Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte prima/10

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Parte prima
10

../9 ../11 IncludiIntestazione 25 gennaio 2009 50% Da definire

Parte prima - 9 Parte prima - 11


Ignoranza, e Ricchezze


Chi usa le Lettere per guadagno, e si scrive di Mercurio, come gli Orafi dell’argento vivo, per separare da altrui e tirare a sè l’Oro, non intenderà, che male stia l’Ignoranza in un Ricco. Che se la mano è piena, non accade più vuotarsi il capo, né lambiccarsi il cervello già si è trovata la quinta essenza della Fortuna, che dicono essere il danaro. Basta esser d’oro; poco monta se poi si sia, come il Montone di Frisso, o quel Filosofo bestia, un’Asino d’oro.

Oggi nel mondo i danari son quegli, che comprano e l’amore e l’onore: perciò dunque non v’ha lettere di raccomandazione migliori inchiostro si scriveche con quello de’ Banchieri.

Ingenium quondam fuerat pretiosius auro;

At nunc, barbaria est grandis habere nihil.

E poi; a che tanta Filosofia e tante Scienze in capo, se non servono fuor che a rompere il capo, perché n’esca il cervello? Mirate gli antichi Filosofi; e vi verrà voglia d’aver più tosto le mani di Mida per far dell’oro, che la lor testa per far di queste pazzie. Chi si cava gli occhiper vederci meglio all’oscuro; e per farsi un’Aquila diventa una Talpa. Chi butta le ricchezze in mare si fa mendico per non diventar povero. Chi sceglie per abitarvi luoghi scossi da continovi tremuoti; e gli pare di viver meglio, stando sempre in pericolo di morire; e d’abitar più sicuro, mentre la casa ogni ora sta per fargli un sepolcro. Chi vive in una botte; più come un Cane nel suo nido, che come un’Uomo nel suo albergo. Chi si butta nel Mongibello, e chi nel mare; e l’uno perché non intende la cagione di que’ movimenti, l’altro perché non rintraccia l’origine di quelle fiamme. Pitagora si trasforma in cento bestie; Socrate stando tutto il giorno in un pensiero e ritto su un piè rassembra una Gru; Anassagora, mirando fisso il Sole, un’Aquila; Senocrate è un marmo senza senso; Zenone uno sterpo senza affetti; Diogene un Cane; Epicuro un’animale; Democrito un pazzo, che sempre ride; Eraclito un disperato, che sempre piange. O curas hominum! Non è egli meglio non aver capo, che avere in capo queste pazzie? E questo è esser Filosofo? con questo si merita credito di Letterato? Le perle tonde e grosse (due proprietà de’ Ricchi ignoranti) sono la più preziosa, la più stimata cosa del mondo. Fatemi d’oro: quando ben’io sia un Bue, sarò adorato come un Dio: Apoteosi cominciata ab antiquo, fin da gli Ebrei colà nel deserto, e seguitata dipoi sino a’ tempi d’oggi, per non finir mai.

Questa è la Filosofia di molti Ricchi, la quale cantano per ischerno de’ Dotti, massimamente se li vegggano poveri, mal condotti dalla fame, e cenciosi, se non ignudi.

Ma vorrei io all’incontro aver penna di si buon disegno, che sapesse esprimervi al vivo le deformi fattezze d’un Ricco Ignorante: so che ne avreste quell’orrore, che l’Orgagna, pittor bravissimo de’ suoi tempi, cagionò in molti amici, nello scoprir che lor fece mi bruttissimo ceffo di Medusa, per cui dipingere alvea ricavato e raccolto in uno quanto di sconcio e mostruoso trovò sparso in cento schifi e sordidi animali che a tal’effetto adunò.

Gli Spartani per rendere abbominevole l’ozio e le delizie, nimiche, di quella severa Republica, chiamato il Popolo ad una publica raunauza, gli fecero d’alto vedere Nauclide, uomo sì grasso, che da capo a piedi parea tut- to pancia. Altro esame, altro Processo di lui noi, si fece. La sua grassezza lo convincea d’ozioso onde come inutile fu cacciato da quella città, in cui si puniva come dannoso a tutti chi era solo giovevole a sè stesso. Or fatevi comparire inanzi un Ricco ignorante: voi vedete in lui non un’uomo, ma in sembiante d’uomo un vivo pezzo di Paragone, che sa ben distinguere Oro e Argento, e al tocco solo li conosce e li discerne, ma nel rimanente egli é un Sasso. Voi vedete una spugna, che, per ciò che può succiare, è tutt’occhi; al resto, non ha senso, e non é neanche ben’animale.

Vestitelo delle più sottili tele, de’ più candidi lini, delle più le più nobili sete; copritelo delle fine lane, che rosseggino in due tinte di porpora; a egli in Demonatte Filosofo, sentirà dirsi come a quell’altro: Signore, cotesta lana, prima la portava una Pecora; perciò ella vi sta sì bene indosso, e sì volentieri vi s’adatta e acconcia; perché non le pare aver perduto, ma solo aver mutato padrone. E sì come il colore in ch’ella è tinta non toglie ch’ella non sia lana, ancorché più bella; così la sembianza umana che voi avete non fa che non siate una Pecora, benché di più bel pelo e di Più onorata presenza.

Mettetelo in una casa guernita di tutti gli arredi, di tutti i più nobili finimenti: che avete voi fatto? Chi le passa inanzi, e sa le qualità del padrone che v’abita, dira ciò che d’un certo ozioso Vazia, ritirato in un palagio, villesco, dicevano nel passargli avanti i suoi conoscenti: Vatia hic situs est. Eccovi da Seneca la ragione del detto: Vivit is qui se utitur, non chi fa il capo servo del ventre, consumando i pensieri di quello in trovare com’empir questo: dovendo il ventre servire al capo con provederlo di spiriti, strumenti necessarj per operazioni da uomo: altrimenti (siegue egli) qui latitant et torpent, sic in domo sunt, tamquam in conditivo. Horum licet in limine ipso nomen marmori inscribas, mortem suam antecesserunt.

Queste condizioni d’un’uomo ignorante e ricco mostrò ben di sapere Temistocle, quel savissimo Ateniese, che cercando marito ad una sua figliuola povera sì come lui, e offerendosegli per isposo un’uomo ricco sì, ma che non avea due lettere in contanti; dove altri sarebbe corso a quest’amo d’oro, e avrebbe ringraziata la Fortuna coll’Ecatombe di Pitagora egli se ne ritirò con quel detto d’oro, che valse più che tutte le ricchezze di quell’gnorante: Quæro Virum qui indigeat pecunia, non pecuniam quæ indigeat Viro.

E qui, prima di chiudere questo capo, non può meno ch’io non mi lasci traportare a dar’ il buon pro a certe avventurose Famiglie, in cui non tanto le ricchezze come retaggio de’ Maggiori, quanto le Lettere quasi fideicommisso da gli Antenati si tramandano a’ Nipoti; tanto che, come fra i pulcini dell’Aquile, degener est qui lumina torsit, perché non gli soffre l’occhio alla vista del Sole, fra essi e d’origine sospetta, e di sangue straniero sembra chi seco, non trae nascendo la medesima vivezza d’ingegno e ‘l medesimo amor delle Lettere. Alberi di Famiglie veramente felici, in cui v’é sempre qualche ramo d’oro: né solo uno avulso non dfficit alter aureus; ma in essi v’è d’ogni tempo chi frutta, chi fiorisce, e chi germoglia; adeguando co’ gradi dell’età que’ delle Lettere, che sono imparare, possedere, e insegnare.

Bellissimo costume quello degli Spartani, che ripartiti in tre cori, secondo l’età vecchia, virile, e giovane, in certe, publiche solennità andavan cantando. I vecchi: Nos fuimos fortes. Rispondevano quegli d’età virile: Et nos modo sumus. Ripigliavano i giovani. Et nos erimus aliquando. Qual musica pari a questa? quando avviene, che in una casa l’Avolo, l figliuolo e ‘l Nipote, il primo, benemerito delle Lettere, raccontando i gradi de’ suoi onori, dica quel glorioso Fui; il secondo portandosene le insegne, e godendone gli splendori, dica Sum; l’ultimo dandone le speranze, e assicurandone le promesse, dica, Ero, per dover dire dipoi anech’egli Sum, e all’ultimo, Fui? Questo e incatenare una preziosa discendenza di figliuoli, come gioielli, con anella d’oro: Questo è fare una successione di posteri, con una ricca vena di diamanti, de’ quali ognuno da sè è un patrimonio, tutti insieme sono un tesoro.