Della moneta/Libro III/Capo I

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Capo I - Della proporzione tra il valore de' tre metalli usati per moneta

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Capo I - Della proporzione tra il valore de' tre metalli usati per moneta
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CAPO PRIMO

della proporzione tra il valore de’ tre metalli
usati per moneta

Il valore è una relazione — Perché si dica fisso il valore de’ metalli — Effetto della falsa proporzione data in vigor di legge — S’applica e si spiega con esempi il giá detto di sopra — È inutile stabilir con legge questa proporzione — Tre maniere usate da noi intorno a’ prezzi delle cose — Prezzo di «voce» usato nel Regno e sua utilitá — Applicazione del giá detto alla moneta — Alla moneta s’avrebbe a dar prezzo non forzoso — Non è vergogna il far cosí — Perché si sia fatto diversamente — Istoria della proporzione tra l’oro e l’argento.

Di tanti e tanti errori, onde è circondata la nostra mente e in mezzo a’ quali perpetuamente s’aggira, non ne resterebbero se non pochissimi, quando fosse possibile a fare che si evitassero, come è facile a dire, quelli che provengono dalle voci relative prese in senso assoluto. Se ciò si potesse, questo terzo libro sarebbesi tralasciato; perché tutto quello, che sul valore della moneta hanno scritto i dotti e stabilito i principi, per lo piú è stato fatto senza avvedersí che «valore» è voce esprimente relazione. Quel che appresso si cercherá dell’alzamento, se sia utile o no, non sarebbe sí disordinatamente trattato, se si avesse avuto in memoria che l’utile è relativo.

Sicché, basta ch’io dica il valore esser relativo ed esprimere l’ugualitá del bisogno d’una cosa a quello d’un’altra, giá s’intende non essere stabilito e fisso il valore della moneta dalle leggi o dalle costumanze, né esser questo alle umane forze possibile. Perché, a fissare una ragione, bisogna tener fermi ambidue [p. 154 modifica] i termini; e quindi, a voler fissare il prezzo della moneta, converrebbe darlo stabilmente al grano, al vino, all’olio e a tutto infine: cosa impossibile. Come dunque, chiederá taluno, si dice fisso il valor della moneta? Ciò è detto abusivamente; perché, delle infinite mercanzie con cui si paragona la moneta, con un’altra sola sta fissa la proporzione. Quest’altra è la stessa moneta. Io ho detto che di piú metalli sono le monete. Or fra un metallo e l’altro, acciocché si misurino ben insieme, ha la legge posta la proporzione del prezzo. Oltracciò, fra le monete dello stesso metallo si stabiliscono i prezzi secondo la proporzione della materia ch’esse contengono; e questa è piú tosto una manifestazione del conio che una legge di proporzione. Da questo abuso di parlare n’è venuto l’altro, che, quando la moneta cambia proporzione col grano, per esempio, non si dice che la moneta sia incarita o avvilita, come la veritá vorria che si dicesse, ma si dice del grano: solo, se il rame si varia coll’argento, si dice alterarsi la moneta.

Or questa proporzione stabilita dall’autoritá della legge, senza potersi secondo i movimenti naturali mutare, è stata in ogni tempo ed è la fonte de’ gravi mali che può avere nell’intrinseco suo la moneta. Anzi tutti gli altri, quale è la falsificazione e il tosamento, traggono la loro malignitá da questo: che mutano la naturale proporzione senza che si muti quella che dalla legge è data. E ’l male, che si genera da una proporzione non naturale del valore, è questo. Essendo il valore la proporzione tra il possedere una cosa o un’altra, quando esso si sta ne’ termini naturali, solo quella gente, a cui vien bisogno dell’una delle due, si dispone a cambiarla coll’altra; il resto degli uomini no: ma, cambiandolo, forza è che una delle due cose acquisti minor valore del giusto, l’altra piú. Dunque sará vantaggioso, anche a chi non gli bisogna, dar l’una e prender l’altra. Ecco nata una via di guadagnare non dalla natura ma dalla legge: ecco nato un commercio, che tutti, senza fatica, senza talenti, sanno e possono fare. Dunque quella cosa, che è valutata meno del natural valore, scarseggerá, sovrabbondando l’altra che se l’è sostituita; né potrá, stante la forza della legge, [p. 155 modifica] incarire, e cosí equilibrarsi. Or, posto che tal cosa sia utile, noi resteremo privi d’una cosa utile alla vita, e, in questa vita essendo la felicitá originata sempre da’ commodi che si godono, questo è il male maggiore.

È generale questo effetto a tutte le cose alle quali si fisserá il valore; ma, a volerlo applicare al denaro, si stabilisca che la proporzione naturale tra l’oro e l’argento oggi è che chi possiede una libbra d’oro è ugualmente ben provveduto di colui che ne ha quindici incirca d’argento. Venga ora l’autoritá pubblica, e faccia tredici libbre d’argento eguali ad una d’oro. Torna subito conto il pagare in argento, mentre non piú quindici libbre, ma solo tredici se ne hanno a dare per soddisfare il debito d’una d’oro. Torna in vantaggio ritenersi l’oro; e, mandandolo lá ove ancora si siegue a valutarlo per quindici libbre d’argento, un uomo, che avea trenta libbre d’argento di rendita e quindici di debito, fatta questa mutazione, ne avrá trentaquattro d’entrata e tredici di debito: dunque l’oro ha da sparire e l’argento solo restare. Se questo stabilimento dura, tutto l’oro anderá via. Se, conoscendosi la perdita d’una classe di moneta tanto necessaria, si abolisce la legge, si proverá il danno di quella parte dell’effetto che era giá seguito. Perocché, poniamo che, mentre la disproporzione era in vigore, centomila once d’oro siensi estratte e cambiate in argento; saranno dunque entrate un milione trecentomila once d’argento. Se si volesse ripigliar l’oro, avrá questo Stato altre centomila once d’oro? No, perché si dee ripigliare da’ paesi, ove le leggi di chi l’ha perduto non han forza, e lá l’oncia ne vale quindici d’argento; sicché saranno rendute sole ottantaseimilaseicentosessantasei: tutto il restante, che non è poco, lo Stato lo ha per sempre perduto, ed è andato in mano della gente piú accorta. Se questi sono stati stranieri, ben si vede qual pazzo dono e quanto considerabile s’è fatto loro: se sono cittadini, solo uno sciocco politico può dire che non vi sia stato danno. Perocché è legge di natura che le ricchezze abbiano ad essere ricompensa solo di chi arreca utile o piacere altrui; e dovunque si permette che uno spenda o perda qualche suo guadagno [p. 156 modifica] senza trarne alcun piacere, lá non può essere ordine alcuno di governo e di felicitá. I dazi, i tributi, le mercedi de’ magistrati allora sono giuste, quando sono ordinate ad accrescere la nostra quiete, dando il sostentamento a quelle persone piú savie e virtuose, che sappiano mantenere la pace e la regolata libertá. La tirannia non è altro che quel cattivo ordine, in cui acquista ricchezze colui che ad altri o non è utile o è pernicioso. È adunque tirannia il fare che le ricchezze di chi si trovava per caso pieno di moneta d’oro passino a chi avea moneta d’argento, senza ragione veruna. E chi volesse dire che lo Stato intiero non vi perde, quando sono ambedue cittadini, si ricordi che di tutte le cose, che distruggono un paese, niuna lo fa piú presto della tirannia.

Ora, avendo manifestato quanto male sia nel dare a’ metalli una falsa proporzione di valuta, non mi pare fuor di proposito, poiché la materia mi vi tira, discorrere le ragioni per cui niun popolo o regno è stato finora, che non abbia voluta stabilire questa proporzione. E prima cercherò s’egli è stato necessario; e, quando avrò dimostrato che no, cercherò perché si sia fatto sempre.

A dimostrare che sia inutile lo stabilire per legge tal proporzione nella moneta, non meno che il prezzo degl’interessi e de’ cambi, Giovanni Locke ne’ suoi trattati usa questo argomento. Che, quando la natura delle cose la stabilisce, non vi si ha a framettere la legge: perché, o ella non si discosta dalla natura, ed è inutile; o se ne discosta, ed è ingiusta, e tutto quel, ch’è ingiusto, è sempre dannoso ad ognuno. Ma un tale argomento, concepito in termini generali, non è buono; perocché, come qualunque uomo ben conosce, essendo la legge giusta una confirmazione della natura, ne seguirebbe che non si avessero a porre leggi, non potendosi evitare che non fussero o inutili o cattive: sicché si ha da restringere questo a que’ soli casi in cui non può temersi violazione della natura, come sono i prezzi de’ contratti. La compra e la vendita anche nello Stato civile sono in una piena e naturale libertá, come ogni altra cosa che dipenda dal consentimento di due; né può [p. 157 modifica] la legge prescriverci quel che ci abbia da piacere o bisognare, né muoverci appetito d’acquistare o svogliatezza di possedere: e perciò quel consenso, ch’è padre de’ prezzi, essendo creato dalla natura, non l’ha da turbare la legge. Sono necessarie le leggi in questi contratti solo per rendere vero il consenso, allontanando le frodi e gl’inganni, i quali, falsando le idee, rendono falsa la stima ed il consenso.

E, se noi considereremo i nostri costumi, troveremo che sopra tre capi ne’ contratti di compra e vendita abbiamo fatte leggi: sulla bontá, sulle misure e sul prezzo delle mercanzie; con questa diversitá: che sui due primi le leggi sono universali ad ogni genere vendibile, le esperimentiamo utili e non ce ne siamo mai trovati male: delle leggi sul prezzo, non cosi. Tanto è vero quel ch’io ho di sopra detto. E, se piú particolarmente esamineremo quali statuti abbiam fatti intorno a’ prezzi, troveremo quali sieno i buoni e quali no. Moltissimi generi, anche de’ piú necessari, non hanno fra noi regolamento di prezzo, come sono i frutti freschi e secchi, l’erbe, le pelli e le suola, i carboni, le legna, le tele, l’uova ed infiniti altri. Né da questa mancanza nasce vacillamento di prezzi o monipolio o aggravio; anzi, sebbene essi sieno talora generi non patrii e soggetti a grandi vicissitudini, si osserva che, mentre i paesi convicini con infinite regole ne penuriano, noi senza tante regole ne abbiamo competente provvisione. Alcune altre merci poi, forse perché si credono piú utili, hanno un prezzo fisso, che, con voce normanna, è detto «assisa». Le utilitá di questa sono: I. d’appagare le stolide menti della vilissima plebe, che con l’assisa per lo piú nuoce a se medesima, come quella che è la venditrice delle basse merci, che sono sottoposte all’assisa; II. di dar sostentamento a molti inferiori ufiziali, i quali, lasciando violare quest’assisa, fanno sí che i generi prendono un prezzo un poco piú alto, ma tanto costante e giusto, che niuno è che, per aver roba buona, non si contenti, tacendo, sottoporvisi. Onde si vede che quest’assisa non è di giovamento alcuno alla societá, tolti certi generi vilissimi, consegrati al vitto della gente piú meschina, che meritano esser tenuti a basso prezzo. E certamente, [p. 158 modifica] quando i compratori sono piú ricchi de’ venditori, la legge ha da favorire il venditore e non il compratore, perché sempre il prezzo è piú svantaggioso per chi ha maggior desiderio di vendere, essendo piú bisognoso. E, se alcuno richiederá perché i nostri nobili (in mano de’ quali è l’amministrazione di questa parte di governo) abbiano tanta cura di far osservare l’assisa, poiché essa è tanto molesta e costringe anche l’onorate persone a contravvenirle; io risponderò che le opinioni antiche e le grida della plebe anche negli animi ben formati hanno forza superiore a tutto; e tanto piú, che è la classe de’ compratori che impone le assise, e non quella de’ venditori.

Una terza specie di prezzo abbiamo ancora, che diciamo «voce», che è prezzo fisso, ma non forzoso. Usasi questa e nel grano e nel vino e negli oli e nel cacio ed in quasi tutti i generi di prima necessitá. Non si può con parole esprimere l’utilitá e le comoditá della «voce». Essa serve di norma a que’ contratti, ne’ quali spontaneamente due hanno convenuto di stare al prezzo della «voce»; e cosí è mista la libertá di contrarre alla necessitá d’una regola fissa, e la forza la fa la libera convenzione, non la legge della «voce». A questa istituzione noi dobbiamo tutto il giro del nostro commercio, il quale, dovendosi fare quasi senza moneta, perché di questa il Regno non è abbondante, senza la voce non si potrebbe raggirare. E, poiché ella è cosa notissima, non mi dilungherò in celebrarla. Solo voglio raccomandare, a chi presiede, la conservazione di cosí bella ed utile costumanza, la quale si conserva e si sostiene unicamente per la fede, che ha il popolo nella giustizia della «voce» e nella integritá ed intelligenza di coloro che la danno. E, se questa, collo sbaglio di pochi anni consecutivi (essendo la fede pubblica piú delicata di qualunque fumo a fuggire), si perdesse, noi saremmo intieramente rovinati.

Ora, volendo applicare alla moneta questa varietá di stabilimenti e conoscere quale sarebbe per esserle piú accomodato, io credo che il lasciar la proporzione fra i metalli affatto non definita non sarebbe cosa utile; imperocché essa si richiede:

1. per la facile valutazione delle monete, de’ cambi, de’ pagamenti e d’ogni contratto che si faccia col denaro; [p. 159 modifica]

II. perché non può dar fuori la zecca moneta nuova senza darle prezzo, e questo non può averlo regolato la moltitudine sopra monete ch’ella non ha neppur viste;

III. perché è necessaria una dichiarazione legale per que’ contratti, in cui non fosse spiegata e convenuta;

IV. perché a’ giovani, alle vedove, a’ pupilli, per non esser preda degli accorti, potria servire almeno di lume e di regola.

Queste ragioni, sebbene non dimostrino in tutto la necessitá, mostrano la utilitá; né l’esempio de’ cinesi e di altre nazioni, che sono ripiene ancora d’ordini di governo imperfetti ed incommodi, distrugge ciò ch’io dico.

Ma, per contrario, a voler dare una proporzione fissa e forzosa, è da temer molto che, se questa si sbaglia, non rovini lo Stato. La sproporzione è l’unico male grande e d’effetto subitaneo, che ha la moneta. Il ritrattarsi e l’emendarsi da quel che hanno le supreme potestá stabilito è cosa rara e lenta, e o non si fa o giunge inopportuna. Dunque il miglior ordine è il terzo, quanto è a dire il dare una proporzione fissa, ma non forzosa, quasi in quel modo istesso che è la «voce», o, per pigliare un esempio piú somigliante, che è il frutto degl’interessi, il quale è stabilito in sul quattro per cento, ma non si vieta ch’esso si faccia, per convenzione, o maggiore o minore.

Questo dar prezzo di «voce» (siami lecito usar questa espressione) alle monete tutte, anche proprie, evita tutti i pericoli. La «voce» non sarebbe altro che quel prezzo, con cui imprima esce la moneta dalla zecca: dopo la quale uscita, non si avrebbe a costringere alcuno a stare a quell’istesso prezzo, ma si dovrebbe trattar come mercanzia. E, quando egli avvenisse che il consenso comune si difformasse dal prezzo della zecca, dovrebbe questo uniformarsi a quello della moltitudine, la quale, quando è lasciata in libertá, siegue sempre il vero; e si sarebbe a tempo di farlo, giacché la moneta non sarebbe uscita punto dallo Stato.

Né è da temere che il popolo mettesse ingiusto il prezzo; mentre, dovunque non può essere monipolio, vi sará sempre giustizia ed egualitá. E, poiché la sola zecca è quella che dá [p. 160 modifica] fuori tutta la moneta e si può in certo modo dire la sola venditrice della medesima, se essa non dá un non giusto prezzo, il popolo non lo potrá dare giammai; e perciò, se sará lasciato in libertá d’ognuno il variarlo, se esso era il vero, si conserverá; se non era, si muterá nel vero. E, quantunque si debba credere che le zecche de’ principi giusti, regolate da gente virtuosa, non sieno per dar mai un falso prezzo alla moneta; pure egli è da aversi per certo che i pochi, qualunque studio v’adoprino, possono sempre cadere in errore, se non si lasciano condurre da’ molti.

Né finalmente è degno d’uomini savi il riporre una falsa idea di vergogna nel lasciarsi regolare in opera cosí grande dal popolo. È cosa piú grande assai il prezzo del grano, del vino, dell’olio; piú grande quello delle terre, delle case, degli affitti, degl’interessi e de’ cambi: e pure niuna legge ne dá regola, fuorché il consenso solo della gente. E veramente come può esser vergogna il lasciar piena libertá a coloro, il servire a’ quali è il sommo degli onori? I magistrati sono ministri destinati alla felicitá della moltitudine ed alla conservazione della di lei libertá; ed il principe istesso a questo impiego da Dio è consegrato.

Volendo ora alcuno sapere perché tutti i popoli contro questo, ch’io dico, hanno usato porre con legge tale proporzione, io ritrovo due esserne state le cagioni. L’una, e la piú forte, è che gli uomini credono sempre far bene col fare e che, non facendo, s’abbia a star male; né si troverá magistrato, che voglia pregiarsi di non aver fatto. E pure il non fare non solo è cosa ripiena molte volte di pregio e d’utilitá, ma ella è inoltre difficile molto e faticosa assai piú che non pare ad eseguire. E, se noi riguarderemo che tutte le buone leggi, che si possono sopra qualche materia fare, si possono in un solo colpo promulgare ed in un foglio raccogliere, conosceremo che, quando è fatto tutto il buono, e pure si vuole (non contentandosi di eseguire il giá fatto) seguitare ad ordinare, è inevitabile guastare il buono e cominciare il cattivo; ed, ancorché non si facesse male, il voler troppo minutamente ordinare le cose è in [p. 161 modifica] sé grandissimo difetto. E n’è d’esempio la repubblica fiorentina, la quale (come è la natura degli animi de’ suoi cittadini), volendosi sempre nelle minuzie piccolissime perfezionare, non fu mai nelle grandi ordinata.

A questa ragione si hanno da attribuire in grandissima parte i danni sulle monete della Francia e di Roma, mentre queste corti piú d’ogni altra sono ripiene di magistrati e di tribunali: il che l’una dee alla venalitá delle sue cariche, l’altra alla necessitá, che ha di dar impiego a tanti che vengono a servirla. Ed è, per contrario, degna di lode e d’invidia la mia patria in questo: che non è il suo commercio tormentato da compagnie, monipòli, ius prohibendi, ordini e statuti (che altrove si dicono «police», e noi chiameremmo «aggravi»), né su d’ogni piccola cura del governo si edifica una magistratura. E noi soli, con esempio raro e glorioso, abbiamo lasciata la proporzione tra le monete d’argento e quelle d’oro (che è la piú importante) libera in grandissima parte col piú delle monete straniere.

L’altra ragione, per cui è fisso il prezzo relativo de’ metalli, è perché gli uomini non dánno medicina ai mali del corpo proprio, e tanto meno a quei dello Stato, se non arrecano acerba puntura. Gran dolore non può darlo la varietá della proporzione, perché essa per secoli intieri non si muove sensibilmente, come colla sua storia io dimostrerò.

Un grandissimo numero di critici è persuaso aver da un passo d’Omero risaputa la proporzione antichissima tra l’oro e il rame. Nell’Iliade1, narrandosi il combattimento tra Diomede e Glauco, che vien seguito da lunghi discorsi e permutazione delle armi in segno d’amicizia, dice Omero cosí:

[testo greco] [p. 162 modifica]

Tum vero Glauco Saturnius mentem ademit Iuppiter,
qui cum Tydide Diomede arma permutavit,
aurea aereis, centum bobus aestimabilia cum iis, quae novem  aestimabatur.

Onde deducono che l’oro era al rame come cento a nove. Della qual conseguenza non s’è tirata ancora al mondo la piú falsa e la piú assurda. Se cosí fosse stato, dell’oro, per la eccessiva abbondanza, si sariano fatte le mura e lastricate le strade. Oggi, che abbiamo tanto oro e che di rame non abbiamo minore o maggior quantitá d’allora, la proporzione è incirca come millecento a uno; ed allora sarebbe stata come undici ad uno, quanto a dire cento volte maggior quantitá d’oro avrebbero avuta i troiani. Ridasi adunque di questa scoperta, e piangasi nel tempo istesso che sieno caduti gli scrittori piú venerabili in mano agli umanisti, che, mentre ne hanno emendate le voci, ne hanno mal intesi i sentimenti. Se non fosse alieno dal mio proposito, io dimostrerei ora che le armature erano ambedue di rame puro, giacché un’armatura d’oro è inservibile per lo peso e per la debole resistenza agli urti de’ colpi; e che non per altro si dicono l’una di rame e l’altra d’oro, che per esprimere la somma differenza di bontá e di eccellenza, che mettevale fuori d’ogni proporzione. E questa frase di dire ogni cosa eccellente nel suo genere: «d’oro», è in tutte le lingue frequente ed usitata.

Poiché dunque in Omero non rimane vestigio dell’antica proporzione, il primo, che ne dica, è Erodoto. Egli, narrando al libro terzo le rendite del re Dario, dice imprima che i tributi d’argento si pagavano in talenti babilonici, que’ d’oro in euboici: dice poi che gl’indi, nazione numerosissima, pagavano di tributo trecentosessanta talenti d’oro raccolto ne’ fiumi, o sia di polvere d’oro: infine, per sapere tutte le rendite di Dario a quanti talenti euboici ascendessero, dice2: [testo greco] [p. 163 modifica] [testo greco]: «Aurum vero, si terdecies multiplicatum computetur [ad argentum], ramentum reperitur ad rationem Enboicam esse quatuor millia talentorum sexcentaque et octoginta». È dunque chiaro che la proporzione era di uno a tredici.

Pare che questa poi fosse alquanto mutata in Grecia a’ tempi di Socrate, per quello che da Platone si ha nel dialogo Dell’aviditá del guadagno. Ivi, ragionando Socrate con Ipparco, gli domanda se un negoziante, che dá una mezza libra d’oro e ne guadagna una intera d’argento, acquisti o perda. Gli risponde Ipparco3: [testo greco]: «Detrimentum equidem, o Socrates; nam pro duodecuplo duplum taniummodo recepit». Ma forse ciò proveniva dalla lega messa nelle monete ateniesi.

I romani, nel primo coniar l’oro, fissarono la proporzione di uno a quindici, dicendoci Plinio4: «Aureus nummus post annum LXII percussus est, quam argenteus, ita ut scrupulum valeret sestertiis vicenis». Or venti sesterzi sono eguali a cinque denarii, ed è ognuno di questi eguale alla dramma attica, la quale si compone di tre scropoli. Ma sí fatta proporzione ha riguardo piú alle monete con quella lega con cui si usò coniarle, che non al valore intrinseco del puro metallo. Inoltre in quella etá, in cui l’armi sole aveano pregio e le rapine distribuivano le ricchezze, chi sa con quanta accuratezza fosse stato dato prezzo alla moneta d’oro nuova e non mai prima battuta? Da questa proporzione infatti si variò, e ne’ tempi degl’imperatori fu di uno a dodici e mezzo costantemente, avendo l’aureo pesato due denarii e valutine venticinque5. Ma forse che ciò derivò in parte dall’essere diminuito l’argento dal molto che ne assorbiva il commercio delle Indie e dell’Asia. Nel basso [p. 164 modifica] imperio la proporzione alzò, perché i barbari asciugarono l’oro di molto. In una legge d’Arcadio e d’Onorio si ha che una libbra d’argento corrispondeva a cinque solidi d’oro6. In un’altra degli stessi imperatori ogni solido si valuta venti libbre di rame7. In una terza, falsamente attribuita ad Alessandro Severo (poiché ella è di Valentiniano e Valente) nel Codice teodosiano, il solido d’oro si riconosce essere la settantesimaseconda parte della libbra, o sia la stessa d’un’oncia8. Da queste tre leggi comparate insieme si trova essere stata la ragione dell’oro all’argento di uno a quattordici e due quinti; quella dell’oro al rame di uno a millequattrocentocinquanta; dell’argento al rame di uno a cento.

Ne’ secoli barbari divenne assai piú raro l’argento, e perciò la proporzione cambiò, discendendo quasi al dieci per cento. O pure ciò venne per essersi coniate le monete d’oro infetto di molta lega. Ma in questo stato restò pochissimo tempo, poiché, nel 1356, Giovanni di Cabrospino, nunzio in Polonia, presentò alla Camera romana un suo foglio9 delle monete correnti al suo tempo, nel quale si legge: «Libra auri 96 fiorenis: libra argenti puri, sive marcha, 8 fiorenis»: era dunque la proporzione come uno a dodici. In questo termine si mantenne sino alla scoperta dell’America con piccolo vacillamento, e, un secolo e piú dopo tale scoperta, non era ancora di molto cambiata. Poi da un secolo in qua è andata crescendo tanto, ch’ella s’accosta oggi di molto a quella di uno a quindici, la maggiore di quante ne abbia accuratamente avute. Ho voluto distendermi sopra ciò, per dimostrare quanto sia falso ciò che è da moltissimi creduto, che lo scoprimento dell’America abbia mutata [p. 165 modifica] e si può vedere che sin da antichissimi secoli ella è stata alle volte quasi eguale alla presente.

Una tanta costanza ha fatto che diffícilmente siasi errato in definirla con legge. E ne’ tempi antichi lo sbagliarla non importava di molto; perché, essendo i popoli convicini barbari, rozzi e privi d’ogni commercio, non poteano assorbir la buona moneta e render la cattiva; e perciò quell’autoritá, che i romani ebbero sulle monete, non la può oggi usare alcun principe senza suo danno. Questo ha fatto che io consigliassi tanta oculatezza nel porre la proporzion tra le monete di vario metallo; perché, in quanto a quelle d’un metallo, basta farle di simile bontá ed apprezzarle secondo il peso. Entrerò ora a dire della mutazione di proporzione in vari modi fatta. Poi dirò dell’alzamento, il quale altro non è che un mutare l’idea antica di qualche suono di voce, facendo, per esempio, che si chiami «ducato» non piú un’oncia, un trappeso e quindici acini d’argento, ma quattrocentonovantadue acini e mezzo d’argento; e, siccome si mutano nel tempo stesso anche le idee de’ nomi delle monete d’oro, cosí non s’induce tra loro sproporzione, ma solo col rame e colle monete immaginarie usate al conto, che è quanto dire co’ prezzi delle merci. La grandezza e la varietá degli argomenti non mi lasceranno esser breve, quantunque io sia per essere, il piú che potrò, stretto nel dire e conciso.

  1. vi, [234-6].
  2. [iii, 95, i.]
  3. [Hipparchus, p. 231 d.]
  4. [N. H. xxxiii, 13,5.]
  5. Ciò si ha da Dionisio d’Alicarnasso, i, 55, e dalle autoritá di Suetonio e di Tacito confrontate insieme, come anche da Dione e da Zonara con manifeste testimonianze.
  6. Cod., x, 76 (De argenti pretio quod thesauris infertur), x.
  7. Cod., x, 29 (De collatione aeris), i.
  8. Cod., x, 70 (De susceptoribus, praepositis et arcariis), 5, del consolato di Lupicino e Ionnino.
  9. Inserito dal Grimaldi, nella sua opera inedita De sudario Veronicae, e stampato dal Muratori nelle Antiquitates Medii Aevi, ii, diss. 28.