Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. I

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Libro settimo – Cap. I

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DELLA ARCHITETTURA

di

leon batista alberti

libro settimo.

DELLI ORNAMENTI DE’ TEMPII SACRI.


Che le Mura, i Tempii, le Basiliche furono consecrate a li Dii, et de la regione de la Città, et del sito, et de suoi ornamenti principali.

cap. i.


NOi habbiamo detto che il fabbricare si fa di più parti, et che de le parti alcune son quelle, per le quali tutte le spetie di qual si voglia edificio convengono insieme, come è il sito, le coperture, et simili, et alcune ne sono, mediante le quali gli edificii sono infra loro differenti. Insimo a quì habbiamo trattato de gli ornamenti che a quelle prime si aspettano, al presente tratteremo de gli adornamenti di queste altre, et questo discorso harà tanto grande utilità in se, che non che altro i dipintori accuratissimi investigatori de le cose belle, confesseranno ch’e’ non sia bene mancarne in modo alcuno. Sarà ancora tanto piacevole, non vò dir più: basta che non ti pentirai d’haverlo letto, ma io non vorrei che tu biasimassi, se essendoci proporsti nuovi fini, comincieremo a trattare la cosa da nuovi principii. I primi principii, et le vie adunque ci si dimostrano assai bene, mediante la divisione, il disegno, et la annotatione de le parti, de le quali la cosa in se consiste; Percioche si come in una statua fatta di bronzo, d’oro, et d’argento cosi a la rinfusa, il Maestro vi considera altre cose circa il peso, et lo statuario altre circa il disegno, et altri forse altre cose diverse; cosi noi ancora dicemmo altrove, che queste medesime parti de l’Architettura bisogna che sieno talmente divise, c’habbino un’ordine assai commodo, acciò si possino raccontare quelle cose, che faccino a tal cosa a proposito. Daremo adunque hora fine a quella divisione che principalmente conferisce più a la leggiadria, et a la gratia de gli edificii, che a la utilità, o a la stabilità loro. Ancor che tutte le cosi fatte lodi talmente convenghino infra di loro, che una che ne manchi in qual si voglia cosa, l’altre in la stessa cosa non sieno lodate. Gli edificii adunque sono o publici, o privati. Et i privati, et i publici, sono o sacri, o secolari. Tratterò prima de publici. Gli Antichi collocavano con grandissima religione le mura de le Città dedicandole a uno Dio, che di loro havesse ad havere la tutela. Nè pensavano che si potesse mai secondo il discorso humano da alcuno moderare tanto le cose de mortali, che nel commertio, et confortio de gli huomini non si ritrovasse la contumelia, et la perfidia, et credevano che una Città o per negligentia de suoi, o per invidia de vicini, fusse sempre vicina a gli accidenti, et sottoposta a pericoli, non altrimenti che una Nave nel Mare. Et però credo io che eglino usassino favoleggiando di dire, che Saturno, per provedere a bisogni de gli huomini, haveva già proposti a le Città per capi alcuni Semidei, et baroni, che con la prudentia loro le difendessino: Conciosia che noi non solamente habbiamo bisogno di mura, per difenderci; ma [p. 156 modifica]habbiamo necessità grandissima del favore de gli Dii: et dicono che Saturno usò di fare questo, accioche si come ad uno armento di pecore non si prepone una pecora, ma un pastore; cosi si intendesse che a gli huomini ancora bisognava preporre un’altra sorte di animanti, che fusse di maggiore sapientia, et di maggior virtù, che gli huomini ordinarii: et però sono le mura consecrate a gli Dii. Altri dicono, che da la providentia di Dio ottimo et grandissimo, è avvenuto, che si come gli animi de gli huomini hanno i loro genii fatali, cosi ancora gli habbino i popoli. Non è maraviglia adunque se le mura, dentro a le quali si ragunavano, et defendevano i Cittadini, erano tutte consecrate: Et se essendo per pigliare alcuna Città assediata, per non far cosa alcuna contro a la Religione, invocavano, et cercavano di placare con certi himni sacri, gli Dii defensori di esse, pregandoli che si contentassero di venirsene volentieri nel paese loro. Chi è per dubitare, che il Tempio non sia sacro, si per rispetto d’altre cose, si per questa più che per altra, che in esso si rende una dovuta reverentia, et honore a gli Dii, di tanti infiniti oblighi che la generatione humana ha con esso loro? La pietà è una de le principali parti de la giustitia; et chi sarà che non confessi che essa giustitia da per sè è dono di Dio: et è ancora una parte di giustitia congiunta a la di sopra, degna, et eccellente, et molto grata a gli Dii, et percio sacratissima, quella che noi usiamo verso gli huomini per conto di pace, et di tranquillità, mentre che noi vogliamo che ciascuno secondo i meriti suoi sia rimunerato? Et perciò per qual si voglia cagione giudicheremo che i luoghi dove si ministri giustitia, sieno consecrati a la Religione. Che direm noi de le memorie de le gran cose, che dedicate a la Eternità, si lasciano a posteri? diremo certo, s’io non m’inganno, che tutte attenghino in qualche modo a la giustitia, et a la Religione. Habbiamo adunque a trattare de le mura, de tempii, de luoghi dove si ministra giustitia, et de le lasciate memorie, se prima però che noi ne trattiamo, diremo brevemente alcune cose di esse Cittadi da non si dovere lasciare in dietro. Renderà molto gratiosa la regione et il sito, una abbondantia di edificii ben distribuiti, et ben collocati in luoghi commodissimi. Platone lodava, che la pianta, et il sito d’una Città si scompartisce in dodici parti, et in ciascuna collocava il suo Tempio, et le sue Chiese minori. Ma noi ci aggiugneremo luoghi dove concorrino assai strade, et luoghi per altri magistrati più minuali, fortificationi, luoghi da corrervi, et per piazze, et per giuochi, et se alcune altre cose sono che con queste si affaccino, pur che il sito da ogni banda fiorisca di abbondantia di casamenti. Ma le Città certamente ne sono alcune grandi, alcune minori, come sono i Castelli, et i Castelletti. Gli Scrittori antichi hanno openione che le Città poste in piano, non sieno molto antiche; perciò sieno di manco autorità che l’altre; percioche e’ credono che le sieno state fatte assai gran tempo dopo il Diluvio. Ma veramente che le Città in luoghi piani, et aperti, et i Castelli in luoghi aspri et difficili, hanno più del gratioso, et del dilettevole: niente dimeno io vorrei che in queste si usasse questo contracambio, che quelle, che sono ne le pianure, si rilevassino alquanto da terra sopra uno colletto per rispetto de le sporcitie, et de le immonditie; et quelle che sono ne le montagne vorrei io che fussino collocate in luogo piano, et uguale rispetto a le strade, et a gli edificii. A Cicerone pareva che Capua fusse da anteporsi a Roma, perche ella non era impiccata su per i colli, nè interrotta da le valli, ma piana et aperta. Alessandro lasciò di fornire la incominciata Città ne l’Isola del Faro, luogo certo per altro forte, et commodissimo: ma conobbe che ella non vi si poteva allargare di spatio da diventare grande. Nè penso che quì si habbia da lasciare in dietro, che il grandissimo ornamento de la Città, et la moltitudine de Cittadini: Io ho letto che Tigrane, quando egli edificò la Città Tigranocerta, costrinse una grandissima moltitudine d’huomini ricchissimi, et honoratissimi ad andare con tutti i loro beni ad habitarla, havendo mandato [p. 157 modifica]uno editto, che tutte quelle cose, che e’ non vi conducessino, et fussino ritrovate altrove, fussino applicate al fisco. Questo medesimo faranno volentieri da per loro i convicini, et gli altri forestieri, quando e’ saperanno d’havervi a stare sani, et dilicatamente, et abbondantemente, et infra gente ben costumata. Ma arrecheranno principalissimo ornamento a le Città, essi siti de le strade, de le piazze, et di ciascuno altro edificio, se saranno condotti, conformati, et collocati tutti commodamente, et bene ciascuno secondo il bisogno: Percioche tolto via l’ordine da le cose, non sarà certo cosa alcuna, che dimostri d’essere commoda, grata, o degna. Ad una ben costumata, et ordinata Città, dice Platone, bisogna provedere per via di legge, che non vi si introduchino le delicature de forestieri; et che nessuno Cittadino, se non finiti i quaranta anni, possa andare fuori. Et che i forestieri che per attendere a gli studii saranno stati raccolti ne la Città, poi che haranno fatto profitto, se ne rimandino a casa loro. Et questo si fa, perche egli accade che per contagione de forestieri i Cittadini si sdimenticano di dì in dì di quella parsimonia, con la quale furono allevati da lor padri, et cominciano ad havere in odio quelle usanze, et costumi antichi. La qual cosa è potissima cagione, che le Città vadino peggiorando. Racconta Plutarco che gli Epidauri havendo avvertito, che i loro Cittadini diventavano cattivi per il commertio ch’egli havevano, con gli Illiri, et imparavano con i loro perversi costumi ad innovare sempre qual cosa ne la loro Città, insospettiti per tal conto elessono fra tutta la loro moltitudine un Cittadino per anno, huomo grave, et circonspetto, che andasse a gli Illirici, et comperasse, et conducesse tutte quelle cose, che qual si voglia Cittadino gli commettesse. In somma tutti i savii convengono in questo ch’e’ vogliono, ch’e’ si habbia una grandissima cura, et diligentia, che la Città non si corrompa per il commertio de forestieri, che vi capitano; nè io penso che e’ sia però da imitare coloro, che non vogliono che vi capiti alcuna sorte, o qualità d’huomini. Appresso de Greci, secondo il costume antico, era usanza di non ricevere dentro ne la Città que’ popoli che non erano in lega insieme, nè per questo anche inimici, se talvolta e’ venissero armati peraventura a casa l’un de l’altro: ma ne anche scacciarli, et però gli alloggiavano lungo le mura, non lungi dal mercato de le cose da vendersi, acciò mediante quelle i forestieri si potessino rinfrescare, se di cosa alcuna havessero di bisogno, et i Cittadini potessino stare sicuri da pericoli. Ma io lodo veramente i Cartaginesi, percioche e’ ricevevano dentro i forestieri; ma non volevano però che egli havessero cosi ogni cosa a comune con i Cittadini: l’altre strade per andare a la piazza, o tal mercato erano comuni con i forestieri, ma i luoghi più riposti de la Città come gli Arzanali, et simili non gli lasciavano, non che altro vedere. Noi adunque ammaestrati da tali esempii, divideremo la pianta de la nostra Città talmente che non solo i forestieri vi habbino le loro habiture separate, et commode per loro, et a Cittadini non scommode; Ma in modo ancora che i Cittadini possino infra loro conversare, negociare, et habitare bene commodamente, et con dignità secondo il bisogno, et grado loro. Renderà certo la Città gratiosa, se diverse botteghe d’artieri staranno in diverse strade, et regioni in luoghi convenienti, et accomodati. Percioche nel mercato staranno bene gli Argentieri, i Dipintori, gli Orefici. Oltra questi gli Spetiali, i Sarti, et simili, e quelli, che fanno gli esercitii più honorati; ma ne luoghi più lontani debbono stare le arti più sporche, et più lorde, il fetore de Coiai si manderà ad stare lontano, et verso Settentrione; percioche da quel luogo i venti vengono di rado ne la Città, o tanto furiosi, che più presto volano, che e’ passino. Saranno forse alcuni a chi piacerebbe più tosto che le habitationi de Nobili fussino tutte insieme libere, e purgate dal mescuglio de la plebe. Altri vorrebbono più tosto che tutte le regioni de la Città, fussino cosi ordinate che per tutto si trovassero quelle cose, di che si può havere di bisogno, et per [p. 158 modifica]questo non recusano che le botteghe ben vili sieno mescolate con le case de Cittadini più honorati. Ma di questo sia detto a bastanza, altra cosa si aspetta a la utilità, et altra a la degnità. Io torno al nostro proposito.