Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte prima/1

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Parte prima
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Introduzione Parte prima - 2


Uomini di Lettere non istimati da’ Grandi; ma non perciò meno felici.


Disavventura, per non dire, come altri, destino dell’infelice Virtù, provato e pianto in ogni tempo, è, che ella non truovi in questo gran Teatro del Mondo luogo pari al suo merito, e nicchia degna della sua statua. Già tramontarono que’ Secoli d’oro, quando le corone reali si mettevano all’incanto, e si pesavano le teste di chi vi pretendeva: quando le fasce de’ diademi reali servivano non a legare, come in molti avvenne, il cervello de’ pazzi, ma ad onorare il merito e coronare il senno de’ Savj. Le mura, le fondamenta, le vestigie di quel famoso tempio dell’Onore, in cui s’entrava solo per la porta del Merito, sono oggi sì distrutte e sepolte, che non n’è rimaso nè la memoria dov’egli fosse, nè la speranza di rivederlo risorto dallo scempio delle presenti rovine alla gloria delle passate grandezze. Perciò, quantunque ora fatichi la Virtù per salire, ella non cresce per miracolo un palmo: a guisa di certe Stelle vicine al Polo antartico, che sono oramai sessanta secoli, che dì e notte s’aggirano; ma con sì poco pro della loro fatica, che non sono mai giunte a montare sul nostro Orizzonte, e farsi nè pur’una volta vedere. Le montagne, che sono gravide d’oro, non sogliono avere nè boschi per delizie, nè erba per pascolo. Altro di lor non si vede, che magra cenere e sterile rena, fuor di cui mostrano scoperte l’ossa de’ grandi lor sassi, e hanno una certa vergognosa nudità; onde fra gli altri monti vestiti d’alberi e d’erbe, appena compajono senza disprezzo. Questa è la misera sorte della Virtù qua giù nel mondo: per vene d’oro ch’ella si chiuda in petto, quanto ricca è dentro, tanto povera è di fuori: e con ciò ella mostra esser vero, che Virtù e Nudità nacquero a un parto medesimo nel Paradiso terrestre, nè mai più fino a quest’ora si sono l’una dall’altra scompagnate e divise. Si onorano le vestimenta del corpo più che i virtuosi abiti dell’animo; nè giova aver’in seno, come perle d’Oriente, Sapere e Bontà; ché se un’abito povero mostra quasi una corteccia disprezzevole di Madreperla, non v’è chi vi guardi, molto men chi vi curi.

Tutto ciò riesce vero, così nelle Lettere, come nella Virtù; perché ancor’esse, quasi nate sotto ‘l medesimo Ascendente, hanno per fatale il non ascender mai. Retrogradi truovano tutti i favori, fuori di casa tutti i beneficj, dispettosi tutti gli Aspetti, e la Parte della Fortuna senza veruna parte. che non sia sfortunata.

Ora fra’ miracoli si racconta, un Dionigi, fatto cocchiere del suo carro reale, condurre in esso per le publiche vie di Siracusa Platone; e andarne a sì gran gloria superbo, come se guidasse il carro della luce, e portasse in trionfo il Sole: un’Alessandro Severo coprire col suo manto reale Ulpiano Giurista, e fargli della sua porpora e vestimento per onore, e scudo per difesa: un Giustiniano, un Sigismondo Imperadori, e tanti altri lor pari, fare le loro Corti case proprie de’ Letterati, e le case de’ Letterati frequentare come proprie lor Corti, sostentando a grande usura la vita mortale di coloro, da cui riceveano per mercede, al nome e alla gloria, vita appresso i posteri immortale. Cotesti, una volta sì fecondi allori, ora sterili son divenuti, non solo di frutte per pascere ma ancora d’ombre per ristorare. Stanno nelle Corti, più che nella grotta d’Eolo, sotto chiave i Zefiri padri della fecondità, e venti proprj dell’età dell’oro: ne solamente s’è perduto il costume, che penes Sapientes regnum sit, ciò che Possidonio diceva essersi usato illo sæculo quod aureum perhibetur; ma di più ancora, che penes Reges, sint Sapientes. Né, percioché avvenga che i libri de’ Letterati talvolta letti da’ Grandi truovino appresso loro lode e applauso, avviene perciò, che i careggiamenti e gli onori, che a’ libri si fanno, si riflettano ne gli Autori: che appunto è quello stesso, che per altro diceva Lattanzio: adorarsi le imagini de gli Dei, e non prezzarsi gli Artefici che le scolpirono: darsi alle statue doni, ed esiggersi da gli Scultori tributo: onorarsi i sassi come divini, e calpestarsi chi gli formò, come se fosse un sasso: Simulacra Deorum venerantur; Fabros, qui illa fecere, contemnunt. Quid inter se tam contrarium, quam Statuarium despicere, statuam adorare; et eum ne in convivium quidem admittere, qui tibi Deos faciat?

Avventurosi Principi (diceva un gran Duca di Milano), che hanno reti d’oro e di porpora, cori che pescare uomini di gran senno e valore, che sono le più preziose perle, che il Cielo sappia dare alla Terra; hanno ricchezze, con che comperarsi ingegni in ogni professione di Lettere eccellenti, che è mercatanzia sola degna di Principi.

È famosa la stoltezza d’un povero Ricco, che vedendosi un Bue, e volendo pur diventare un’Aquila, si comperò a gran prezzo la lucerna, al cui povero lume vegghiando Epitteto, divenne un Sole della Sapienza morale. Ma una lucerna poteva illuminar ben sì le carte, ma non l’ingegno; dar luce a gli occhi, ma con che pro de gli studj, se cieca era la mente? Vive lucerne sono i vivi Letterati, a’ raggi della cui limpida luce si scuoprono le vere sembianze di Pallade conservatrice de gli Stati e sicurezza de’ Principi. Questi sono gli occhi, de’ quali è verità ciò che di que’ delle Forcidi era menzogna, che possono prestarsi, e con essi un Principe cieco può diventare un’Argo di cent’occhi e tutto vista: ne meno di tanto debbono essere, se vero è in pace l’aforismo, che de gli affari di guerra si legge appresso Vegezio: Neque quemquam magis decet, vet meliora scire vel plura, quam Principem, cujus doctrina omnibus potest prodesse subjectis.

Prima che ciò intendesse il Re Dionigi, piú per ischerno che per curiosità, cercò di e sapere Aristippo, onde fosse che i Filosofi andassero alle case de’ Ricchi, e i Ricchi non andassero alle case de’ Filosofi ad accattare la Sapienza; e ne udì non men vera che pronta risposta: Perché i Filosofi poveri sanno ciò che loro fa di bisogno, i Ricchi ignoranti nol sanno.

Che non nascano senon, come la Fenice, ogni cinquecento anni uomini di mostruoso sapere; che non vi sia chi faccia ricco il mondo di nuovi ritrovamenti nelle lettere e nell’arti, non è perché sterili corrano i secoli, o perché i paesi sieno infecondi d’ingegni. Colpa è in gran parte di chi non apre porto a chi naviga, nè mostra esca a chi vola: ché certo, menti con ala grande, ed ingegni con gran vela non mancano. Ne avea la pruova chi disse:

Sono i Poeti e gli studiosi pochi;
E dove non han pasco nè ricetto,
Infin le fere abbandonano i lochi.

Che non vi sia chi alzi grido di gran sapere, e faccia tacere per istupore il mondo, colpa è de’ Grandi, che non fabrican loro Teatri, con quell’avviso, che diede Vitruvio, dove avvertì, che prima d’ogni altra cosa si guardi, che la fabrica del teatro, dove s’hanno da recitar commedie o cantar musiche, non riesca sorda, sì che i Recitanti e i Musici, abbiano a perdere la voce e la fatica. Oh quanti, a guisa di freddi e morti vapori, non s’alzano di terra due palmi, che, se trovassero un benefico Sole che desse calore alle loro fatiche e li sollevasse, splenderebbono a guisa di stelle. Che le Viti fruttino, è gran mercé de gli Olini, cui elle s’appoggiano per sostegno.

Riuscire in qual si voglia professione di Lettere oltre a termini dell’ordinario eccellente, al certo non è fatica minore di quanto può sofferirsi, nè più brieve di quanto può viversi. Or che maraviglia è, che non vi sia chi voglia spender tanto a guadagno di nulla, consumando la vita, per arrivare con ciò non più oltre che a mantenersi la vita?

I vascelli spalmati guadagnano di velocità dieci per cento, e ben’unti volano quegli che prima impigriti parevano muoversi a lor dispetto. Anche a gl’ingegni i favori danno ingegno; e dove il termine è un Vello d’oro, i remi, come ad Argo, da sè stessi si muovono.

In fine, avere a disputare ogni giorno con la povertà, a contrastare ogni ora con le sue miserie, a dividere i pensieri dove i bisogni in mille parti li chiamano, queste sono spine, in cui non fanno nido le Lettere. Chi vuole che l’Api raccolgano mele, non l’esponga a’ venti: ché dove essi possono troppo, esse non possono niente. Nel volare da gli alveari a’ fiori, e dall’un fiore all’altro, nel ritornar con la preda, i venti le sviano da’ loro viaggi, e le traportano altrove. Tali sono i pensieri de’ Letterati, che, dove altre cure gli sturbano, non può mai esser che facciano buon lavoro.

E a dire il vero, come può stare, perdere il cervello per vivere, e adoperarlo per istudiare? Perciò fu ben detto; nè de’ Poeti solo, ma di tutti i Letterati s’avvera:

Lieto nido, esca dolce, aura cortese
Bramano i Cigni; e non si va in Parnaso
Con le cure mordaci: e chi pur sempre
Col suo destin garrisce e col disagio,
Vien roco, e perde il canto e la favella.

Indegna cosa a vedersi, diceva Demostene a gli Ateniesi, che Paralo, nave sacrosanta, usata prima solo ne gl’interessi della Religione, e per condurre i Sacerdoti a’ sagrificj di Delfo, ora, con uso vile profanata, s’adoperi a caricare le legne de’ boschi e le bestie de’ campi: di che ne fremono infino i venti, che contra lor voglia la portano; e ne geme il mare, che la vede sì diversa da quella che fu e da quella ch’esser dovrebbe. Ma vi par’egli cosa punto meno disdicevole, che un’anima di sublime intendimento e d’alti pensieri, mandata al mondo per publico bene, e più riverita dal Cielo che conosciuta dalla Terra, sia sforzata ad occuparsi nell’indegno mestiere d’accattar pane, usando i nobili suoi pensieri per rinvenire come alla nudità, come alla sete come a’ freddi del verno, come alla fame d’ogni dì possa provedere?

Tanto si traviano i pensieri dal corso dell’intraprese speculazioni, torcendo dove le necessità importunamente li richiamano che molte volte o perdono il del viaggio, o non posson condursi alla meta: a guisa di quella velocissima Atalanta, che, per troppo uscir di strada a apprendere i pomi d’oro d’Ippomene, rimane sì addietro, che, doppiamente vinta, alla fine Præterita est virgo; duxit sua præmia victor.

Quindi tanto sdegno mostrò con la casa di Numitore, anzi sotto questo nome, con tutte le Corti del suo tempo il Poeta Satirico; vedendo che luogo e stanza le fiere, dove gli uomini, e, se lecito è dirlo, i più che uomini non la trovavano: che non mancavano carni per empiere ogni giorno il gran ventre d’un Lione sempre famelico, e non v’era pane per trar la fame ad un magro Poeta:

Non defuit illi
Unde emeret multa pascendum carne Leonem
Jam domitum. Constat leviori bellua sumptu
Nimirum, et capiunt plus intestina Poetæ.

Che le Corti divengano tempj, in cui s’adorino le teste delle Scimmie, onorandosi i buffoni, mentre se ne cacciano i Letterati che altro è questo, se non donare alle bestie tutte le stelle, dalle più lucide alle men chiare, e dividere loro la gran Corte del cielo, indi sepellire soterra gli Elisj, e metterli presso all’inferno: sì che stiano sopra il capo di tutti, con nomi di Segni celesti, uno Scarpione, un’Idra, un Cane, un Capro, un Bue; e sotto i piè di tutti un’Achille, un’Orfeo, e tutto il coro de’ Semidei? le bestie indorate dalla luce del Sole, gli uomini anneriti dal fumo della Reggia di Plutone? Pure il capo, seggio della mente, e perciò tutte, come schiave, lui portassero come Re: or come è da sofferirsi, che s’alzino i piedi in alto, e si lascino i capi nel fango? che vi sia chi per pregio quasi di sovraumana virtù porti, come il famoso Milone, un gran Bue su le spalle, mentre intanto il povero Cleante, per viver da uomo, conviene che fatchi da bestia?

Ma io, che avea disegno di cominciare questa mia piccola operetta dalla felicità propria d’un’Uomo di Lettere, mostrndovelo, quando anche ogni cosa gli manchi, pago e beato sol di sè stesso, e, come Seneca lo chiamò, un piccol Giove; che ho fatto fino ad ora, esagerando, nella durezza di chi nol sovviene e onora, il bisogno ch’egli ha di sovvenimento e d’onore? Ma pure io con ciò ho più mostrato il male di chi non li prezza, che miseria alcuna che in essi sia per non esser prezzati. Ché alla fine l’oro, benché cavato dalla terra e da’ sassi, dov’è nelle miniere sepolto, comparirebbe più splendido a questa luce; nondimeno più perde chi nol cava e nol fa suo, che non l’oro con istarci nascoso e non esser d’altrui. Ma di più, nella colpa di chi non istima i Letterati si pruova il merito d’essi; poiché il non ingrandirli è demerito; e il non onorarli è colpa.

Or si vegga, come un’Uomo di Lettere possa trovare dentro a sè stesso la viva surgente di quel famoso nettare de gl’Idii, che, solo avendo in sè ogni altro sapore, non lascia che altro si cerchi o d’altro si goda. Questo è il Gusto dell’intendere; il quale quanto copioso sia, comeché possa largamente mostrarsi ne’ suggetti di tutte le Scienze (ma lunga a dismisura sarebbe, e forte increscevole la fatica), piacemi, per saggio dell’altre, accennarvelo in un solo, non de’ migliori, ma de’ più communi: e sia la vista e la vista e la cognizione de’ Cieli; parte della natura, se si sta al giudicio dell’occhio, la più grande e la più bella; se della mente, non l’ultima delle migliori.