Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro ottavo – Cap. VII

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Libro ottavo – Cap. VII

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De lo adornare gli spettacoli, i Teatri, i luoghi da correre, et quanta sia la utilità loro.

cap. vii.


VEngo hora a trattare de gli spettacoli. Dicesi che Epimenide quello che dormì in quella caverna cinquantasette anni nel murare che facevano gli Atheniesi uno spettacolo, diceva villania a quei Cittadini, dicendo: voi non sapete ancora di quante morti sia per esser questo luogo cagione? che se voi lo sapeste, lo sbranereste con i denti: et io non ardisco di biasimare i nostri Pontefici, et quegli che hanno a dare esempio ad altri, che con buono consiglio habbino levato via la usanza de gli spettacoli. Lodano Moise che voleva che tutti i suoi popoli si ragunassino in un Tempio solo ne dì solemni; et che in certi determinati tempi mangiassino tutti insieme. A che dirò io che costui havesse riguardo? volle veramente che gli animi de suoi Cittadini nel ragunarsi insieme, et mangiare insieme, diventassino più benigni, et più s’interzassino [p. 206 modifica]di amicitia l’un con l’altro. I nostri Antichi, credo io, che con questa medesima intentione ordinassino nella Città gli spettacoli, non tanto per conto de piaceri, et del festeggiare, quanto ancora per conto de la utilità: et certamente se noi andren bene esaminando la cosa, ci soverranno molte cose, per le quali ci dorremo assai, et assai, che una usanza tanto eccellente, et tanto utile si sia già è tanto tempo dismessa: Conciosia che essendo stati trovati gli spettacoli, alcuni per servire a piaceri nel tempo de la pace, et del riposo, et alcuni per potersi esercitare nelle cose da guerra, et nelle faccende, l’uno de’ quali serve ad eccitare et a nutrire la sottigliezza, et la bontà de lo ingegno, et de la mente; et l’altro accresce maravigliosamente la gagliardia et la constantia de lo animo, et fa le forze robuste; hanno nondimeno l’uno, et l’altro un modo fermo, et certo per il quale giovano maravigliosamente alla salute et allo ornamento de la patria. Gli Arcadi si dice che furono i primi che trovassero i giuochi, et lo feciono per mitigare, et addomesticare gli animi de loro Cittadini, che erano di vita austera et severa, et quegli che tralasciarono di poi tale usanza, secondo che scrive Polibio, diventarono di animi si crudi, che per tutta Grecia erano tenuti abbominevoli. Ma invero la memoria de giuochi è molto antica, et varii si crede che sieno gli inventori di essi. Percioche e’ dicono che Dionisio fu il primo inventore de balli, et de giuochi. Trovo ancora, che Hercole fu il primo che ordinasse il giuoco de la scherma. Dicono oltra di questo che gli Etolii, et gli Epei poi che furono tornati da lo eccidio di Troia, trovarono la inventione del luogo per i giuochi Olimpici. Dicono ancora che appresso de Greci, Dionisio Lenmeo, il quale fu il primo che trovò i cori de le Tragedie, fu anco il primo che murasse un luogo per gli spettacoli. In Italia dicono che Lucio Mummio fu il primo che nel trionfo introdusse i giuochi teatrali dugento anni inanzi, che Nerone imperasse: et gli Istrioni vennono in Roma di Toscana. I giuochi de cavalli furon trovati da Tyrii, et quasi tutta la varietà de giuochi che ci sono rimasti, furon condotti et trasportati de la Asia in Italia. Io credo che in quella prima antichità de le genti, quando e’ cominciarono a scolpire Iano in bronzo, facilmente si stesse a vedere i giuochi sotto un faggio, o sotto un olmo. Dice Ovidio:

Romul tu primo allor di cure empiesti

I giuochi, ch’e ’l Sabin le figlie vide
A i vedovi Roman gioconda preda.
Non ornava Theatro ancora il marmo
Ne vela ombra faceali: e i suoi suggesti
Non facea rossi temperato Croco.
Ivi eran frondi solo; e ’n quella guisa
Che semplici l’havea prodotte il bosco;
Era senz’arte ancor fatta la scena:
Sedeva il popol sopra i gradi fatti
Di verdi cespi, et difendea dal Sole

L’aspro capel con qual si voglia fronde.

Dicono nientedimanco cne Iolao figliuolo di Ipsicleo fu il primo che nella Isola di Sardigna ordinasse gradi da sedere, quando e’ ricevè le Tespiade da Ercole. Ma da prima anticamente si facevano i Teatri di legno. Anzi biasimarono Pompeio, perche egli haveva fatti i gradi de lo spettacolo fermi, et non da potersi levare, come prima era l’usanza. Dipoi venne la cosa a tanto che dentro alla Città di Roma erano tre grandissimi Teatri, et Amfiteatri infiniti; et quello ancora che era capacissimo di meglio che di dugento mila persone; et quel luogo che e’ chiamavano Cerchio massimo: i quali tutti erano fatti di Pietre riquadrate, et adornati di colonne di marmo: Oltre a che non contenti di si fatte cose, feciono ancora spettacoli per a tempo pieni di marmi, et di vetri, et di una infinita moltitudine di statue. Il maggiore spettacolo insino [p. 207 modifica]in quei tempi, et più di tutti gli altri capacissimo, arse a Piacentia Città di Lombardia per la guerra di Ottaviano. Ma di questi sia detto a bastanza. De gli spettacoli ne sono alcuni buoni per la quiete, et per l’ocio, et alcuni per le faccende. A quelli che son buoni per l’ocio si confanno bene i Poeti, i Musici, et li Istrioni che dilettano; ma a quelli che si aspettano alle cose da guerra, si confa il giucare alle braccia, il far alle pugna, lo schermire, l’essercitarsi nel tirare, il correre, et se alcuno altro giuoco, o esercitio d’arme si truova simile a questi. Le quali cose Platone voleva che ogni anno si facessino percioche giovavano molto alla salute, et allo ornamento de la Città: et hanno questi bisogno di varie sorti di edificii, et per ciò hanno ancora varii nomi. Conciosia che essendone alcuni ne quali si essercitano i Poeti Comici, et i Tragici, et simili; questi per amore de la degnità loro gli chiameremo Teatri. Ma quegli altri dove la Gioventu nobile si esserciterà correndo con carrette di duoi, et di quattro Cavalli, si chiameranno Cerchi. Gli altri finalmente ne quali rinchiusevi le fiere, si faranno caccie, chiameremo Amfiteatri. Quasi tutti gli spettacoli vanno immitando un campo d’arme, che messosi in ordinanza da duoi corni, voglia venire alle mani. Et son fatti prima d’una piazza, nella quale i destinati per il giuoco o schermidori, o carrette, et simili si habbino ad esercitare; dipoi di gradi atorno su per i quali segghino gli spettatori: ma sono dissimili, et differenti del disegno de la piazza, percioche di questi, quelli che hanno la forma quasi simile a una Luna che già comincia ad invecchiare, son chiamati Teatri; ma quando e’ si distendessino con le teste per lo lungo, si chiamano Cerchi, perche in questi con le carrette di duoi, et di quattro cavagli si và nel giucare accerchiando, et aggirando a torno a i postivi termini et piramidi; et in questi ancora si facevano combattimenti et giuochi Navali condottavi dentro la acqua o di qualche rivo, o di quella degli aquidotti secondo i luoghi. Sono alcuni che dicono che gli Antichi erano soliti di fare tai giuochi in circo inter enses et flumina, cioè nel cerchio infra le spade et l’acqua, et però esser chiamati giuochi Circensi, et che lo inventore di questo giuoco fu un certo Monago in Elide di Asia. Ma quello spatio che si richiudeva infra le frondi di duoi Teatri, che si arrestassino insieme, chiamavano Cavea: lo edificio tutto in se chiamavano Amfiteatro. Bisogna che i luoghi per gli spettacoli principalmente si elegghino in bonissima aria, accioche non sieno offesi da venti nè da Soli nè da le altre cose, che noi raccontammo nel primo libro; et il Teatro massimamente bisogna che sia difeso dal Sole, et coperto dal tutto, conciosia che il popolo cerca le dilicatezze de Poeti, et le leggieri, et ombratili delitie de gli animi, nel mese di Agosto, et se nel circuito de la muraglia riverberassino in cerchio i raggi del Sole, il calore cocerebbe i corpi, et riscaldatisi gli humori, cadrebbono facilmente in infirmitati, et malattie. Bisogna ancora che il luogo sia sonoro, et non roco: et è conveniente che vi sieno loggie o congiunte con lo edificio, o quivi vicine, dove il popolo possa in un subito ricorrere a fuggire le furiose pioggie, et le tempeste. A Platone piaceva che i Teatri si facessino nella Città. Le parti del Teatro son queste: la piazza espedita nel mezo allo scoperto, et intorno a questa piazza i gradi da sedere, et a rincontro de le teste di detti gradi il palco rilevato, sul quale si hanno ad accomodare le cose appartenenti alla favola da recitarsi; et nella più alta parte sopra i gradi, loggie, et volte che ricevino le voci de recitanti, et le faccino diventare più sonore. Ma i Teatri de Greci sono differenti da quei de Romani in questo, che i Greci producevano i chori, et gli histrioni scenici su la piazza, et però havevano bisogno di minor palco; ma i Romani recitavano tutta la favola con tutti gli histrioni sul palco, et per ciò vollono palchi maggiori. Ma furono in questo tutti d’accordo, che da principio nel disegnare una simil pianta si servirono di un mezo cerchio, et distenderono dipoi le corna del mezo cerchio; ma alcuni con linee diritte, et alcuni [p. 208 modifica]con linee torte. Quelli che si servivano de le linee diritte, le tiravano infra loro equidistanti insino a tanto che aggiugnessero alla quarta parte del diametro del mezo cerchio; Ma quelli che si servivano de le linee torte, disegnavano un cerchio tondo, et ne levavano dipoi il quarto de la sua circunferentia, et quel che rimaneva, restava per il Teatro. Disegnati et collocati i termini de la pianta, si dava ordine a gradi per sedere, et la prima cosa deliberavano de la altezza di essi gradi, et da la altezza loro andavano esaminando quanto spatio e’ fussino per occupare da basso. La maggior parte facevano i Teatri alti per quanto era la piazza di mezo, perchè e’ sapevan certo che ne Teatri più bassi le voci si perdevano et non si sentivano, ma ne più alti si ingagliardivano et si sentivano più forte. Ma infra gli eccellenti furon quelli ne quali furono alzate le mura per i quattro quinti de la larghezza de la piazza. Di cosi fatto lavoro non occuparon mai i gradi manco che la metà, nè più che i duoi terzi. I gradi da sedere alcuna volta gli feciono alti quanto egli erano larghi, et alcuna volta alti per i duo’ quinti. Io ne disegnerò uno come io penserò che egli stesse bene, et che e’ fusse approvato da ognuno. Gli ultimi fondamenti de gradi, cioè de le mura, nelle quali harà a finire il più alto grado da sedere, si getteranno tanto discosto dal centro del mezo cerchio, per quanto sarà il mezo diametro de la sua piazza, et più un terzo di essa. I primi gradi da sedere non comincieranno giù abasso nel mezo de la piazza; ma in tal luogo si alzerà un muro, alto ne Teatri grandi per la nona parte del mezo del diametro de la piazza di mezo, accioche da questo comincino i gradi da sedere, et vadino salendo ad alto: ma ne Teatri minori alzerai questo muro non manco di sette piedi. I gradi farai alti un piede et mezo, et larghi duoi et mezo. Infra questi gradi si faranno scompartite in volta parte certe entrate per andar nella piazza, et parte certe scale per salire ad alto, che vadino a trovare i gradi da sedere, che saranno più alti: le quali entrate et scale saranno tante, et tanto grandi quanto parrà che ricerchi la grandezza del Teatro. Ma di queste entrate ne saranno sette principali che saranno addiritte al centro, et espedite per tutto; et ugualmente lontana l’una dall’altra, et di queste ancora ce ne sarà una più larga che l’altra, la quale verrà nel mezo del mezo cerchio, et la quale io chiamo entrata maestra, conciosia che per essa passa la via maestra; un altra poi ne sarà nella testa del mezo cerchio da man ritta, et un’altra nell’altra testa da mano stanca a ricontrole, et infra queste poi et la entrata maestra saranno scompartite quattro altre entrate, due da ogni banda: Sarannovi ancora altre aperture et altri vani tali, et tanti, quali et quanti ne comporterà il circuito del Teatro. Tutti i gradi da sedere, gli Antichi ne Teatri grandi gli divisono in tre parti, et a ciascuna di queste divisioni facevano atorno atorno un grado il doppio più largo che gli altri, il quale dividesse i gradi di sopra da quei di sotto, quasi come una piazzetta destinata in quel luogo. Sopra questi pianerottoli, per chiamarli cosi, arrivavano le scale in volta per le quali si saliva a detti gradi. Io ho considerato che i buoni Architettori, et valenti ingegneri proveddono che a ciascuna principale entrata fussino dal lato di dentro, di quà et di là due scale da salire, per l’una de le quali più ritta, con salita più continovata et più presta vi potessino salire i più volonterosi, et i più espediti, quasi come volando, et per l’altra scala che era alquanto più larga et più dolce, et nella quale erano pianerotoli più spessi, et più spesse svolte, potessino salire le Matrone, et i più vecchi con loro agio, et comodità di riposarsi più spesso nel salire. Queste sono le cose appartenenti a gradi. Ultimamente rincontro alle teste del Teatro, si faceva il palco per la scena, et per gli histrioni che havevano a recitare, et in questi luoghi erano soliti di sedere in luogo determinato et molto adorno i Padri, et i Magistrati, separati da la plebe, come sarebbe a dire, se nel mezo de la piazza si fussino acconcie alcune sedie per loro da sedere, molto honorevolmente: et allhora si faceva il palco de la scena [p. 209 modifica]tanto grande, che gli histrioni, et i Musici, et quegli che guidavano la favola, non lo harebbono desiderato molto maggiore. Il piano di esso palco veniva insino al centro del mezo cerchio, et si alzava da terra non più che cinque piedi, accioche i Senatori che sedevano nella piazza potessino di su quel piano discernere bene tutti i gesti de li histrioni et de li altri. Ma quando i Senatori non potevano cosi stare nella piazza del mezo, havendo ella a servire alli histrioni, et a Musici, il palco de la scena si faceva minore, rilevandosi alcuna volta da terra il più alto sei cubiti, et si addornava questa parte con duoi colonnati, et due impalcature l’una sopra l’altra, secondo la immitatione de le case che si havevano a disegnare; et havevano porte et finestre in luoghi accomodati, et nel mezo vi era una porta principale con adornamenti simili a quelli de Tempii, quasi come d’un Palazzo Regio, et a canto a questa erano altre case, et porte, per le quali gli histrioni potessino entrare, et uscire, secondo che gli atti de la comedia havevano di bisogno. Et essercitandosi nel Teatro tre sorti di Poeti, il Tragico per cui si recitano le miserie, et le infelicità de Tiranni; il Comico che esplica le facende et gli affanni de Padri de le famiglie; et il Satirico per cui le piacevolezze de la villa, et i pastorali amori si dimostrano, non vi mancava una macchina, la quale volgendosi sopra un perno, mostrava in uno istante a gli spettatori una facciata talmente dipinta, che sembrava hora una scena regia da Tragici, hora una scena di case ordinarie da Comici, et hora una selva per i Satirici, secondo che ricercava la qualità de la favola che si doveva recitare. Sì che in questo modo era fatta la piazza, et i gradi, et i palchi de gli histrioni, et de gli altri. Io ho detto che una de le principali parti del Teatro è la loggia trovata per ritenere, et per far apparire le voci, et i suoni maggiori, et che ella era posta sopra gli ultimi gradi da sedere, et che con i vani da colonna et colonna guardava la piazza del mezo nel Teatro: di questa adunque si ha a trattare. Havevano gli Antichi inteso da Filosofi, che la aria per la repercussione de la voce, et per il ribattimento del suono si moveva circularmente, non altrimenti che si faccia l’acqua, quando in un subito esce fuor di lei alcuna cosa a galla, et conoscevano che si come in una lira, et come infra due valli, quando massimo sono piene di boscaglie, la voce et il suono diventavano molto più sonore, et più chiare, poi che i gonfiati cerchi dell’aere, per dir cosi, ripercossi riscontravano in qualche cosa che fermasse et rimandasse indietro i raggi de la voce, usciti dal centro, a guisa di una palla ribattuta dal muro; dal qual ribattimento si causava quei cerchi più spessi, et più gagliardi. Per questa cagione adunque giudicarono quei primi Antichi, che e’ fusse bene fare i Teatri in cerchio; et accioche la voce non havesse in questo mentre ostaculo alcuno che la impedisse, tal che ella non potesse andar subito liberamente a ferire ne più alti luoghi del Teatro, collocarono i gradi di maniera, che tutti i canti battevano ad una medesima linea, et sopra l’ultimo luogo de gradi, accioche molto giovasse, vi collocarono la loggia, volta come io dissi verso la piazza che era in mezo del Teatro: I vani de la qual loggia da la parte di dentro volevano che fussero liberi, et espediti, quanto più si poteva. Ma da la parte di dietro di essa loggia, volevano che rincontro a vani del colonnato fusse tirato un muro che la turasse bene per tutto. Oltra questo sotto le colonne muravano quasi una sponda che servisse per piedistallo alle colonne, dove si ragunassino i gonfiati cerchi de le voci, le quali ricevute dolcissimamente in esse loggie dall’aria assai quivi condensata, non fussino percotendovi in piena ribattute da quella intere, ma più presto rattenutevi, et raffermate. Aggiugnevanci oltra di questo si per difendersi dal Sole, si per rispetto ancora de le voci, per cielo del Teatro, una tenda posticcia, la quale dipinta a stelle, et distesa suso ad alto su canapi copriva con l’ombra sua la piazza di mezo, et i gradi, et gli spettatori. Ma questa si fatta loggia era [p. 210 modifica]certo molto artificiosa, conciosia che per reggere questa sola loggia, si facevano sotto di lei altri colonnati, et altre loggie aperte, et volte verso il lato di dietro del Teatro, et ne Teatri grandi si facevano doppie, accioche se alcuna volta per alcuna furiosa pioggia, o tempesta vi fussino ricorsi al coperto gli spettatori, non si bagnassino; et erano i colonnati, et i portici posti sotto quella prima loggia, non come quelli de Tempii, o delle Basiliche, ma di pilastrate sode, et mura stabilissime, con disegno simile a quello de li Archi trionfali. Tratteremo prima adunque di questi portici di sotto, che si fanno per rispetto de la prima loggia di sopra. La regola de vani di questi portici è questa, che a qualunque si voglia entrata che vadia nel mezo de la piazza del Teatro, si ponghino a rincontro alcuni vani, et è di necessità che questi vani, et queste entrate sieno accompagnate da altri vani con ordini determinati, et che tutti sieno alti, et larghi a un modo, tutti habbino i medesimi disegni, et corrispondino di disegno et d’ornamenti l’un a l’altro. Bisogna ancora che la larghezza per la quale si và per lo lungo di essa loggia, sia ancora di larghezza quanto è il vano tra pilastrata et pilastrata, et è conveniente che le pilastrate in questo luogo sieno murate per la metà del lor vano, che è infra di loro. Le quali cose bisogna che tutte sieno osservate con grandissima diligentia, et con industria maravigliosa. Ultimamente non vi si metteranno colonne intere isolate come nelli Archi trionfali, ma nel mezo de la faccia de le pilastrate si metteranno meze colonne nel muro, et si metteranno piedistalli sotto le colonne per il sesto de la altezza del colonnato: gli altri adornamenti vi si faranno come ne Tempii. Ma la altezza de le colonne con tutti i loro adornamenti et cornici, sarà per la metà del piombo de gradi di dentro, tal che questi di fuori saranno duoi colonnati l’uno su l’altro, il secondo de quali con la sua volta sarà uguale a l’ultimo grado da sedere; alla quale altezza ancora si pareggerà a sesta il piano de la loggia ultima che io dissi, che guardava verso la piazza di dentro nel mezo del Teatro. Il disegno de la piazza di mezo si assomiglia ad una forma impressa dal piè di uno cavallo. Finite queste cose murivisi di sopra la ultima loggia, la faccia, et il colonnato de la quale, non come quelle che ella harà di fotto, che noi habbiamo poco fa detto, che ricevono i lumi da lato di fuori, ma al contrario come dicemmo di lei nel principio, sarà volta verso la piazza che è in mezo del Teatro. Questo si fatto lavoro, sendo egli fatto perche e’ sia cagione che le voci non si perdino, anzi si ragunino insieme et si sentino più piene, chiamerò io un serraglio a torno, la altezza del quale sarà per una volta et mezo de la altezza del primo colonnato, che è da lo lato di fuori: Et le parti sue faranno queste: Quel muricciuolo che ha da esser sotto le colonne, il quale si può chiamare Suggesto, o Sponda, sarà di tutta la altezza di questo serraglio, che è dal piano de lo ultimo grado da sedere insino a dove si cuopre nella ultima altezza il Teatro, non più che il terzo ne Teatri grandi; et ne piccoli non meno che il quarto: Sopra questa sponda si rizzeranno le colonne le quali con la lor basa, et con il capitello saranno lunghe per la metà di tutta la altezza di questo serraglio; sopra queste colonne si porranno i loro adornamenti, et in oltre una alia di muro tirata sopra le colonne, come ti dissi nelle Basiliche; la quale alia di muro occuperà la sesta remanente parte di tutta l’altezza del serraglio. Le colonne in questa loggia saranno isolate tratte dal disegno di quelle de le Basiliche, et saranno apunto tante, quante son quelle de portici di fuori, le quali escono mezo fuori de le pilastrate, et si collocheranno rincontro a punto su le linee di quelle che si possono chiamare razzi; conciosia che io chiamo razzi quelle linee diritte, che dal centro del Teatro vanno a trovare le colonne di fuori. Ma nel muro de la loggia di dentro che è sotto le colonne, il quale chiamano sponda, si apriranno certi vani, corrispondenti a punto a vani de le entrate di sotto nel Teatro, con i lor piombi, et in cosi fatti luoghi si faranno zane uguali et [p. 211 modifica]accommodate l’una a l’altra, nelle quali piacendoti collocherai volti con la bocca allo ingiù vasi di rame, accioche riverberando in essi le voci diventino più sonore. Io non starò quì ad andar dietro a quelle cose di Vitruvio, le quali son cose che si cavano da le divisioni, et da componimenti de Musici, secondo le regole de quali ei voleva che ne Teatri si collocassino i prefati vasi a proportione che corrispondessino alle voci più gravi, alle mezane, et alle più acute; cose forse certo facili a dirle, ma in che modo si potesse fare una cosa simile, lo sa chi ne ha fatta esperienza. Ma non mi dispiacerà già si come ancor pare ad Aristotile, il credere che i vasi voti di che sorte tu t’i voglia et i pozzi ancora giovano a risonarvi dentro le voci. Ma torniamo alla loggia di dentro del Teatro: Questa loggia harà il suo muro di dietro intero per tutto, il quale fa attorno serraglio, accioche le voci arrivando quivi non si perdino. Nella corteccia di fuori di questo muro del Teatro che risguarda verso coloro che vi arrivano, si aggiugneranno gli adornamenti de le colonne, che saranno tante, cosi alte, talmente a piombo, et con simili et si fatte membra et parti, che corrispondino à colonnati, che elle hanno sotto di loro nella facciata dinanzi de portici. Per le cose che noi habbiam dette si vede manifesto in che cose i Teatri grandi sieno differenti da piccoli, percioche ne grandi il portico di fuori da basso è doppio, et in quelli altri è scempio; in quelli ancora si pongono tre colonnati da lo lato di fuori l’uno sopra l’altro, et in questi non se ne pone se non duoi. Sono ancora differenti in questo, che in alcuni Teatri piccoli non si fa la loggia di dentro, ma si mura solamente il serraglio con una corteccia di muro, messevi le sue cornici, accioche egli in questo luogo habbia forza quasi di loggia à fermar le voci, si come ne Teatri grandi l’ha et il muro, et la loggia insieme; ma in alcuni Teatri grandissimi questa loggia di sopra è doppia. Ultimamente quei piani che restano in cambio di tetto ne Teatri, si fanno di smalto, vi si fa una scorza, et fannosi à pendio, di maniera che l’acque giu per i gradi possino scendere à basso, ma i canali che ricevon le acque che vi si adunano, le conducono, et le mandano ne gli angoli de le mura per doccioni coperti in fogne coperte. Intorno alla più alta cornice dal lato di fuori del Teatro, si accomodano mensoloni, i quali servono à reggere arbori simili a quelli de le Navi, ordinati con canapi, et legamenti, che servono, et tengono distese le tende per adornamenti de giuochi publici. Ma havendosi ad inalzare una si gran machina di muraglia ad una altezza ragionevole, bisogna, che la grossezza del muro si faccia recipiente a poter reggere un tanto peso. Faccisi adunque il muro di fuori de primi colonnati grosso per una de le quindici parti de lo spatio, che ha a servire per tutta l’altezza de l’opera: Ma quell’altro muro che sarà in mezo tra l’un portico, et l’altro, quando i portici saranno doppi, sia più sottile il quarto, che quello di fuori. Quelle mura finalmente che sopra di queste si haranno a fare, haranno da esser più sottili che quelle di sotto una duodecima parte.