Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte prima/2

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Parte prima
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Il gusto dell’intendere, spiegato, per saggio dell’altre Scienze, nella sola cognizione de’ Cieli.


Insegnamento commune delle due più celebri scuole, di Pitagora e di Platone, è, che le sfere de’ Cieli, crescendo l’una sopra l’altra con ispazi d’armonica proporzione, nel girarsi che fanno, conpongano il conserto d’una perfettissima musica. Ne rende Macrobio la ragione, tratta da’ principi naturali del suono; indi conchiude: Ex his inexpugnabili ratione collectum est, musicos sonos de sphærarum coelestium conversione procedere; quia et sonum ex motu fieri necesse est, et ratio quoe divinis inest, fit sono causa modulaminis. Né perché di cotal musica giudici non sieno i nostri orecchi, dee perciò ella o men credersi, o negarsi; conciosiccosaché quel dilicatissimo suono al tocco de gli elementi, s’ammorzi ed ammutolisca, e ivi più, dove lo strepito più s’inalza. Perciò non fu mal detto da un mio Compatriota, ristampato ingiuriosamente sotto il mio nome: Muto non è, com’altri crede, il cielo:

Sordi siam noi, a cui gli orecchi serra
Lo strepito insolente de la terra;
Fra le cui dissonanze in van s’aspira,
A l’armonia de la celeste lira,
Che si tocca per man del Dio di Delo.

Se già non fosse, come avvisa Filone, che Iddio, riserbandoci a miglior tempo il gusto di musica sì soave, ci abbia intanto con particolar providenza distemperati e assordati per essa gli orecchi: altrimenti, dall’armonia di que’ regolatissirni corpi, rapiti fuor di noi stessi, sospesi ed estatici staremmo, non che non curanti del cultivamento della terra e de’ negozj della vita civile, ma dimenticati infin di noi stessi. Coelum, dice egli, perpetuo concentu suorum motuum reddit harmoniam suavissimam; quæ si posset ad nostras aures pervenire, in nobis excitaret insanos sui amores et desideria, quibus stimulati rerum ad victum necessariarum oblivisceremur, non pasti cibo potuque, sed velut immortalitatis candidati.

Ma a dire il vero, per sentire ne’ Cieli il gusto di una soavissima armonia, e per avere di colasù un diletto che ne faccia in parte beati, necessario non è desiderare che la musica di quelle armoniche sfere (sfere le chiamo, per chi non vuol che sieno, come pur sono, tutte un solo e liquido cielo) ne pervenga a gli orecchi. Nulla meno beati ci può fare la nostra mente, seguitando col volo de’ suoi pensieri, non, come altri fa, la Poesia, menzognera ritrovatrice di fole, che guidandoci per l’ampio de’ Cieli ci dica: Qui Fetonte, più animoso che canto,

Ausus ceternos agitare cuprus,
Immemor metæ juvenis paternæ,
Quos polo sparsitfuriosus ignes
Ipse recepit:

qui cadde Vulcano; e il misurare con un sol passo tutto il viaggio dal Cielo alla Terra, per gran ventura non gli costò più, che travolgersi un piede: questa sdrucita parte del Cielo è la gran breccia, che vi fecero i Giganti di Flegra, nella batteria che diedero alle Stelle, quando la Terra di fulminata diventò fulminante: qui Ercole, qui Prometeo, qui Bellerofonte, e che so io? ma quella parte delle più nobili Scienze, ch’è interprete veritiera de’ misterj, e segretaria delle più occulte cose de’ Cieli; che svelandone gli occhi, ne faccia vedere, come essi sieno nella mole sì vasti, e pure sì leggieri nel moto: nelle influenze sì discordi, e pure nel mantenimento della natura sì uniti: ne’ giri che fanno, altri sì pigri ed altri sì veloci, e pure tutti a battuta e quasi in una stessa danza concordi: nell’ubbidienza al primo Cielo motore sì stretti, e nella libertà de’ propri movimenti sì scìolti, Tanto limpidi, e tanto profondi; tanto uniformi, e tanto varj; sì maestosi, e sì amabili. Rapidi con tanta legge; affaccendati con tanta quiete. Nelle misure de’ tempi, nelle vicende de’ giorni, ne’ combattimenti delle stagioni sì consertati. Chi ha occhi per veder tanto; anzi chi di questo sa farsi scala per salire a veder molto più: chi per la lunga catena di queste celesti nature (di cui l’ultimo anello sta legato al piè del trono di Giove) può salire fino alle Forme stesse archetipe, e alle Idee della prima Mente, dal cui invariabil disegno si presero i pesi, i numeri, e le misure, quasi strumenti del lavorio di questo grand’ordine della Natura: chi sa conoscere l’alta Sapienza di chi in tanta varietà di mutazioni tiene stabile il corso d’un’immutabile Providenza, mentre seppe dare occulto ordine al manifesto disordine di tanti effetti, incatenandoli con insolubili nodi a’ fini suoi pretesi; sì che quelli, che sembrano fortuiti avvenimenti del caso, sieno esecuzioni di regolatissima providenza: chi ha vista per oggetti di così alto conoscimento, non è egli con esso solo, più che altri in tutti i godimenti del senso, beato? Ne faccia fede quel gran Platonico, che lo disse per pruova, Filone Alessandrino. Vagata (mens) circa stellarum tum fixarum tum erraticarum cursus, et choreas juæta Musicæ præcepta absolutissimas, trahitur amore sapientiæ so deducentis; atque ita emergens supra omnem sensibilem essentiam, demum intelligibilis desiderio corripitur. Illie conspicata Exemplaria, Ideasque rerum, quas vidit, sensibilium, ad eximias illas pulchritudines, ebrietate quadam sobria capta, tamquam Corybantes lymphatur, alio plena amore longe meliore, quo, ad summum fastigium adducta rerum intelligibilium, ad ipsum magnum Regem tendere videtur.

A chi questi paressero più tosto ingrandimenti d’arte che semplici verità, e, lontano dallo sperimentare, il fosse altrettanto dal credere, io non saprei dar risposta migliore di quella, che meritò da Nicostrato un’uomo poco intendente delle bellezze della Pittura.

Zeusi quel Sole de’ Pittori, che fece non tanto lume alla Pittura illustrandola, quanto ombra a’ Pittori soui emuli oscurandoli, ritrasse in tela il volto d’un’Elena di sì nobile lavorio, che vinto rimase dalla copia l’esemplare, e parve ch’Elena vera cedesse a sè stessa dipinta: perché se vera trasse da Troja un Paride a rapirla, dipinta trasse tutta la Grecia per ammirarla. Quale ella fosse, sia vostro pensiero d’imaginarvelo: mio certo non sarà di descriverla, sì perché non m’intendo di bellezza, come anche perché io stimo, che un’Elena non possa acconciamente ritrarsi con altro pennello, che con un fumante tizzone tolto dall’incendio di Troja; né lumeggiar con altro chiaro, che col fuoco che incenerò una città e distrusse un Regno; né ombreggiare con altro oscuro, che con quello d’una perpetua infamia. Ora in questa pittura s’incontrò Nicostrato, Pittore anch’egli di non bassa lega; e al primo sguardo, come s’egli avesse mirato non una testa d’Elena ma di Medusa, restò di sasso; e sembrava, con iscambievole inganno, tanto viva Elena nella pittura, quanto morto Nicostrato nello stupore. Intanto un’indiscreto, un rozzo, un’uomo senz’occhi, mirando Nicostrato, che scolpito in un’atto di maraviglia pareva una statua che guardasse una pittura, gli si accostò, e quasi riscotendolo dal sonno gli chiese, quid tantum in Helena illa stuperet. Troppe cose chiedeva costui in una parola. Ma come egli non avea occhi buoni per veder’Elena, neanche avea orecchi docili per udire Nicostrato. Dunque gli si voltò il Pittore, e tra la compassione e lo sdegno mirandolo, Questo, disse, non è Quadro per Nottole. Cavatevi cotesti occhi ignoranti che avete, ed io vi presterò i miei; e se ora siete una Talpa senz’occhi, bramerete essere un’Argo tutt’occhi: Non interrogares me, si meos oculos haberes.

Eccovi quello appunto, che interviene a chi stupisce, come, in mirando quel bellissimo volto della Natura il Cielo, in cui Iddio, quanto n’era capace materia sensibile, disegnò, copiandoli da sè, lineamenti di sì rare bellezze, possa trovarsi materia di tal godimento, che ne resti assorto l’ingegno, estatici i pensieri, e beata la mente. Tutti mirano il Cielo, ma non tutti l’intendono: e v’è fra chi l’intende e chi no quel divario, che corre fra due, de’ quali l’uno d’una scrittura arabica, tratteggiata d’oro e miniata d’azzurro altro non vede che il lavorio de’ ben composti caratteri, l’altro di più ne legge i periodi e ne intende i sensi, talché il minor de’ piaceri che gode è quello de gli occhi.

Ma benché il gusto dell’intendere sia come la dolcezza del mele, per cui persuadere non sono sì efficaci gli sforzi d’una lunga favella com’è la semplice pruova d’assaporarne uan stilla; pure piacemi di farvi udire il moralissimo Seneca dove spiegò qual fosse il godimento che si provava nella considerazione de’ Cieli, mentre si concepiscono colasù spiriti disprezzatori del mondo, spiriti più che d’uomo. Uditelo.

Fatevi, dic’egli, portare a’ vostri pensieri fino alla più alta sfera de’ Cieli, sì che gvediate sotto a’ vostri piedi rivolgersi ne’ loro giri Saturno e Giove e Marte, e sotto essi gli altri Pianeti correre ciascuno i loro periodi. Colà mirate la smisurata mole de’ corpi l’impareggiabile velocità del corso, il numero senza numero delle stelle, che qui ci sembravano appena scintille, e colà son modi di luce, e niente meno che altrettanti Soli. Indi, con gli occhi pieni della grandezza de gli spazj e della mole di que’ vastissimi corpi calate lo sguardo a questo centro a vederla, (sì piccola ella compare a chi dalle stelle la mira!) sarà necessario che aguzziate lo sguardo cerviere, e bramiate che qualche Nunzio sidereo v’ajuti la vista. Quale di qua giù vi sembra la menoma delle stelle che l’occhio dubbioso non sa se la vegga o pur se pensi di vederla, tale di colasù vi si farà vedere la Terra; sì che a tal vista direte: Quella dunque laggiù, che appena scorgo, appena discerno coll’occhio, quella è la Terra? Quello è quel punto, diviso in tante Provincie, ripartito in tanti Regni, per cui avere si son trovati a sì gran copia e l’arti e l’armi per uccidere? Assedj, assalti, incendj, batterie campagne aperte, scempj delle intere Nazioni fatti in poco d’ora; che tante volte hanno sforzato a pianger vedova d’uomini la natura, ad impuzzolir l’aria al fetor de’ putrefatti uccisi, e anche ora pigri i fiumi, ora vermiglio il mare, per gran copia di cadaveri, per gran piena di sangue umano?

Udite maraviglie incredibili dell’umana forsennatezza. I vastissimi nostri desiderj si perdono in un punto. Che dissi in un punto? In una menoma particella d’un punto. Che altro farebbono le Formiche, se avesser discorso? Non ripartirebbono ancor’esse un palmo di terra in molte Provincie? Non pianterebbono i loro termini ostinati sì che non cedessero né ancor a Giove, quantumque fulminante? Non fonderebbono in un’aja un Regno in un piccol campetto un gran Monarchia? Un ruscelletto d’acqua sarebbe per esse un Nilo, una fossa la chiamerebbono un’Oceano, una piccola pietra una gran rupe, un podere non sarebbe meno d’un Mondo. Alzerebbono baluardi e cortine per mettere in fortezza gli Stati; raccorebbono esrciti alla speranza di nuove conquiste alla disputa di vecchie differenze: e si vedrebbono in due piè di terreno marciare in ordinanza a bandiere spiegate squadroni di nere Formiche; incontrarsi con ardire, urtarsi, rompersi, e andarne altre, vinta la campagna, vittoriose, altre o rendersi a patti, o fuggitive nasconderesi, o morte in battaglia rimanere allo spoglio delle nemiche. Una simil guerra fra venti mila o più Formiche, fatta per disputare le pretenzioni d’un palmo di terra, solo a ripensarlo ci muove le risa. E noi, che altro facciamo, ripartendo un punto in tanti Regni, e distruggendoci per allargarli? sieno le confini della Dacia l’Istro, della Tracia lo Strimone, della Germania il Reno. Giungano i Parti fino all’Eufrate, i Sarmati fino al Danubio. I Pirenei la Francia e la Spagna, l’Alpi l’Italia dividano. Formicarum iste discursus est in angusto laborantium.

Voi distinguete i Regni, e a sì gran lite
Segnate loro i termini e le mete,
E con ciò stolti sete;
Ché per troppo volere impoverite.
Tutto il mondo è d’ognuno; e chi ne cerca
Per sè sol’una parte,
Quel che tutto era suo divide e sparte.
Tutti gli uommini siamo una Famiglia,
Tutta dal sommo al fondo
Sol’una Casa, e nostra casa è il Mondo.

Venite a vedere di quasù la vostra terra, cercate i vostri Regni, e misurate quanto sia quello, onde prendete titolo di Grandi. Vedrete le menome vostre particelle d’un punto, se il punto intero a gran pena si vede? E questo è quel che vi fa andare sì alteri? Venga tra le stelle, non a vederle solo, ma a possederle, chi vuole il regno pari al desiderio di regnare. Né avrà con chi litigare de’ termini, posseduto ch’egli sia da molti, a niuno si toglie. Così juvat inter sidera vagantem divitum pavimenta ridere, et totam cum auro suo terram.

Qual maggior godimento, che guadagnare spiriti sì generosi, e cognizioni sì nobili? Alessandro, avvezzo alle grandi vittorie d’Asia, quando riceveva dalla Gracia avviso diqualche fatto d’armi o quache conquista (ch’era al più d’un castello o d’una piccola città), solca dire, che gli parea qua sì grandi, se si guardano fin dalle stelle! E quanto si gode sentendosi ingrandire i pensieri, e crescer l’animo fino a farsi disprezzatore di quello, che gli altri come schiavi adorano!

Ciò che il buon Seneca insegnò doversi fare, avea fatto molto prima il grande Anassagora, che vago solo di vedere il Cielo, per cui vedere egli dicea d’esser nato, lasciata la patria quasi un sepolcro d’uomini vivi, perché la terra non gli togliesse la vista del Cielo, vivea alla campagna povero e allo scoperto? Che dissi povero e allo scoperto? Più godea di vedersi sopra il capo il bel cortinaggio de’ sereni azzurri del Cielo, di trovarsi coronato d’un mondo di stelle che gli giravan d’intorno, e che il Sole gl’indorasse con la sua luce la povera vesta, e che il Cielo gli mandasse gli avvisi di tutte le sue novità, che non se avesse avuto indosso le porpore, in capo le corone, e d’intorno il vassallaggio di tutta la terra. E percioché hic cætus astrorum, quibus immensi corporis pulchritudo distinguitur, populum non convocat, lo schernivano come scimunito i Clazomenj suoi, e ‘l ributtarono come selvaggio: ma egli, a gli scherni del volgo opponendo gli onori del Cielo, tanto non curava di esser veduto, con quell’occhio cortese, con che disse Sinesio di sè stesso: Me stellæ etiam ipsæ benigne identindem despectare videntur, quem in vastissima regione solum cum scientia sui inspectorem intuentur.

Ciò che della veduta del Cielo, oggetto d’una particella delle naturali scienze, ho io detto fino ad ora, per provare che l’intendere è una certa beatitudine di sì esquisito gusto che incanta il senso e toglie i desiderj di qunt’altro è d’ordine inferiore alla mente, intender si vuole de gli altri sì numerosi, sì nobili, e sì vasti suggetti di soavissime cognizioni, di che può godere l’ingegno de’ Lettere, introdotto nel mondo (disse Pitagora riferito da Sinesio) come Spettatore in un Teatro di sempre nuove e tutte nobili maraviglie. Ita Pithagoras Samius Sapientem nihil aliud esse ait, quam corum, quæ sunt fiuntque, spectatorem. Proinde enim in Mundum ac in saerum quoddam certamen introductum esse, ut iis, quæ ibidem fiunt, spectator intersit.

Che se dal gusto dello speculare alla pratica del vivere si richiami l’uso delle Lettere, massimamente più severe e gravi, e mi si conceda (sì come l’acconsentono tutti i Savj) di chiamar con nome Savio quell’Uomo di Lettere, a cui il lungo e retto intendere abbia raffinata la mente e purgato il discorso dalla feccia di que’ bassi sensi e dalla terra vile di quegli affetti che in noi sentono del brutale, sì che, prosperevolio avversi che sieno gli avvenimenti, li pesi con le bilancie della ragione per quel che sono; a me non sarà punto difficile, conducendovi per alcuna delle più temute miserie, farvi vedere un tal’uomo si superiore ad esse, come le più alte stelle sono tanto da gli eclissi quanto dall’ombra della Terra lontane.