Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/Avarizia

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Parte seconda
AVARIZIA
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Che reo dell’ Ignoranza di molti è chi può giovare a molti con le stampe, e lo trascura.


Uomo non v’ è, per cui mantenere più mal volentieri si affatichi il Mondo e s’ adoperi la Natura, quanto chi, non curante d’ altrui, vuole vivere per sé solo. Questi anche nella sua patria è pellegrino, e in mezzo a’ popoli solitario; ha sembiante d’ uomo, ma è una fiera fra gli uomini, che così non meritava di nascere d’ altrui, come non cura di vivere che per sé stesso.

Fra costoro non vi sia dubbio, se annoverar si debbano certi avarissimi ingegni, che i talenti d’ oro delle scienze e dell’ arti, di che son doviziosi, vogliono che seco si sotterrino nel sepolcro, prima di lasciarne utile a’ posteri con le stampe.

Che se per farlo altro stimolo non vi fosse che la gran mercede di quell’ onorata memoria, con che dopo morte immortalmente si vive:

An erit qui velle recuset

Os Populi meruisse, et cedro digna locutus,

Linquere nec scombros metuentia carmina nec thus?

Ma non v’ è questo solo allettamento che possa, v’ è ragione più forte che debba persuadere il farlo: e questa è il publico interesse, che trascurar non si può con iscusa d’ essere poco curante del proprio. Tanto più, che la Sapienza non si riceve dal Cielo, come dono che possa perdersi in noi, ma come prestanza, Perché a’ successori si renda. Sì che il farlo non tanto è Liberalità, quanto in certo modo Giustizia. Si riceve come il lume dal Sole nell’ aria, Perché si trasfonda alla terra, e non si ritenga invisibile ad altrui e poco utile a noi.

Dunque nel corso di tanti secoli avranno i nostri antenati, solitarj, pallidi, smunti, vegliate le lughe notti, e consumate non tanto l’ ore del giorno quanto i giorni della lor vita, per cavarsi a colpi d’ ostinatissimi studj dalle ricche miniere de’ loro ingegni vene d’ oro di nuove verità, e nuovi conoscimenti; e isponendole liberalmente, avranno fatto publica eredità il privato lor patrimonio, Perché noi, ingrati a gli avoli, invidiosi de’ nepoti, e il loro e il nostro avaramente sepelliamo?

Chi si inette in mezzo fra i nostri maggiori e quei che verran dietro, e mira l’esempio di quelli e ‘l bisogno di questi, non veggo come possa aver cuore per nega a quelli l’ imitazione o a questi l’ ajuto. Che se il solo mie le morte imagini di coloro, che ne’ publici maneggi di pace o di guerra acquistarono nome di grandi, non può di meno che non ci punga il cuore e non c’ invogli il desiderj di somiglianti imprese; in vedere ne’ libri espresse al naturale le vive e spiranti imagini dell’ ingegno di quell’ anime grandi che ivi a pro del mondo ancor vivon, ancor parlano, ancor’ insegnano, può chi è rozzo non invogliarsi d’ intendere, e chi sa non vergognarsi di tenere avaramento nascoso ciò, che altri solo per commun giovamento raccolse? Sume in manus indicem Philosophorum (dice il Morale). Hæc ipsa res expergisci te coget. Si videris quam multi tibi laboraverint concupisces et ipse ex illis unus esse.

Pur’ è, disse Filone, la Sapienza un Sole, a cui non può torsi lo splendore senza distruggerla. E l’ anime di più alto intendimento, molti Platonici le formarono. Simbole di natura col fuoco, cujus unius ratia foecunda; seque ipse parit, et minimis crescit scintillis.

Che se a persuaderci non basta l’ esempio de’ maggiori, si miri il bisogno de’ posteri; a’ quali è doppia crudeltà negare ciò, che noi daremmo guadagno, ed essi riceverebbon con utile. Togliete dal mondo questa inviolabil legge, che non si truova scritta ne’ marmi, ma si porta stampata nel cuore, di fare che, come il nostro amore, così i nostri beni discendano a’ posteri; non avete con ciò, senon distrutto il mondo, fattolo barbaro e selvaggio? Che se avventurosi ci pajon coloro, che a’ posteri di lor sangue tramandano copiose rendite annovali, e stabiliscono con le ricchezze che lasciano una felice fortuna al casato; qual più preziosa e più stabile eredità può lasciarsi, che le dovizie della mente e i talenti d’ oro del proprio ingegno? Rendite sono coteste, che né sceman coll’ uso, né si consuman col tempo, né con le publiche o private rovine finiscono. Sempre vive, sempre intere, e sempre col primo prezzo in colmo, ugualmente giovevoli. E di qui trasse il secondo Plinio quel gagliardo motivo, con che persuase ad un’ amico a lasciar per publico giovamento qualche frutto de’ suoi lunghi e faticosi studj. Effinge aliquid et excude, quod sit perpetuo tuum. Nam reliqua rerum tua- rum post te alium atque alium dominum sortientur. Hoc numquam tuum desinet esse, si semel coeperit .

Ma eccovi ciò, che questi sordidissimi avari sanno dire per lor difesa. lo non son debitore a veruno di quello che è mio. Fatichino gli altri come me, troveranno da sé ciò, che viltà è mendicare da altrui. Questa è pietà, non rigore; amore delle Lettere, non odio de’ Letterati: conciosiecosaché infingardi s’ allevino gl’ ingegni, quando truovano in altrui ciò, che trar dovrebbero da sé stessi. La necessità rende ingegnoso, e fa, che chi sarebbe sempre scolare studiando l’ altrui, diventi maestro inventando di proprio. Così si fanno gli Achilli, dando loro intere le ossa de’ Lioni, Perché se le spezzino, e ne mangino le midolle: così bravi notatori, abbandonandoli ove più rapida è la corrente, Perché non tanto l’ arte, quanto la necessità insegni loro ad uscirne.

Or non s’ avveggon costoro, che, quando ciò sia, le Lettere staranno sempre su ‘l cominciare? Se chi spese molti anni cercando, non insegna a veruno ciò che trovò; chi viene dopo lui, quando anche sia ugualmente sollecitò in cercare, ugualmente felice in trovare, non saprà nulla di più: e quando faranno accrescimento di Lettere? Anzi il sapere ciò che altri trovò, fa trovare ciò che altri non seppe. Servono a noi di principi quelle, che ad altrui furono conseguenze; e di lì cominciamo noi a cercare, dov’ essi cercando finirono. La Sapienza, disse Agostino, si dà non per ischiava, ma per isposa; e vuole da noi successione e figliuoli: Hoc est, ingenii fructus, et quosdam mentis partus, quos non tam libros, quam liberos dicimus. E quando ella ciò non impetri, piange, non dirò come colei che diceva: Saltem mihi parvulus aula Luderet, Æneas, ma come, l’ innocente figliuola di Jefte, che piangeva più la verginità che la morte; essendo vera e sola morte, morire senza lasciare posterità in cui si viva. Che se una colpevole sconciatura fa omicida la madre, et quæ originem futuri hominis extinguunt (disse Minuzio), parricidium faciunt antequam pariant; uccidere in seno alla Sapienza ciò ch’ella quasi gravida de’ nostri pensieri concepì, uccidederlo Perché non nasca, non é parricidio? Non e homicidii festinatio prohibere nasci?

Altri vi sono, che si difendon con gli anni e si scusano con la vecchiaja; che, potendo a grande stento viver per sé, come possono faticar per altrui? A chi ha girato assai, crudeltà è il negare che raccolga l’ ali nel nido, e ammaini le vele nel porto. Altri tempi, altre cure. Gli occhi inclinati al sonno della morte, più che alle veglie degli studj, non possono fare altrui, senza pericolo d’ errori e d’ inciampi, la scorta.

Ma, s’ io mal non intendo, queste non sono parole di chi voglia vivere i pochi anni che gli restano, ma di chi vuol morire alcuni anni prima che gli venga la morte: e morire chiamo io il non far’ altro che vivere. Gli studj dell’ ultima sua vecchiezza riuscivano a M. Varrone tanto più dolci, quanto egli era più vicino a morire: Perché , non conoscendo altro vivere più da uomo che intendere, così allungava la vita come lo studio; e diceva a sé stesso: Dum hæc musinamur, pluribus horis vivimus. Anzi Seneca, quel nobile ingegno, prendendo dalla vecchiaja stimoli per affaticarsi, onde altri cerca titolo di riposo, su gli ultimi anni della non intera sua vita s’ applicò a rinvenire gli occulti segreti della naturale Filosofia; e con ciò, quasi maggior di sé stesso, diceva col suo Poeta,

Tollimus ingentes animos, et grandia parvo

Tempore molimur.

Indi, quasi spronandosi il fianco, e stimolando la pigrizia, della fredda età, Festinemus, diceva; et opus, ne- scio an superabile, magnum certe, sino ætatis excusatione tractemus.

Chi vide mai, dice Plutarco, le Api per vecchiaja anneghittite, starsi infingarde e oziose co’ fuchi, e non volare a’ fiori, e non raccorre il mele; ciò che giovinette facevano? Toglietemi il potere scrivere, diceva Gellio e, m’ avete tolta la vita. Tanto solo dimando di viver per me, quanto posso servire ad altrui. Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc facultatem scribendi commetandique idoneus.

Sia dunque il ripartimento della vita di chi fa professione di Lettere, qual’ era quello delle antiche Vestali di Roma, che in tre aggiustatissime parti si divideva. Nella prima, imparavano le cerimonie e i riti, Scolari delle Maggiori: nella seconda, le praticavano Compagne delle Mezzane: nell’ ultima le insegnavano, Maestre delle Minori. Così le foglie servieno a’ fiori; e i fiori cadendo, con un felicissimo fine si legavano in frutti.