Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/Imprudenza

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Parte seconda
IMPRUDENZA
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L’ inutile sforzo di chi studia contra l’inclinazion del suo Genio.


Per mettersi felicemente in viaggio nelle scienze, nell’ arti, in ogni professione di Lettere, è sì necessario il consigliarsi col proprio Genio e dalla sua inclinazione prender l’indirizzo, come a chi, si mette in mare osservare il vento che spira, per acconciare secondo esso la vela e torcere il timone. La natura è come i pianeti, che dove caminan retrogradi, fanno poco viaggio. Da lei non cava più chi più la preme e sforza, ma chi più l’indovina e seconda; onde quella, che, liberamente operando in ogni quantunque malagevole impresa, non meno facilmente che felicemente riesce (come alle Sirene del cielo girare le grandi loro sfere solo col canto) se violenza le si usi, non che non le cresce la virtù con la forza, ma più tosto perde il potere ciò che prima poteva, come acqua che per freddo congela; e se prima movevole era, spenta in lei ogni forza, sta immobile e quasi morta.

Chi nelle fatiche dell’ ingegno ha a contrastare non tanto con le difficultà che nell’ acquisto delle scienze s’ incontrano, quanto col proprio suo genio e con quella che il Maestro dell’arte chiamò invita Minerva, a guisa di chi nuota contr’ acqua dove più precipita la corrente, assai fatica, e poco avanza; fin tanto, che vincendo il tedio, e mancando col poco potere tutto il volere, si pruova in fatti la verità di quel naturalissimo assioma: che durevole non è ciò ch’ è violento.

Con questo si fa manifesto l’errore di chi s’ applica alle Lettere, e fra esse o alle speculative o alle pratiche o alle miste, dove l’inclinazione, dove il genio, dove la natura non lo porta: che altro non è, che volere che i fiumi, tolti dalla corrente, s’aggrappino a forza sul dosso de’ monti, e vi sagliano alle cime.

I savj Ateniesi stimavano principio di non saper mai nulla, il non saper da principio applicarsi a quello per cui la natura ci fece. Quindi è, che prima d’applicare i loro figliuoli, curiosamente spiavano la loro inclinazione; di cui interpreti, per ordinario veritieri, sono i desiderj: e ciò facevano proponendo loro gli strumenti di tutte l’ arti; ut qua quisque delectabatur (disse Nazianzeno) et ad quam sponte currebat, eam doceretur.

Là credeano che il cielo li chiamasse, dove l’ inclinazione da sé li portava. E con ciò incontravano appunto il senso del misterioso Cebete, che, al primo giro della sua Tavola pose il Genio, che chiamando giusta la serie che ne tenea in carta, gli uomini a questa vita mandabat quid eis, ubi in vitam venerint, faciendum sit; et cui vitæ se committere debeant, si salvi esse in vita velint ostendebat.

Ha Dio (disse Platone, coprendo il midollo d’ una bellissima verità sotto la corteccia d’ una favola) legate l’ anime degli uomini co’ metalli. Alle contadinesche il ferro, a quelle de’ Principi l’ oro, e a tutte l’ altre, che questi termini si comprendono, proporzionatamente a’ loro stati i loro metalli ha infusi. Quindi le varie inclinazioni e i varj genj. Vuolsi dunque da ognuno prima al tocco di buon paragone conoscere qual tempera di metallo sia la sua, indi esigger da lei quello ch’ ella può dare. Veggasi (dicono pure i Platonici) nello scender che fece il genio suo dalle stelle, mentre passò per le sfere minori, dal suggello di qual pianeta prese l’ impronta; se da un Saturno speculativo, se da un Giove signore, se da un Marte guerriero: indi o alla penna, o allo scettro, o alla spada sicuramente s’appigli.

E certo è deformissima cosa a vedere tal volta nelle scuole certe teste più abili a romper Testuggini, che a studiare. Teste che hanno una mente sì stupida e sì male adatta al mestier delle Lettere, che sembrano, al rovescio di Giove, portar Bacco al cervello e Pallade alla pancia. Il loro intelletto, pingue e grosso come l’acqua del lago Asfaltite in cui nulla va al fondo, ha un discorso più pigro della Pigrizia, animale segnalato dell’ Indie, che, quando è più veloce, in cento passi fa un mezzo passo, e in cento giorni un miglio. Non si truova lima tanto dura di tempera, che intacchi il lor cervello, sì che almeno ne tolga la ruggine. Mettete loro attorno (come d’ Orse a gl’ informi Orsacchini) tutte le lingue maestre del mondo; non ne scolpiranno mai una menoma fattezza d’ uomo di Lettere. Ammonio torrebbe anzi a fare il suo giumento Filosofo, che un di costoro Grammatico.

A che pro metter simil gente in una scuola, come in una officina, se, per quantunque si battano e si scarpellino, tengono sempre più del Sasso che del Mercurio? A che volere con le Lettere rompere un capo, da cui, se Vulcano l’aprisse, vedreste uscirne in vece d’ una Pallade un Gufo? A che cercare un maestro, che sia un’ Aquila, Perché insegni volare a una Testuggine?

Non bisogna volere, che le pumici sieno spugne, che i mastini diventino levrieri, e che lo roveri in vece di ghiande producano mela: ché, per quanto facciate, l’ innesto non vi può mai. Stolti i Sibariti insegnaron ballare a’ cavalli; e l’ indole di quel generoso animale guastarono, applicandolo ad esercizio di femina. Lo stesso errore è volere che chi nacque per l’ Armi riesca nelle Lettere, e sia un Archimede chi vuol essere un Marcello.

Ma se si può far contrasto, non si può vincer la Natura. Presto o tardi, quand’ ella si lasci alla sua libertà, si porta colà, onde altri con violenza la ritolse. Può stare Achille sotto abito donnesco per qualche tempo nascoso; ille apud rupicem et sylvicosum et monstrorum eruditorem scrupea schola eruditus, patiens jam ustriculas, sustinens stolam fundere, comam struere, cutem fingere speculum consulere, collum demulcere, aurem quoque foratu effoeminatus: ma tutto questo tanto non può essere durevole in Achille, quanto al genio d’ Achille si confanno esercizj non da femina ma da guerriero. Dunque neccessitas non della guerra di Troja, ma del suo genio svegliato alla vista d’ una spada, reddidit sexum. De prælio sonuerat, nec arma longe. Ipsum, inquit, ferrum virum attrahit. Così ne scrisse Tertulliano.

Ma eccovi in materia di Lettere quattro soli de’ mille, che, applicati diversamente da quello a che il peso della naturale inclinazione lì portava, dopo essersi affaticati in vano, si diedero vinti.

Socrate applicato alla scoltura, avendo intagliate le tre Grazie, ma credo sì sgraziatamente che l’ inferno non l’avrebbe accettate per Furie, accorgendosi che per lavorare i marmi egli era un sasso, rotte le punte de’ suoi scarpelli, e aguzzate quelle del suo ingegno, si diede alla Filosofia morale, dove il genio lo conduceva; e quegli, che lavorando non avea saputo fare di sassi statue d’ uomini, filosofando faceva per istupore d’uomini statue.

Platone datosi alla pittura, vedendo riuscire sé un Pittor dipinto, e le sue pitture sono degne d’ ombra; trasferitosi dal poco felice disegno de’ corpi alla nobile pittura degli animi, lasciate le bugie de’ pennelli, si diede alla verità delle idee, di cui egli primo disegnò le fattezze e portò in terra l’ imagine.

Augusto, ambizioso d’ innestare gli allori di Poeta su quelli d’ Imperatore, e d’ essere così un’ Apollo con la lira com’ era un Giove col fulmine, compose l’ Ajace, Tragedia, che, per la burla che ne meritava, riuscì anzi una Comedia; sì era ella mal composta. Ma egli pur volle, che, al dispetto dell’ arte, Tragedia fosse; e gli riuscì, dandole un’ esito lagrimevole con istrcciarla. Il Capricorno, ch’ egli ebbe in ascendente, lo chiamava a comandare, non a poetare; non alla penna, ma allo scettro; non alle scene private, ma al publico teatro del mondo.

All’ incontro Ovidio, applicato dal padre alle liti, litigò più con sé stesso che con altrui; Perché il genio di Poeta, e ‘l gentilissimo influsso de’ Gemini, lo richiamava da gli strepidi del foro alla quiete delle Muse, e dalla spada d’ Astrea al plettro d’ Apollo: onde finalmente, cominciando da sé l’ opera della sua Metamorfosi, un giorno si trasformò d’ Avvocato in Poeta.

Eccovi come il Genio è una calamita fedele, che può ben’ a forza rivolgersi altrove che alla sua Tramontana, ma non mai acqetarvisi, sì che senza violenza vi stia, fin che anch’ egli soavemente operi in noi quello, che del Fato disse il Poeta:

Ducunt volentem Fata, nolentem trahunt.

Che s’ egli avvenga, che l’ interesse o dell’ onore o del guadagno non voglia che si tralasci quello che male si cominciò; eccovi nelle Academie delle Lettere, come nella Libia d’ Africa, i mostri. Un Medico Poeta, Filosofo Istorica, Giurista Matematico; ne’ quali confondendosi quegl’ innatti semi che si portaron dal ventre nell’ istinto dell’ animo con quelli affatto prevalgono, con esser l’ uno e l’ altro, non si è né l’ uno né l’ altro.

Ha dunque di mestieri, Perché felicemente riesca l’ applicarsi non solo alle Lettere, ma a questa più quell’ altra professione di Lettere, consigliarsi col proprio Genio; che suole, a chi ha buon’ orecchio, farsi intendere con la lingua de’ spessi desiderj quando non ha ciò che vuole, e col gusto che pruova quando l’ ottiene. Anche alla sua volontà bisogna dire com’ Eolo a Giunone:

Tuus, o Regina, quid optes

Explorare labor; mihi jussa capessere fas est.

Altrimenti, pretendere di riuscire al dispetto del Cielo suo eccellente in qualche professione di Lettere è lo stesso che, per aprirsi la strada a’ Campi Elisj, volere staccare, dal ceppo suo quel ramo d’ oro, che, se la natura ti nol dona,

Non viribus ullis

Vincere; nee Juro poteris convellere ferro.

Ma spiegata ho io sin’ ora più la necessità d’ incontrare il suo Genio, che la maniera di conoscerlo; Perché, com’io credo, egli ha voce sì conosciuta, che non ha bisogno d’interpreti che la dichiarino, ma d’orecchi che l’odano, Quello par solo mi resti, a dire, ch’è per altrui conoscimento; e sono i contrasegni onde si conghietturi ingegno: e serviranno Perché , nell’ applicare chi da noi dipende, non erriamo; sì come altri, non conoscendo il suo Genio, può errare, applicando contra la propria inlinazione sé stesso.