Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro settimo/8. Giulio III, Marcello II, Paolo IV

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8. Giulio III, Marcello II, Paolo IV

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[p. 31 modifica]8. Giulio III, Marcello II, Paolo IV [1550-1559]. — Quel nepotismo dei papi La Rovere, Borgia, Medici e Farnese, che si potrebbe chiamar «nepotismo primo», o massimo, o politico, e consisteva in voler ogni papa formare un principato alla famiglia, cessò colla morte di papa Farnese. D’allora in poi i papi non fecero piú Stati politici ai nepoti, si contentarono di far loro grandi fortune private; passarono al nepotismo secondo, o minore, o privato. Naturalmente il nepotismo politico era vizio che si consumava da sé; conceduti gli Stati concedibili, non ne rimanean piú; il concedere i rimanenti diventava piú difficile, piú scandaloso, piú spogliator della Chiesa romana. Nol vollero? ovvero nol [p. 32 modifica]poterono i papi seguenti? Fu bontá in essi o necessitá il non farlo? Io crederei l’uno e l’altro; la necessitá buona fece la bontá, fece elegger uomini buoni. Il fatto sta, che con Paolo III finirono que’ papi della fine del secolo decimoquinto e del principio del decimosesto, che, comunque paiano piú o meno cattivi principi, furono certamente quasi tutti cattivi ed alcuni scandalosi pontefici; e che incomincia quindi una serie nuova e diversa di papi, quasi tutti o forse tutti buoni pontefici, ed anche migliori principi rispetto a nepotismo, cattivi solamente per quella che dicemmo quasi necessitá della politica austriacata. Giulio III [Del Monte, succeduto 18 febbraio 1550] fu giá men nepotista in ciò, che non si volse, per trovar luogo ai propri nepoti, contra il principato fatto dal predecessore, anzi confermò lo Stato ai Farnesi. — Succedette Marcello II [Cervino, 9 aprile 1555], papa buono e troppo poco durato, tutto inteso a terminar le guerre che impedivano le riunioni della cattolicitá, del concilio, e della cristianitá. — Succedette Paolo IV [Caraffa, 23 maggio 1555], santo papa istitutor de’ teatini, paciero, desideroso anch’egli di riunire la cattolicitá e il concilio; e nepotista, per vero dire, ne’ suoi principi, ma che io conterei volentieri tra’ papi men cattivi politici, perché napoletano, e vivo quindi al dolore di vedere il Regno diventato provincia austriaco-spagnuola, si volse a Francia. Ma morí addí 18 agosto 1559; e cosí pochi mesi dopo aver veduta confermata la signoria spagnuola nel Regno, in tutta Italia. — Perciocché durante tutti tre questi pontificati si combatté tra Francia ed Austria quella lunga ed infelice guerra che doveva confermar la servitú nostra. S’aprí per Parma, che Francia voleva del Farnese e l’imperatore non volea: ma s’estese poi, e si fece piú grossa in Germania, dove Francia protesse i riformati. In Italia non furon guari grandi fazioni. Siena che era stata ab antico quasi sempre imperiale e ghibellina (naturalmente, posciaché la vicina ed emula Firenze era stata guelfa), oppressa ora dagli imperiali e minacciata da Cosimo duca di Firenze, passò a’ francesi, che v’entrarono [11 agosto 1552], e ne fecero lor piazza d’arme nell’Italia media. Ma arse principalmente la guerra nell’Italia settentrionale, in [p. 33 modifica]Piemonte. Nemmen qui con grandi fazioni; si ridusse a quelle piccole e moltiplici che piú dell’altre rovinano un paese. Brissac, capitano francese, Gonzaga imperiale vi predarono a gara, lasciarono una memoria funestamente popolare fino a’ nostri dí. E, secondo l’uso pur de’ nostri dí, piú gravi parvero i saccheggi, le oppressioni degli imperiali alleati che de’ francesi nemici. E morí tra tutte quelle miserie il duca Carlo III in Vercelli dove s’era ritratto da un pezzo [settembre 1553]. Detto il «buono», avea regnato presso a cinquant’anni, troppo buono di fatto, debole, oppresso, infelice. Succedettegli Emmanuele Filiberto, tutto diverso, uno anch’egli di que’ principi di Savoia, o quegli forse che piú di nessuno, seppe, operando secondo i tempi, farsi grande. Figlio di principe spogliato, andò come i maggiori a guerreggiar fuor di casa; ma non a modo antiquato, alla ventura, anzi al modo nuovo regolare, e vi diventò capitano e gran capitano. — Intanto Cosimo tentava sorprendere Siena, ma non gli riusciva [27 gennaio 1554]. Veniva allora un esercito spagnuolo ad assediarla, affamarla. Si rinnovava l’esempio di Firenze. Anche Siena e i francesi che v’erano fecero una bella difesa. Ma anch’essa cadde [2 aprile 1555]; anch’essa non vide mai piú guerra intorno a sé; come Firenze, come Pisa, Toscana tutta. Ed anche in essa seguirono supplizi ed esigli, e cessò il governo repubblicano; e anch’essa fu data in breve a Cosimo duca di Firenze [19 luglio 1557]. — Intanto, essendo ormai la guerra senza risultati in Italia e Germania, facevasi, addí 5 febbraio 1556, una tregua a Cambrai. Dopo la quale, stanco d’affari, di guerre, di contese, di fortuna (perciocché questa pure stanca quando non è congiunta con qualche gran pensiero, che uno prosegua o creda proseguire a benefizio della patria, o della cristianità o del genere umano), Carlo V rinunziò l’imperio con gli Stati di Germania a Ferdinando I suo fratello; e quelli di Spagna, America, Paesi bassi, Borgogna, Sardegna, Due Sicilie e Milano, a Filippo II figliuol suo. Certo non furono le convenienze de’ popoli quelle che fecero cosí dar Lombardia a Spagna lontana, anziché ad Austria piú vicina. Ma allora e per gran tempo non furono, non sono le convenienze de’ popoli, ma [p. 34 modifica]quelle de’ principi, che si chiamarono e si chiamano «ragioni politiche». Durerà? Io ne dubito ormai. — Ruppesi quindi tra breve la tregua, rinnovossi la guerra tra Enrico II di Francia, e i due Austriaci Ferdinando imperatore e Filippo. Qui fu che papa Paolo IV s’accostò a Francia. E quindi un esercito francese scese sotto il duca di Guisa a cacciar gli spagnuoli dal Regno; e s’ampliò allora la guerra per tutta la penisola di nuovo. Ma facevasi molto piú grossa nelle Fiandre; ed Emmanuel Filiberto, capitano dell’esercito spagnuolo, vinceva l’esercito francese in gran battaglia a San Quintino [10 agosto 1558], e minacciava Parigi. E quindi, guerreggiatosi lá e in Italia poco altro tempo, conchiusesi finalmente, addí 3 aprile 1559, la pace a Cateau-Cambrésis. Né furono guari diverse le condizioni di questa pace da quelle della pace di Cambrai di trent’anni addietro: il Piemonte stesso, restituito al duca vittorioso, non fu del tutto sgombro di stranieri, e l’Italia rimase legata, mani e piè, Lombardia e Napoli, a casa d’Austria. E ne rimasero pur troppo piú durevoli gli effetti: per centoquarant’anni Francia non contese piú un po’ fortemente l’Italia all’emula antica; l’Italia non fiatò piú sotto all’incontestata servitù.