Dell'uomo di lettere difeso e emendato/Parte seconda/Maldicenza

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Parte seconda
MALDICENZA
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Inclinazione del genio, mal’ uso dell’ ingegno nel dir male d’altrui.


Chi già mai crederebbe che il dir male d’ altrui, fosse cosa sì dolce, che chi una volta l’ assaggia ne resta sempre con voglia? e come i Lioni, che s’ hanno leccato una vece il sangue su l’ ugne, ne sono poi sempre bramosi; parimenti a chi gusta i primi sapori del dir male ne resta d’ ordinario sì ingorda la voglia, che v’ ha di quelli che si contentano d’esser senza lingua più tosto che senza motti, e lasciano più facilmente di vivere che di mortificare. La vecchiaja (quando vi giungono), ancorché tolga loro molte volte il senno dal capo, non toglie però mai le punture dalla lingua aguzza; a guisa de’ vecchi spinai, a’ quali il freddo verno fa cadere le foglie ma non le spine, l’ ornamerito ma non l’asprezza.

Questi per lo più acuti d’ ingegno ma solo per pungere, mai non dicono meglio che quando dicono peggio, mai non isplendono più che quando più abbruciano. Tutte le pruove, de’ loro ingegni sono motti e argutezze pungenti: e per riuscie più mordaci, faticano coll’ ingegno: più che quel famoso Oratore per esprimere e scolpire a dispetto della scilinguata sua lingua la lettera R, lettora mordace e carina.

Udirli, come un Menippo, un Zoilo, un Momo, motteggiare d’altrui, (sì ingegnosamente lo fanno!) è udire una musica; ma una musica quale fu quella, che Pitagora osservò, fatta a battuta di fiere percosse, e a colpi di grossi martelli. La loro penna, più d’Avoltojo che di Cigno simile a quella del famoso Demostene, ha da un capo l’inchiostro, dall’altro il veleno: anzi veleno è l’ inchiostro medesimo, che attossica i nomi che scrive; onde, come chi muore di veleno, lividi e neri nelle loro carte compajono. Le vivezze dell’ ingegno, che in altrui sogliono esser lampi innocenti di luce non di fuoco, per diletto non per offesa, in costoro son fulmini, che portano su l’ali le fiamme, e su la punta la morte.

Hanno trasfuso in capo il genio di Lucilio, qui primus condidit stili nasum. Hanno in bocca la lingua propria de gli antichi, Epigrammatisti, cioè (come la definì Miarziale) malam linguam; né quantunque dolce e copiosa abbiano la favella, può già mai dirsi, che ad essi, come al soavissimo Platone, le Pecchie abbiano portato in bocca il mele, ma in questa vece o gli Scarpioni l’uova, o i Ragni il veleno. In fine, usano con la mano più tosto ferri da Notomista che penne da Scrittore, e quanto più sottilmente tagliano, tanto più valenti si mostrano facendo piaghe ne’ vivi, e squarci ne’ morti.

Costoro, così indegni di vivere fra gli uomini, come tengono della fiera (ciò che di Cicerone fu detto), per guadagnare l’applauso d’ un motto, non curano di perdere la grazia d’ un’ amico.

Dummodo risum

Excutiat sibi, non hic cuiquam parcet amico.

Con che ben possono acconciamente chiamarsi col Comico Vulturii; già che, Hostesne an Cives comedant parjpendunt. Per esprimere un lor pensiero, non curano che se ne tormenti quell’ innocente, sopra cui cade. Solo hanno l’occhio a far bello il colpo; e quando ben sia come quello dell’ Aquila che lasciò cadere su la testa al calvo Poeta la Testuggine per trarne la scaglia, poco ne curano. Così dall’ altrui pena cavano gusto, per sé, e dall’ altrui ignominia onore; imitando Nerone, che diede il fuoco a Roma, per cantare su la torre di Mecenate al suon della sua cetera, nel vero scempio della sua patria, il finto incendio di Troja.

Ahii troppo barbaramente vogliosi di comparire a costo altrui ingegnosi e acuti! Provare la tempera della scimitarra e la forza del braccio nel cadavero de’ condannati, è crudele usanza de’ Giapponesi. Quanto peggio è, sotto finta di giuchevole scherma, mettere in petto a chi che si voglia una punta non meno mortale alla reputazione, di chi la riceve, di quello che alla vita, lo sieno quelle delle spade, che, come disse Vegezio, duas uncias adactæ mortales sunt. Pur dovreste sapere, che i Satiri, Padri e maestri delle Satire, sono più brutti per essere mezzo bestie, che belli per essere mezzo Dei; e ne’ detti vostri, mordaci non tanto piace quel che v’ è d’ ingegnoso, che più non dispiaccia quel che v’è di maligno.

Sono cotesti gli altissimi usi, cotesti i divini impieghi, per cui vi fu dato l’ingegno? farlo, di Re ch’ egli è Tiranno; e di conservatore della vita civile, omicida e carnefice? Appropriate a voi stesso ciò che contra il crudelissimo Perillo scrisse un’ Antico, giustamente dolendosi, perché colui l’innocente arte di formare col bronzo statue di Dei e d’ Eroi avesse rivolta alla fabrica d’ un Toro esecutore o strumento delle fiere sentenze di Falari: In hoc a simulacris Deorum hominumque devocaverat humanissimam artem? Ideo tot conditores ejus elaboraverant, ut ex ea tormenta fierent? Itaque una de causa servantur opera ejus, ut quisquis illa videat, oderit manus.

L’ordinaria pena di costoro è esser’ amati da niuno, fuggiti da molti, odiati da tutti. Riportare l’infame titolo d’ uomo satirico, maldicente, e nasuto; a cui possa scriversi in fronte quell’ antico distico, tratto da un greco epigramma:

Si meus ad Solem statuatur nasus hianti

Ore, bene ostendet dentibus hora quota est.

Diogene, il Can maggiore de’ Filosofi Cinici, avea il suo palagio, anzi il suo nido, in una botte. Questo era il Cielo, ch’egli girava; Intelligenza appunto degna di tale sfera: questo l’ antro, onde dava gli Oracoli, che aveano più odore di vino che di verità: questa la catedra, dove insegnando pretendeva di correggere gli altrui scostumati costum. Qual che si fosse la dottrina, ch’egli insegnava (che però era tale, che Platone poteva chiamarlo alterum Socratem, sed insanum); in ogni modo, perché in quella sfasciata e grommosa botte egli mescolava il vino d’ una sincera Filosofia coll’ aceto mordace d’ una continova maldicenza, avea non iscolari ma schernitori, e tutta Atene e Corinto lo mirava come un Cane e lo fuggiva come un’ arrabbiato.

E certo, chi vuol careggiare un’Istrice spinosa, che non vi tocca mai sì cautamente che non vi punga? Chi vuol farsi compagno d’uno a cui, come allo Scarpione, semper cauda in ictu est? Chi vuol per amico un Lione, che, quando ben non usi né unghie né denti, pur’ è d’ una lingua sì aspra, che ancor quando vi lecca vi cava sangue? Meglio è onorarli, per non averli nemici; facendo loro sacrificj, come i Romani alla Dea Febbre, perché vi favoriscano di starvi da lungi, ed abbiano questa sola memoria di voi, di non raccordarsi in verun tempo di voi.

Ma poca pena de’ Maldicenti sarebbe l’ essere solamente fuggiti, se ancora non fossero perseguitati. Che se bene tal volta sono avveduti nell’ interesse della lor vita quanto lor basta per intendere, che non devono provocarsi quelli che possono rispondere alla penna colla spada e alle parole co’ fatti, ma che ne’ fatti loro si dee esser mutolo se non cieco, prendendo di ciò esempio da certe Oche, di Settentrione, che passando il monte Tauro pigliano in bocca un sasso, per non gracchiare e svegliare l’ Aquile che colà hanno i nidi; in ogni modo non riesce loro quasi mai l’ esser sì avveduti, che non facciano qualche volta, senza riflessione, ciò che di continuo fanno per abito o per natura: con che o si fabricano, come i vermini della seta, con la bocca una prigione, o stimolano chi può farlo, schiacciare lo Scarpione su la piaga ch’egli fece; raccordando col loro esempio la verità di ciò che Pollione disse d’ Augusto, che non si dee scribere in eum, qui potest proscribere.

Sempre non riesce di trovare chi doni, perché si taccia di lui; né chi (seguendo il consiglio d’ Alfonso Re di Aragona) butti al Cane medicatis frugibus offam, perché non abbai, o almeno non morda. Ventura singolare era questa di quell’ Avvocato di Marziale.

Quod clamas semper, quod agentibus obstrepis, Heli, Non facis hoc gratis, accidis ut taceas.

Molte volte accipiunt, ut taceant; ma ricevono non so che, onde tacciono sì che non s’ odono mai favellare: che fu la mercede di quel celebre Zoilo; che, o fosse abbruciato, o lapidato, o crocifisso, con uno di queste tre sorti di buona moneta ricevè l’ intero pagamento delle maldicenze sparse contra il principe de’ Poeti