Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro sesto – Cap. IV

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Libro sesto – Cap. IV

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Che o da lo ingegno, o da la mano de lo Artefice si inserisce il decoro, et l’ornamento in tutte le cose: de la regione, et del sito, et di alcune leggi fatte da gli Antichi per cagione de Tempii, et d’alcune altre cose degne d’esser notate, ma difficili a credersi.

cap. iv.


QUel che ne le bellissime, et ornatissime cose arreca satisfattione, quel certo nasce ò da la fantasia, et discorso de l’ingegno; ò da la mano de l’artefice, ò vero è inserto in esse cose rare da la natura. A l’ingegno si apparterrà la elettione, la distributione, et la collocatione, et simili altre cose, che arrecheranno dignità a l’opere: A la mano lo accozzar insieme, il mettere, il levare, il tor via, il tagliare atorno, il pulimento, et l’altre cose simili, che rendono l’opere gratiose. A le cose è inserto da la natura la gravezza, la leggerezza, la spessezza, la purità, contro l’invecchiare la virtù, et altre cose simili, che fanno l’opere maravigliose. Debbonsi queste tre cose secondo l’uso, et l’officio di ciascuna accommodare a le parti. Le parti da notarsi si considerano diversamente. Ma in questo luogo ci pare che l’edificio si habbia a dividere in questo modo: ò in quelle parti per le quali tutti gli edificii convengono insieme, o in quelle, per le quali son l’un da l’altro differenti. Nel primo libro vedemmo che qual si voglia edificio haveva bisogno di regione, di sito, di scompartimento, di mura, di coperture, et di vani. In queste cose adunque convengono insieme; ma in queste altre sono differenti, che alcuni sono sacri, alcuni secolari, alcuni publici, alcuni privati, alcuni fatti per necessità, alcuni per piacere, et simili. Cominciamo da quelle cose, ne le quali e’ convengono insieme. Quel che la mano, o l’ingegno de l’uomo possa arrecare di gratia, o dignità a la regione, apena si [p. 137 modifica]discerne: se già non giova lo andare imitando coloro, che vanno esaminando que’ superstitiosi miracoli de le fabbriche, che si leggono. I quali non dimanco non sono biasimati da gli huomini savi, se questi tali si saranno messi a fare cose commode; et non ne sono lodati se elle non sono necessarie, e bene veramente: Percioche chi sarà mai tanto ardito di promettere, fusse egli chi si voglia, ò Stasicrate, come dice Plutarco, o Dinocrate, come dice Vitruvio, di fare del Monte Ato la effigie di Alessandro, in la mano de la quale fusse posta una Città capace di dieci mila huomini? Ne loderò io certamente la Regina Nitocri per haver’ella con grandissimi fossi sforzato l’Eufrate a girare attorno a la medesima Città de gli Assirii tre volte con molto viaggio; se bene per la profondità de le fosse ella rendè la regione fortissima, et fertilissima per l’abbondantia de l’acque. Ma dilettinsi i potentissimi Re di queste cose, congiunghino i Mari a Mari, taglino lo spatio, ch’è infra l’uno, et l’altro: pareggino i Monti a le Valli; faccino Isole di nuovo, et congiunghino l’Isole con la terra ferma, non lascino cosa nessuna a gli altri da potere essere imitati, et con si fatti modi lascino memoria di loro a posteri. Veramente che quanto più si vedrà, che l’opere loro sieno utili, tanto più saranno lodate. Costumarono gli Antichi di arroger dignità a’ luoghi, et a le regioni con boschi sacrati a gli Dii, et con la Religione. Io ho letto, che tutta la Sicilia era consacrata a Cerere: ma lasciamo andare queste cose. A me piacerà grandemente, che la regione sia dotata d’alcuna cosa maravigliosa, che sia infra le cose rare unica, et di virtù miracolosa, et nel suo genere eccellente, come per modo di dire, se ella per avventura sarà d’aere temperatissimo, più che tutte l’altre, et continovato d’una ugualità incredibile, come dicono, che è Meroe, dove gli huomini vivono quanto e’ vogliono; o come se quella regione producerà alcuna cosa non vista mai altrove, et da esser da gli huomini desiderata, et salutifera, quale è quella, che produce l’Ambre, la Cannella, et il Balsamo; o come se in lei sarà qualche forza divina, come è nel terreno de l’Isola Euboia, che dicono che non produce cosa alcuna nociva. Il sito, essendo egli una certa determinata parte de la regione, si farà bello di tutte quelle cose, che adornano la regione. Ma la natura de le cose presterà più commodità, et saranno più atte a fare molto più celebrato il sito, che la regione; Percioche e’ si truovano cose, che in molti modi arrecano maraviglia grandissima, come sono Promontorii, Pietre, Montagne altissime scoscese, et spiccate, Caverne d’acque, Antri, Fonti, et simili, vicino a quali meglio che altrove, si fabrica rispetto a la maraviglia, che di se rendono. Nè ci mancano alcune vestigie di qualche, antica memoria, inverso le quali la conditione de’ tempi, de le cose, et de gli huomini, ha causato, che tu non puoi voltare ne gli occhi, ne la mente, senza maraviglia. Io lascio stare il luogo, ove fu gia Troia, et i campi Leutrici macchiati di sangue, et i campi presso al lago di Perugia, et mille altri simili. Ma quanto le mani, et l’ingegno de gli huomini giovino a questa cosa, non dirò io così facilmente. Lascio l’altre cose più facili: I platani portati per Mare fino ne l’Isola del Tremito per adornare quello fito, et le poste colonne da i grandissimi huomini, gli obelisci, gli alberi, accioche da’ posteri sieno riguardati con veneratione. Come lunghissimo tempo si mantenne ne la fortezza di Athene quello ulivo piantatovi da Nettunno, et da Minerva. Lascio le cose mantenutesi lunghissimo tempo, et da vecchi date manualmente a’ posteri, come appresso di Chebrone, dicono de l’arbore, che produce la trementina, il quale durò dal principio del mondo infino a’ tempi di Iosefo. Gioverà certo grandissimamente ad adornare il sito, quel che e’ dicono (inventione eccellente certo, et molto astuta) cioè che per leggi prohibirno che nel tempio de la Dea Bona non potesse entrare nessuno maschio, nè in quel di Diana nel portico Patritio, et appresso a Tanagra, che nessuna donna potesse entrare nel bosco sacrato, nè manco più adentro ne penetrali del tempio di Ierusalem: [p. 138 modifica]et che nessuno, salvo che Sacerdote, et solamente per sacrificare si potesse lavare nel fonte vicino a Panto: Et che nessuno in quel luogo che e’ chiamavano Dolioli presso a la fogna maggiore di Roma, dove sono l’ssa di Pompilio, potesse sputare. Et sopra alcuno tempietto scrissono, che e’ non vi si menasse alcuna cantoniera. In Creta nel tempio di Diana non si poteva entrare, se non a pie nudi. Et nel tempio de la Dea Matuta non si poteva menare una Stiava. A Rodi nel tempio di Orodione non poteva entrare il Banditore. A Tenedo nel tempio di Tennio non poteva entrare il sonatore de pifferi. Del tempio di Giove Alfistio non era lecito uscire se prima non si sacrificava. In Atene nel tempio di Pallade, et a Tebe in quel di Venere non vi si poteva portare Ellera. Nel tempio di Fauna non era lecito (non che altro) nominare il vino. Et ordinarono che la porta Ianuale in Roma non si serrasse mai se non quando era guerra, nè che il tempio di Iano s’aprisse quando era pace: et vollono che il tempio de la Dea Horta stesse sempre aperto. Se noi vorremo imitare alcuna di queste cose, saria forse bene che si facesse uno editto che le donne non potessino entrare ne tempii de Martiri, nè gli huomini in quegli de le sante Vergini. Oltra questo quella è certo cosa dignissima, pur che ella sia fatta da lo ingegno de gli huomini, che quando la leggiamo non ci persuaderemo già mai ch’ella potesse essere cosi fatta, se noi non vedessimo in alcuni luoghi ancor hoggi alcune cose essere simili. Sono alcuni, che dicono che per arte de gli huomini è stato fatto, che in Costantinopoli le Serpi non nuocono a persona, et che intra le mura non vi volano le mulachie. Et in quel di Napoli non si sentono cicale. In Candia non vi sono civette. Ne l’Isola Boristene nel tempio d’Achille non entra uccello alcuno. In Roma presso al Foro Boario nel tempio d’Hercole non entra nè mosca, nè cane. Ma che cosa maravigliosa è quella, che a tempi nostri si vede che in Venetia nel Palazzo publico de Censori non entra sorte alcuna di mosche? Et a Toledo ne la publica beccheria in tutto l’anno non vi si vede mai più che una mosca, et quella notabile certo, per la sua bianchezza. Tali cose molte certo et infinite, che si leggono, sarebbe qui lungo a raccontare tutte, et se elleno sono fatte o da la natura, o da la arte, non sò io per hora ridire. Ma che più? con qual natura, o arte si potrà dire che sia fatto quel che in Ponto del Sepolcro del Re Bebrio raccontano, che essendovi uno alloro, dal quale se n’è levato ramo alcuno, et messo in una nave, non vi si fermano mai le contefe, fino a tanto che non si getta via detto ramo: In Pafo su lo Altare del tempio di Venere non piove mai: Ne la Frigia minore intorno al simulacro di Minerva i sacrificii, che vi si lasciano, non si corrompono mai: Se dal Sepolcro di Anteo è portato via cosa alcuna, comincia a piover dal Cielo, ne resta mai per fin che non si riempie il luogo dove era stato scavato. Ma e’ ci sono alcuni finalmente, che affermano che queste cose possino essere fatte da gli huomini artifitiosamente con immagini, la qual arte è di già perduta, et le quali immagini gli Astronomi fanno professione di sapere. Io mi ricordo havere letto appresso di colui, che scrisse la vita di Apollonio, che in Babilonia ne le stanze principali del palazzo Regio, alcuni magici havevano legato al palco quattro uccelli d’oro, chiamati da loro le lingue de gli Dii, et che egli havevano forza di conciliare gli animi de la moltitudine ad amare il Re. In oltre Iosefo autore gravissimo dice havere veduto un certo Eliazaro, che in presenza di Vespasiano adattato uno anello al naso de’ fanciulli gli liberava subito dal mal caduco: Et dice, che Salomone fece certi versi, per i quali si mitigano le malattie: Et Eusebio Pamphilo dice, che Serapi appresso de gli Egittii, che noi chiamiamo Plutone, ordinò certi contrasegni, con i quali si scacciano i mali spiriti, et insegnò il modo con il quale i diavoli prese forme d animali bruti ci sono molesti. Et Servio dice, che gli huomini erano soliti a portare adosso alcune consecrationi, mediante le quali fussino [p. 139 modifica]sicuri da gl’impeti de la fortuna, et che e’ non potevano morire, se e’ non si fusse prima disfatta tale consecratione. Se queste cose son vere, io crederò facilmente quel che si legge in Plutarcho, che egli era appresso de Pelenei un simulacro che levato dal tempio per il Sacerdote, da quella banda che gli sguardasse, empieva ogni cosa di spavento, et di grandissimo disturbo; et che non si trovavano occhi, che guardassino inverso lui per la paura. Ma sieno queste cose dette per diletto de l’animo. De le altre cose, che giovino a far bello il sito generalmente, com’è il circuito, il disegno attorno, l’essersi rilevato alquanto, l’havere spianato, et lo stabilimento, et l’altre cose simili, non hò io più che dire, salvo che tu le vadia a pigliare di sopra et dal primo, et dal terzo libro. Honorata certamente sarà quella pianta, la quale (come noi ti dicemmo) sarà secchissima, uguale, et assodata, et che sarà ancora attissima, et espeditissima a quello, a che ella harà da servire: et gioverà grandemente se ella sarà smaltata di terra cotta, del qual lavoro parleremo dipoi, quando tratteremo de le mura. Faccia ancora a nostro proposito quel che diceva Platone, che l’autorità del luogo sarà più degna, se tu gli porrai un nome splendido; et che questo grandemente piacesse ad Adriano Imperatore, lo dimostrano il Lico, il Canopeio, la Accademia, le Tempe, et altri chiarissimi nomi simili, che egli pose alle sue Sale de la Villa di Tiboli.