Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte prima/La sapienza felice

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Parte prima
LA SAPIENZA FELICE
ANCORA NELLE MISERIE
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Parte prima
LA SAPIENZA FELICE
ANCORA NELLE MISERIE
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Il Savio povero.


Povertà è un solo nome, ma non è un sol male; e chi ben s’intende di cifre, in questa sola parola sa leggere una intera Iliade di miserie. Il Poeta con titolo di turpis Egestas, la collocò insieme con gli altri mostri alle porte dell’Inferno: né fu ingiuria il farlo; conciosiecosaché ella sola basti per un’intero inferno di miserie a quelle case, delle cui porte ella prende possesso. La Fame dentro le mangia vive le viscere, la Nudità di fuori le scuopre ignominiosamente le carni. La Confusione non lascia che comparisca in publico, il Bisogno non permette che stia ritirata in segreto. Se tace per vergogna, sofferisce mille necessità; se chiede mendica, come vile non e creduta. I mali proprj tanto ella più patisce, quanto altri meno le compatisce. Ma di quanti ella ne ha, il peggiore, massimamente in uomo di genio o d’origine nobile, è l’essere disprezzevole e soggetto di risa.

Nil habet infelix paupertas durius in se,

Quam quod ridiculos homines facit.

Questa è l’ombra più nera, che le vada dietro; questa è la più pesante catena, ch’ella si strascini al piede. E quanti, anzi che comparire come alberi senza frondi deformemente ignudi, s’hanno eletto la scure, giudicando meno insofferibile la morte che l’agonia?

Or questa tormentosa e deforme carnerice (sì che se quattro dovessero essere le Furie, ella sarebbe la quarta), chi crederebbe, che quando con le Lettere e con la Sapienza si unisce, a guisa, d’una Diatessaron dissonante che congiunta alla Diapente rende soavissima armonia, amabile e oltre modo gustosa divenisse! Povertà con Sapienza (disse lo Stoico filosofante) è un complesso divino, che ha tutto, e non ha nulla; anzi solo può dare quello, senza che non si ha nulla, perché solo è ogni cosa, dico la Sapienza. E non è questa la condizione de gli Dei? Respice enim mundum. Nudos videbis Deos, omnia dantes, nihil habentes.

Che può egli voler di più nel mondo, chi, filosofando, meglio che ereditando, ha fatto suo patrimonio il mondo? Le cose, che in tanto son nostre in quanto la fortuna e ‘l caso ce le lascia, più sono d’altrui che nostre; più prestate che possedute; né ci fanno beati più di quello, che il sembiante d’uomo uomini faccia le statue. Sapere il Mondo, disse Manilio, è possederlo; sì che ad ogni Demetrio, che ci domandi quid, capta patria, superfuerit nobis, possiamo collo stesso Megarese rispondere: Nullum vidi, qui res meas auferret.

A’ Pellegrini non solo basta il poco, ma dannoso è il molto. Ad un’uomo, che non istà co’ pensieri serrati fra le pareti della sua casa, come il centro chiuso nel circolo, ma sempre con le ali della mente spiegate e rivolte colà ove lo chiama il desiderio di saper nuove cose (con che e pellegrino non solo di casa sua, ma infin di sè stesso), è forse disonore e noia mancar di quello, che, come a pellegrino, gli sarebbe così d’impedimento come di peso? Di qui formò Seneca l’Aforismo: Sivis vacare animo, aut pauper sis oportet, aut pauper similis.

Ma eccovi un’eloquente Platonico, a cui, fosse per ingiuria o per ischerno, fa opposta con una publica accusa come disonorata o colpevole la Povertà. Se tu (risponde egli all’accusatore) fossi tanto Filosofo quanto ricco, intenderesti, che io povero sono il ricco, e tu ricco se’ il povero. Namque is plurimum habet, qui minimum desiderat, habet enim quantum vult, qui vult minimum; et ideirco divitiæ non melius in fundo ci in foenore, quam in ipso hominis æstimantur animo. Nel mare di questa vita, alle tempeste e alle onde, che ci contendono il porto non contrasta chi è carico, ma chi nuota ignudo. Disprezzevole mi ti rendono questa povera tonaca che mi veste, questo rozzo bastone a cui m’appoggio? Dimmi, che avea di più Ercole flgliuol di Giove, vincitor del mondo, e Semideo? Ipse Hercules illustrator orbis, purgator ferarum, gentium domitor, is, inquam, Deus, cum terras peragraret, paulo prius quam in coelum ob virtutes adscitus, est, neque una pelle vestitior fuit, neque uno baculo comitatior. Anzi pure i primi Dei stessi, che hanno eglino nel loro regno, con che sieno ricchi? Larghe vene di metalli, onde traggano argento ed oro? oceani, ove peschino perle? conchiglie, onde spremano porpore? regni, vasalli, e popoli ligj, da cui cavin tributo? O pure, senza avere altre che sè stessi, ma di sè soli beati, e sembran poveri perché non han nulla, e sono ricchissimi perché noti han bisogno di nulla? Igitur ex nobis, cui quam mininis opus sit, is erit Deo similior.

Vada dunque per tutti i mercati e tutti i porti del mondo Socrate povero, ma Socrate letterato, e a parte a parte mirando, l’immensa copia di que’ beni, di che e le ricchezze e gli onori fan pompa, beato di ciò che sa, non curante di ciò che non ha, dica, e ‘l ripetan con lui tutti gli altri suoi pari: Quam multis ipse non egeo.

Piange a caldi occhi Alessandro in udire il Filosofo Anassagora negare, che la Natura o corno avara non volesse, o come sterile non potesse produrre altro che un Mondo, non avendo ella né misura al potere, né termine al volere, sì che ne gli spazj dell’immenso non abbia prodotti i numeri dell’infinito, e adeguato tutto l’essere a tutto il possibile, e risposto all’Idee d’innumerabili Mondi col lavorio di ciascuno. Un solo non ne possiede Alessandro di tanti che ve ne sono; e perciò egli rugghia per dolore, immanium ferarum, modo, quæ plus quam exigit fames mordent. Pure è padrone della Grecia, della Persia, dell’Indie (in unum enim regnum multa regna conjecit: ma tanto povero egli si stima, quanto è quello che gli manca; e tanto gli manca quanto desidera. Quid enim interest, quot eripuerit regna, quot dederit? quantum terrarum tributo premat? Tantum illi deest, quantum cupit. Povero dunque è Alessandro, e nelle ricchezze d’un mezzo Mondo non ha niente, perché un mezzo Mondo niente è a paragone d’infiniti Mondi ch’egli desidera. Ma in tanto Crate, uomo di Lettere, che non ha altro che sè, e un povero palio filosofico con che si cuopre più per non mostrarsi ignudo che per mostrarsi Filosofo, vive in terra come un Giove: più ricco con quel molto che non ha, che non Alessandro con quel tutto che possedeva. Flet Alexander propter infinitos Mundos ab Anaxagora auditos (disse Plutarco); cum Crates, pera et palliolo instructus, vitam, tanquam festivitatem quamdam, per jocum et risum ageret.

Vorrei sapervi aggiustatamente descrivere quel famoso Diogene, che a sè tirò non tanto per visita quanto per ammirazione Alessandro; con che cercato egli dal padrone del mondo, e non curante di lui, supra eum eminere visus est, infra quem omnia jacebant. Ne prenderò da Claudiano una simbolica imagine; ma che più vivamente lo figurerà, che se Apelle stesso lo dipingesse.

Lapis est, cognomine Magnes:

Discolor, obscurus, vilis. Non ille repexam

Cæsariem regum, non candida virginis ornat

Colla, nec insigni splendet per cingula morsu.

Sed nova si nigri videas miracula saxi,

Tunc superat pulchros cultus, et quidquid Eois

Indus fittoribus rubra scrutatur arena

L’ispida barba, l’incolta capelliera, il diforme ceffo, il cencioso vestito, le rozze e scostumate maniere, l’estrema povertà, nol facevano somigliante ad un nudo, nero, gravoso, e mal tronco pezzo di sasso? Oltre a ciò, una botte era la sua casa, anzi era per lui tutto il mondo, peroché di tutto il mondo altro non volle che quella. L’aggirava a modo suo: burlandosi delle sfere, celesti, e della ruota della Fortuna: perché né quelle co’ lor periodi, né questa co’ suoi precipizi potevano contrastare alle rivoluzioni della sua botte; né o dare i Cieli alcun bene a chi non volea nulla, o torlo la Fortuna a chi, essendo ignudo, non poteva essere spogliato di nulla. Ma in un’uomo sì mal concio e sì male allogato, onde una tanta virtù, e un sì potente, dirò così, Magnetismo, che tirar potesse a sè, egli oscuro e mendico, il più chiaro, il più dovizioso Monarca del Mondo? Gran mercè della Filosofia, che in Diogene, come un Sole coperto di nuvole o una Venere vestita da Satiro, pur traluceva di fuori, sì che poteva allettare un tanto Re, e rapirlo all’ammirazione e all’ossequio d’un cencioso mendico.

Ma mendico Diogene? Si mettano in bilancia le sue ricchezze a contrapeso di quelle del ricchissimo Alessandro. Diogene, di quanto il Macedone gli offerisce, non vuole nulla, perché di nulla non ha bisogno. Alessandro, a cui manca quello stesso ch’egli ha, perché non gli man- chi niente di quanto vorrebbe, desidera di trasformarsi in Diogene e d’esser lui. Dunque Diogene multo potentior, multo locupletior fuit omnia tunc possidente Alexandro. Plus enim erat quod hic nollet accipere, quam quod hic posset dare.

Perciò, Lettere e Povertà contenta, in chi si uniscono fanno quella felice tempera dell’aurea età, quando, lungi da ogni timore di perdere, vivea ognuno pago del suo, cioè contento di sè; e tanto ricco, quanto senza bisogno, cioè senza desiderio di ricchezze. Così Palemone e Crate, due amici, due filosofi, due mendici, erano da Arcesilao per onore chiamati Reliquie del secol d’oro; e fra le altrui ricchezze e la propria povertà vivevano come quell’amico di Seneca non tamquami contempsissent omnia, sed tamquam aliis habenda permisissent.

Non sono sì accecati dallo splendor dell’oro i ricchi, che in parte almeno non veggano il pregio di questi beni. Compaja fra molti ricchi ignoranti un povero Letterato, fra le sete i cenci, fra le porpore il ruvido panno, fra i volti coloriti e pieni la magrezza d’una faccia smunta dallo studio e impallidita su i libri. Quelli mirano sè, come Pecore coperte di lana d’oro, e ‘l Letterato come appresso gli antichi un gran Dio, scolpito in una pietra vile o improntato in creta, non però punto meno onorevole che se fosse fuso d’oro e impastato di perle.

Quella avventurosa Nave, che prima di tutte, passato il lunghissimo Stretto del Magaglianes che la conduceva, circondò tutta la terra, onde ne fu detta Vittoria, tornata in Europa, e ritirata in porto, era mirata da tutti come la seconda Argo del Mondo. Que’ fianchi ch’erano stati sodi alla batteria delle tempeste d’oceani non più penetrati, quelle vele fedeli all’incontro di stranissirni venti, quel timone, quell’albero, quelle antenne, in fine, ogni sua parte era giudicata meritevole delle più nobili stelle del Cielo; poiché avea vinto gli elementi, e fatto conquista non d’un vello, ma d’un mondo d’oro. Né l’essere in parte sfasciata, coll’albero debole, con le antenne ricommesse, co’ fianchi disarmati, con le vele squarciate, con la poppa cadente, la rendea men pregevole e men bella. Le altre navi del porto, ben corredate, la miravano con una certa maraviglia, con una certa invidia: e gli scempj, che in essa aveano fatto le tempeste e ‘l lungo viaggio, quasi cicatrici in un capitano di guerra, stimavano più onorati, che non quel bello di che esse andavano adorne. A lei chinavan le vele, abbattevano le antenne, umiliavano le bandiere: esse, piene di mercatanzie e ricche d’oro, la Vittoria vuota, sdrucita, sfasciata, quasi ancelle, adoravano come Padrona. Eccovi la condizione d’un Povero letterato in mezzo a molti Ricchi ignoranti. Invidiano essi, benché molte volte non se ne avveggano, le interne ricchezze, di che essi sono affatto mendici, e ne veggono sì dovizioso quel povero. Ullane autem tam ingentium opum, tam magnæ potentiæ voluptas, quam spectare homines veteres, et senes, et totius orbis gratia subnixos, in summa omnium rerum abundantia confitentes, id quod optimum sit, se non habere? Or sieno i Ricchi alberi con una gran selva di rami sparsi in ogni parte, belli e fronzuti: un Povero letterato è un tronco sfrondato e ignudo. Ma che?

Qualis frugifero quercus sublimis in agro

Exuvias veteres populi, sacrataque gestans

Dona ducum, nec jam validis radicibus hærens,

Pondere fixa suo est, nudosque per aera ramos

Effundens, trunco, non frondibus efficit umbam.

Sed quamvis primo nutet casura sub Euro

Tot circum silvæ firmo se robore tollant;