Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO XXIV

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XXIV. Del Giudizio, e delle pene de’ peccatori.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XXIV. Del Giudizio, e delle pene de’ peccatori.
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CAPO XXIV.


Del Giudizio, e delle pene de’ peccatori.


1. In ogni tuo atto riguarda al fine, e come ti converrà stare davanti a rigido giudice, al quale niente è celato; il quale nè si placa per doni, nè ammette scuse, ma secondo giustizia giudicherà. O infelicissimo [p. 61 modifica]e stolido peccatore, or che potrai tu rispondere a Dio, che tutte sa le tue colpe; tu, il quale talora temi la guardatura d’un uomo adirato? E perchè non ti provvedi per lo dì del giudizio, quando nessuno potrà essere per altrui scusato o difeso, ma ciascheduno avrà assai che fare da sè? Adesso è fruttuosa la tua fatica, il tuo pianto accettabile, impetrativo il tuo gemito, satisfattorio e purgativo il tuo dolore.

2. Grave e salutevole purgatorio fa l’uomo paziente, il quale essendo ingiuriato, si duole più dell’altrui malizia, che dell’onta a sè fatta; il quale pe’ suoi contradditori volentier prega, e di cuore rimette le offese; che non indugia a chiedere altrui perdono, che più alla misericordia è pronto, che all’ira; il quale frequentemente fa forza a se stesso, e studiasi di sottomettere la carne interamente al suo spirito. Egli è meglio purgare adesso i peccati, e risecare i vizi, che riservarli a purgare in futuro. Noi inganniamo veracemente noi stessi per l’amore disordinato, ch’abbiamo alla carne.

3. Che altro dee consumare quel [p. 62 modifica]fuoco, se non se i tuoi peccati? Quanto più adesso tu ti risparmi, e studi la carne, tanto più dura pena pagherai poi, e ti raguni maggior materia pel fuoco. In ciò che l’uomo ha peccato, in quello sarà più agramente punito. Quivi gli accidiosi saranno frugati da accesi stimoli, e i golosi di sete e fame fierissima trangosceranno: ivi i lussuriosi, e gli amatori delle voluttà saranno impiastricciati di pece bollente e di fetido zolfo; e come rabbiosi cani, gli in vidiosi metteran urli per lo dolore.

4. Non sarà vizio alcuno, che non abbia il suo peculiare tormento. Ivi i superbi saran ricolmi d’ogni vergogna, e gli avari stretti da amarissima povertà. Colà sara più grave la pena d’un’ora sola, che qui non sarebbe la durissima penitenza di cento anni. Ivi nessuna requie, nessun conforto avranno i dannati: che qui pur talora si ristà l’uomo di faticare, e ci allevia la consolazion degli amici. Sii adesso sollecito, e dolgati delle tue colpe; sicchè nel dì del giudizio tu sii co’ beati posto in sicuro. Imperciocchè in quel dì staranno i giusti in grande fidanza a rimpetto di [p. 63 modifica]quelli, che gli hanno angustiati e depressi. Allora sederà a giudicare colui, che adesso si assoggetta a’ giudizi degli uomini. allora avrà gran baldanza il povero, e l’umile; e d’ogni parte sarà spaurito il superbo. </noinclude> quelli, che gli hanno angustiati e depressi. Allora sederà a giudicare colui, che adesso si assoggetta a’ giudizj degli uomini. allora avrà gran baldanza il povero, e l’umile; e d’ogni parte sarà spaurito il superbo.

5. Si parrà allora, essere stato saggio colui, che imparò ad essere stolto e vile per Cristo. allora ci sarà caro d’aver sofferto pazientemente qualunque tribolazione, e a gli empi sarà turata la bocca. Godranno allora tutte le persone divote, e le irreligiose saranno triste. esulterà allora più la carne tenuta a disagio, che se ella fosse stata sempre nutrita in delizie. allora risplenderà la roba spregevole, e la veste sottile sarà intenebrata. allora sarà più lodato il povero casolare, dell’indorato palazzo. allora ci gioverà più la tolleranza costante, che la signoria di tutta la terra. allora sarà più esaltata la semplice obbedienza, che tutti gli accorgimenti del secolo.

6. Allora ci darà più allegrezza la monda e buona coscienza, che la dotta filosofia. allora sarà più apprezzato il dispregio delle ricchezze, di quanti tesori sono nel mondo. allora [p. 64 modifica]sarai più consolato della divota preghiera, che del dilicato mangiare. più godrai del silenzio guardato, che de’ lunghi cicalamenti. ti varranno più allora le sante operazioni, che i molti parlari ed ornati. piacerà allora più la stretta vita, e la rigida penitenza, d’ogni terreno dilettamento. Impara adesso a sopportare te stesso nel poco, per poter allora campare da peggio. Prendi qui prima esperimento, quello che tu debba poter di poi. se ora tu sai patir così poco, or come potrai sostenere gli eterni tormenti? se adesso un picciolo patimento ti fa tanto impaziente, qual ti farà allora l’inferno? Or vedi bene: tu non puoi aver doppia allegrezza; prenderti qui diletto nel mondo, e poi regnare con Cristo.

7. Se tu fino al dì d’oggi fossi vivuto in onori, e in piaceri, qual merto avresti di tutto ciò, se di presente t’incogliesse di morire? Vanità sono dunque tutte le cose, eccettochè l’amar Dio, ed il servire a lui solo. Imperciocchè chi ama di tutto cuore Iddio, non teme nè di morte, nè di tormento, nè di giudizio, nè d’inferno: poichè l’amore perfetto ci dà [p. 65 modifica]di poterci a Dio appressare sicuramente. Ma chi pur dilettasi del peccare, non è maraviglia ch’egli paventi la morte, e il giudizio. Egli è tuttavia alcun bene; che se non ancora l’amore ti ritira dal male, il timore almen dell’inferno te ne raffreni. Ma chi si getta dopo le spalle il timore di Dio, non potrà perseverar lungamente nel bene, ma assai presto verrà a dar ne’ lacci del diavolo.