Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/Dapocaggine

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Parte seconda
DAPOCAGGINE
13

../12 ../Imprudenza IncludiIntestazione 10 febbraio 2009 50% Da definire

Parte seconda - 12 Parte seconda - Imprudenza


Inganno di chi pretencle studiar poco, e saper molto.


Noi è d’ Ippocrate solo, non d’Aristotile e di Teofrasto, ma di tutte le lingue del mondo, publica voce e concorde querela, essere il Cielo con noi avarissimo di quel tempo, di che a’ Corvi, a’ Cipressi, a’ macigni è stato sì prodigo. Toccarci per arti troppo lunghe e troppo difficili vita troppo brieve, per immensi viaggi scarsissimo viatico. Si sono smarrite quelle tempre d’ acciajo che rassodavano, quegli Elixir vitæ che vivi imbalsamavano gli uomini; sì che vedendosi da presso i mille anni, si risolvevano d’ uscire del mondo più per esser sazj di tanto vivere, che per avere obligo di morire. Noi, come fiori, che jeri nacquero, oggi son vecchi, e dimani cadaveri, abbiamo sì corta la vita, come se per altro non nascessimo che, per morire. Quella che negli antichi era fanciullezza, in noi decrepita, le loro decime sono nostre eccessive ricchezze, i loro avanzi nostri tesori; sì che della canutezza disse con ogni verità e ingegnosamente l’ Alessandrino, e Tertulliano: Hæc est æternitas nostra.

Se il conoscere a questo modo, che brevissima è la vita, ci persuadesse a spenderla come brevissima; sarebbe grazia quella, che pena ci pare. Intollerabile cosa è dolersi, che il Cielo sia con noi avaro di tempo, e buttarlo noi stoltamente da prodighi; usando la vita, come s’ ella si misurasse col lungo passo di molti secoli, non col brieve palmo di pochi anni. Chi v’ è, che col Principe della medicina non gridi, Ars longa vita brevis? ma intanto, chi v’ é, che solleciti per giunger presto, dove anche da’ più solleciti solo tardi s’ arriva? Ad Sapientiam quis accedit P Quis dignam judicat, nisi quam i. n transi. tu. noverit? Quig Philosophiam aut ullum liberale respicit studium, nisi cum ludi intercalantur cum aliquis pluvius intervenit dies, quem perdere licet?

A gran consiglio la Natura ha posto in mezzo al Mondo, quasi nel centro d’ un’ immenso teatro, l’uomo: Procerum animal (disse Cassiodoro), et in effigiem pulcherrimæ speculationis erectum; perché ivi fosse non ozioso abitatore, ma spettatore curioso di questo suo impareggiabile lavorio, in tanta unione sì vario, in tanta varietà sì unito, con più miracoli che l’ adornano, che parti che lo compongono. Benché, a chi ben dritto mira, non è stato disegno della Natura porci in mezzo al Mondo tanto come in un teatro perché s’ ammiri, quanto come in una scuola perché s’ impari. Perciò ella ci ha acceso nel cuore un’ inestinguibile brama di sapere; e aprendoci inanzi a gli occhi tanti volumi quante nature comprendono il cielo e gli elementi, col mostrarci in essi palesi effetti, c’ invita a rintracciare occulte cagioni. Qual gagliardia, qual forza d’ Intelligenza assistente, o pur d’ intrinseca forma, è quella, che la gran mole de’ cieli con infaticabile movimento raggira? Sono le sfere de’ Pianeti molti cieli, che, raccolti nel concavo seno l’ uno dell’ altro, vicendevolmente s’ abbracciano; o serve a tutta quella, gran famiglia di stelle un sol cielo per casa? Di qual sustanza composto? corruttibile, o intimortale? liquida come aria, o rassodata e dura come diamante? Onde le macchie, onde le facelle intorno al Sole? onde l’ oscurità in faccia alla Luna? A qual fuoco s’ accendono e di qual materia si compongono le comete, e le nuove stelle, che d’ improviso compajono? Sono nel cielo forestiere, o cittadine? naturali di quel paese, o salitevi, di quagiù? Gli sregolatti errori de’ pianeti come posson ridursi a regola senza errore? Come sapersi, come predirsi gli eclissi? Quanta è la profondità de’ cieli? Quanto il numero delle stelle? Quanta la velocità de’ lor moti? Quanta la mole de’ loro corpi? I venti onde prendono l’ ali al volo, gli spazj al corso, la forza al contrasto, le qualità all’ operazioni, e le stabili misure del tempo per nascere, per durare per isvanire? Chi sospese tiene in aria quantunque gravose le nuvole? Come se ne spremono a stilla a stilla le pioggie,? Come dal loro ventre gravido d’ acqua, si partoriscono i fulmini che son fuoco? Chi le quaglia in nevi? Chi in grandine le rassoda? Con quali conchiglie d’ oltremare dipingono l’ Iridi, con sempre un’ ordine di colori e una misura di diametro? Onde poi la salita delle fontane su le più erte cime de’ monti? Onde ne’ monti d’ una stessa terra, marmi di misto sì varj, metalli di tempra si differenti? Chi dà al mare i periodi del flusso e riflusso? Chi a’ fiumi l’ acque onde hanno sempre piene, benché si vuotino sempre, le rive? La tessitura de’ fiori e dell’ erbe; il lavorio de’ corpi sì vari negli animali, negli uccelli, ne’ pesci; le tempre de’ misti, l’ armonia delle communi e delle occulte qualità: in fine, ciò ch’ è, ciò che si fa, qual’ essere ha egli, e come si produce?

Saper tutto questo, a paragone di quello che potrebbe sapersi, è saper nulla. E pure chi v’ è, che questo nulla lo sappia tutto? Dunque v’ è tanto da sapere, e v’ è sì poco tempo di vita per impararlo; e vorrem noi, che gli avanzi soli, i soli minuzzoli di qualche ora ci bastino per istudio? Eccovi, quanto v’ ho detto, espresso con alcune particelle dell’ ultimo capo di quel prezioso libricciuolo di Seneca, de Otio Sapientis: Curiosum nobis Natura ingenium dedit; et artis sibi ac pulchritudinis suæ conscia, spectatores nos tantis rerum spectaculis genuit perditura fructum sui, si tam magna, tam clara, tam subtiliter ducta, tam nitida, et non uno genere formosa, solitudini ostenderet. Ut scias illam spectari voluisse, non tantum aspici; vide quem nobis locum dedit. Ad hæc quærenda natus, æstima quam non multum acceperis temporis, etiam si illud totum tibi vindices, Licet nihil facititate eripi, nihil negligentia patiatur excidere; tamen homo, ad immortalium cognitionem, nimis mortalis est.

Ciò intendendo que’ savj. Maestri del Mondo che ci hanno lasciate eterne chi le memorie e chi le fatiche de’ loro ingegni, come faremmo noi i piccoli diamanti, così essi preziosi, stimavano i minuzzoli di quel tempo, di cui solo lodevole cosa è essere avaro. Era miracolo vederli in publico; e rassomigliavauo, come nell’amore della Sapienza così anche in questo, Mercurio Pianeta vicinissimo al Sole, e che perciò a gran fatica si vede; quasi che non curi occhio terreno chi sta sempre inanzi a gli occhi del Sole, ed è mirato da lui con inutile sguardo ma con larga communicazione di luce. Nella perpetuità dello studio, erano quali nella caccia sono i Falconi del più alto Settentrione, che quanto hanno l’ ore del giorno più brievi, mentre il Sole s’ accosta al Capricorno, tanto più sono solleciti in cercare, tanto più rapidi in seguire, tanto più animosi in assaltare e vincer la preda. Né si vergognavano, uomini di pelo e di pensieri ugualmente canuti, fermarsi per le publiche vie, dovunque trovavano materia di nuove cognizioni: e come Diogene a chi lo riprese perché mangiava in piazza, Cum in foro esuriam, disse, quare in foro non edam? così ad essi, il non aver cognizione di qualche oggetto era scusa bastevole a prenderla dovunque loro si offerisse. Ciò poi, che per legge di natura si dee dare al corpo per vivere, per vivere da essi si dava, non per dilettarsi; e molte volte avveniva, che o con libero rifiuto in parte se ne privavano, o immersi ne’ profondi pensieri de’ loro studj l’ obliavano per qualche tempo. Così Carneade dimenticatosi d’ esser’ uomo, mentr’ era tutto mente e tutto pensieri, sazio del soavissimo nettare di quelle nobili cognizioni di che pasceva l’ ingegno, lasciava morire di fame il corpo, se altri a forza non glielo, ravvivava col cibo. Così Archimede, sembrava sempre fuori di sé, mentre più che mai era tutto in sé; onde abstractus a tabula, a famulis (disse Plutarco), spoliatus, unctus, super ipsa pelle sua mathematica schemata exarabat. Così, per lasciarne cento altri, Demostene, conoscendosi debitore al suo nobile ingegno d’ una non ordinaria riuscita, si prese la casa per prigione, e, radendosi il capo, s’ obligò a non uscire in publico, fin che non si vedeva e in capo i lunghi capelli e nella mente i savj pensieri che gli mancavano. Noi, che dovremmo essere tanto più studiosi di questi quanto a paragon loro siamo più corti d’ingegno, ci penseremo di fare non che assai ma troppo più del dovere, se, ritogliendo alle dolcezze del sonno, alle occupazioni de’ negozj, a gl’ inviti delle commodità una e quando più due ore al giorno, le daremo a gli studj? A sì poco studio una vita di Noè ci vorrebbe: Parvis nutrimentis quamquam a morte defendimur, nihil tamen ad robustam valetudinem promovemur. Le stille d’ acqua continuamente cadendo diventano scarpelli e cavano i marmi, è vero: ma perché essi son marmi ed esse stille d’acqua, vi bisognan cento anni prima che s’ affondino un dito.

Udiste mai un certo Parasito, in un’antica Comedia (sia d’ Aquilio o di Plauto, ciò niente rilieva) intitolata Boeotia, lamentarsi di colui, che, a troppo gran danno dell’altrui gola ingegnoso, avea trovata l’arte di fabricare gli orivoli a Sole, che, divenuti la misura dell’ ore e del tempo, regolavano le publiche e le private azioni; onde non si mangiava oramai più quando s’aveva fame, ma quando piaceva all’ orivolo? Eccovene alcuni versi riferiti da Gellio.

Ut illum Dii male perdant, primus qui horas reperit,

Quique adeo primus statuit hoc Solarium,

Qui mihi comminuit misero articulatim diem,

Nam, me puero, uterus hic erat Solarium,

Multo omnium istorum optimum et verissimum;

Ubi isto monebat esse, nisi cum nihil erat:

Nunc, etiam non est quod est, nisi Soli lubet.

Itaque jam oppletum est oppidum Solariis,

Major pars populi aridi reptant fame.

Una così gran voglia dovreste appunto aver voi ancora di pascer la mente col soavissimo mele della sapienza, che le ore del sonno vi paressero secoli, e le azioni pur necessarie al mantenimento della vita tormenti. Così quel Demostene, di cui poco sopra vi dissi, ne avea sì gran fame, che per pascer la mente facea digiunar gli occhi dal sonno e la gola dal cibo; onde Plus olei quam vini expendisse dicitur, et omnes artifices nocturnis semper vigilis prævenisse.

E questa a voi ancora de’ esser legge, di non dare a quell’ avarissimo Publicano (così chiamava Clemente Alessandrino il sonno) la metà di vostra vita per gabella. A’ Sibariti, uomini animali, si dà licenza, che dalla loro città scaccino con publico editto tutti i Galli, perché cantando non rompano loro il filo del sonno nelle ore più dolci: voi, che avete a servirvi del letto non per sepellirvici dentro ma per posarvici sopra, abbiate come Pitagora un Gallo fedele, che su l’ aurora vi svegli, e vi richiami dalle piume alla penna, da’ sogni della fantasia alle contemplazioni della mente.

Non avverrà a voi ciò, che a quell’ avventuroso guerriero Timoteo, a cui la Fortuna con una gran rete pescava città, castella, provincie, e gliele gittava in seno; mentre intanto egli stava saporitamente dormendo. Nelle Lettere non pesca chi dorme; perché la Sapienza non é dono di Fortuna, ma frutto d’ industria. Imaginatevi, che Cassiodoro dica a voi solo ciò con che avvisava certi altri del debito di loro ufficio: vigila impiger cum nocturnis avibus, nox tibi pandat aspectus; et sicut illæ reperiunt in obscuris cibum, ita tu possis invenire præconium.

Queste sono le ore più preziose del giorno; o sia, come insegna Ficino, privilegio di particolari influssi del cielo; o perché i pensieri suggellati nel più bel fior degli spiriti, la cui parte fecciosa e grossa s’ è o separata o digerita col sonnio, si presentano, senza appannarla, allo specchio della mente, e in essa limpidissimi veggono i riflessi di quelle prime Idee che sono forme del vero. Comunque ciò sia, la sperienza di chi lo pratica insegna, che l’ aurora è madre del mele, e che allora cascano così le perle su le carte di chi compone, come le rugiade si stillano nelle conchiglie.

A chi dorme in questo modo, il sonno riesce non solo quale lo chiamò Tertulliano, recreatorem corporum, redintegratorem virium, probatorem valetudinum, pacatorem operum, medicum laborum; cui legitime fovendo dies cedit, nox legem facit, auferens rerum etiam, colorem; ma, com’ egli, per altro, soggiunse, Maestro di resurrezione per più beato uso di vivere.

Una voce d’ Angiolo in bocca d’ una bestia, è quel bellissimo detto d’ Apollonio Tianeo; qui ajebat (riferisce Filostrato), oportere recte philosophantes adveniente aurora cum Deo versari, procedente die dè Deo loqui reliquum tempus humanis rebus et sermonibus dare. Per gli usi della mente, in qualunque materia ella s’ adoperi, non v’ è tempo migliore che il primo, spuntar dell’ aurora; in cui pare, che per un certo occulto consenso così nasca la luce a gl’ingegni, come il giorno risuscita al mondo. Dunque: Beati qui seipsos assimilant Angelis, ita vigilando.

E questo non ha ad essere sforzo di pochi giorni, ma legge ordinaria di nostra vita, che nel ripartimento delle ore del giorno, dia e le prime e le più, per ordinario, allo studio. Almeno dovremmo poter dire come Apelle, quel gran maestro dell’ antica pittura, non esserci passato né pure un giorno, in cui non abbiamo, se non disegnato interamente un volto, certo tirata almeno una lirica. Il lume e la fiamma mentr’ è viva e accesa, si conserva con poco; ma se si lascia spegnere e morire, molto ci vuole per riaccenderla. Non siamo come il Nilo, il Negro, e certi altri fiumi, che, prima di giungere al mare, tante volte si seppelliscon sotterra e tante risorgono. Si perdono per occulte vie o più tosto voragini, indi sboccando di nuovo si truovano. Hanno cento capi, nascono cento volte, e sono sempre dessi, e nol sono mai. Interromper gli studj con certe lunghe pause, fatte più per incostanza di genio che per necessità di grandi affari, questo è un cominciar molto, un seguitar poco, e un non finir mai.