Della natura del voto/Della natura del voto

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Della natura del voto

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Della natura del voto Bibliografia
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DELLA NATURA DEL VOTO

DI ERONE ALESSANDRINO

vogarizzamento inedito

DI BERNARDO DAVANZATI

(Firenze 1862. Pagine 31. vol. 1. in 12)


Hanno assai bene delle italiane lettere meritato i dotti uomini Carlo Gargiolli e Ferdinando Martini, pubblicando in Firenze nel 1862 un volgarizzamento inedito di Bernardo Davanzati «Della natura del vòto di Erone matematico alessandrino» che trasser quivi della Palatina e stamparono molto diligentemente. È posta innanzi una prefazione dei due predetti letterati, dove essi rendono ragione a’ leggitori di cotesta nuova opera del fiorentino autore, il quale per la traduzione di Tacito, per lo Scisma d’Inghilterra e per altre opere, s’acquistò fama di nobilissimo scrittore italiano. Segue una lettera del Davanzati scritta da Montui a’ 22 maggio del 1582 al magnifico messer Bernardo Buontalenti illustre architettore. Il quale aveva il Davanzati richiesto che gli recasse in volgare questa prima parte dell’opera di Erone intitolata Πνευματικὰ, ovvero I Moti Spiritali, o degli spiriti e sfiatamenti; dove il matematico d’Alessandria discorre περὶ τοῦ κένου, o la natura del vòto. Ma cotesta opera greca fu già volta in latino nel 1575 dal valoroso matematico, e contemporaneo del Davanzati, Federico Commandino da Urbino; il quale aveva già tradotto e stampato nel 1558 anche alcuni trattati di Archimede, e nel 1566 [p. 5 modifica]i libri matematici di Apollonio, nel 1572 quei di Aristarco, nel 1575 i libri di Euclide, e nel 1588 i libri di Pappo. La predetta opera di Erone venne dipoi fatta italiana e pubblicata nel 1589 da Giambattista Aleotti, e nel 1592 da Alessandro Giorgi, e nel 1605 da Giambattista Porta. Anche Oreste Vannocci Biringucci rendè in italiano la suddetta intera opera di Erone; e serbasi tuttavia inedita la sua traduzione nella libreria pubblica di Siena. Ma il Davanzali volgarizzò la prima parte di tale opera dell’alessandrino, cioè la natura del vòto: perchè di questa solamente, senza più avanti andare, avealo ricerco il Buontalenti. Onde il testo greco, che traslatò il Davanzali, comincia dalle prime parole di quell’opera «Τῆς πνευματικῆς πραγματείας σπυδῆς», e va fino a quelle altre «εἰς πολλὰ γὰρ τῶν πνευματικῶν εὐχρηστοι τυγχάνουσι»: siccome è da vedere nella edizion di Parigi del 1698 dalla pagina 145 alla 152, linea 38. È tutta questa traduzione condotta secondo che era da lui, cioè con leggiadria ed eleganza di stile, con forza e dignità di lingua inestimabile. Ma posta allato al greco testo ella si vuol giudicare secondo il fine che si pose innanzi il Davanzati, e che fu di satisfare al desiderio dell’amico suo, al quale ebbela inviata, dicendogli nella lettera queste cose: «Io ho levato e aggiunto qualcosetta secondo che m’è tornato bene; che se l’avesse a veder altri che voi, non so quanto fusse de iure». Al Davanzati non cadde mai nell’animo di pubblicare cotesta traduzione, ma di compiacere alla voglia dell’amico. E pertanto ei leva, o cresce, o allarga, o ristrigne la materia, secondo che gli veniva in acconcio. A cagione di [p. 6 modifica]esempio è tutto tratto di suo capo, e non del testo greco, quanto egli discorre nella pagina 24, linea 13, fino alla seguente pagina 25 ed alla linea 14: «Questo ristrignimento che dell’aria si dice, si fa ancora nell’acqua, e più nel vino. In Fiandra per forza di ferri tirano in fuore . . . non può ire al fondo». Le quali cose tutte non si trovano, nè poteva egli essere altramente, nel testo eroniano: il quale dopo le parole «τὴν κατὰ τὴν εὐτονίαν γινομένην» si riappicca subito alle altre parole «πάλιν οὖν ἐάν τις βούληται». E nel Davanzati risponde il greco alle parole: «perchè riallargandosi l’aria prima lo caccia via a furore. Per lo contrario, succiando il cannellino della palla, ne tirerai di molta aria». Oltre di ciò si dee por mente che il Davanzati non ebbe forse in mano il testo greco, siccome ora il leggiamo nell’edizioni pubblicate appresso lui, ma qualche codice, che qua e là recava una lezione molto diversa. A cagione di esempio dov’egli ha tradotto nella pagina 12, linea seconda, dell’acqua, il testo greco dell’edizione di Parigi del 1693 legge «τῶν ὑδρίων ὡροσκοπείων», che par essere la vera lezione. Imperocché trovò Erone e descrisse anche un orologio idraulico circa il 210 innanzi a Gesù Cristo. (Schoêll volume 3° parte 3a pag. 25). Ei nondimeno ha tradotto Erone siccome Tullio voleva che si facesse de’ greci, trasportandoli in latino; e come il romano oratore adoperò egli stesso, tramutando nella lingua del Lazio le due stupende orazioni greche di Eschine e di Demostene sopra la Corona; cioè non da interprete, ma da oratore; accomodando i concetti e le parole e lo stil greco a’ concetti, alle parole ed allo stil latino, [p. 7 modifica]finchè l’opera greca si paresse in tutto latina quanto a forme, a sembianza e ad abito del discorso. E non altrimenti dalla sentenza di Cicerone ridusse in volgare il Davanzati questa prima parte dell’opera greca, perchè ella si dimostrasse in tutto italiana, cioè dicendo i concetti greci, siccome noi diremmo i nostri nella lingua nostra, onde la cosa riuscisse naturale e perfetta; e come qui ragiona saviamente al Buontalenti anche il celebre fiorentino. Questo modo di volgarizzare i greci tennero eziandio tutti gli altri e più valenti traduttori italiani del secolo XVI, cioè non da interpreti, ma da scrittori che sapeano l’arte loro. E perchè quel secolo felicissimo di giudizio e d’ingegno abbondò in iscrittori maravigliosi, abbondò anche di traduzioni eccellenti. Le quali poniamo che di chiose grammaticali e storiche sieno poi state vinte dalle moderne, tuttavia non sono certo di eccellenza di scrivere superate. Ma questo si era allora un frutto, cui menava spontaneamente l’ottima e pubblica educazion letteraria. Perchè nel beato secolo XVI poneano tutti gli studiosi, come primo e più saldo fondamento delle buone discipline a che intendevano, la cognizione perfetta del greco, del latino e dell’italiano: alle quali tre nobilissime favelle davan opera diligentissima e continua; e per tal modo rappresentavano poi come si richiede le umane scienze. Laddove noi ora mettiamo assai lieve studio in molte e tra se diverse lingue moderne di popoli forestieri, e più lieve studio e forse niun’opera rivolgiamo nel greco, nel latino e nella materna lingua nostra; sì che poi dimostriamo somma inettitudine a degnamente manifestare le [p. 8 modifica]umane scienze. Ma chi potrebbe oggi, chi vorrebbe unicamente attendere al greco, al latino ed italiano, lasciati da parte i moderni e forestieri linguaggi, che sono più acconci e necessari a’ presenti usi e bisogni e desiderii della vita? Or non sarebbe egli cotesto un errore di età nel secol nostro, e come sogliono i greci dire anacronismo? Io ciò intendo e confesso; ma intendo e confesso insieme che cotesta diversa pubblica educazion letteraria genera diverso effetto e molto diversa gloria di studi e di libri agli uomini e alle nazioni. Vi pongan l’animo i letterati e gli scenziati di questa corriva età. Intanto per confortare di argomento buono la mia opinione, arreco qui volentieri un brano di questo aureo volgarizzare del Davanzati; acciò che da esso prendano esempio di ben tradurre e di bene scrivere italiano così gli studiosi delle buone lettere antiche, come gli scrittori moderni delle matematiche e naturali discipline. E gli uni e gli altri si facciano a considerare come si dee con nobile, degno e proprio abito rivestire il pensiero e ciascuna idea e trovato delle umane scienze: gli uni e gli altri considerino anche nel Davanzati la grande e gloriosa scuola italiana, cui già seguì la nobilissima fiorentina accademia del Cimento. Prendano essi in mano cotesta novella opera di Bernardo Davanzati, che mostra essere dettata proprio da valoroso accademico del Cimento, come il Magalotti, il Galilei, od il Redi: e attentamente osservino come si vogliono pur le scienze onorare e divulgare con chiara ed isquisita forma di discorso; e poi si rechino in mano per paragonarle con questa le [p. 9 modifica]moderne scritture degli scenziati italiani. Considerino, e parlo solo quanto a parola, o segno esteriore di aprire il pensiero e l’idea, che è pur tanta parte di sapienza, considerino, dico, a cui le umane discipline sieno più tenute, se cioè a chi le mostra e divulga con chiaro e proprio ed elegante sermone, ovvero a coloro che le mandano attorno per Italia grette, oscure e barbare di linguaggio e di stile. In verità «molti sono, dirò qui con l’Alighieri, che dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano: e tutti questi cotali sono gli abbominevoli cattivi d’Italia, che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri, al cui condotto vanno li ciechi-». (Convito l. 11.) «E chi vuole vedere, segue ivi a scrivere l’Alighieri del nostro volgare sotto l’allegoria del ferro, chi vuole vedere come questo ferro è da biasimare, guardi che opere ne fanno i buoni artefici, e conoscerà la malizia di costoro che biasimando lui, si credono scusati». Imperocché la bellissima e traricca favella nostra italiana è veramente acconcia, quando la si apprenda e conosca, di palesar con chiarezza e proprietà di discorso tutti i concetti ed i trovati dell’umana mente; e secondo che ella dimostrò anche per opera del Davanzati in questo nuovo libretto; di cui qui piacemi di porre il seguente brano. (Dalla pagina 13, linea 1, sino alla pagina 16, linea 16). «I vasi che volgarmente paiono vòti, non son vòti, ma pieni d’aria: la quale, come vogliono questi naturali, è fatta di certi corpicelli minuti e leggieri, che altri [p. 10 modifica]direbbe atomi, noi bruscoli1, i quali comunemente non iscorgiamo. E se in vaso che par vòto si mette dell’acqua, e’ n’esce altrettanta aria. Vedilo se tu alcun vaso vòto al tuo parere tuffi nell’acqua diritto, con la bocca di sotto; che se ben tutto è sott’acqua, non ve ne può entrar, perchè l’aria, che è corpo e ha ripieno tutto ’l luogo del vaso, non la lascia. Ma fora il vaso nel fondo; l’acqua v’entra subito per la bocca, e l’aria n’esce per lo foro. Cavalo fuor dell’acqua su diritto senza forare, volgilo, e dentro il guata; tu ’l vedrai così asciutto e pulito, com’e’ s’era innanzi al tuffare. Per la qual cosa bisogna dir che l’aria è corpo. Fassi vento o spirito quando è mossa: che non è altro il vento che aria mossa; onde forato nel fondo il vaso mentre che l’aria v’entra, a tenere una man sopra ’l foro, si sente uscire un vento, che non è altro che quell’aria, che l’acqua ne caccia fuori. Non è adunque il vòto uno ente grande unito in se, ma in picciole parti nell’aria, e nell’acqua, e negli altri corpi sparso e stribuito. Se già non fia chi creda il diamante solo non aver punto di vòto, perchè non s’affuoca nè rompe, e battuto si ficca nell’incudine e nel martello. Ma ciò non gli avviene perchè in lui non sia del vòto; ma perchè egli è tanto ammazzerato e sodo, che i corpicelli del fuoco son più grossi de’ bucolini della pietra, e non v’entrano, ma solamente toccano la pelle di fuori: e non entrando dentro, non vi adducono caldezza [p. 11 modifica]come negli altri corpi fanno. Si toccano i corpicelli dell’aria l’un l’altro, ma non s’accostan per tutto, tramezandoli certi intervalli di vòto come la rena del greto, i cui granellini son come dire que’ corpicelli dell’aria; e l’aria ch’è tra i granellini son que’ vòti che l’aria ha in se. Ora e’ può venire una forza che faccia quest’aria ristrigner e ritirare nei luoghi di que’ vòti, pigiando e stivando i suoi corpicelli oltra loro natura: e la forza cessata, torna l’aria in sua agiateza per natural contesa de’ corpi suoi; non altramente che i brucioli delle corna e le spugne rasciutte ristrette nel pugno, le quali come e’ s’allarga ritornano in loro grandeza e tengono il solito luogo. Medesimamente se alcuna forza discosta troppo i corpicelli dell’aria l’un dall’altro, e tra lor lascia maggior vòto del naturale; essi corrono a ritrovarsi velocemente, come quegli che non trovano intoppo nè ritegno per lo vòto cammino. Per questa cagione se tu prendi una guastada e succi l’aria che vi è dentro, e lascila; ella ti rimarrà appiccata alle labbra: perchè quel vòto per riempiersi tira la carne a se. Fanno il medesimo colali ampollette di vetro a guisa di pepaiuole, fatte per trastullo de’ fanciulli, che succiatone l’aria quanto si può, e messo il buco nell’acqua incontanente, ella corre all’insù contra natura, e si le riempie».

Scriveva in Roma a’ 2 di giugno 1863

                                                  giuseppe spezi

  1. Questo «che altri direbbe atomi, noi bruscoli» non si legge nel testo greco; ma egli è uno aprire il concetto più chiaramente.