Con la fama di onestà poi possono procacciarsi le ricchezze, non per queste quella: e le ricchezze sono comuni anche ai scellerati, la gloria però dell’onesto e del giusto è patrimonio esclusivo de’ virtuosi. [p. 20 modifica]

Sii magnifico nelle vesti e nelle mondizie del corpo, in tutto il resto amante della fatica, siccome conviensi ad un Rè, affinchè chi ti vede, anche dall’aspetto, ti giudichi degno di comandargli, ed affinchè ne’ tuoi più intimi si avvivi il desiderio d’imitarti.

Rifletti pria di parlare e di giudicare, onde fuggire, quanto è possibile, l’errore 18.

E’ utilissimo adoperare in tutto con moderazione. Siccome però i confini di questa non possono agevolmente stabilirsi, così prescegli sempre difettare anzichè eccedere, poichè la forza della moderazione si rincontra più nel difetto che nell’eccesso.

Sii affabile ed insieme grave 19, chè la gravità è voluta dalla regale condizione, l’affabilità poi è utile nel conversare. Unire però queste due qualità è degli umani sforzi il più arduo. Imperocchè viddi molti che affettavano gravità spesse volte dare nel ridicolo, altri poi desiderosi di mostrarsi affabili, umiliarsi. Fà d’uopo adunque adoperare in guisa da schivare il disvantaggio ch’è vicino ad ognuna.

Se ami di approfondirti nella cognizione di quelle cose delle quali in un Rè non è tollerabile la ignoranza, fa tesoro della prattica e della dottrina; poichè come questa ti mostrerà le vie, così per quella ti sarà dato governare la cosa pubblica agevolmente.

Richiama alla memoria le istorie intorno ai fatti de’ privati e de’ principi, poichè, se avrai presente all’uopo il passato, meglio ti munirai contro l’avvenire.

Stima vituperevole, che mentre taluni oscuri uomini vanno animosi incontro alla morte per conseguire lode dopo di essa, i Rè poi si astengano da quelle azioni dalle quali deriva gloria ai viventi. Procura quindi di lasciare dopo di te memorie che [p. 21 modifica]attestino la tua virtù, piuttostochè i simulacri che ritraggano il tuo corpo 20.

Procura tutt’uomo di conservare la indipendenza tua e della nazione che reggi. Che se mai fossi ridotto alla estremità di perderla, preferisci generosamente morire per difendere l’onesto, al sopravvivere con vergogna.

In ogni tua azione ricordati che sei Rè affinchè tu non possa mai concepire una idea indegna di sì sublime dignità.

Non accettare la stolta credenza di taluni che col tuo corpo tutto insieme perisca, perchè se questo è mortale, rimane l’anima che non muore. Da quì adunque prendi cagione di consegnare alla prosperità memorie non periture dell’anima tua.

Abituati a parlare concettoso riandando le azioni più nobili per porre così d’accordo la sapienza della mente con le parole. Riduci poi ad azione quanto meditando ti si appaleserà ottimo, ed imita le gesta di coloro, la di cui gloria ammiri; e non t’incresca fare quanto tu comanderesti ai tuoi figliuoli.

Usa de’ nostri precetti, o cercane de’ più acconci, giudicando sapiente non chi con forbito stile tratta di cose frivole e senza interesse, nè chi promette agli altri abbondanza mentre egli versa nella miseria, ma coloro che senza millanteria pur valgono conchiudere affari sagacemente, e che in mezzo agli altri trovansi sempre collocati opportunamente al loro posto, nè si commuovono nelle vicende della vita, ma con disinvoltura e moderazione sanno usare la buona e contraria fortuna.

Ora non ti meravigliare avere io discorse molte cose che tu per te stesso conosci; ma sapeva abbastanza che essendo si vasta la massa de’ privati e de’ principi, altri avevano riferito un che di simile o per racconto altrui, o perchè testimonii o attori. Ne’ libri però che trattano de’ doveri non e’ a ricercarsi la novità, poichè non è facile rinvenire alcun che di meraviglioso o superiore alla ordinaria credibilità, o per lo innanzi non avvertito; ma è a tenersi pieno di dottrina quel trattato che [p. 22 modifica]meglio ed ordinatamente riunisce i sparsi pensieri altrui, non quelli discorsi che accozzano insieme moltissimi precetti e con eleganza di stile li spiegano. Non mi era poi ignoto che mentre tutti giudicano utilissimi quelli poemi ed opere che trattano de’ doveri, pure in generale non assai benevolo orecchio vi prestino, e ne sappiano invece malgrado alli scrittori, quasi pedanti. De’ quali, abbenchè in generale lodati, pur tutti fuggono la compagnia, amando meglio trovarsi con coloro che si associano ai loro vizii di quello che con chi da questi intende strapparli. La qual cosa si verifica altresì delle poesie di Esiodo, Teognide e Focilide 21 i quali quantunque l’universale si accordi in confessare che dessero ottimi consigli a regola della vita, pure, anzichè riandarli, preferiscono passare il tempo in ignobili e dissennate azioni. Oltre a ciò se alcuno si provasse di stralciare dai sommi poeti quelle massime che appelliamo sentenze, delle quali sopra tutto diligentemente si occuparono, non per questo il comune degli uomini ne prenderebbe desiderio. Imperocchè preferirebbero ascoltare la recita di una difettosissima commedia di quello che le opere dell’ingegno con tanta solerzia elaborate. Ma a che intrattenersi in questi delirii? Se in fatti ci piacesse analizzare la indole di ciascheduno troveremmo a molti non andare a genio i cibi più delicati, non le applicazioni più generose, non le dottrine più utili, e tenere invece per squisitissimi quei piaceri che ne’ rapporti della utilità e del gusto maggiormente ripugnano, e tolleranti ed industriosi stimare coloro che pongono in non cale i propri doveri. Per il che ammonendo, o insegnando, o proferendo utili sentenze chi mai in vero soddisfarà a costoro che, oltre quanto di sopra avvertimmo, hanno in uggia i saggi, stimano profonde le teste vuote di senno ed abborrono in siffatta guisa dalla verità delle cose da non possedere neppure la conoscenza de’ loro affari? [p. 23 modifica]Riesce invero ad essi di peso volgere l’attenzione ai propri interessi, mentre godono intrattenersi su quelli altrui; e preferirebbero soffrire una infermità del corpo al coltivare l’intelletto ed all’occupare la mente nella ricerca di quanto più importi al fine della vita. Li sorprenderai poi ne’ circoli a schiamazzare ed ingiuriarsi; ridotti in solitudine li vedrai non intenti a prendere consiglio nella fredda meditazione, ma a pascere in se stessi il dispotismo de’ desiderii. E tutto questo io non dico dell’universale, ma di quelli pochi soltanto che dalli discorsi vizii ognun vede padroneggiati — È pertanto manifesto che chi con le opere dell’ingegno in verso o in prosa si propone di soddisfare alla moltitudine è costretto ricercare non ciò che riesce di utile ammaestramento, ma di maggiore spettacolo. Imperocchè di questi, benchè fondati sulle favole, si compiacciono, delle azioni poi che vere interessano direttamente la società, si sdegnano. Laonde meritano ammirazione i poemi di Omero e gl’inventori della tragedia, perchè, considerata questa tendenza della umana natura, mirarono al doppio scopo di giovare e piacere. Omero in fatti narrò combattimenti e guerre di eroi mescolandole a favolosi episodi, i tragici poi ridussero le favole ad azione, onde non soltanto l’udito, ma la vista altresì ne fosse allettata.

Per tali esempi adunque rimane dimostrato che chi desidera guadagnarsi il favore della moltitudine debbe astenersi da precetti e consigli, e trattare quel genere del quale vede la massa maggiormente compiacersi. Quindi io scesi teco in queste dichiarazioni, perchè stimai che a te, il quale sei non uno fra molti, ma reggitore di molti, non si addica portare uguale avviso, nè misurare e pesare la importanza delle cose, o dar giudizio de’ sapienti dal rapporto del piacere, ma desumere e l’una, e l’altro dalla utilità che ne promana. Ed è questo partito tanto più necessario, atteso il vario sentire de’ filosofi intorno alli esercizii della mente. Invero altri ai discepoli comunicano le dottrine per le dialettiche dispute, altri per li precetti della eloquenza. Tutti però si accordano nell’avviso che un uomo bene instituito debba per questi mezzi procurarsi la scienza di prendere consiglio. Abbandona pertanto ciò che è tuttora questionabile, e segui quanto avvi di [p. 24 modifica]assentato e non contradetto dalla generalità de’ sapienti. A formare poi sicuro giudizio de’ tuoi consiglieri esaminane la condotta allora specialmente quando urge il bisogno del loro avviso e sbarazzati di tutti quelli che si avviluppano nelle ambagi e si tengono sulle generali; e rifiuta principalmente coloro che avvolgendo il lor dire in molte parole 22 mai afferrano il vero punto della questione. In fatti niuno dubita che colui il quale è inutile a se non sia mai abile a rendere più saggi gli altri. Gli uomini poi di sano intelletto e di retto sentire, validi a lanciarsi coll’ingegno più lungi degli altri, abbi in grandissimo conto ed onorali, persuadendoti che un savio consigliere è il fondo più fruttuoso ed il più degno di un Rè. Convinciti altresì che sarà cagione di massima prosperità al regno quegli che più potentemente sovvenirà alla tua mente illuminandola.

Io ti ammonii e resi omaggio per quanto era nelle forze del mio ingegno. Ora devi tu desiderare che anche gli altri ti offrano non i soliti doni, di cui ti parlai in principio, e che voi Rè acquistate dai donatori a più caro prezzo de’ trecconi, ma doni della specie di questo mio, de’ quali se abitualmente userai non peggiorerai di condizione consumandoli, ma per lo stesso uso renderai più estesi e preziosi.

Note

  1. Fù maestro di Demostene, discepolo di Gorgia Leontino consigliere di stato di Pirro e grande diplomatico del suo tempo. Fiorì 431 anni avanti G.C. Era figlio di un fabbricatore d’istromenti di musica il quale in educarlo alle scienze profuse il frutto di lunghe fatiche. Ma in Grecia il figlio era dalla legge esentato dall’uso di ogni riguardo ed officio verso il padre quando questi non lo avesse convenientemente instituito in un mestiere, o nelle arti, o nelle scienze. Così per questa legge provvidissima si viddero i più grandi uomini di questa classica terra sortire dal volgo, siccome Socrate figlio di un vasajo, Pitagora di un atleta, Esiodo di un pastore — Avvisava quella grande nazione che l’educazione privata sia di pubblico interesse, perchè, trasandata, la città si popola di oziosi, inutili a loro stessi ed agli altri, quando non si rendono dannosi per vizii o delitti.

    Appresa la disfatta di Cheronea che prostrava la indipendenza della patria, Isocrate ne morì improvvisamente di dolore — Egli fè prova nella prima età di arringare in pubblico, ma per la rimessa natura sua e per la esilità della voce non riuscì, per cui aprì scuola di eloquenza, alla quale conveniva tutta la gioventù della Grecia — Cicerone di questa scuola si esprime — Cujus e ludo tanquam ex equo trojano innumeri principes exierunt (de oratore lib. 11.) — Tanta fu la riputazione procacciatasi da Isocrate, che Aristotile se ne mostrò geloso ed invido, e lo morse più volte con acerbissimi detti (Filostrato, Plutarco, Dionisio di Alicarnasso vita d’Isocrate) — Rimangono delle sue opere ventuno discorsi, tra i quali quello che traduciamo, e ch’è forse il più antico trattato sulla ragione politica, avendolo Isocrate pubblicato assai prima de’ noti libri di Aristotile. Nicocle Re di Cipro cui è diretto lo rimeritava con una largizione di sessanta mila scudi: felicissimi tempi ne’ quali al figlio di un’artigiano si concedeva il diritto di parlare libero alli dominatori della terra, e questi non si adontavano della verità, ma donavano una ricchezza a chi ne faceva loro il prezioso regalo!
  2. Il riflesso non tornava inutile a Nicocle, perchè egli successe al padre suo Evagora che fu assassinato dall’eunuco Tragidèo.
  3. Lex est naturae ut boni imperent minus bonis, docti minus doctis (Cicerone delle leggi). Da qual nobilissimo fonte vuò questo filosofo derivato l’umano potere!
  4. Coloro che pensano non darsi sicurezza di dominio se non a mezzo di un governo dispotico leggano i Santi Padri tra i quali l’Aristotile cristiano S. Tommaso nel suo trattato de regim. princ., S. Agostino lib. 2 e 5 de civitate Dei, e S. Ambrogio nella omelia quinta, li di cui pensieri che manifestava al popolo giova ricordare — Leges omnibus esse communes, atque observari eas devotione communi; uno omnes teneri vinculo; non aliis jus esse quod alius sibi intelligat non licere, sed quod qui liceat licere omnibus; et communem reverentiam, PATRUM QUOQUE CONSILIO REMPUBLICAM GUBERNARI. Commune omnibus urbis domicilium, commune conversationis officium, unum praescriptum omnibus esse, unum consilium — Se ne’ mutui rapporti adunque de’ dritti e de’ doveri stabilisce PIO MAGNO la sua dominazione temporale, se vuole che un corpo di eletti del popolo prenda con lui ad esame la cosa pubblica, se i privilegii concede non ai nomi, ma alle cose, alla industria, alla dottrina, al genio, segue una politica nuova, sovversiva? — Confessiamolo: PIO intese ricondurre il potere sulla vera via, da cui per l’orgoglio degli uomini e per le cruente abberrazioni del fedualismo erasi da tanto tempo dilungato. Egli rivendicò i diritti della giustizia, e ripetè ai governanti la solenne ammonizione che la Chiesa dirigge ai Rè all’atto della loro unzione — Justitiam, sine qua nulla societas diu consistere potest, erga omnes inconcusse administrabis (Pontificale romano). Così la Chiesa ha sempre inteso i doveri de’ governanti: e la giustizia è il compendio di tutte le virtù pubbliche e private.
          Non ascoltare poi la voce de’ popoli; contro le giuste loro querele porre per contrapeso nella bilancia della giustizia la sola volontà, non la ragione, accresce o menoma, conserva o distrugge il potere? Le sacre pagine registrarono un fatto, che qui giova riportare testualmente — Andò Geroboamo e tutta la moltitudine d’Israele a parlare a Roboamo, e gli dissero: Il padre tuo ci ha messo addosso un giogo asprissimo; ora tu mitiga alcun poco la durezza del governo del padre tuo ed il giogo asprissimo ch’ei ci ha messo addosso, e noi saremo tuoi servi. Ed egli disse loro: Andate e tornate da me di qui a tre giorni: e ritiratosi il popolo, il Re Roboamo tenne consiglio con i Seniori, i quali stavano attorno a Salomone suo padre mentre era vivo, e disse: Che mi consigliate voi di rispondere a questo popolo? E quelli dissero a lui: se tu oggi farai a modo di questo popolo, e ti adatterai e piegherai alle loro dimande, e farai loro buone parole, saranno sempre tuoi servi. Ma egli abbandonò il consiglio datogli dai vecchi, e consultò i giovani ch’erano stati allevati con lui e gli stavano intorno; e disse loro: Che mi consigliate Voi di rispondere a questo popolo il quale mi ha detto: Aleggia il giogo messo addosso a noi dal padre tuo? E que’ giovani ch’erano stati allevati con lui gli dissero: A questa gente risponderai in tal guisa: È più grosso il mio dito mignolo che il dorso del padre mio. Ora il padre mio vi ha messo addosso un giogo pesante, ed io aggraverò il vostro giogo: il padre mio vi ha battuto con le verghe, ed io vi strazierò con li scorpioni — Andò adunque Geroboamo con tutto il popolo a trovare Roboamo il terzo giorno, conforme aveva ordinato il Re, quando disse: tornate da me fra tre giorni. Ed il Re diede aspra risposta al popolo abbandonando il consiglio dato a lui dai Seniori; perocchè egli parlò loro secondo il consiglio de’ giovani. E il Re non si piegò ai voti del popolo, perchè il Signore gli aveva voltate le spalle. Il popolo adunque veggendo come il Re non aveva voluto ascoltarli prese a dire: Che abbiamo noi da fare con Davide? Vattene alle tue tende, o Israele: governa ora la tua casa, o Davide. Israele se ne andò alle sue tende. Indi il Re Roboamo mandò Adumar ch’era soprintendente de’ tributi, e tutto Israele lo lapidò, e restò morto. Allora il Re Roboamo salì in fretta sul suo cocchio, e fuggì a Gerusalemme: e Israele rimase diviso dalla casa di Davide (da cui discendeva Roboamo per Salomone suo padre), com’è anche in oggi. E avendo tutto Israele sentito dire come Geroboamo era tornato, raunatisi insieme mandarono a chiamarlo, e lo dichiararono Re d’Israele, e nessuno tenne il partito della casa di Davide, eccettuata la tribù di Giuda. (Lib. 3. de Rè cap. XII.)
  5. Agitata Locri da sedizioni, si ebbe ricorso all’oracolo. Consultato sulli mezzi di porre un termine a discordie sì funeste, rispose — Datevi buone leggi — (Scoliaste di Pindaro, Olimpiade X. vers. 17. — Memorie dell’accademia francese Tomo XLIII pag. 289) — In questo avviso dell’oracolo è racchiusa tutta la sapienza politica e civile necessaria a ben governare uno stato. Quell’Augusto adunque che con buone leggi imprende a regolare ed assecurare i diritti ed i doveri di un popolo, obbliga la riconoscenza de’ contemporanei e de’ posteri.
  6. Le leggi debbono essere ponderate, per non esporsi al bisogno di continui cambiamenti; perchè questi partoriscono alla cosa pubblica dannose oscillazioni. In ciò gli antichi erano provvidissimi. — Pitagora andato per stabilirsi nel paese de’ Locresi trovò alle frontiere deputati che glie ne vietarono l’ingresso, temendo che volesse consigliare cambiamenti nella legislazione — Noi siamo contenti delle nostre leggi, gli dissero, e non vogliamo farvi mutazione alcuna — (Freret. mem. dell’Accademia Tom. XIV pag.498 sulla fede di Dicearco; e così anche Porfirio sulla fede di Temisto nella vita di Pitagora §.16.)
  7. Potrebbe aggiungersi, fuggi l’avarizia, siccome peste o cancro, perchè semper infinita insatiabilisque, neque copia, neque inopia minuitur (Sallustio de bello Jugurtino); e perchè nullum vitium tetrius quam avaritia, praesertim in principibus et rempublicam gubernantibus (Cicerone de officiis lib. II. cap. 16.)
  8. Quae inviti audimus libenter credimus, et antequam judicemus irascimur (Seneca de ira.)
  9. Io vò gridando pace, pace, pace; così Petrarca agli agitati spiriti del suo tempo. E chi de’ grandi ingegni non amò la pace, non la disse fonte di ricchezza e prosperità? — Equidem pacem hortari non desino, quae, vel injusta, utilior est quam justissimum bellum — (Cicerone ad Attico lett. 308.)
  10. Luigi XIV e Carlo XII. di Svezia, fra tanti funestissimi esempi.
  11. Je ne connais pas plus grands ennemi des hommes, que l’ami de tout le monde, qui toujurs charmè de tout encourage incessament le méchants, et flatte par le coupable complaisanse le vices, d’où naissent toutes le desordres de la societé — (Rousseau)
  12. Isocrate era autorizzato dal suo carattere a suggerire questo gran mezzo di governo, poichè egli aveva offerto a tutta la Grecia luminoso esempio della indipendenza delle sue opinioni, disapprovando la condanna di Socrate pronunciata dall’Areopago, e comparendo il dì appresso alla morte di lui nel foro in gramaglia. — Rispettarono però gli Ateniesi questo nobile dolore, questa protesta della giustizia oltraggiata? Lo trattarono da sedizioso. Così la virtù si ammorza, s’insterilisce, ed a lungo si estingue ne’ popoli.
  13. L’adulazione è il veleno che nascosto in soave liquore attossica la virtù; è prestigio che rende per lo più i potenti trastullo de furbi. Quanti regni fiorentissimi non andarono a perdizione per l’adulazione!
  14. In ogni forma di reggimento la calunnia è un male detestabile, ed a reprimerla non è a perdonarsi ad ordine alcuno — Questa necessità è dimostrata nel trattato di Luciano samosateno, che su questo argomento tradussi dal testo greco, e pubblicai per i tipi del Tinti-Merlani Bologna 1843. —
  15. Tous les sentimens que nous dominons sont legitimes: tous ceux qui nous dominent sont criminels (Rousseau)
  16. Conciossiachè come il timoniere deve tenere suo intento al buon navigare, il medico alla salute, il generale alla vittoria; così l’amministratore della Republica alla vita beata de’ cittadini; com’ella sia di potenza ben ferma, di sostanze copiosa, chiara per gloria, orrevole di virtù: dacchè io voglio lui recare a perfezione quest’opera ch’è il maggiore e miglior bene degl’uomini (Cicerone lib. 5 de republica)
  17. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est: vìrtus clara, aeternaque habetur — (Sallustio in bello Catilinario)
  18. Nam priusquam incipias consulto, et ubi consulueris mature, facto opus est (Sallustio in bello Catilinario)
  19. Incredibile dictu est quantum conciliet animos comitas, affabilitasque sermonis (Cicerone a Bruto)
  20. Eorum ego vitam, mortemque juxta existimo, quorum de utraque siletur (Sallustio in bello Jugurtino)
  21. Il comune degli istorici crede Esiodo anteriore ad Omero. I Locresi lo annegarono. Cimone raccomandava a Lepta di ritenere a memoria le opere di Esiodo — Ci rimangono di lui due trattati, uno sull’agricoltura, e l’altro sulla Teogonia. Teognide celebre poeta di Megara fiorì 544. avanti l’era volgare. Di Focilide non si ha ricordo biografico nelle storie.
  22. Com’è carattere de’ grandi spiriti comprendere in poche ed ordinate parole molte e grandi cose, così al contrario i piccoli spiriti hanno il dono di nulla dire in molte parole — (La Rochfoucold).