Degli uffici/Prefazione
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Questo Volgarizzamento degli Uffici di Cicerone, inedito fino a ora, l’ho copiato di mia mano da un Codice in carta pecora, della Biblioteca Riccardiana di Firenze: e poi l’ho confrontato all’originale latino, con quella diligenza che ho potuto maggiore: e così l’ho distinto colla punteggiatura, e ordinato; e così le parole (i nomi propri singolarmente) guaste dall’antico copista, ho corretto. E come praticai già pubblicando altri testi di lingua inediti, qualche forma troppo ammuffita e sgrammaticale, ho ripulito e messa in grammatica: e le voci non registrate in Vocabolario, ovvero con altro senso di quello che mostrano qui, tali voci ho disposto alla fine, sott’ordine di alfabeto.
Il quale Volgarizzamento poi è, a giudizio mio, prezioso. Dappoichè i pensieri che Tullio significò squisitamente in latino, vi sono ritratti a punto; e senza servilità, ma con felice disinvoltura; e nè mancavi il calore dell’eloquenza. È una cosa tutta facile e schietta. E quel maestoso, quel risonante, con cui va il sermone latino, non essendo nell’italiano, perchè la favella nostra ha indole piana; questo in un’opera dottrinale, come sono gli Uffici, non fa desiderio, è pregio.
Chi poi fosse stato il valente volgarizzatore, non è scritto nel Codice, nè ho potuto saperlo diversamente. Toscano egli era, e del secolo decimoquarto; questo è sicuro. E per queste due cose, della patria e dell’età, ancora che il volgarizzamento non rilucesse di una sua particolare eccellenza, sarebbe nondimeno da avere in moltissima stima. Dappoichè lanatura, siccome concede più a una donna che a un’altra il dono della bellezza; così la potenza e la grazia della favella, in Italia donò a’ Toscani; ed è questa una verità, un fatto, sentito e maravigliato sino dagli altri volghi della penisola. E lo stile poi, che meglio viene perfetto, secondo che, insieme allo studio, le passioni obbediscono più alla forza del vero e del giusto, e secondo più efficace è l’istrumento delle parole, con cui gli è necessario di operare; lo stile, per le condizioni della Toscana in quei tempi, non dirò che toccasse la perfezione, ma le fu certamente molto da presso . Imperocchè quella bontà di esso che nasce dalla disposizione dell’anima, il semplice e il puro, tutta l’ebbe: mancò di esser condito coll’ottimo delle scienze, e forbito dal gusto; perchè queste cose non si hanno spontaneamente, e subito, ma a forza di fatiche e di tempo: e l’Italia era stata oppressa tanti secoli nella barbarie; sicchè la tradizione delle scienze e del gusto, era quasi annullata.
Nel secolo decimosesto, dicesi comunemente, che la favella toscana, in quanto allo stile, perfezionò. E io v’acconsento, se intendiamo quella parte di perfezione, procedente dal sapere e dal gusto: poichè, rispetto.all’altra principalissima, ch’è l’ingenuità e il candore, dico con sicurezza, che, salvo qualche caso di privilegio, dechinò. Lungo discorso chiederebbe questo che io affermo. Vorrei solo però, che la perdita di tanto pregio, non s’imputasse, come taluni inconsideratamente han fatto, allo studio ne’ latini e greci autori; anzi unicamente alla perdita delle virtù, dell’altezza dell’animo; effetto delle pubbliche calamità, cagione della servile imitazione. Dante sapeva tutto quanto Virgilio; Petrarca dottissimo era della lingua latina, coltivatore de’ Greci; l’uno e l’altro molte cose dettarono latinamente; e intanto hanno lo stile miracoloso. E perchè? perchè alla perfezione del gusto, conseguita da’ classici studi, al sapere attinto più che altrimenti, coll’acume de’ loro intelletti, accoppiavano elevati pensieri, sante passioni.
E tali erano pieni di carità, quei buoni scrittori Toscani del secolo decimoquarto: e scrivendo, ad altro non intendevano, che migliorare i costumi della moltitudine: e per questo, come bene notò il Giordani, la sapienza dell’antichità, volgarizzandola, gareggiavano a rendere popolare.
Io ho sempre considerato lo studio della favella non come generalmente si guarda, oziosa rifioritura, ma solenne strumento di sociale educazione: e gli autori Toscani del secolo decimoquarto, gli ho cari, perchè posseggono il dono più bello dello stile, la naturalezza. La quale non potendo procedere, come ho detto, che dalla viva virtù; pare a me, che il diffondere questi autori, sia un potente mezzo per farla amare: dappoichè invaghendosi l’animo dell’effetto, a me pare, che quasi alla sua insaputa, abbia a conformarsi amante della cagione.
E singolarmente poi quando le opere, scritte da’ Toscani in quel tempo, sono piene per loro medesime di sapienza. Siccome questi Uffici di Cicerone: de’ quali ebbe a scrivere il Genovesi, che nessuna opera tanto dotta dall’antichità ci è pervenuta. Officio ha detto alcuno, venga da efficere, parola latina, composta da ex e ficere, fare da. E altri che derivi da obficere: e rispetto all’ob, ci è differenza di opinione: chi le rende contro, e chi intorno; sottintendendo sempre qualcosa: non fare contro al diritto, fare intorno a esso. Il che a me sembra suonare, che officio è officio.
Ma senza quistione è certamente, che l’idea principale di officio, importa fare. Ogni cosa poi, non si fa altrimenti, che per un fine: eperò officio è un mezzo: e se quell’ob, tornando all’etimologia, si volesse rendere per; allora tanto sarebbe officio, quanto fare a cagion di un fine: e questo, a dirla con Cicerone, è di vivere costantemente e bene.
Per la qualcosa è necessità, di fare piuttosto in una guisa, che in altra: e dev’essere in noi, come effettivamente ci è, una ragione, una regola diquesto procedere. Dappoichè entrando a riflettere in noi, vediamo, che certi appetiti ci sospingono verso le cose, o ce ne tirano indietro: e vediamo che oltre di questa influenza della materialità su di noi (risvegliatrice delle passioni, perchè noi siamo passibili rispetto a essa) un’altra forza ci è dentro a noi, luminosa, spirituale; disposta dalla natura a governare, a resistere in tutto o in parte a’ movimenti desti dalle passioni; secondo che questi, o col troppo, o col poco, o in tutto, impediscono dal fine detto, di vivere bene e costantemente.
Le operazioni di questa vigorosa luce ch’è nell’anima nostra, Cicerone riduce a quattro, e le dice quattro virtù; chè tanto è virtù in latino, quanto in italiano forza; le quali nomina, prudenza, giustizia, fortezza, e temperanza: e la cagione di esse, appella onestà e il senso che destano adoperando, chiama decoro, o confacenza; il quale è veduto e gustato dall’anima, appunto come gli occhi veggono e godono la bellezza.
A guardia poi dell’onestà, è connaturale a noi la vergogna; cagione della quale dev’essere inteso l’onore; la quale pungendo, annunzia se gli appetiti sieno per sopraffare la forza della ragione. E a queste facoltà sono disposti gli animi, più o meno perfettamente: e come tutte le altre cose, può l’uomo accrescerle mediante l’educazione e l’esercizio.
Questo è compreso nel primo libro degli Uffici, detto dell’onestà. E mi accade considerare, che delle quattro virtù distinte da Cicerone, le due prime, che sono prudenza e giustizia, intendono a ordinare e dirigere la consecuzione del bene; intanto che le due altre, temperanza e fortezza, riparano contro gli ostacoli degli appetiti.E così può meglio intendersi quello che Tullio dice, che la giustizia è regina delle virtù, e con tutte si trova unita.
Esaminate queste cose, passa nel secondo libro a discorrere le operazioni nostre, applicate ad effettuare il bene; e questo libro intitola dell’utilità. E dipoi, conciosia che, com’egli medesimo dice, l’utile tira e l’onestà ci ritrae; cioè, che gli appetiti muovono le azioni nostre, e il vigore interno le tiene, per lasciarle secondo gli avvisi della prudenza e della giustizia; da questo è, che si versa nel terzo libro a provare, che non può esservi utile senza l’onesto, e che ogni onesto è utile insiememente. Dappoichè se l’utile niente altro è, che quello che ci conduce al bene; e l’unica guida per esso bene, come abbiamo mostrato, è la forza razionale, o l’onestà; ne segue, che fare altrimenti dall’onestà, importa fare contro dell’utile: comecchè la passione può abbagliare, a farci travedere utile quello che è danno.
Ecco in succinto il disegno semplice, stupendo, di questo Trattato. Il quale, benchè Cicerone dica di scriverlo da filosofo; pure impossibile era ch’egli non fosse trasportato dall’eloquenza; dono sovrano, impartitogli copiosamente dalla natura. Sicchè non solo mostra la verità, ma la fa leggiadra, e commovente. E trafitto dalla patria che rovinava, e fervoroso delle antiche virtù cittadine; spesso pone esempi di avvenimenti romani: e qui è dove più si riscalda, e più torna incantevole coll’eloquenza.
Nè poi discorrendo i doveri, si fa a indagare il nascoso della loro origine, e dell’essenza: nè s’interna in sottigliezze, per ritrovare i perchè, chiusi fra gli arcani dell’organizzazione e dell’anima: egli espone fatti; fa sentire i doveri mediante il decoro: questo senso che spira dall’onestà, appunto come la fragranza da un fiore. All’astruso, al secco delle indagini, egli prepone l’agevole, il persuasivo del dettato; per essere questo efficace, egli scrive, a raddirizzare i costumi.
Per che non è maraviglia, se gli Uffici sieno stati sempre ammirati. E si consideri quanto bene può seguitare, propagandoli vie più con questo eletto volgarizzamento: nel quale è tutta espressa lamente di Cicerone, come in principio ho detto; e pieno è di bellezza. Sicchè i giovanetti, imparandovi l’eccellente favella, e il sicuro stile, possono apprendere eziandio, che il bene degli uomini non è fatto che dall’onesto; e comunque ci possa ingannare la fantasia, sempre nell’onestà è il vero utile e solo. E queste cose insegnate limpidamente, e confermate co’ fatti, e persuase coll’eloquenza.