Della moneta/Libro III/Capo III

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Capo III - Dell'alzamento, ossia della mutazione di proporzione tra tutta la moneta e i prezzi delle merci

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Capo III - Dell'alzamento, ossia della mutazione di proporzione tra tutta la moneta e i prezzi delle merci
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CAPO TERZO

I

dell’alzamento o sia della mutazione
di proporzione tra tutta la moneta
e i prezzi delle merci

Varietá d’opinioni intorno all’alzamento — Definizione di esso — Sua natura.

Avendo discorso particolarmente tutte le qualitá dell’alzamento di una parte delle monete, del quale nel principio proposi di ragionare, e considerato quanto male abbia in sé, e mostrati i modi di guarirlo; mi resta ora a discorrere generalmente dell’alzamento di tutta la moneta, il quale da’ principi si fa o con una legge, o con rifondere tutta la moneta e diminuirne il peso o la bontá de’ carati. Sará questa materia assai piú di tutte le altre precedenti da varietá d’opinioni combattuta ed oscurata, e ripiena tutta di gravissime considerazioni: perché molti, come calamitoso allo Stato, lo abborriscono; molti l’esaltano; e di quelli stessi, che ne sono inimici, molti stimano che, quando egli è fatto, convengasi medicarlo con restituire ogni cosa all’antico stato; molti per contrario stimano esser questo un raddoppiamento del male. Or, perché in tanta disputa, a voler seguir dietro a tutti gli scrittori uno per uno, non ne potrebbe nascere che ambiguitá, confusione e tenebre, io restringerò sotto quattro capi quanto da tutti è stato finora [p. 186 modifica] detto e immaginato. E prima dirò di quelle utilitá che si promettono a’ principi o a’ sudditi da questo alzamento, e che sono false e sognate; poi dirò di que’ danni che ad amendue sono minacciati dal piú degli scrittori, e che io stimo non veri e profferiti ignorantemente; seguiranno poi que’ danni che sono veri e giusti; e finalmente quelle utilitá vere che dall’alzamento talvolta si possono sperare. Onde si vedrá se vi sia tempo e condizione di cose, in cui (perché nelle deliberazioni umane è sempre misto il bene al male), l’utilitá superando i danni, sia commendabile l’alzamento.

A volere con una definizione spiegare la natura dell’alzamento, cosí come se n’è giá dichiarata la voce, io stimo ch’ei si potrebbe definire così: Alzamento della moneta è un profitto, che il principe e lo Stato ritraggono dalla lentezza con cui la moltitudine cambia la connessione delle idee intorno a’ prezzi delle merci e della moneta. Quella connessione delle idee, che è la piú grand’opera della nostra mente, quella che d’ogni scienza è base e che per tanto spazio da’ bruti ci diparte, ella è quell’istessa, su di cui i piú singolari e straordinari consigli sono edificati. Perciò mi si farebbe ingiuria in credere che io avessi voluto maliziosamente dare questa definizione: perché io posso dimostrare che la vendita della nobiltá e de’ titoli, la concessione degli onori ed infinite altre costumanze meritano avere la medesima definizione ch’io ho data all’alzamento; e pure di queste niuno nega l’utilitá, niuno contrasta a’ principi il dominio e la libera autoritá. Che la vendita della nobiltá sia un servirsi d’una connessione d’idee giá formata, lo comprende chiunque riguarda che, se un principe dichiara nobili tutti i suoi sudditi, non accresce loro onore alcuno, ma ne toglie alla voce «nobiltá», a cui cambia il significato. Se egli istituisce un’insegna d’ordine, e non la concede in sulla prima ad uomini giá gloriosi e venerati, sicché si congiungano queste idee, ma la dá a’ suoi staffieri, qualunque forma si abbia questa insegna, ella diviene livrea. Perché la moltitudine dalla veritá trae e concepisce le idee, a queste accoppia i suoni delle voci: sulle voci usando giusto imperio, [p. 187 modifica] il principe giova al bene dello Stato, che è la suprema legge, o premiando altrui, o sostenendo le sue forze contro alle traversie: s’ei se n’abusa, si scioglie la connessione, cambiano significato le voci, le cose restano le medesime, e vince la forza insuperabile della natura.

Questo è appunto nell’alzamento. Ei non produce mutazione alcuna di cose, ma di voce: quindi è che i prezzi delle merci, per rimaner gli stessi nella cosa, debbonsi mutare anch’essi quanto alle voci. Se questo seguisse nel giorno istesso in cui si fa l’alzamento, e seguisse in tutto, ed in tutto proporzionatamente, l’alzamento non avrebbe affatto conseguenza niuna; come non l’avria quella legge, con cui si costituisse che le monete, invece di nominarsi co’ nomi italiani, si avessero a dinotare con nomi o latini o greci o ebraici. Dunque, quando ne’ prezzi si mutan le voci, restano le cose nel medesimo stato di prima: quando stan ferme le voci, le cose sono mutate. L’alzamento de’ prezzi, come ei si dice, è la medicina dell’alzamento; e, quando è seguito in tutti i generi e s’è rassettato, l’alzamento si può dire sparito, cosí come la nebbia del mattino è dileguata dal sole. Nasce adunque l’effetto dell’alzamento, perché si tarda a mutare i prezzi; e sì tarda, perché gli uomini, avvezzi a pagare una vivanda un ducato, sempre ch’essi hanno in mano una cosa che dicesi «un ducato», vogliono cambiarla colla vivanda, e, finché non se ne discredano, si dolgono dell’avarizia di chi la negasse loro, o incolpano scioccamente altrui di aver fatta incarire ogni cosa. Infine un principe, che, abusandosi dell’alzamento, lo facesse ogni mese, distruggendo ogni connessione d’idea fra i prezzi e le merci, lo renderebbe inutile affatto e inefficace, e solo con altre costituzioni potrebbe ottenere quel che oggi coll’alzamento s’ottiene. Essendo ora giá stabilito e dimostrato che l’alzamento dalla mutazione de’ prezzi delle merci è annichilato, io, parlando dell’alzamento, intenderò sempre di ragionarne prima che sia seguito l’effetto. E, parendomi abbastanza spiegata e difesa la mia definizione, voglio entrare a quelle materie, di cui mi ho proposto dianzi di favellare. [p. 188 modifica]

II

false utilitá dell’alzamento promesse
a’ principi ed a’ popoli

L’alzamento non moltiplica le ricchezze del principe — Ma diminuisce la sua spesa senza strepito — Nemmeno arricchisce i popoli.

Io tengo ferma opinione che l’abborrimento, che hanno i popoli e la piú gran parte degli scrittori reputati savi per l’alzamento delle monete, è nato da questo: che rarissime volte egli s’è fatto per vera necessitá da principe virtuoso; quasi sempre per avarizia o per falso consiglio d’apparente utilitá. Onde è nata la volgare sentenza ch’egli sia ingiusto, tirannico e calamitoso. E, poiché io stimo utile molto e profittevole il mostrare quanto sia falsa l’utilitá dell’alzamento che a’ principi per ordinario si assicura, per poi mostrar loro le vere, farò con esempli conoscere il ridicolo del guadagno, che si promette loro.

Se un principe, desideroso d’aver soldati d’alta statura, non volesse soggiacere alle spese, che il morto re di Prussia fece, un ministro accorto potrebbe contentarlo cosi. Proporgli di dar fuori una legge, in cui si stabilisse che il palmo non si componesse piú di dodici ma di sole nove dita. Ecco che in una notte tutti i suoi soldati, i quali erano andati a letto, quale di cinque, quale di sei palmi alto, si risveglierebbero miracolosamente allungati chi di otto e chi di nove. Che se quest’altezza non contentasse ancora le vaste idee del sovrano, con un’altra legge si potrebbero di nuovo slungare, e prima di sette braccia, poi di sette pertiche e finalmente anche di sette miglia l’uno, se si volesse, si potrebbero far divenire, lo conosco che ognuno ride a quel ch’io dico; e pure questo è l’alzamento della moneta cotanto celebrato. Gli uomini ridono se si [p. 189 modifica] promette di fargli slungare, non ridono se si parla d’arricchire: tanto gli accieca piú l’aviditá della roba che della statura! Ma l’ordine della natura è che le voci non abbiano forza di mutare le cose, sebbene, nelle scienze e nelle cognizioni che nascono dentro gli animi umani, le cose e le voci stiano (né senza grave danno) miseramente abbarbicate insieme ed unite.

È adunque falsa opinione il credere che crescano le rendite del sovrano. Quel ch’è vero è che le spese scemano, restando il principe obbligato meno di quel ch’era prima. E, sebbene il principe non possa restar mai obbligato piú di quel che il bene del suo Stato comporta e, delle tante maniere onde egli può disobbligarsi, la mutazion delle voci possa parere ad alcuno la meno regia e generosa; pure sonovi congiunture di tempi, in cui il non pagare per mezzo d’un alzamento non è il peggiore di tutti gli espedienti.

Per quello che concerne l’utilitá de’ popoli, che si credono arricchire coll’alzamento, secondo disse Giovanni Locke, questo si rassomiglia alla risoluzione di quel matto che facea boller nelle pentole i quattrini per fargli crescere. E ciò basti aver detto qui delle false utilitá. [p. 190 modifica]

III

falsi danni che si dicono provvenire al principe
dall’alzamento

Dell’utile e danno si ha da discorrer sempre relativamente — Per molti riguardi è errore il dire che l’alzamento sia sempre di danno al principe — Non è sempre danno la diminuzione de’ tributi — Non sempre si diminuiscono le rendite pubbliche dall’alzamento — I popoli non s’impoveriscono coll’alzamento — Effetti dell’alzamento secondo il corso loro naturale — Non subito dopo l’alzamento la spesa del principe cresce — L’alzamento non è vietato perché è contro alla natura — L’alzamento non è ingiusto — Prima ragione — Seconda ragione — Il togliere ad uno e non ad un altro suddito non sempre è tirannia — Le operazioni fatte per necessitá non macchiano la fede — Non si conviene parlar dell’alzamento, quando è fatto senza ragione.

È certamente cosa vergognosissima che tanti, che presumono di ragionare delle cose degli Stati e misurare le loro utilitá, non sappiano che cosa sia questo che «utile» si chiama. Essi lo prendono per quantitá assoluta, non relativa, come egli è. Non sanno che, quando le determinazioni sono miste di buono e di cattivo, quale è la piú gran parte delle umane, si ha da computare e pesare esattamente e l’uno e l’altro; e, sottraendo il minore dal maggiore, conoscere quale supera e di quanto. Il pane è utile, ma non è utile farselo tirar sul muso; l’acqua è necessaria nonché utile, ma all’idropico è pestifera e letale. È adunque l’utile d’una cosa misurato principalmente dall’uso e dalle circostanze della cosa a cui si applica; né, quando uno se n’abusasse o malamente e sconciamente l’adoperasse, acquista la cosa nome di «dannosa», ma l’uomo si manifesta o stolido o pernicioso. Perciò quell’autore, che ha dimostrato l’alzamento, assolutamente considerato, essere pernicioso ed ingiusto, perché aggravava i popoli e gl’impoveriva, senza cercare se in que’ [p. 191 modifica] tempi, in cui sarebbe necessario per loro bene aggravar di dazi i popoli e manca ogni via di riscuotergli, sarebbe per essere utile allo Stato; sebbene abbia ripieno il suo trattato di profondi studi, quanto nello Stato prospero è poco necessario, tanto nello Stato misero e combattuto sarebbe poco riguardato, ed il cattivo principe non lo leggerebbe, il buono non ne trarrebbe giovamento.

Ora, venendo ad enumerare le conseguenze dannose dell’alzamento, come sono da questi autori dette, la prima e la piú grande è che il principe per un istantaneo guadagno perda per sempre grossa parte delle sue rendite e riceva danno grandissimo, rendendo a’ popoli libero il poter rendere a lui quel pagamento in apparenza eguale, in realitá minore, ch’egli fece loro imprima. Questa scoperta pare ad essi quanto ingegnosa altrettanto sublime, ed io non conosco scrittore alcuno, che nell’inganno di questa falsa sembianza di veritá non sia caduto. Il Davanzati crede dimostrare che coll’alzamento «si scemano le facoltá de’ privati e l’entrate pubbliche ancora; perché quel, che guadagnano col peggioramento una volta i principi, lo perdono quantunque volte le loro entrate riscuotono in moneta peggiore». In questo istesso dá dentro e il Muratori e il francese Du Tot e, quel che mi sembra piú strano, l’abbate di San Pietro, che, di tutta la scienza delle monete, questo solo punto con infelice successo ha discorso. Memorabile esempio di quanto possa operare anche nelle menti illuminate il desio d’applaudire alla moltitudine e la voglia pur troppo generale di biasimare e d’insultare alle operazioni sempre venerabili delle supreme potestá, e di que’ consigli, de’ quali non s’è potuto essere autore, volerne divenire censore.

Io voglio adunque dar da ridere a’ miei lettori colla sola enumerazione delle patenti falsitá dell’utile scoperta, che ci si addita, della diminuzione delle pubbliche rendite. Dirò imprima però che, quantunque il bene del giusto principe sia indivisibilmente quello del suo popolo, né l’uno dall’altro si possa o si convenga neppur col pensiero distinguere; pure io, in ciò che son per dire, mi accorderò alla maniera di parlare di [p. 192 modifica] questi scrittori, che oppongono scioccamente l’uno all’altro, ed a’ principi talora han soluto scelleratamente dare il nome di «lupi». Ora, venendo al proposito, io non so capire come in tal linguaggio possa esservi statuto, che impoverisca il principe, impoverisca il popolo e non mandi danaro fuori. È dimostrato che l’alzamento, quando non contiene falsa proporzione, non produce stravasamento di denaro: se dunque, come essi dicono, l’alzamento è calamitoso al popolo ed al sovrano, il denaro ove va? Sarebbe egli mai questo quell’annientarsi, a cui repugna l’ordine della natura? Essi chiamano «bene del sovrano» l’arricchirsi di quanto si toglie a’ sudditi, e ciò dicono cagionarsi dall’alzamento: soggiungono che il principe non s’arricchisce. Dunque né egli ha bene, né il suddito ha male: se perde in un tempo, si rinfranca nell’altro. Dunque, alla peggio, l’alzamento non è altro che infruttuoso, o, se egli è dannoso al sovrano, è utile al popolo suo, cui scema il pagamento. E certo, se le rendite pubbliche altro non sono che i tributi, scemarsi queste vuol dire alleggerirsi i tributi. E si può dir cosa piú strana che si ribellino i popoli, che si dolgano gli scrittori ed insultino il sovrano, per essersi alleggeriti i dazi da lui? Né è vero che le rendite de’ sudditi non crescano, mentre essi stessi dicono che i prezzi delle cose rincarano, e i venditori sono sudditi. Si può udire cosa piú incredibile che un suddito prenda tanta cura, faccia tanto schiamazzo, perché il sovrano gli diminuisce il dazio? Io credo non esservi esempio d’uno zelo di sudditi cosi singolare.

Ma, rivolgendoci per l’altra parte, si può dire piú atroce ingiuria ad un principe virtuoso che chiamar suo danno la diminuzione delle sue rendite, cioè de’ tributi del popolo, a lui cosí caro? E qual altra cura maggiore ha un principe giusto che quella di diminuire sempre ed impiccolire le sue rendite, togliendo i pesi pubblici? E, se egli nol fa sempre, è perché le sue spese sono necessarie troppo al bene dello Stato. Sempre però mal ragiona chi crede essere utilitá del principe sostenere i medesimi tributi, non che l’andargli sempre accrescendo. La misura dell’utilitá del principe è l’utilitá del suo popolo; e, [p. 193 modifica] quando il popolo richiede alleviamento, è ricchezza al principe il suo impoverire.

Non finiscono qui le false riflessioni sull’alzamento, come quelle che, essendo profferite da persone niente intelligenti delle cose politiche, per quantunque lato si riguardino, sono ripiene d’errore, lo ho dimostrato che la diminuzione dell’entrate regie non si può sempre dir danno né assolutamente sconsigliarsi: ora dimostrerò che è falso essere l’alzamento seguito da minore entrata. È errore grandissimo, e per le funeste conseguenze e per la numerositá di chi ci vive dentro, credere che un dazio fruttifichi sempre piú se piú s’aggrava, meno se si alleggerisce; avendo l’esperienza infinite volte dimostrato in tutti i regni che un genere di necessitá non assoluta, aggravatosene il dazio, si è dismesso dall’uso umano, onde si è perduto quel dazio, che si credeva aumentare. Se alle porte della nostra cittá si ponesse che dopo due ore della notte chiunque vuol passare paghi un grano, potrebbe questo dazio rendere centomila ducati; se si avesse a pagare un ducato, nemmeno mille se ne trarrebbero. La ragione è chiara abbastanza; e questo è uguale in tutti i dazi. Se adunque, secondo quel che questi scrittori stessi confessano, le merci rincariscono, ciò, che il contadino riceve, sará piú di prima; ciò ch’egli paga, se l’entrate regie diminuiscono, sará meno: dunque ne ha da seguire che piú facilmente e’ pagherá. Se i contadini sono, incomparabilmente agli altri, la piú gran parte dello Stato; se il loro pagare senza soffrire violenta esecuzione è la salute dello Stato e la maggiore utilitá del sovrano (le quali cose sono tutte stabilite per basi fondamentali da essi), come non ne abbia a seguire maggior frutto de’ tributi dall’alzamento, io non giungo a concepirlo. Sicché sono questi scrittori per quattro capi colpevoli: contro al popolo, perché chiamano danno l’alleviarlo da’ tributi, e ne distolgono con ogni forza il principe; contro al principe, poiché di lui altra opinione non hanno che di tiranno, e credono mettergli paura quando gli predicono diminuzione di rendite; contro a se medesimi, ché, essendo nati sudditi, biasimano il principe del bene ch’egli vuol far loro, e l’offendono, riprendendo [p. 194 modifica] quella operazione che a loro prò è ordinata; contro al vero, mentre, come è falso che la diminuzione delle rendite pubbliche sia sempre danno, cosí è falso che ella siegua sempre dopo l’alzamento. Tanto è pericolosa cosa trattare quella materia, di cui né per lunga pratica di grandi affari né per profonda meditazione si ha cognizione veruna.

Piú strana mi sembra l’opinione d’un altro danno, che si vuole doversi produrre dall’alzamento; ed egli è che i popoli, divenendo piú poveri, non potranno che a grande stento pagare, e mal pagheranno i tributi. Opinione falsa e, per chi la propala, vergognosa. Perché se ne adduce per ragione che l’alzamento fa rincarare i generi tutti, onde vengono due effetti: l’uno, che molti se n’astengono dal comprargli, e cosí i dazi postivi sopra rendono meno; l’altro, che i popoli, divenendo piú poveri, pagano con maggiore difficoltá. Ma, a conoscere la falsitá di tali pensieri, basta ricordarsi, quel ch’è certo ed io ho dimostrato di sopra, essere l’alzamento mutazione di voci e non di cose. Tutti i suoi effetti adunque hanno da essere di voci e non di cose: di voce rincariscono le merci, di voce impoveriscono i sudditi. Se da questa ideale povertá ne possa nascere cattivo pagamento, lo vede ognuno. Il solo effetto reale, che fa l’alzamento, è il liberare il debitore di alcuna somma anteriore alla mutazione de’ prezzi della moneta dal dover restituire quell’istesso ch’egli ebbe. Ma una tale mutazione, siccome è fra due ugualmente sudditi, non può produrre minore entrata allo Stato. Il principe, che è di tutti il maggior debitore, anche egli si disobbliga; e, se per questa via egli rende alcuno povero. non si può dire che questo gli dia perdita, ma al piú non gli dará guadagno, diminuendosi il frutto de’ tributi di tanto, di quanto si diminuisce il debito; e sempre sará falso timore di perdita questo che si predice. Il solo autore del Saggio sul commercio, uomo e per l’acutezza dell’ingegno e per la sperienza delle cose umane a tutti di gran lunga superiore, è stato quello che ha conosciuta tale veritá e non ha temuto contro alla corrente sostenerla. Egli crede che l’alzamento è di sollievo al contadino. E che cosí veramente sia, in appresso io lo verrò a dimostrare. [p. 195 modifica] In terzo luogo si dice che il principe, diminuendo le rendite sue, non può diminuire le spese, essendo anzi costretto ad alzare i soldi de’ ministri suoi e a pagar care le merci proprie e molto piú le straniere, delle quali sempre non è piccolo il bisogno o l’assuefazione all’uso. Le quali cose, chi le dice, mostra non avere sperienza del corso naturale degli effetti prodotti dall’alzamento: perciò è bene ch’io gli spieghi. In due stati si può considerare l’alzamento: prima della mutazione de’ prezzi delle cose, e dopo.

Fatto un alzamento, non subito variano i prezzi delle merci per adattarsi alle nuove misure, ma lentamente e di grado in grado, tale essendo, secondo di sopra ho detto, la disposizione delle menti umane. Tutto l’effetto dell’alzamento sta in questo spazio, che corre tra la mutazione fatta dal principe e quella del popolo: seguita la quale, la prima svanisce e rimane annullata. Il corso, che tengono queste mutazioni ad avvenire, è il seguente.

Fa un principe una mutazione di voci alle monete: in apparenza egli non si mostra minor debitore di prima, pagando con voci simili, se non con moneta eguale: in realitá egli, senza accrescer rendite, diminuisce il suo debito. Quindi è che tutto il danno dell’alzamento va a cadere imprima su coloro che hanno soldo da lui; ma costoro non se ne sentono, trovando a comprare lo stesso di prima. E, se questa mutazione seguisse in un’isola separata da ogni straniero commercio, sarebbe lentissima la mutazione dell’antiche idee, e forse piuttosto si muterebbe la naturale idea di valore de’ metalli. Ma il commercio fa che il primo a variare è il cambio, il termometro degli Stati; e, se questo non si cambiasse, l’uno Stato si beverebbe il denaro dell’altro. Mutato il cambio, subito il prezzo delle merci estranie si muta. Perché, poniamo che un mercatante abbia comprata in un paese una merce per un’oncia d’argento, e la porti in un altro, ove il ducato pesava un’oncia, ma poi, fatto un alzamento, non pesa piú di quattro quinti dell’oncia: certamente costui non può dare per un ducato la mercanzia; dappoiché il cambio, che s’è giá posto sul vero, lo fa trovare al [p. 196 modifica] suo ritorno padrone di quattro quinti, e non d’un’oncia d’argento. Rincarite le merci straniere, coloro, che non possono piú comprarle, cercano trar profitto dalle rendite loro, che sono le produzioni natie del luogo, e le vendono piú care non meno a’ cittadini che agli stranieri. Agli stranieri non pare piú caro il prezzo, per la mutazione de’ cambi e perché resta lo stesso peso di metallo. Come a dire: vaglia in un paese un’oncia d’argento uno scudo, in un altro un ducato; se in questo si muta il prezzo al ducato d’una decima parte, il cambio, che era di cento scudi per cento ducati, si fa di cento a centodieci; mutazione d’apparenza, non di veritá. Chi dunque viene di fuori a comprar quel che prima valeva cento ducati, e lo trova valer dieci, non ne prende cura nessuna, sempre che alla sua patria riceverá i suoi cento scudi.

Ma a’ cittadini l’incarimento muove gravi doglianze: né si può dire che sieno giuste, né che nolsieno; ma convien chiamarle erronee. Non sono giuste, essendo falso incarimento, quando il venditore sotto qualunque nome chiede lo stesso peso di metallo: non ingiuste, perché, pagandosi i crediti ed i salari in moneta, che solo in nome è la stessa di prima, è cosa dura il dover comprare coll’antico peso e con mutazione di prezzi per coloro che riscuotono l’istesso prezzo e non lo stesso peso. Sono, sì bene, erronee querele; mentre l’inganno delle voci fa che del vero male, che è la diminuzione delle mercedi, non si dolgono: del falso si querelano.

In tale stato di lamenti, ognuno, per consolarsene, alza il prezzo a quello ch’egli ha da vendere o affittare, case, terre, mobili; e, mentre questa classe di gente si ristora, torna il danno onde prima cominciò, cioè su’ salariati dal principe, i quali, continuando ad aver lo stesso soldo, non ne traggono le stesse comoditá. Le querele di costoro costringono il principe alla fine ad alzar le paghe; onde è che tutto ricade finalmente sul sovrano. Quale è dunque l’utile dell’alzamento? Questo appunto, che, per sentirne danno il principe, si richiede un giro, che non si fa repentinamente. Or, siccome l’alzamento s’ha da far solo negli estremi mali, un rimedio, che apporti tardo danno, [p. 197 modifica] è buono. Perché, non potendo i mali insoffribili durare, prima che l’incominodo della mutazione ritorni sul re, o lo Stato si sana, ed è facile la medicina, bastando accrescere i tributi secondo la mutazione, sicché restino eguali a’ primi secondo il peso de’ metalli; ed allora tutto è come se mai non si fosse fatto, e solo le idee e i nomi restano senza nocumento mutate: o lo Stato muore e si distrugge, e non conviene pentirsi d’averlo con ogni estrema arte curato, ma, conoscendo essere venuto il termine di quella vita, che a tutte le umane cose la provvidenza prescrive, resta solo accompagnarlo decentemente alla sepoltura.

Sicché, ritornando al proposito, è falso che il principe abbia necessitá d’alzar le paghe subito dopo l’alzamento, ma vi corre molto tempo. Non faccia poi spavento questo accrescer de’ tributi, essendo solo di voce, e per emendare l’alzamento, che, in se stesso considerato, è un dono d’una parte de’ dazi: dono necessario e vantaggioso, quando la grave infermitá dello Stato, divenuto inetto all’antico peso, lo dimanda.

Quanto alla compra delle merci straniere, negli Stati fruttiferi è poca e poco necessaria: quanto è minore, tanto è piú desiderabile, e mai non assorbisce tutto il guadagno d’un alzamento.

Voglio anche avvertire che negli Stati, ove il principe è libero ad imporre i tributi, niuna operazione può minorarglieli, fuorché quella che gli toglie tal potestá; non dovendo egli regolare la spesa sulle rendite, ma queste sopra quella, la quale, quando egli è giusto, si sforzerá che sia il piú che si possa minore.

V’è chi, piú ingegnoso, crede dir molto col dire che l’alzamento è una violenza fatta alla natura: il che, siccome è verissimo, cosí non rileva punto. Di tutte le violenze, che si possono fare alla natura, la maggiore è la morte d’un uomo; né v’è cosa che sembri piú assurda quanto che il ministro del bene cagioni il massimo de’ mali a colui su di cui egli non per altro ha autoritá che per renderlo felice; e pure ella è talvolta giustizia. Lo stesso è dell’alzamento.

In ultimo s’oppone che l’alzamento è tirannico ed ingiusto; e questa opposizione (perché negli animi di chi regge niente [p. 198 modifica] ha da aver piú forza della virtú), questa opposizione, io dico, è la maggiore. Cosí fusse ella vera tanto, come ella è grande. Ma, se noi riguarderemo bene le sue ingiustizie (ché certamente alcune troveremo esserne in esso), conosceremo che non bastano a far che mai non si possa fare.

Le ingiustizie sono:

I. che aggrava i sudditi e nuoce loro molto, non pagandosi il convenuto;

II. che diminuisce i soldi;

III. che toglie ad uno ed accresce ad un altro, senza merito di questi, senza colpa di quegli;

IV. che macchia il piú prezioso tesoro del principe, la fede, la quale, se non è reciproca, non dura. Esaminiamole una per una, cominciando dalla prima.

È falsa locuzione ed indegna di qualunque è nato, non dico suddito, ma uomo, il chiamare assolutamente ingiusti gli aggravi e le diminuzioni delle rendite private, che altro non sono che i dazi ed i tributi. Se noi non siamo simili in tutto agl’irocchesi dell’America ed agli ottentotti dell’Africa, a questi aggravi appunto ne siamo debitori. Similmente uno Stato non si salva dalle calamitá, se non col nuocersi a molti uomini, i quali, avendo goduto dell’infinito benefizio della societá umana, è giusto che si sagrifichino per lei. A dir dunque che l’alzamento è un dazio, non si dice cosa nuova; a dire che perciò è ingiusto, non si dice cosa savia; a dire che non s’ha da fare senza bisogno, non si dice niente di raro e stupendo; e sotto un governo giusto, come siamo noi ora, dire che l’alzamento non è opportuno, è fatica tanto perduta quanto il dimostrare che non è tempo di diroccare chiese, di devastar campagne, di uccidere innocenti, di prender danaro da’ banchi. Fa ingiuria alla virtú del principe la supposizione sola di ciò. Ma, se ne’ rischi di grave e giusta guerra si volesse dissuadere il governo dal fare un accampamento in terreni culti, una torre in un sito eminente, ove la divozione avea innalzata una chiesa che conviene atterrare, esporvi i piú fedeli sudditi a’ perigli con argento preso da’ banchi o dalle sacre suppellettili, sarebbe impresa giudiziosa? Come è inutile l’una, cosí l’altra è biasimevole. [p. 199 modifica] Sotto un governo ingiusto poi, se è sensato il timore d’uno importuno alzamento, è stolto il rimedio che, con trattati impressi e scritture non lette neppure dal principe, nonché rispettate, gli si volesse apportare. Conviene solamente «bonos imperatores voto expetere, qualescumque tolerare».

Dolersí che il principe non paghi il convenuto, anche è irragionevole; perché o egli non vuole, o non può pagare. Se non vuole, ha mille modi, oltre all’alzamento, da non pagare: se non può, è cosa sciocca che i suoi sudditi vogliano ad ogni modo esser pagati da lui. S’egli non ha niente privatamente suo, ed è sua solo la suprema autoritá sulle robe e sulle vite, pagando, fa un circolo vizioso e inutile, mentre rende a’ sudditi le loro robe istesse. V’è questo solo divario, che prende da tutti e dá a pochi, piú meritevoli degli altri. Ma, se i creditori del principe fossero i piú agiati, sarebbe molto ingiusto togliere a’ piú poveri per dare a’ meno bisognosi. Nelle congiunture calamitose avviene appunto che chi non serve al principe, quali sono i contadini e i bassi artigiani, s’impoverisce. Dunque è degno di commendazione il principe, se paga meno del convenuto e se diminuisce i soldi, quando, non avendo piú denaro, conosce non essere spediente dissanguare l’infelice contadino desolato dalla barbarie delle guerre, per soddisfare appieno il ricchissimo finanziere. Onde si conosce con quanta contradizione parlino quegli scrittori, che, ostentando rigide massime, gridano contro a’ grossi salari, e di tali spese ragionano come di tanto sangue tratto a’ nudi ed affamati agricoltori; biasimano poi l’alzamento; e, quel ch’è piú meraviglioso, conoscono esser esso la medicina di quel male.

Da quanto s’è fin qui detto diviene manifesto quel che si convenga giudicare dell’altro male, cioè che si tolga ad uno per dare ad un altro. In voci assolute una tal sentenza è degna di detestazione, poiché ella è la definizione appunto della tirannia, la quale è quello stato di governo, comunque siesi, o di molti o di pochi o d’un solo, in cui hanno ingiusta distribuzione i premi e le pene. Ma, se coloro, a’ quali si toglie, sono meno bisognosi di quelli a cui si dá, [p. 200 modifica] è giusta l’operazione; non risultandone altro se non che i pesi dello Stato sono portati, come è dovere, da que’ che il possono, i quali non solo pagano il principe, ma rifanno a’ piú poveri il danno dell’imposizione generale. E che ciò nell’alzamento avvenga, si dimostrerá di qui a poco.

In ultimo non vacilla la fede regia per un alzamento, fuorché quando è inopportuno. Il mancare alle promesse, quando è forza di necessitá, non toglie fede, ma accresce compassione, come nella repubblica genovese abbiamo, non è molti anni, veduto avvenire. Agli uomini non danno sospetto le disgrazie, che procedono da cause naturali, ma si bene i vizi e la mala fede, se non possano esser frenate o da timore interessato o da autoritá superiore. Sia il principe giusto, e si avrá fede in lui. Faccia l’alzamento quando è necessario, e niuno se ne lamenterá. Non paghi quando non può, e il non poterlo non è sua colpa, ed e’ ne sará compatito piú e con maggior fervore d’animi soccorso.

Mi nasce un timore nell’animo, che molti potrebbero credere aver gli altri, a differenza mia, avuto in mente discorrere dell’alzamento, quando egli è fatto senza necessitá. Se essi (che io nol credo) avessero cosí pensato, sarebbero perciò vieppiú biasimevoli: perché niun medico, scrivendo della virtú de’ medicamenti, ne dirá sul supposto che sieno dati a’ sani; né i giurisperiti trattano delle pene a cui con ingiustizia si condannano gl’innocenti. Non è degno di chi si gloria scrivere accuratamente d’una cosa supporre sempre ch’ella sia amministrata fuori di tempo e di ragione; né, quando ciò si volesse supporre, vi si può fare un libro, poiché in due versi soli si dice tutto. È sentenza che non soffre eccezione: tutto quello, che è fatto sconciamente ed inopportunamente, esser cattivo; e quel botanico, che volesse discorrere delle virtú de’ semplici cosí amministrate, terminerebbe il libro alla prima facciata. [p. 201 modifica]

IV

danni falsi del popolo

L’alzamento non è dazio, e, quando anche lo fosse, non sempre è perciò biasimevole — L’alzamento non impoverisce uno Stato — Il rincarar le merci proprie non nuoce — Il rincarar le straniere giova — Il commercio non s’interrompe.

Dirò ora brevemente de’ danni che si dicono venire al popolo dall’alzamento, mentre a lungo ne disputerò nel capo seguente. In primo si vuole che sia un dazio; il che è impropriamente detto, perciocché i dazi sono uno smembramento delle ricchezze di molti concittadini, che, unite, compongono quella che è detta «forza dello Stato». I biglietti regi sono uno sforzo fatto dallo Stato sopra la somma de’ dazi, e sono perciò un dazio anticipatamente preso. L’alzamento è un fallimento di questo debito. Sicché egli non è dazio, ma un rimedio per non accrescerne, e pagare nel tempo stesso quei debiti, o sia quell’uso di forze non reali, tempo prima fatto. Conviene perciò affliggersi de’ debiti contratti per spese esorbitanti, non della estinzione di essi, che ad ogni costo si ha da fare e che coll’alzamento si ottiene.

E che l’alzamento non sia dazio, siegue da quell’istesso, che tali scrittori predicono al principe che le sue rendite sbasseranno. Or non si può udir cosa piú sciocca: che sia dazio ciò che scema i dazi. Né giova dire che ciò è in due tempi diversi, essendocché l’alzamento in sulla prima è in danno del popolo e poi del re; mentre qual è quel popolo a cui per un perpetuo sollievo non basti l’animo di tollerare un momentaneo dolore? [p. 202 modifica]

Ma dato che l’alzamento sia un dazio: sono dunque i dazi un male? È questa sentenza egualmente stolta, come l’altra di poc’anzi, che il porgli sia ingiusto. La loro ingiustizia e malignitá proviene da circostanze particolari, né riguarda la loro natura.

In secondo si dice che s’impoverisce lo Stato. Ciò è detto da tutti ad una voce, senza che possa intendersi da alcuno. Le ricchezze d’uno Stato sono, come altrove ho detto, le terre, le case, gli uomini e il danaro. L’alzamento non devasta i campi, non atterra le case, non uccide gli uomini: dunque, se non offende la moneta, non può certo generar povertá. Ma alla moneta non nuoce, cacciandola, non dandola in mano al principe, giacché, secondo i loro detti, al principe s’impiccolisce la rendita: dunque come si ha egli a impoverire? Il solo effetto suo è diminuire la quantitá di danaro che circola tra i sudditi e il principe, pagata dagli uni, spesa dall’altro: ma ciò, quando è poca la moneta, è utile grande e singolare. Quando un fiume per la poca acqua non è navigabile, se gli rallenta il corso, e si vede divenir gonfio e maestoso. Se i canali del commercio languono inariditi di moneta, diminuita quella che, togliendosi dal commercio, ha da correre precipitandosi dal popolo al sovrano, nel commercio ne spazierá maggior quantitá, e vedrassi risorgere e ristorare.

In terzo si dice che le merci proprie rincariscono. Ma non se ne paga giá il prezzo a’ forestieri.

In quarto, che le straniere rincarano. Meno danaro dunque va fuori; meno si spossa uno Stato; piú merci e manifatture proprie sopravanzano da vendere agli stranieri. L’economia degli Stati è appunto che si venda piú del comprato, o sia che piú si estragga che non s’immetta. E, se ciò è utile sempre, e negli Stati ben governati (come poco fa fece Benedetto decimoquarto, pontefice ripieno di vero amore al suo Stato e degno di tempi migliori) levasi ogni dazio all’estrazione delle merci natie, fuorché delle non lavorate, e pongonsi sulla immissione delle estranie, fuorché de’ materiali da lavoro: chi mai si persuaderá esser danno d’un principato il rincarare i generi stranieri in tempi stretti ed angustiati? [p. 203 modifica]

In quinto, che il principe paga meno. Se n’è disputato di sopra.

L’abate di San Pietro aggiunge la sesta ragione, che è una delle quattro da lui enumerate, ed è che il commercio s’interrompe durante l’aspettazione d’un alzamento per la speme di vender piú caro. Pensiero che, al pari degli altri tre, è tutto falso. Fatto un alzamento, il mercante o vende a’ prezzi antichi, ed ha peggior condizione di monete; o alza il prezzo, ed ha maggior numero di monete, ma egual peso di metallo, e cosí non migliora. Dunque non gli giova aspettare.

Passiamo da tanti pensieri falsi una volta a’ veri.