Della ragione di stato (Settala)/Libro III/Cap. III.

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Cap. III.

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Capitolo III

Della ragion di stato aristocratica, la quale riguarda le azioni de’ dominanti per corregger e emendar gli errori che potessero sovvertire tale stato di republica.

Ben disse Aristotele nel quinto della Politica, che la republica tanto si conserverá (che questo abbiamo mostrato esser il fine della ragion di stato) quanto che le virtú civili e le buone leggi signoreggiaranno: imperciocché niuna insidia e niuna forza potrassi mai trovare, che possa abbattere una [p. 97 modifica] republica, o cittá, ben ordinata e ben ornata di virtú e buone leggi. Sequestrisi l’ambizione, tolgasi la cupidigia, si bandisca la superbia e il lusso distruttore delle ricchezze, e l’altre bruttissime bestie, che quelle stabili e ferme per lungo tempo si conserveranno. Ma se avessimo a trattar solo con uomini intendenti e saggi, basterebbeci dire, che la sola virtú è quella che conserva e accresce la republica, e che solo i vizi sono quelli, che la distruggono; ma perché i miei ragionamenti sono indirizzati a tutti, e non meno a’ popolari che a’ potenti, parmi conveniente fargli in maniera, che possano servire non solo a’ dotti e savi, ma ancora a’ popolari.

Né ci basta il dire, che la giustizia e l’uguaglianza sono due virtú, che conservano la compagnia civile, e senza le quali niuna republica o cittá può al lungo conservare e la pace e la durevolezza sua: se non vi s’aggiungono le cose, con le quali ciò si possa ottenere, e se non si additano i particolari, che si hanno da osservare e da fuggire.

Disse il medesimo Aristotele, nel medesimo luogo, fra tutte le cose, che sogliono distruggere la republica e indurre mutazioni di dominio, esser la piú principale il non aver riguardo all’equitá, o vogliam dire giustizia, della distribuzione degli onori, dignitá e magistrati: perché stimandosi molti pari d’etá e di meriti, e vedendo alcuni forsi anco inferiori onorati di dignitá, ed essi per lo piú privati, avendo gli spirti alti, e mettendosi avanti gli occhi i suoi meriti forsi piú grandi appresso di loro, non potendosi inalzare dove vorrebbero; sdegnati cercano occasione, con mutar forma, d’avanzarsi. Esempio ne la republica de’ lacedemoni ci sia Lisandro: il quale non cedendo ad alcuno della republica di gloria militare, perché nondimeno i re, che erano due, e questi di certe famiglie, vedeva esser piú onorati da tutti, cominciò a machinare, o di levare dalla republica i re, o di fare quelle dignitá communi ancor ad altre famiglie; ma conosciuto questo suo pensiere, e convinto dell’unione fatta co’ persiani, pagò la perfidia con la vita, come racconta e Plutarco nella sua vita e Diodoro Siculo nel libro duodecimo. In tal caso o l’ostracismo è il vero rimedio, o [p. 98 modifica] l’onorarlo di qualche ambasceria onorevole, ma di spesa grande e di tale, che poscia contro la republica non possa piú maciullare.

Per fuggir simili incontri bisogna procurare, che nel conseglio maggiore, dove per l’elezione de’ magistrati tutti si congregano, non vi siano fazioni: essendo che o da quella si fa mutazione dalla aristocrazia alla oligarchia; ovvero che tirando a sé la parte prevalente i migliori magistrati e i maggiori onori, per conservargli fra loro reciprocamente, danno occasione alla parte inferiore di procurare la mutazione, o se vi sia alcuno di spirto elevato, di farsi padrone. Per rimedio di ciò dovranno i buoni cittadini e neutrali o levar le fazioni o, non potendo appigliarsi alla parte piú debole, far contrapeso alla piú potente: cosí o s’acqueteranno i malcontenti, vedendo che in somma uomini di gran portata abbracciano la lor protezione; o perché con tali mezzi potranno ottenere quelli onori, che giudicano meritare.

Ma di piú in questa forma di republica ben si deve avvertire, se vi sará una parte del popolo, che pur sia numerosa, ma che né ancor in tutto plebea, se non s’addolcirá con farla partecipe di qualche onore e dignitá, come fassi coi cittadini onesti nella republica veneziana, vi sará sempre pericolo di sedizioni e di mutazione di governo o forma della republica. Come quasi occorse nella republica de’ lacedemoni con i parteni (de’ quali fece menzione Aristotele nel quinto della Politica al capo settimo, Strabone nel sesto, Trogo nel terzo, Pausania nei Focensi, e Lattanzio al libro primo nel capo ventesimo), che credendosi pari agli altri cittadini, sprezzati però dagli altri, finalmente fatta fra loro congiura d’uccider all’improvviso il senato e tutti gli ottimati, e mutare la forma de la republica e impadronirsene: ma scoperta da alcuni degli eloti per esser quelli tanti, fu preso partito non di levarli con l’armi, ma persuadergli a mutar fede e paese; e cosí, datogli per capo Falanto, furono condotti nella Grecia grande, dove occupato Taranto ivi formarono una republica.

Si procurerá ancora che, se alcuno di quelli che governano [p. 99 modifica] o degli ottimati fosse caduto in povertá, o per qualche disgrazia, o in particolare per la guerra o per servizio della republica, non si metta in disperazione: perché, se bene fosse stato sempre buon cittadino, essendo però tra’ nobili, e essendo perciò di spiriti elevati, ricordandosi del primiero stato e mirando alle commoditá de’ suoi colleghi e alle miserie della sua povertá; non potendo sopportar con animo quieto questo suo stato, o da sé procurerá novitá, o datagli occasione da qualche malcontento e di torbido ingegno, o del medesimo ordine o de’ plebei, che per facilitar la mutazione della republica lui per capo eleggano, essendo dell’ordine patricio, cercherá di metter sottosopra lo stato presente della republica sperando acquistarsi miglior condizione.

E siccome la povertá dá occasione ad alcuno di procurare la mutazione dalla republica, cosí l’ambizione e il desiderio degli onori e dignitá: essendo l’aristocrazia, o vera o mista, in mano de’ nobili, ne’ quali per lo piú risplendono spiriti vivaci ed elevati e pensieri vasti. E perché questi tali troppo a se stessi attribuendo stimano gli altri molto a loro inferiori, non mirando alle proprie imperfezioni, ma a quelle degli altri: se vedranno ad altrui esser data quella dignitá, la quale essi ambivano, si sdegnano, e per non avere contro cui in particolare sfogar lo sdegno e la colera, si rivoltano alla rovina del tutto. Il rimedio sará il mandarlo sotto qualche onesto titolo fuori per servizio della republica, promettendogli, se riuscirá bene nel negociato, che sará con onori ricompensato. In questo modo si procurerá l’utilitá della republica, si fuggiranno i mali incontri, si sodisfará all’ambizione di colui.

Non è cosa che piú importi in tutte le forme di republica, come rivedere spesso e con diligenza i conti di quelli, che maneggiano l’entrate publiche: perché essendosi in questo negligente, o alcuno de’ dominatori facendosi troppo ricco, potrebbe farsi padrone e mutar forma alla republica, o vedendo i sudditi le entrate, tolte e da’ beni loro, e con tanto disagio proprio scosse, esser rubate, né andare al beneficio publico, fine di tutte le republiche; sdegnati, faranno delle sollevazioni e penseranno al mutar forma di governo. [p. 100 modifica]

Anzi bene spesso occorre, che gli stessi, temendo che per aver rubato il denaro publico potessero esser castigati, si sollevino, e per fuggir la pena dovutagli procurano metter in rovina la republica e di mutarle la forma. Cosí fece Pericle, il quale dubitando, per aver malamente speso il denaro publico, che fosse addimandato in giudizio e corresse pericolo della vita, promosse la guerra del Peloponese, nella quale Atene sua patria andò in rovina. La qual medesima causa a’ tempi nostri nella Francia ha cagionato tumulti e movimenti di grandissima consequenza.

La republica degli ottimati allora anderá in rovina, quando passando per voti o suffragi l’elezione de’ magistrati, che deve cadere in quelli che siano buoni, che siano abili a governare, e che siano zelanti del bene della republica, cade in uomini o poco amici della republica. o obligati ad altri prencipi, o che non hanno moglie figli o beni stabili, che restino per sicurtá nella republica. In questo errore cadono quelle, che si eleggono il gran cancegliere o forestiere o poco ben affetto alla republica.

Non si deve sprezzare qualsivoglia errore nel principio, perché essendo picciolo, e perciò poco stimandosi, pian piano pigliando possesso, e perciò avanzandosi, e potendovisi facilmente opporre e levarlo, accresciuto non si può sradicare: come ne’ morbi, principiis obsta, sero medicina paratur; etc. Nel qual modo insegnò Aristotele nel capo terzo del quinto, e nel capo settimo, e la republica di Ambracia e quella de’ Turii essere state distrutte. Gli areopagiti di Sparta condannarono a morte un figliuolo, perché in quell’etá mostrava animo crudele in cavar gli occhi alle coturnici.

Grande avvertenza si deve avere nell’aristocrazia nell’aggiungere alla congregazione dei dominanti altri, o de’ medesimi cittadini, o de’ forestieri uniti e ricevuti nella cittá per abitatori o cittadini. Perché se bene per qualche guerra o peste o altro fossero scemati di numero, e quasi paresse oligarchia per l’avvenire; però non dopo molto tempo moltiplicandosi, non si fa mistura, con maggior unione perseverandosi: dove che [p. 101 modifica] ricevendo altri di nuovo, o nuove famiglie, si scorre pericolo di troppo moltiplicarsi, cosa giudicata da Aristotele pericolosa in tal sorte di republica di mutar la forma, e di rovinarsi; al che nella republica veneziana si ha l’occhio continovamente, procurandosi con ogni maniera che non molto si multiplichi.

Anzi, se per qualche occasione, e in particolare per fuggire la sedizione de’ mal contenti, sia necessario aggregare nuovi uomini o nuove famiglie alla republica dominante; doverassi ciò fare con grande unione d’animi e deliberazione d’indifferente amicizia con gli aggiunti, acciò per l’avenire non vi sia discordia e disunione per nome di famiglie nuove e vecchie: come in gran parte si vede esser introdotto nella republica di Venezia; nella quale, se bene si conserva il nome di famiglie vecchie e nuove, è però cosí unita la republica che non avendosi riguardo a nuove o vecchie famiglie, si danno le dignitá e magistrati se non a’ piú abili, e a cui ha piú dato saggio di virtú e d’amore verso la republica, facendosi maritaggi insieme senza questa differenza di vecchi e nuovi. Cosa che nella republica di Genova non osservandosi, fa stare in dubbio lo stato di quella republica, poca amicizia restando tra le vecchie famiglie e le nuove introdotte, né trattando insieme con quella confidanza, che richiede il ben della republica, astenendosi dai matrimoni communi: che fa che la republica di Genova non abbi quella fermezza, forza e union d’animi, che ricerca la conservazione della republica aristocratica.

Ancora che in questa forma di republica doverebbesi trovare una grande unione, essendo appoggiata alla virtú; perché però questa è piú desiderabile, che facile a ritrovarsi, e noi ora trattiamo delle republiche che, se bene sono intitolate aristocratiche, sono però piú presto appoggiate a famiglie nobili e ricche, che sopra la virtú, (se bene dove è nobiltá, è ancora piú verisimile, che vi sia congiunta per il piú la virtú, riguardandosi a’ principi, e alla prudenza civile, che sempre doverebbe in quella prevalere): nientedimeno, perché per il piú tra questi vi si trovano due o tre, che in valore e ricchezze prevagliono, e ciascuna delle parti procurando di prevalere, si [p. 102 modifica] vanno procurando de’ favorevoli e seguaci; deve la parte zelante del bene della republica porre ogni cura a conciliargli, o nel principio attendere a procurare, che quelle discordie non piglino possesso, altrimenti si può antivedere la rovina della republica.

A questo modo andò in rovina la republica ateniese: prima per le discordie di Temistocle e Aristide, e poi di Nicia e Alcibiade, e poi di Demostene, Eschine, e altri retori; tali a Roma furono le dissensioni tra Cepione e Metello, da’ quali ebbe origine la guerra sociale, che cominciò a rovinare la republica, come scrive Plinio nel libro XXXIII al capo primo, e fra pochi anni le discordie fra Pompeo e Cesare, che finalmente distrussero la republica. Tali furono le discordie che nacquero nell’Inghilterra tra la casa di Lancastro e l’Eboracese, e in Francia tra la casa di Borgogna e quella d’Angiu, per le quali quei due regni quasi andarono in rovina.

Ben avvertí Plinio, nel libro XXXIII capo primo, esser di tanta importanza nelle republiche l’aver rocchio a qualsivoglia principio di discordia per picciol che sia, che, se subito non vien sopito, suole apportar la rovina alla republica; esempio ne sia nella republica romana l’occasione leggiera della guerra sociale, cominciata da cosí leggiera causa tra Cepione e Metello nel voler comprare un anello venduto all’incanto: che se al principio fosse stato vietato a l’un e l’altro il comprarlo, o che presto si fosse tentata la pace e unione degli animi, o in altro modo provisto, non sarebbe seguita tanta rovina.

Molto ben notò Aristotele nel capo settimo del quinto della Politica, che rarissime sono le republiche aristocratiche vere e pure: sí perché pochi sono quelli, che nelle azioni abbino per puro fine la virtú e l’onesto; sí ancora perché, a benché nel principio tale fosse stata, e perciò fosse ben appoggiata all’onesto e alle buone leggi, in processo di tempo, o tralignando i figlioli o a poco a poco mutandosi quelli che governano, si fa mista republica, non guardandosi piú solo all’onesto, ma vi s’aggiunge o la nobiltá di stirpe o le ricchezze. E quindi e’ dice, che alcuna volta ne siegue la rovina o [p. 103 modifica] mutazione di tal republica, perché prevalendo i nobili o i ricchi, e non usando i termini convenienti a tal forma di republica, ma non ben trattando i poveri o mezzani o mercanti, questi, come sempre di maggior numero, non potendo sopportar le ingiurie, ribellandosi, non contenti di aver rintuzzata l’autoritá e orgoglio de’ potenti, tirando a sé tutta l’autoritá publica, imitano la forma primiera, e di aristocrazia, prevalente nella mistione, formano o la politica o la democrazia, tirando a sé ogni cosa in segno della vittoria. Il rimedio è tener contenti i poveri con l’abondanza de’ viveri, né il lasciar troppo inalzarsi i nobili e ricchi. La condizione de’ mezzani è ottima. Prima, i mezzi sogliono esser gli ottimi e piú obedienti, perché le ricchezze e i beni di fortuna sogliono far gli uomini audaci, e che non sopportano superiori o pari: e quindi le ingiurie e le contumelie; e la povertá con la disperazione induce o inganni e frodi o distruzione di quello stato di republica, cercandosi da tali sempre qualche stato migliore. E finalmente perché la condizione del buon cittadino è che sappi e bene obedire, e vogli e possa: ma i potenti non vogliono obedire, né lo sanno; ma né anco sanno commandare, essendo che i suoi comandi sogliono esser o imperiosi o tirannici; i poveri ancora pieni d’invidia non possono con animo quieto obedire, ma pieni di rancore, con odii immortali, obediscono sí, ma aspettano occasione buona di sollevarsi. E perciò non si deve lasciar che troppo s’inalzino i grandi; e aggiutar i poveri, favorendo i mezzani, i quali, contenti delle sue facoltá, né procurano l’altrui, né le sue essendo mediocri da altri sono desiderate: e perciò sicuri, non essendogli tese insidie da altri, né loro ad altrui preparandole. Anzi essendo prevalenti sempre terranno in dritta strada chi o per potenza volesse all’altre parti prevalere, o per disperazione di povertá volesse indurre lo stato democratico e popolare. E quindi ottimamente diceva Aristotele, quella republica dove predominano i mezzani esser molto durabile, e meno esposta alle sedizioni; e perciò le gran cittá meno esser esposte alle sedizioni, perché in queste tali per lo piú prevagliono i mezzani: dove che nelle picciole non vi sono quasi se [p. 104 modifica] non i ricchi, che nei beni di fortuna prevagliono, e i poveri, che di numero sopravanzano; e le democrazie sono piú durabili che le oligarchie, perché in quelle vi sono piú mezzani, a’ quali sono concesse le dignitá ed i magistrati, dove che nell’oligarchie quei pochi ricchi soli sono quelli, che son capaci di tali dignitá.

È molto ragionevole e molto utile alla conservazione della forma d’ogni republica il volere, che tutti quelli, che per ragion di guerra si sono resi soggetti, si governino con le leggi della republica vincitrice, annullando le leggi proprie.