De mulieribus claris/XXIX

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Capitolo XXIX. Delle donne de’ Compagni di Jason

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Giovanni Boccaccio - De mulieribus claris (1361)
Traduzione dal latino di Donato Albanzani (1397)
Capitolo XXIX. Delle donne de’ Compagni di Jason
XXVIII XXX


NOI non sappiamo lo numero, nè i nomi delle donne de’ Menj; o che sia per la pigrizia di quei che scrissero al suo tempo, o che sia per difetto della lunghezza del tempo, è indegna cosa; avendo meritato quelle grandissima lode di gloria per grandi opere. Ma poichè così è paruto alla odiosa fortuna, isforzerommi, con quanta arte potrò, redurre quelle nominate, a mio potere, con degna lode alla memoria di quegli che verranno drieto, come quelle che bene l’hanno meritato. Dunque i Menj furono de’ compagni di Jason, e degli Argonauti giovani famosi di non piccola nobiltà, i quali compiuta l’andata di Colco, tornati in Grecia, lasciata la loro antica patria, elessero loro sedia appresso i Lacedemonj; dai quali non solamente fu concesso la cittadinanza a quegli amorevolmente, ma furono ricevuti tra i Senatori i quali reggevano la Repubblica. Della quale splendida cortesia i successori non ricordandosi, ardirono, volere sottomettere per sè la pubblica libertà a vituperosa servitù. Furono in quel tempo ricchissimi giovani, e non solamente famosi per sua virtù, ma eziandio circondati di doppia chiarezza per li parentadi de’ nobili Lacedemonj e intra le altre cose avevano bellissime donne, le quali erano nate de’ nobili cittadini. E certamente non è l’ultima parte dell’onore1 del mondo; al quale onore s’accostavano grandi sette, per le quali non sentivano l’amistà della patria pubblicamente, ma, appropriandola a’ suoi meriti, montarono a tanta matteria, che pensarono, dovere essere messi innanzi agli altri: di che egli caddero a cupidità di signoria, ed a questo posero sua forza ad occupare la Repubblica presuntuosamente. Per la qual cosa, scoperto lo peccato, furono presi, e messi in prigione per l’autorità2 della Repubblica, furono sentenziati a pena capitale, come nemici della patria. E dovendo loro essere data la morte da’ manigoldi, la seguente notte secondo l’usanza de’ Lacedemonj, le loro donne triste e piangendo, per deliberazione de’ mariti pigliarono questo consiglio, e secondo lo pensiero non indugiarono; ma fatto sera, in oscure vestimenta, con la faccia coperta e piena di lagrime andavano alle prigioni per vedere i mariti. Lievemente fu loro conceduto dalle guardie andare a quegli, perchè erano gentili donne. Ai quali essendo arrivate, non si spese il tempo in lagrime e in pianto; ma subito, manifestato lo suo consiglio a’ mariti, mutate le vesti, imbendati quegli a modo di femmine, piangendo e cogli occhi bassi a terra, mostrando tristizia, aiutandogli l’oscurità della notte, e la reverenza, perchè erano nobili donne, ingannando le guardie, misono fuori quegli che dovevano morire, rimanendo elleno in luogo di quei dannati: e non fu conosciuto l’inganno infino che andando i manigoldi per fare morire i dannati, trovarono le mogli in luogo de’ mariti. E per certo fu grande e singolare amore delle donne. Ma lasciamo le beffe e l’inganno contro alle guardie, che fu salute de’ dannat; e che sia partito a’ Padri, e che sia seguito. E primieramente contemplarne alquanto la forza del matrimoniale amore, e l’ardire di quelle donne. Alcuni dicono, che non è più mortale odio, che quello delle discordie delle mogli, essendo che fermate in nodo indissolubile, secondo antico ordinamento di natura; e così quando elle convengono co’ loro mariti, lo suo amore passa tutti; perchè scaldato dal fuoco di ragione non arde istoltamente, ma scalda con piacere e scalda di tanta carità, che sempre vogliono e non vogliono pazientemente; e lo amore usato a sì piacevole unità non lascia alcuna cosa contro la sua conservazione, e non fa alcuna cosa pigramente e freddamente: e se la fortuna è contraria, di propria volontà sottentra alle fatiche e a’ pericoli; e con socia sollecitudine alla salute pensa e delibera; trova i rimedj, e fabbrica gl’inganni, se la bisogna il richiede. Questo, soavissimo e già formato con piacevole vivere, sospinse gli animi delle donne de’ Menj con tanto furore, che elle trovarono quegli inganni, i quali non avrebbono potuto vedere innanzi: nel pericolo de’ mariti, struggendo le forze dell’ingegno, apparecchiarono gl’istrumenti, e l’ordine delle cose che avevano a fare, acciocchè elle ingannassero le guardie accorte e aspre; e rimossa la oscurità de’ sensi, pensarono che niuna cosa si dee lasciare per la salute di quello che noi amiamo; e cercata la pietà nell’intimo segreto del cuore, acciocchè elle traessero i mariti del pericolo, con presuntuoso ardire entrarono in quello, acciocchè il casto amore delle mogli3 assolvesse quegli che parevano esser tenuti da duro e capitale supplicio, traendogli delle mani de’ manigoldi. E queste, che parve grandissima cosa, beffata4 la possanza delle leggi per pubblico decreto e autorità del Senato, e ingannata tutta la volontà della città, acciocchè compiessero quello che elle desideravano, non temerono rimanere serrate sotto la signoria delle ingannate guardie in luogo dei dannati. E certamente io non sono sufficiente ad ammirazione di così pura fede, di così integro amore. Per questo ho per fermo, se elle avessero amato temperazione, e fossero state congiunte a quelli con sottile legame, sarebbe stato lecito a quella stare pigre in ozio a casa loro, e non arebbono queste fatto sì fatte cose. E acciocchè con poche parole io conchiuda molte cose, ardisco affermare, queste essere stati veri e certi uomini, e quegli giovani Menj essere state le femmine che faceano quella finzione.


Note

  1. Cod. Cass. dellone del mondo. Test. Lat. mundani decoris.
  2. Cod. Cass. perlauttoria della repubblica. Test. Lat. Auctoritate publica.
  3. Cod. Cass. accio chelnostro onore delle mogli. Test. Lat. Pudicus conjugalis amor absolveret quos, ecc.
  4. Cod. Cass. benfatta la possanza delle leggi. Test. Lat. Lusa legum potestate.