Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte prima/Sola tamen colitur

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Parte prima
SOLA TAMEN COLITUR
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Il Savio in bando


Quegli antichi Savj, maestri di Sapienza, che vivi la Grecia, morti hanno avuto il Mondo per uditore, ci lasciarono per infallibile aforismo: Accioché la mente impari a filosofar senza errore, esser di bisogno che il piè vada per varie terre errando. Potersi giungere alle ricchezze della Sapienza, ma non altrimenti che se si vada da molti Savj per molti luoghi accattandola da mendico. La Verità (dicevano), nata in cielo, è pellegrina in terra; né si truova altrimenti, che pellegrinando. Chi la cerca, fa come i fiumi, che tanto crescono, quanto caminano; sì che quelli, che alle lor fonti erano appena piccoli rivi, nel dilungarsi che fanno, divengono poco meno che mari. I vapori della terra prenderebbono essi mai forma di stelle, se, lasciata la patria dove erano fango, non corressero dietro al Sole, e si facessero molto più felicemente pellegrini in cielo che non erano cittadini in terra? Non sono gli uomini come i Pianeti, che abbiano maggior virtù all’ora che sono in Casa propria. Anzi avvien molte volte, che matrigna proviamo la Patria madre la terra forestiera, a guisa di certe piante, che a natio lor suolo, ove furon ntrite con velenosi umori, traportate ad estraneo clima, nel pellegrinaggio perdono la forza di nuocere, e truovano con innocenti sapori virtù di salutevole alimento. La Patria dee servire all’uomo savio come l’Orizzonte alle stelle, per nascimento, non per sepolcro; per prendere indi la prima luce e quasi l’Aurora della Sapienza, dipoi salire ad altri paesi, fino a trovare il più alto e lucido mezzodì ch’ella faccia in terra.

Così l’intendevano que’ saggi uomini; e secondo il loro intendere praticando, sembravano appunto della natura de’ Cieli, che hanno la quiete nel moto: onde con lunghissimi viaggi correvano là, dove in qualche nuova Academia di Letterati scoprivano guadagno di Sapienza. Era la vita loro, come parla Sinesio, un perpetuo andare alla caccia, ora nella Grecia, ora nell’Egitto, ora nella Persia, ora nell’Indie, dove la speranza di miglior preda invitando traeva. Così Pitagora, Socrate, Platone, Democrito, Diogene, Anassagora, e cento altri, corsero stranissimi paesi, e ne colsero il meglio: simili accerte avventurose fonti, che, ne’ pellegrinaggi che fanno per le viscere della terra, passano per mezzo a preziose vene, chi d’oro e d’argento, chi di smeraldi e di zaffiri, e ne beono e ne portan seco il più bel fiore delle loro salutevoli qualità.

Ed eccovi come il gusto delle Lettere rende non solo sofferibile, ma oltre modo soave la lontananza dalla patria; onde a chi ne sia bramoso, quando avvenga l’esilio, l’esilio non ha di pena altro che il nome. A chi non ha, ha chi non conosce altri beni che quelli che il volgo ignorante chiama grazie di Fortuna, l’uscir della Patria, non vel niego, è come da un pulcino spennato esser cacciato dal nido; che il suo uscire è cadere, il suo cadere è perire. Ma chi ha penne forti e ali maestre, muta un nido di paglie, in cui vivea sepolto, con gli ampj spazj e coll’aria aperta di tutto il cielo, e che tanto è suo, quant’è la libertà del volo che per esso lo porta.

Chi ti cavò dalla Patria? (disse a Titiro un Pastore) chi ti fece andar pellegrino, e viver forestiere in istrano paese:

Et quæ tanta fuit Romam tibi causa videndi?

Tedio di servitù, rispose Titiro, mi cacciò fuor del patrio mio nido; amore di libertà mi portò a vivere in un paese straniero:

Libertas, quæ, sera tamen respexit inertem, Candior postquam tondenti barba cadebat.

Ille (soggiunse Petrarca) in sermone pastorio, ut

libertatem inveniret, patriam se reliquisse gloriatur:

tu Philosophus defles?

Lasciate che piangan i Mori di Spagna, mentre cacciati di colà alla lor’Africa, terra degna di simili mostri, vanno non come chi muta paese, ma come chi rovina dal cielo; e voltandosi ad ogni passo in dietro, con gli occhi piangenti miran Granata, e giurano, che il paradiso sta a perpendicolo su quel regno. Linguaggio è cotesto da Sibarita, che ama la Patria come stalla, perché mena la vita come animale: o da scicchi simili a quel pazzissimo Ateniese, che diceva, la Luna d’Atene più piena di quella di Corinto. E non era la luna d’Atene più piena mail suo capo più scemo. Et hoc idem (soggiungerò con Plutarco) accidit nobis, cum, extra patriam constituti, mare, aerem, coelum dubii consideramus, quasi aliquid eis desit eorum, quibus in patria fruebamur.

Rovini la Patria di Stilpone: nelle comuni lagrime egli solo è ridente, e nella perdita universale sicuro e uscendo solo e ignudo, seco ha tutto il suo, perché seco ha sé stesso, ma sé stesso savio e letterato. diceva Antistene, etiam si omnia desint, solus suffcit, sibi. Scaccino (come dissi di sopra) i Clazomenj il grande Anassagora, e, quasi indegno del nome di cittadino, lo privino della città. Egli non più se ne duole, che se uscito fosse non della Patria ma della prigione: ed escluso da un cantone della terra, che alla sua gran mente era sì angusto, addita il cielo per patria, e mostra per sue concittadine le stelle. Dovunque egli vada, è coperto sotto il medesimo tetto del cielo; e perciò non gli pare d’aver perduto casa, ma d’aver solo mutato stanza. Quid enim referi quam diversa parte consista? Valles quidem, et lacus, et flumina, et colles alios videt. Coelum unum est. Illuc animum erigit, eo cogitationes suas ex omni mundi parte transmittit; nec aliud quam sub tecti unius amplexa, ex alio in alium thalamum transivisse cogitat. Scherniscano gli Ateniesi Antistene, perché non ha casa al mondo, ma tutto il mondo gli è una osteria. Egli si burlerà di loro: Quia quasi cochleæ sine domibus numquam sunt. Viverà alla campagna come i Semidei ne’ Campi Elisj, ne’ quali

Nulli certa domus.

Esca cacciato da Sinope Diogene; ringrazierà chi gl’intima il bando: sì come Teseo fece con Ercole suo liberatore, quando lo divelse a forza da quell’infelice sasso, in cui avea scolpita la pena,

Sedet, æternumque sedebit;

e da quell’increscevolissimo ozio, che solo bastava a fargli un grande inferno, alla primiera libertà lo rimise. L’oltraggino i maldicenti con raccordargli l’esilio. Egli risponderà: I miei Compatrioti hanno condannato me ad uscir di Sinope, ed io ho condannato essi a restarvi. Intendeva il savio uomo, che anzi sbanditi erano essi, perché cacciati da tutto il restante del mondo erano confinati fra le mura d’una città, che non egli che da una città escluso avea tutto il mondo per patria. Lungi da Sinope, la mirava come chi rotto in una improvisa tempesta di mare, e battuto dalle onde ad uno scoglio, mira da quelle cime i naufragj altrui; e chiamando avventurose le sue disavventure, non desidera l’oceano che lo scacciò: ma lo abborrisce; né invidia a chi pericola in esso, ma compatisce.

Volete una pittura, anzi solo un disegno, di mano del valentissimo Seneca, che vi rappresenti al vivo lo stato gl’impieghi, gli ordinarj trattenimenti di una gran parte de gli uomini nelle loro città?

Eccovi un mondo di gente, che, con essere di continovo affaccendata, mai non fa nulla, ed è men’oziosa mentre dorme che mentre fatica. Horum si aliquem exeuntem domo interrogaveris, quo tu? quid cogitas? respondebit tibi: Non, mehercule, scio; Si aliquos videbo, aliquid agam. Sine proposito vagantur, quærentes negozia; nec quæ destinaveruta agunt, sed in quæ incurrerunt. Osservaste mai una lunga striscia di Formiche, che per l’erta del tronco d’un’albero, l’una dietro l’altra, faticosamente caminano, fin che giunte alla cima, come se avessero toccato il cielo e salutate le stelle, smontano per altra parte, e si ritornano in terra? His plerumque similem vitam agant, quorum non immerito quis inquietam inertiam dixerit. Hi deinde domum cum supervacua redeuntes lassitudine, jurant, nescisse se ipsos quare exierint, ubi fuerint: postero die erratturi per eadem illa vestigia. Or l’esser’esule da un simil luogo, a chi ha in capo occhi di sapienza giusti stimatori del vero, può esser materia di dolore e di pianto? E non avrà anzi, a dirsi a chi vi sta dentro ciò, che Stratonico alloggiato in Serifo al suo albergatore; a cui chiedendo qual colpa ivi si punisse col bando, e intendendo che l’ingannevole contrattare avea l’esilio per pena, E perché, disse, per esser tutti cacciati di qua, non divenite tutti falsarj?

Ma quando poi nell’uscir della Patria convenisse lasciar tutti gli averi; questa, se ben disse Plutarco, ad un Filosofo noné perdita maggiore di quella che sia alle serpi lasciare alla porta della loro tana per le cui strettezze si strisciano, la vecchia pelle, fuori di cui sono e più giovani e piú spedite; almeno, in un’uomo di Lettere e minor perdita, che in verun’altro, già che mai non gli manca e patria e vivere. Impercioché, dovunque va, e ricevuto come le navi dell’Indie, che piene d’oro e di perle fanno beati que’ porti dove entrano e dan fondo.

Scipione, quell’Ercole Romano, che domò non un mostro solo, ma l’Africa madre e nutrice de’ mostri; vinto Asdrubale, ucciso Annone, preso Siface, distrutta Cartagine, soggiogata la Libia, con tanti trofei maggiore d’ogni altro, e solo pari a sè stesso, essendo divenuto il Sole dell’Imperio di Roma, da gli occhi deboli dell’Invidia cavò le lagrime; e perché era troppo riguardevole, cominciò ad essere mal veduto. Pareva a gli emuli suoi, ch’egli fosse troppo cresciuto, avendo per base della sua gloria le rovine della distrutta Cartagine. Era questa una grandezza, che faceva ombra al merito de gli altri, a cui pareva d’essere tanto più oscuri, quanto egli era più chiaro. E perché a’ fulmini delle male lingue non vi è alloro che resista, né grandezza di merito che si sottragga; finite le glorie del suo trionfo, e consagrato col titolo d’Africano, trovò in Roma mostri peggiori che non avea veduti in Africa; accusatori, e maldicenti, che, sotto la scorta di Porzio Catone, chiamandolo in giudicio, lo vollero condannare: reo di che? di quel solo, che fa dolente l’Invidia. Ma l’uomo generoso non volle far né ridere né piangere i suoi nemici. Si tolse loro da gli occhi, che stravedevano alle cose sue, ed esule volontario uscì di Roma, che in questo gli fu peggior di Cartagine; peroché da Cartagine distrutta ebbe il trionfo, da Roma conservata l’esilio. Ritirossi a Linterno, piccolo porto per una gran tempesta: e qui, cambiando professione, di guerriero divenne agricoltore, e con quella mano stessa, che nelle secche arene dell’Africa avea piantate le palme di sì gloriose vittorie, cultivava un piccolo podere; cambiata con istrana, vicenda la spada in zappa, l’ariete in aratro, i Cavalli in Buoi, le trincee in argini, le fosse in canali, il piantare squadroni in ischierare alberi, lo sbaragliare eserciti in isterpare spinai, in fine, i combattimenti in lavorio, e le vittorie in raccolta. Con tutto ciò egli non fece sì folte le siepi al suo podere, che dentro non vi penetrassero i fastidj e i torti di Roma. Non si travestì tanto alla rustica, che le cure civili non lo conoscessero per tormentarlo, il volontario bando, che contra sua voglia dall’ingrata Patria egli prese uscendo per non essere cacciato, si gli tenne contra essa in ogni tempo acceso nel cuore lo sdegno, che né anco al suo spirare si spense, anzi volle serbarne eternamente il fuoco sotto le ceneri delle sue ossa, lungi dalla sconoscente Patria sepellite.

Eccovi il vantaggio d’una gran mente sopra un gran cuore. Un’uomo d’alto sapere e d’ingegno si prode, come era Scipione di mano, abbandonata o perduta Roma, avrebbe detto come Socrate fuori d’Atene: Mihi omnis terra eadem mater, omne coeluin idem tectum, totus mundus est patria. Avrebbe creduto d’uscire della città di Romolo, ed entrare, come diceva Musonio, in quella di Giove; non fasciata d’un cerchio di mura, ma chiusa dall’ultimo convesso de’cieli, ampia sì, che vi si parla in tutte le lingue, perché tutte le nazioni d’ogni clima comprende; e tanto nobile, che i suoi Senatori sono gli Dei del cielo, e il suo popolo sono anche i Senatori della terra. Sarebbe uscito di Roma, come i piccoli ruscelletti, che dalle anguste rive, fra i cui confini s’andavano miseramente strisciando su per la terra, nell’entrar che fanno in mare (dove non si perdono, come sel crede il volgo), di ruscelli che prima erano appena aventi un sottil filo d’acqua, diventano anch’essi mare, e, stesi fin dove egli s’allarga, possono dire di toccare i termini dell’uno e dell’altro mondo. Ma virtù ci vuole d’una gran niente, che si rechi a viltà amar più la schiavitù d’un canton della terra, che la libertà de gli affetti e de’ pensieri che la fa padrona del mondo.

Chi è tale lungi dalla Patria, fa come la Luna, che quanto più si dilunga dal Sole, tanto più si riempie di luce: e vedendo gli accrescimenti e gli acquisti di nuova Sapienza che fa nell’uso domestico d’uomini maggiori di lui, non può di meno che non dica, come Alcibiade cacciato dalla Patria, e accolto da un Re forestiero con offerta di tre gran città al primo ricevimento: Perieramus, nisi periissemus.

Oh quanto è obligata la Sapienza a’ volontarj e a gli sforzati esilj! Pallade ha fatti con ciò altri acquisti, che non già quando su la nave de gli Argonauti andò alla conquista del Vello d’oro. Prima che fosse in uso l’arte del navigare, era mezzo sconosciuto, mezzo incolto, e tutto barbaro il Mondo.

Sua quisque piger littora norat; Patrioque senex factus in arvo, Parvo dives, nisi quas tulerat Natale solum, non norat opes


Chi aveva o chi sapeva quanto é e quanto ha tutto il mondo? Ozioso era il mare, inutili i venti; il cielo, appena v’era chi lo mirasse, non v’era già chi di lui si servisse.

Nondum quisquam sidera norat, Stellisque, quibus pingitur æther, Non erat usus.


Ora tutto il mondo è fatto un sol regno, dove prima ogni regno pareva un mondo. Ogni paese, né privo dell’altrui, né avaro del suo, mentre permuta in ciò che gli manca quello di che abbonda, fa tutta la terra un sol corpo, che con una parte sua all’altra bisognosa prontamente soccorre. Oggi un sol tetto è il Cielo, e tutti gli, uomini come d’una medesima casa si conoscono; e possono ben cantarsi, con più verità che da lui non furono detti, i versi di Manilio:

Jam nusquam Natura latet; pervidimus omnem, Et capto potimur mundo; nostrunique parentem Pars sua conspicimus.


Che avrebbono avuto i Ginnosofisti, i Greci, i Caldei, se contenti di quel solo che appresso loro nasceva, non fossero usciti della Patria a cercare, come Ulisse ne’ suoi fortunati errori, da altrui la Sapienza che loro mancava? Quanto è migliore un’occhio veggente che un cieco, disse Filone Alessandrino tanto più vale un’uomo cui brama di sapere condusse pellegrino ed esule volontario per molte terre, che non chi, a guisa d’un tronco, dove spuntò col primo germoglio nascendo, ivi gittò le radici, ivi visse, ivi finalmente marcì.