Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/22

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Parte seconda
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Che Cargomento dee scegliersi pari all’ ingegno di chi lo tratta.


La prima e più d’ ogni altra importante fatica è l’ invenzione dell’ Argomento: di che eccovi la prima legge d’ Orazio, dove avvisa, che se siete un Pigmeo, non avete a volervi caricar le spalle d’ un Mondo, come se foste un’ Atlante.

Versate diu quid ferre recusent,

Quid valeant humeri.

Se avete un’ ingegno di punta debile e stemprata, non dovete, prendere a lavorare porfidi, serpentini, marmi molto più duri del vostro scarpello. Misurate la vela col vento, e ‘l timone colle onde; e se voi siete un piccol burchiello, non la vogliate far da gran nave. Il vostro mare Oceano sarà un lago; le vostre Indie un’ isoletta lontana mezza giornata: Altum alii teneant.

Che fareste, se pescando a minuto piccoli pesciolini, vi vedeste venir nella rete un gran Tonno, e farsi vostro prigione? V’ incanterebbe egli tanto l’ avidità della preda, che vi togliesse di mente la debolezza della rete? Voi avreste timore di prendere quello, che, per altro desiderereste d’ avere; sapendo, che non più sono abili alla pesca di quelle bestie sì grandi reti tessute di fila sottili, di quello che sieno le tele de’ Ragni alla caccia de’ Calabroni.

Oh quanti fanno come quell’ Icaro delle favole, che non fu né buon’ uccello in aria né buon pesce in acqua, già che precipitò volando e annegò notando! il misero padre, vedendolo andare oltre i confini che gli prescrisse quando gli attaccò l’ ali alle spalle, lo seguiva da lungi, e gridava,

Sconsigliato fanciul sciocca farfalla,

Già del foco vicin tocchi la sfera;

Né ti sovvien, che debili alla spalla

Porti dentro le fiamme ali di cera?

Icaro, oimè! tropp alto, Icaro, salì;

ferma, Icaro, il volo, e bassa l’ ali.

Ma che pro? se prevalse il gusto al pericolo, e l’occhio all’orecchio;

Coelique cupidine tactus,

Atius egit iter:

fin tanto, che, strutta la cera e spennate a poco a poco l’ ali, cadde dal cielo nel mare, e vi morì. Così va chi lascia il volo al desiderio, e non misura l’ altezza del corso che prende con la forza dell’ ali che il portano.

Alcuni argomenti vi sono, che pajono avere l’ ambizione del grande Alessandro, che non voleva che del suo volto uscisse pittura, statua, o impronta, che non venisse, da pennelli d’ Apelle, da gli scarpelli di Fidia, e dalle forme di Lisippo. Anch’ essi sdegnano il lavorio d’ ogni altro stile, che d’ oro non sia: soli fra tutti gl’ ingegni ammettono i più sublimi, come di tutta la terra Giove sole per sé prendeva le punte de’ monti; per questa ragione, che al più alto di tutti i Dei la più alta parte della terra si dedichi.

Pertanto, degli argomenti molto acconciamente può dirsi ciò che della Fortuna dicevano i Savj antichi, che, a guisa delle vesti, non l’ ha migliore chi l’ha maggiore, ma chi l’ ha più adatta e meglio acconcia al suo dosso. Pireico Pittore altro per ordinario non dipingeva che Stalle e Giumenti; Serapione non altro, che Cieli e Dei. Ma i Cieli di Serapione avevano della stalla, e i Dei del giumento; sì come all’ incontro le Stalle di Pireico erano cosa celeste, e i Giumenti nell’ eccellenza dell’ arte aveano del divino. Non è la materia, ma il lavorio quello, che dà all’ artefice i nome e all’ opera il prezzo. Se a voi è toccata una penna come il pennello di Pircico che intorno ad ordinarie materie possa con l’ ode non ordinaria impiegarsi; non vogliate essere un Serapione, che, vago di più alti suggetti, faccia il bello deforme, dove potea fare il deforme bellissimo.

Ha mai veduto il Mondo più ammirabile lavorio della sfera di quel divino artefice Archimede? che facendo quasi un compendio del Mondo, con istrignere l’ ampio, con inpiccolire il grande, con ritardare il veloce, con abbassare il sublime fra le angustie d’ un globo, seppe comprenderlo senza confonderlo: e dando la libertà a’ pianeti, l’ ordine alle stelle, la varietà a’ moti, la proporzione a gli spazi, sì aggiustatamente il tutto dispose, che se mai si fossero sconcertati i periodi del Cielo grande, s’ avrebbero potuto correggere con que’ del piccolo d’ Archimede. Ma un sì nobile lavorio, per cui vile materia sarebbero stati i zaffiri e i diamanti, non si formò egli di vetro? Con la fragilità d’ un vetro manchevole egli imitò l’ eternità dell’ incorruttibile sustanza de’ Cieli: né scemò di pregio l’ opera per essere la materia si poco pregevole. Quel gran cristallo di rocca, di cui il Mercatore formò all’ Imperadore Carlo quinto un globo celeste, incassando dentro cerchietti d’ oro finissimi diamanti in vece di stelle, e facendolo con quest’ arte, come quell’ altro la sua Elena, se non bella, almeno ricca, appena ha trovato memoria non che lode nel mondo. Tanto più vili del vetro d’ Archimede furono i diamanti del Mercatore, quanto fu in esso più ingegnosa l’ arte e più maestevole il lavorio.

Anzi la più bella parte d’ un discorso è la bellezza del l’ argomento: e chi lavora di cervello sa per pruova, che il suggetto ingegnoso aguzza mirabilmente l’ ingegno, e are quasi che la materia nobile somministri da sé pensieri degni di sé, ambiziosa d’ esser nobilmente trattata. Crescit enim (disse Materno nel dialogo di Tacito, o più tosto di Quintiliano) cum amplitudine rerum vis ingenii; Nec quisquam claram et illustrem orationem efficere potest nisi qui causam parem invenit. E a dir vero, su una rozza e grossa tela d’ ispido canavaccio troppo male s’ adattan ricami gentili di seta; e le perle e gli ori si sdegnano tanti movimenti di comparire su un fondo sì vile.

All’incontro, quanto rigogliose vanno, disse un Poeta, e quanto superbe l’ acque, del Pattolo e del Tago, Perché corrono sopra arene d’ oro ditano Acque non sembrano, ma diamanti; non dovendosi a un fondo sì nobile, licore men prezioso.

Prenda dunque, chi può degnamente trattarle, materie di sublime argomento, se vuol che ne segnano parti, di nobili componimenti: altrimenti gli avverrà come a quell’ Archidamo Re degli Spartani, che presa per donna una femina di statura oltre misura piccola, ne fu castigato, da gli Efori, tamquam non Reges, sed Regunculos, procreaturus.