Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro nono – Cap. X

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Libro nono – Cap. X

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Che cose sieno quelle che principalmente habbia bisogno di considerare uno Architettore, et che cose sia di necessità che ei sappia.

cap. x.


MA acciò che lo Architettore nel procurare, ordinare, et mandare a effetto queste cose, si possa portare egregiamente, et secondo se li aspetta, ci sono alcune cose da non se ne far beffe. Egli ha da esaminar bene che peso e’ si piglia sopra le spalle, che professione e’ faccia, che huomo e’ voglia esser tenuto, à che impresa e’ si metta, et quanto di lode, quanto di guadagno, quanto di grana, quanto di fama appresso a posteri e’ si sarà guadagnato ogni volta che egli habbia ben fatto l’officio suo: Et per il contrario se egli haverà incominciato cosa alcuna ignorantemente senza consiglio, o inconsideratamente, a quanto vituperio, a quanto odio e’ si sottometta, quanto e’ dia che dire, quanto si mostri aperto, manifesto, continuo il testimonio de la sua pazzia appresso alla generatione humana. Gran cosa certo è la Architettura, ne stà bene che ogn’uno si metta a tanta impresa: bisogna che sia di grandissimo ingegno, studiosissimo, habbia ottima dottrina. Et è di necessità che sia esperimentato assai, et sopra tutto che habbia purgato giudicio, et maturo consiglio, colui che ardisca di far professione di Architettore. Appartiensi alla Architettura et è sua prima lode il giudicare quel che ad ogni cosa si convenga. Conciosia che lo edificare è cosa necessaria, ma lo edificare commodamente è cavato et da la necessità, et da la utilità; Ma lo havere edificato di maniera, che gli splendidi te ne lodino, et che i miseri ancora non te lo rinfaccino, non può nascere se non dal sapere d’un considerato et valente, et dotto Architettore. Oltre di questo, il fare quelle cose che sieno commode secondo il bisogno, et de le quali non si habbia a stare in dubbio, che, et in quanto a quel che si era deliberato, et in quanto alla facultà de le ricchezze e’ si possa dar loro perfettione, è officio non tanto d’uno Architettore, quanto di uno Muratore. Ma l’havere preveduto, et deliberato con la mente, et con il giudicio quel che per ogni conto debbe essere perfettamente finito, et terminato, s’appartiene a quello vario, et solo ingegno che noi ricerchiamo. Da lo ingegno adunque la inventione; Da la esperientia la cognitione; Dal giudicio la elettione; Dal consiglio la compositione è di necessità che proceda; et con la arte poi si rechi a fine quel che altri si mette a fare. Il fondamento de le quai tutte cose, credo che sia la prudentia et un maturo consiglio: Conciosia che le altre virtuti, come è la humanità, la benignità, la modestia, la bontà, non le desidero più in costui, che io mi faccia nelli altri huomini, dediti a qual si voglia sorte d’arti. Conciosia che queste son cose che chi non le ha, non credo io, non che altro, che sia da reputare per huomo. Ma sopra tutto bisogna che egli schisi la leggierezza, la ostinatione, la boria, la intemperanza; et se alcune altre cose ci sono che appresso de’ Cittadini gli possino diminuire la sua buona gratia, o accrescerli lo odio. Ultimamente vorrei che si portasse come fanno coloro che danno opera alli studii de le buone lettere. Conciosia che e’ non è nessuno che pensi d’havere studiato tanto che gli basti. Se e’ non harà letto et veduti tutti gli Autori, et di quei che non son ancor buoni, i quali trattino, o habbino scritto alcuna cosa di quella facultà, nella quale ei si esercita. Cosi in questo luogo considererà diligentissimamente tutti li edificii che communemente saranno lodati, et approvati da gli huomini, disegneralli con linee, et numeri, vorrà farne modelli, et esempii, et haverli appresso di se, et cosi conoscerà, et esaminerà lo ordine, i luoghi, i generi, et i numeri di ciascuna de le cose, de le quali coloro si saranno serviti, et massimo di chi harà fatto cose grandissime, et eccellentissime, de quali si può fare coniettura che fussino huomini egregii, essendo stati moderatori di si grandi [p. 244 modifica]spese: Ne sarà mosso da una gran machina di muraglia, talmente che in quella posi lo animo. Gran cosa, disse colui, è certo quella che ha fatto Colono. Ma la prima cosa andrà rinvenendo quanto artificio sia in qualunque cosa preveduto, et secreto, o quel che vi sia eccellente, et mirabile, mediante la inventione, et si avvezzerà che nulla vi sia lodabile, nè da essere approvato, se non quelle cose che vi fieno del tutto eccellenti, et degne di ammirationi d’ingegno; et ciò che in qualunque luogo truova di lodabile, attribuisca alle cose sue, acciò habbia ad essere imitato, et quelle cose che e’ conoscerà potersi fare molto più dilicate, con l’arte, et con il moderarle, le correggerà, et modererà, et quelle che non saranno però cattive affatto, si sforzerà con le forze de lo ingegno migliorarle, et sempre con una sottile, et continova investigatione di cose ottime, desiderando sempre cose maggiori eserciterà, et accrescierà l’ingegno suo, et in questo modo si raccorrà, et riporrà nello animo tutte le lodi, non solamente sparse, et seminate, ma nascoste, et riposte per dir cosi nell’intime viscere de la natura: le quali lodi introducerà con grandissimo frutto di lode, et di gloria nelle opere sue; et si rallegrerà di haver messo inanzi alcuna sua bella inventione, de la quale gli huomini s’habbino a maravigliare, come peraventura fu quella di colui che fece il Tempio senza alcuno serramento: O veramente come quella di colui che condusse a Roma il Colosso sempre ritto, et sospeso; nel qual lavoro faccia ancor questo a nostro proposito, si serviva di ventiquattro Elefanti: O come quella di colui, che nel cavare di una cava vi lascierà fatto un laberinto, o un Tempio, o qual’altra cosa tu ti voglia che serva a’ bisogni de gli huomini fuor de la oppenione d’altrui. Dicono che Nerone si servì certo di Architettori prodigiosi, a’ quali non cadeva mai cosa alcuna nello animo, se non quelle che erano quasi impossibili a farsi da gli huomini. Io certo non lodo questi tali. Ma io vorrei, che e’ fussino, et si apparecchiassero di esser tali, che e’ paia che egli habbino voluto in ogni cosa attendere prima alla utilità, et al bisogno, che ad altro; et se bene egli harà fatto tutto quello che harà fatto, per adornamento, io nientedimeno vorrei, che tu non negassi che e’ paia che e’ l’abbia fatto principalmente per utilità, et loderò se alle nuove inventioni vi saranno inserti i lodatissimi ordini de li Antichi: et se a quelli non mancheranno nuovi trovati di ingegno. Si che in questo modo ecciterà le forze de lo ingegno suo con l’uso, et con la essercitatione de le cose che giovino a acquistare questa scientia, o arte con molta lode, et penserà che lo officio suo sia di non haver solamente quella facultà, la quale non havendo si troverebbe non esser quello, quale ei fa professione di essere, ma si armerà de la cognitione et ornato di tutte le buone arti, per quanto farà a suo proposito, et ci diventerà prompto, et espedito, talmente che in quella cosa non desidererà maggiori aiuti di dottrina, et si delibererà di non haver mai a torsi, ne a cessare da lo studio, ne da la industria, fino a tanto che e’ si conosca essere simile a coloro, alle lodi de quali non si può arroggere cosa alcuna. Ne penserà di haver mai satisfatto a se stesso, se e’ sarà cosa alcuna in alcun luogo, che per verso alcuno si possa giovare, da poterla ottenere con arte, o con ingegno, se egli non l’harà compresa, et non se ne sarà totalmente insignorito, et non si sarà con tutto il suo potere sforzato, che in lui stesso si ritruovi il cumulo, et la somma ultima de la gloria di haver condono al più pregiato fine qual si voglia genere, specie, o forma de le cose. Ma quelle cose che giovano, et quali de le arti sieno ad uno Architettore necessarie, son queste: La Pittura, et le Matematiche: nell’altre non mi affatico, che sia dotto, o nò. Conciosia che io non presterò fede a colui che dice, che a uno Architettore s’aspetta di essere Dottore di Legge, accioche e’ sappia rendere ragione del rimuovere le acque; del por termine infra i confini, et del non incorrere in lite, et controversie, et simili, come ne lo edificare bene spesso [p. 245 modifica]interviene. Non mi curo anco che e’ sia perfettissimo Astrologo in questo affare, perche egli habbia a sapere, che le Librerie si fanno di verso borea, et che le stufe stanno bene verso Occidente. Ne confesserò anco che e’ sia di necessità l’essere Musico per haver a porre ne Teatri i vasi di rame o di bronzo che risuonino. Ne mi curo anco, che sia Retorico, perche egli habbia a saper ben raccontare inanzi quel che egli habbia a fare per mostrarsi a chi volesse servirsi di lui: Conciosia che il pensiero, la scientia, il consiglio, et la diligenza gli sarà a bastanza per potere esprimere con parole quel che faccia al suo proposito accomodatamente, et bene. Il che nella eloquentia è la cosa principale, et importantissima. Non vorrei già, che ei fusse senza lingua, ne che egli havesse gli orecchi tanto sordi, che ei non conoscesse l’harmonie. Sarà bene a bastanza se ei non edificherà per il Publico, quando egli edificherà per il privato, che ei non nuoca ad altri con i lumi, con le grondaie, con docioni, o guidamenti di acque, o non impedirà viaggi a servi fuori del consueto: Se e’ saprà quali venti da qual parte del mondo tirino, et come si chiamino; il quale se ne sarà informatissimo, non lo biasimerò. Ma de la Pittura, et de la Mathematica bisogna che non ne manchi non altrimenti che non può mancare il Poeta del sapere bene le voci, et le syllabe, et non sò se egli è a bastanza, che di queste due cose e’ ne sia mediocremente instrutto. Farò ben di me tal professione, che mi sono molte volte entrate nella mente assai conietture, et pensieri di muraglie, che io harei grandissimamente lodate, et quando io le ho poi disegnate con linee, ho trovato in quella parte, che più sarebbe piaciuta, molti gravi errori, et da correggersi assai, et quando poi io ho ripensato a quel che io haveva messo in disegno, et che io haveva cominciato a determinare, conobbi la mia indiligentia, et la ripresi. Finalmente havendone io fatti modelli et esempi, et alcuna volta andando repetendo tutte le parti, accadde, che tal volta, io conobbi, che nel numero ancora mi ero ingannato. Ma io non voglio già che sia Zeusi nel dipingere, nè Nicomaco nel maneggiare de’ numeri, nè Archimede nel trattare de gli anguli, et de le linee; ma sarà a bastanza, se da’ libri de la Pittura, et del Disegno, che noi scrivemmo, saprà cavare i primi principii, et se de le cose Mathematiche ne caverà quella notitia, che si fu pensata alla mescolata de gli angoli, de numeri, et de le linee, come sono quelle cose, che del misurare i pesi, le superficie, et i corpi ci sono, le quali i Greci chiamano Podismata, et Embada. Con queste arti aggiuntoci et studio, et diligentia, lo Architettore si acquista gratia, ricchezze, gloria, et fama appresso de posteri.