Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Nota

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Nota

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Appendice - 44. L’armistizio Indice dei nomi
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NOTA

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I

Inculcare ai suoi connazionali e contemporanei che, prima di preoccuparsi del problema, intorno a cui tanto si travagliavano, dell’unitá, o dell’altro, pur cosí variamente discusso, della forma di governo, dovessero provvedere a risolver quello, ben altrimente importante, dell’indipendenza, lasciando da banda le effusioni rettoriche, le logomachie accademiche, le dimostrazioni di piazza e le macchinazioni settarie, e procurando piuttosto di mantenersi concordi e di riacquistare, fin quanto fosse possibile, quello spirito e quell’educazione militare, che purtroppo s’eran perduti da secoli, fu lo scopo cui Cesare Balbo tenne sempre fiso l’occhio durante la sua lunga, laboriosa e onestissima vita letteraria. E sempre solo mezzo idoneo al conseguimento del fine nobilissimo gli parve un libro storico, che, narrando gli avvenimenti svoltisi nella penisola in tre millenni, mostrasse, senza sforzi di ragionamento, ma con l’evidenza d’un imparziale racconto, che, allora soltanto l’Italia fu grande, prospera e felice, quando, animata dallo spirito d’indipendenza, seppe tener lontano dalle sue fertili e agognate contrade l’aborrito straniero.

Quando si abbia innanzi a sé, fissato con nettezza che non si potrebbe maggiore, il punto donde convenga guardare il corso degli avvenimenti, e quando a ciò si accoppii una folla di requisiti, che assai raramente si trovano riuniti insieme: — animo probo, tranquillo, sereno, che è naturalmente disposto a render giustizia a tutti, anche ai propri avversari; — serio spirito scientifico, che dei fatti non sa discorrere, se non dopo averli [p. 240 modifica]scrupolosamente e minutamente investigati e accertati; — competenza profonda, per lungo esercizio professionale, nei pubblici affari, sia meramente amministrativi, sia politici e diplomatici, sia militari; — ingegno aristocratico, che non si appaga d’una cultura grettamente specialista, ma vuol veder chiaro anche in altri rami dello scibile (specialmente in filosofia e storia letteraria); — e finalmente vera fantasia poetica, la quale, oltre che infonder la vita negli avvenimenti del passato, sappia ritrarli in un magnifico stile «storico», serrato, conciso, aborrente sia da fronzoli e leziosaggini, sia da sciatterie e soverchia familiaritá: — si è davvero in condizioni eccezionalmente favorevoli per imprendere e condurre a termine un lavoro storico. Tutto, dunque, farebbe supporre che al Balbo, dare all’Italia quella storia, che egli vagheggiava, fosse per riuscire impresa piana e agevole. Eppure pochi libri sono costati tanto aspra e tormentosa fatica, quanto quest’aureo Sommario, che ora si ripubblica; scritto, è vero, in poco piú d’un mese, ma pensato e ripensato per trent’anni: trent’anni di lotta, trent’anni di conati, trent’anni di delusioni1. [p. 241 modifica]

Mille volte parve all’autore, durante cosí lunga incubazione, d’aver trovata la sua strada; e con gioia si poneva a tavolino, [p. 242 modifica] sperando di potersi liberare una buona volta da quel peso, che tanto l’opprimeva. Illusione! la via era cosí poco trovata, che prima [p. 243 modifica] questione, che gli si presentasse alla mente, era proprio quella che si poteva rimandare all’ultimo luogo; la questione, cioè, del titolo da dare al proprio lavoro. Ne adottava uno; e poi, non contento, lo mutava; e poi lo rimutava ancora una terza, una quarta, una decima, una ventesima volta2; fintanto che, sbollito, in codesto sterile e quasi pedantesco tormentarsi, l’entusiasmo e inaridita la vena, gli occorreva deporre, con gesto addolorato ma rassegnato, la penna, augurandosi di poterla riprendere in piú favorevoli circostanze.

E la riprendeva, e aveva anche la forza d’imporre a se stesso di non occuparsi, provvisoriamente, di quella questione preliminare, intorno a cui credeva suo debito cotanto travagliarsi. Ma il luogo di questa veniva preso da un’altra, che, nel modo in cui il Balbo se la proponeva e voleva risolverla, riusciva non meno oziosa e insolubile: la questione delle parti onde doveva constare il suo lavoro, ossia dei periodi principali e secondari, in cui bisognava dividere e suddividere la storia d’Italia. Questione oziosa e insolubile, perché la storia, che è continuitá, non è suscettibile di divisioni cronologiche razionali, che si possano astrattamente fissare a priori: è invece lo stesso racconto storico, giá configurato nella mente dell’autore, che può suggerirgli, a semplice scopo di chiarezza espositiva e di utilitá mnemonica, di attenersi a questa o a quella fra le tante escogitate ed escogitabili divisioni temporali (tutte piú o meno grossolane e approssimative), cui si suol dare il nome di «periodi storici». Ma pel Balbo, che pensava [p. 244 modifica]diversamente3, e pel quale la ripartizione della materia storica costituiva qualcosa di essenzialmente diverso dall’esposizione, la questione assurgeva a importanza capitale: a narrare gli pareva di non poter nemmeno cominciare, se non avesse preliminarmente classificati i fatti in periodi principali, secondari e via dicendo; ossia se non avesse innanzi, perfetto anche nei minimi particolari, uno schema cronologico, razionalmente e quindi astrattamente fissato, che poi conveniva sviluppare e colorire. Accadeva, naturalmente, quel che doveva accadere; cioè che il Balbo, dopo essersi procurata un’altra serie di tormenti e di ambasce, durante la quale prospetti cronologici susseguivano a prospetti cronologici, ciascuno dei quali annullava il precedente e ciascuno dei quali lo contentava meno del precedente, finiva, sgomentato e sbigottito, per deporre ancora una volta la penna e credere che la storia d’Italia non fosse impresa da lui.

Ma vi ritornava poi, con la tenace costanza, con la quale le mille volte si ritorna a una donna amata, cui le mille volte si sia giurato un eterno addio. E, accontentatosi d’un titolo e d’uno schema purchessia, cominciava finalmente a scrivere. Uno, due, tre capitoli erano rapidamente svolti: poi a poco a poco la materia, di cui si credeva cosí sicuro padrone, cominciava a sgretolarglisi nelle mani; i periodi gli riuscivano sempre meno euritmici e in pari tempo piú faticosi e difficili; l’esposizione generale perdeva di mano in mano vita e calore, diventando languida, scucita, frammentaria. Purtroppo nemmeno quella volta la via era trovata, e bisognava ricominciar daccapo a torturarsi coi titoli, i prospetti, gli schemi e via discorrendo. [p. 245 modifica]

Un fenomeno, ripetuto con tanta frequenza in un uomo che era uno storico nato, induce a riflettere e a domandare: era proprio un bel titolo o una soddisfacente ripartizione cronologica ciò che mancava al Balbo, o a lui faceva difetto qualcos’altro, di cui egli non riusciva a rendersi conto, e in cui tutte le torture, che s’era procurato apparentemente per questa e per quello, avevano la loro vera e profonda ragione? La risposta non può esser dubbia, e a chiunque abbia un po’ di pratica dello scrivere verrá spontanea sulle labbra l’osservazione, che il trapasso dalla mera impressione alla limpida visione artistica — quel trapasso rapidissimo e agevole in alcuni fortunati scrittori; lentissimo, faticosissimo e quasi patologico in altri — nel Balbo non aveva ancora avuto luogo. La storia d’Italia, non ostante tanti studi e tanti sforzi, era ancora per lui materia amorfa, che un lampo di genio doveva convertire in un’opera d’arte, ossia in un libro organico. In fondo all’animo suo era ancora un cantuccio buio, che quel lampo doveva illuminare. E tutti i conati da lui fatti non erano se non stimoli esterni, da lui inconsciamente adoperati per far sprizzare in modo artificiale quella divina scintilla. Ma l’arte non vuol esser conquistata né con la violenza né con sotterfugi: vuol venire ella stessa, spontaneamente, a noi, quando forse meno l’aspettiamo, e allora abbandonarsi tutta nelle nostre braccia. E cosí avvenne al Balbo.

S’era alla fine del 1845, ed egli, ormai vecchio, alla storia d’Italia aveva rinunziato, contento se altri, piú fortunato, potesse avvalersi del tesoro di ricerche e d’esperienza da lui accumulato. Un bel giorno si reca da lui il Predari e gli propone di scrivere l’articolo «Italia» per l’Enciclopedia popolare, che si pubblicava presso il Pomba4. Il buon vecchio sulle prime, spaventato, rifiutò netto: [p. 246 modifica] chi gli avrebbe infuso il coraggio, dopo tante delusioni, di fare un ultimo e disperato tentativo? Tuttavia quel nome «Italia» gli aveva rimescolato tutto l’animo: nome indifferente forse ad altre orecchie, ma che per lui significava non soltanto la patria adorata, ma anche il meglio della sua vita trascorsa, con le sue ansie, le sue gioie, i suoi dolori. E la possente fantasia, che sembrava addormentata, cominciò a rievocare, con colori ancora piú poetici, gli itali, osci e tusci, che si alleano per ricacciare di lá dal mare l’odiato Pelasgo; i popoli latini, che si stringono intorno a Roma per tener fronte al Gallo invasore; i comuni lombardi, che giurano fratellanza e concordia a Pontida per respingere oltre le Alpi l’aborrito Tedesco. Strano! quella materia, che il Balbo non era mai riuscito a plasmare, assumeva ora da se stessa forme e contorni. I suoi occhi finalmente vedevano. Quella via, cosí angosciosamente ricercata, brancolando nel buio, gli appariva ora piana, sfolgorante di luce meridiana, conducente diritto alla mèta. Il primitivo rifiuto si cangiò in un’entusiastica e quasi baldanzosa accettazione, e con ardore giovanile egli si rimise al lavoro. Non piú esitazioni, non piú dubbiezze, non piú pentimenti: i fatti venivano a collocarsi, senza alcuno sforzo, al posto loro dovuto; i periodi stupendi sgorgavano, come un fluido corso d’acqua, l’uno dopo l’altro e l’uno indissolubilmente legato con l’altro; l’esposizione era finalmente, quale egli l’aveva tanto vagheggiata, rapida, serrata, drammatica, piena di movimento e di vita. Quella volta, non fu una fatica e un tormento, ma una liberazione e un trionfo. Dopo otto giorni, i primi tre libri erano scritti; dopo quarantatré, tutta l’opera era compiuta. E riuscí quel che il Balbo voleva: un capolavoro.

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II

Non è certo il caso di spendere troppe parole intorno alle varie edizioni del Sommario e ai criteri seguiti nella nostra. Ricorderemo soltanto che, non ponendo nel novero una traduzione tedesca dovuta al Moll (Pest e Vienna, 185!), il libro fu stampato finora undici volte: 1 e 2) Torino, Pomba, 1846, nell’Enciclopedia popolare5 e a parte; 3) Losanna, 18466; 4) Losanna, 1848; 5) Losanna, 1849; 6) Milano, s.a; 7) Napoli, s. a.; 8) Bastia, s. a.; 9) Torino, Pomba, 1852; 10) Firenze, Felice Le Monnier, 1856; 11) Napoli, Pelard, 1860.

Di codeste edizioni le sole che abbiano valore, perché provenienti direttamente dal Balbo, sono, oltre la prima: la terza, nella quale egli poté correggere, com’era suo vivo desiderio, parecchie inesattezze, nelle quali era incorso per la fretta, e aggiungere la stupenda prefazione, riprodotta a principio della presente ristampa; la nona, la quale, per altro, salvo l’aggiunta della dedica a Carlo Alberto7, differisce poco o punto dalla terza8; e finalmente la decima, che, pubblicata tre anni dopo la morte dell’autore dal figlio, rappresenta, se non la stesura definitiva (quale stesura, per uno scrittore come il Balbo, poteva essere definitiva?), almeno [p. 248 modifica] l’ultima fra le tante che egli dette all’opera sua. Si legga infatti la seguente lettera che è premessa a quell’edizione:

Pregiatissimo signor Le Monnier,

Eccole il Sommario, preceduto da una prefazione, che l’autore disegnava di apporre alla nona edizione, fatta a Torino nel 1852. Da questa prefazione si scorge com’egli intendesse aggiungere al Sommario un’appendice, dal 1814 ai tempi attuali9: se non che egli dalla sua malferma salute fu impedito di condurla a termine; onde ciò, lui vivente, restò un desiderio, e l’edizione non differí dalla terza di Losanna, fin allora la piú completa. In margine d’un volume di questa, moltissime ed importanti correzioni avea fatte l’autore; le quali, con diligenza riportate, insieme coll’appendice tal quale ella è, le invio.

È dunque evidente, signor Felice pregiatissimo, che l’edizione, ch’Ella è per farne, verrá ad essere la prima veramente completa, la sola che risponda al concetto, al desiderio del mio ottimo padre.

Aggradisca ora i saluti, ecc.

Torino, 5 giugno 1855.

Prospero Balbo.


Era ovvio, dunque, che l’edizione Le Monnier fosse da noi riprodotta fedelmente; e ciò per l’appunto abbiamo fatto, conservando scrupolosamente la punteggiatura cosí personale del Balbo, e introducendo soltanto lievi modifiche grafiche, giusta i criteri generali della presente raccolta. Qualche raro errore di stampa abbiamo qua e lá corretto. Al contrario, in alcune inesattezze storiche commesse dal Balbo (p. e. nella confusione fra due omonimi della medesima famiglia) non abbiamo voluto, e non dovevamo, metter le mani, tranne che non risultasse evidente che si trattasse di materiali lapsus calami o di momentanee amnesie (p. e. il far risuscitare Andrea d’Ungheria, confondendolo con Luigi, dopo aver narrata la tragica morte del primo10).

Nell’edizione Le Monnier segue un lungo Indice dei nomi, completo per quelli di persone, capricciosamente lacunoso per quelli di luogo. Pare che colui, che lo compilò, non nutrisse troppa [p. 249 modifica] simpatia per l’evo moderno, giacché è in codesta parte che le omissioni sono piú frequenti e piú gravi. Né mancano poi sdoppiamenti della medesima persona, o, ancora meno di rado, unificazioni di due individui diversi. A codeste lacune ed errori abbiamo procurato di riparare come meglio potevamo e sapevamo, cercando anche d’identificare e di designare, nei numerosi omonimi, con la maggiore precisione i diversi personaggi storici. Ma, poiché in siffatti lavori, per quanta pazienza e attenzione si ponga, riesce assai difficile raggiungere la compiutezza e la perfezione, invochiamo fin da ora, sulle nostre eventuali sviste e omissioni, la benevola indulgenza degli studiosi.



Note

  1. Della storia d’Italia il Balbo incominciò a occuparsi verso il 1815, con due abbozzi: Storia dei passaggi delle Alpi e Storia delle discese degli stranieri in Italia. E in un primo periodo, che potrebbe chiamarsi di assaggi, e che giunge fino al 1824, ideò e svolse in parte gli altri seguenti lavori: 1) un discorso Sopra il modo di trattare la storia d’Italia; 2) una Istoria della guerra di libertá tra Federico I e le repubbliche italiane; 3) un’opera storico-politica intitolata L’Italia; tutti tre abbozzati non oltre il 1816; e poi: 4) un’altra opera storico-politica, sul tipo della precedente, divisa in sette discorsi, dei quali soltanto il primo venne scritto (ott.-nov. 1819). — Nel 1824 il B. concepiva precisamente il disegno di scrivere una storia generale d’Italia dal 476 ai tempi moderni. Vi preludiava con due discorsi d’indole teorica: I. Della difficoltá e utilitá d’una storia d’Italia; II. Del modo di scriverla; e la concepiva divisa in tredici periodi, ciascuno dei quali avrebbe formato un libro. Furono per altro scritti soltanto tre libri: i primi due (epoca erulo-goto-greea ed epoca longobarda) vennero pubblicati nel 1830 in due volumi presso il Pomba di Torino; il terzo (epoca carolingia), postumo, nel 1862, negli Scritti storici minori. — In duplice modo il B. svolse la sua attivitá intorno alla storia d’Italia durante un terzo periodo, che va dal 1832 al 1839, e che fu anch’esso iniziato da una dissertazione teorica, ossia da una lettera al Vieusseux, destinata all’Antologia, dal titolo: Dell’utilitá presente d’una storia generale d’Italia: vale a dire col contributo validissimo da lui recato ai lavori della classe di scienze morali e politiche della R. Accademia di Torino, e coi tanti abbozzi da lui tentati di una storia d’Italia. All’Accademia egli infatti leggeva nel 1832 una memoria: Studi da farsi sulla storia d’Italia, e otteneva che si mettessero a concorso tre temi: 1) Della condizione della proprietá in Italia dalla caduta dell’impero alla metá del secolo XI, 2) Storia delle compagnie di ventura, 3) Sull’origine dei comuni. Al primo concorsero Carlo Baudi di Vesme e Spirito Fossati, al secondo Ercole Ricotti: il terzo tema, quantunque il B., per renderne piú agevole lo svolgimento, pubblicasse una sua traduzione delle Vicende della costituzione delle cittá lombarde di E. Leo (Torino, 1836), facesse tradurre l’operetta di C. F. Eichorn, Dell’origine della costituzione delle cittá in Germania (Torino, 1838) e desse alla luce alcuni suoi Appunti per la storia delle cittá italiane fino all’istituzione dei comuni (Torino, 1838), non trovò alcun ardimentoso, che volesse affrontarlo. Ciò forse disanimò il B. dal proporre altri temi, ché altri ne aveva pronti, come mostrano 15 pp. di Cenni di argomenti di storia italiana, dedicate per l’appunto a 5 temi da proporre all’Accademia. Circa lavori personali del B., egli, oltre qualche trattazione d’indole monografica, ora compiuta (p. e. la lezione Dei titoli e della potenza dei conti, duchi e marchesi dell’Italia settentrionale, e in particolare dei conti di Torino, inserita nelle Memorie della R. Accademia di Torino del 1833; una memoria sugli Sforza, che è del 1834; una Notice sur l’histoire et les historiens de la monarchie de la maison de Savoie, scritta nel 1835), ora frammentaria (frammenti di studi sui longobardi e le loro leggi, 1834; lettera al Cantú, Della virtú italiana nel secolo XII, 1836, ecc. ecc.), abbozzava, a dir poco, una dozzina di volte il futuro Sommario: — 1) Prime lezioni di storia d’Italia a’ miei figliuoli (1832?). Furono scritte sole 3 pagine. — 2) Discorsi e studi sulla storia d’Italia (1833). Si riattaccano forse ai due discorsi del 1824. Ma il B. non scrisse se non delle genti barbare che stanziarono in Italia. — 3) Storia d’Italia compendiata (1834). Sono scritti soltanto 3 fogli. — 4) Della storia d’Italia (1834). Avrebbe dovuto trattare in 36 capi, con una prefazione, un’introduzione e una conclusione, gli anni 476-1830. Furono scritti soltanto la prefazione, l’introduzione e il primo capitolo: I teutoni. — 5) Études sur l’histoire d’Italie (1834). Furono scritte sole 9 pp. — 6) Études sur l’hist. d’It. (1835). Concepito in 4 libri e 28 capi, il lavoro avrebbe dovuto trattare gli anni 476-1789. Furono scritti i primi 4 capp. (1. Les historiens d’Italie, 2. Les romains en 476, 3. Les germains, 4. Odoacre), e cominciato il quinto (Les goths). — 7) Storia d’Italia compendiata (1836). Cominciata due volte. Scritte pp. 56. — 8) Storia d’Italia durante il regnare dei Franconi (1836 o 1837). Scritta la sola prefazione. — 9) Sulla storia d’Italia, lettere agli studiosi di tale storia (1836 o 1S37). Abbozzata soltanto la ripartizione della materia (anni 476-1489) in 25 lettere. — 10) Discorsi su vari punti di storia italiana (1836 o 1837). Soltanto l’indice di alcuni. — 11) Un secolo della storia d’Italia, a. 1073-1183 (1836 o 1837). Soltanto l’indice e l’introduzione, relativa agli anni 774-1073. — 12) Vita di Gregorio VII (1836 o 1837). È condotta fino al 1081. — 13) Della storia d’Italia, oppure Introduzione allo studio della storia moderna d’Italia, discorsi (1838). Concepita in dodici discorsi, oltre due discorsi preliminari (di prefazione e introduzione) e una conclusione, avrebbe dovuto trattare gli anni 474-1814. Furono scritti i discorsi preliminari e il discorso I (Odoacre), il II (greci e longobardi) e parte del III (Carolingi). All’opera sarebbe dovuto seguire una Geografia della storia moderna d’Italia, della quale fu stesa una parte del testo e una parte dell’indice. — 14) Storia d’It. per le persone non colte. Appena abbozzata. — Un quarto periodo (1840-1841) fu dedicato dal B. agli Studi o Pensieri sulla storia d’Italia, divisi in tre libri, l’uno dedicato alla storia politica, l’altro a quella letteraria, la terza a quella morale. Senza di essi, egli forse non avrebbe potuto mai scrivere il Sommario. «S’io avessi — egli dice nella prefazione — anni e forze da compiere gli 11 o 12 voll. della storia giá intrapresa, avrei pure bisogno di sgomberarmene la via colle spiegazioni e collo sfogo presente. Vecchio e stanco, voglio pure sgombrarla altrui». E la sgombrò effettivamente a se stesso, perché potè, per tal modo, liberarsi «di tutte quelle discussioni di principi, di tutti quei pensieri, i quali erano venuti destandosi, moltiplicandosi ed opprimendolo in 16 anni di studi». — Tuttavia, prima di giungere al Sommario, non mancano parecchi altri tentativi, che occupano un ultimo periodo (1841-5). — Pensò in prima (1841) di scrivere una serie di biografie (Gregorio VII, Innocenzo III, san Francesco, Guglielmo di Monferrato, Enrico Dandolo, Dante, Alfieri); poi ricominciò (1841) per la terza o quarta volta la storia della guerra tra Federico Barbarossa e i comuni italiani, e ideò pure (sembra anche nel 1841) altri quattro lavori: 1) Iconografia della storia d’It.; 2) Storia del Seicento; 3) Storia delle sollevazioni e delle leghe delle cittá italiane contro gl’imperatori orientali; 4) Cenni sulle rivoluzioni delle instituzioni municipali. — Tra il 1841 e 1842 il B. conobbe l’avvocato Eduardo Brigtione, e disegnò, in collaborazione con lui, un Atlante etnologico della storia d’Italia, comprendente per ogni etá di essa: 1) la storia politica e della cultura, 2) la geografia storica, 3) le genealogie delle famiglie sovrane, 4) i principati monumenti delle arti. Poi il disegno del lavoro fu ristretto, e il titolo mutato in questo: Tavole cronologiche della storia d’Italia dall’a. 476 al 1840, poste, in ordine da C. B. e compilate da E. Brignone. Ma, tranne il discorso preliminare, abbozzato dal B., e due pagine di saggio, stampate dal Pomba, non se ne fece nulla. E nulla parimente si fece di una Storia compendiala d’Italia, che si sarebbe dovuta cominciare a pubblicare nel 1842, nella Biblioteca delle opere utili del Pomba, in sei volumetti, dei quali uno di biografie e uno di bibliografia (distribuito, quest’ultimo, in una prefazione intitolata a Gino Capponi e in 17 capi); nulla d’una Geografia cronologica d’Italia; nulla di alcune Tavole geografiche della storia d’Italia, ideate anche nel 1842. Vero è che allora il B. aveva per le mani le Meditazioni storiche e le Speranze d’Italia. Ciò, per altro, non gl’impediva di tentare, forse tra il 1843 e il 1844, una Storia brevissima d’Italia, destinata alle Letture di famiglia, e ripartita in 161 biografie, delle quali nessuna fu scritta (quantunque il B. riprendesse codesto disegno verso la fine del 1845); di abbozzare nell’agosto 1844 alcuni Pensieri di storia e politica, consacrati principalmente all’Italia; e di stendere nel medesimo anno vari abbozzi Sulla letteratura italiana esterna, ovvero degli italiani fuori d’Italia, che dovevano poi essere rifusi in un paragrafo del Sommario. L’anno seguente (1845) il Balbo affrontava per la prima volta la storia dell’Italia preromana, scrivendo sull’argomento una prefazione, una dedica e alcuni abbozzi, poi rifusi nel primo libro del Sommario; e tentava per ben tre volte (1. Il Mediterraneo antico e moderno, lettere a Gino Capponi; 2. L’histoire du Mèditèrranèe, concepita in una prefazione e cinque capi; 3. Del Mediterraneo, libri tre) di svolgere un’altra sua tesi favorita, quella del Mediterraneo «lago italiano», ponendo in carta (specialmente del terzo lavoro, del quale fu pubblicato un frammento nella Rivista contemporanea del 1854) parecchi abbozzi, qualcuno dei quali fu senza dubbio rifuso qua e lá nel Sommario. Al quale, come si vedrá, il B. si poneva tolo corde nel marzo del 1846. — Per maggior copia di notizie, si veda l’utilissimo e ormai raro libro: Della vita e degli scritti del conte C. B., rimembranze di Ercole Ricotti (Firenze, Le Monnier, 1856), dal quale ho riassunto, nonché i cit. Scritti storici minori.
  2. Ventidue volte, p. e., il Balbo mutò il titolo dei Pensieri sulla storia d’Italia: 1. Pensieri rimasti da uno studio sulla st. d’It., libri iii di C. B.; — 2. Sulla st. d’It., pensieri di C. B.; — 3. Sulla st. d’It., discorsi di C. B.; — 4. Pensieri d’uno studioso sulla st. d’It.; — 5. Studi di st. d’It.; — 6. Studi della st. d’It.; — 7. Pensieri della st. d’It. — 8. Opinioni sulla st. d’It.; — 9. Pensieri dedotti dalla st. d’It., libri iii di C. B.; — 10. Dei pregiudizi ital., discorsi di C. B.; — 11. Di alcune opinioni ital., discorsi di C. B.; — 12. Discorsi sulla storia (o sullo stato presente?) d’It., libri iii di C. B.; — 13. Pensieri ed esempi tratti dallo studio della st. d’It., libri iii di C. B.; — 14. Pensieri ed esempi dalla st. d’It., libri iii di C. B.; — 15. Di alcuni pregiudizi antichi e moderni in It., discorsi di C. B.; — 16. Di alcune opinioni antiche e moderne in It., discorsi di C. B.; — 17. Della politica, delle lettere e dei costumi d’It., discorsi di C. B.; — 18. Dell’Italia, discorsi di C. B.; — 19. Pensieri sulla st. d’It., 20. Pensieri ed esempi dalla st. d’It., — 21. Studi sulla st. d’It.; — 21 bis. Opinioni sulla st. d’It. [= al titolo 8]; — 22. Studi ed opinioni sulla st. d’It. «Ma notidimen, rimossa ogni menzogna, | tutta tua Vision fa’ manifesta, | e lascia poi......», Dante, Inf. — Cfr. Ricotti, op. cit., pp. 424-5.
  3. A dir vero, in un primo momento, il B. aveva dato ai «periodi storici» assai minore importanza che non dette poi, ed egli stesso aveva notato che gli storici greci e latini non s’erano mai preoccupati di razionali ripartizioni cronologiche, contenti di quelle che veniva a offrire, quasi di per se stessa, l’esposizione storica (cfr. Scritti stor. min., p. 257). Ma poi egli cangiò opinione. Il frutto dei suoi nuovi studi circa si fatta materia fu da lui esposto in una memoria presentata nel 1841 alla R. Accademia di Torino, nelle cui Memorie (serie ii, tomo iii) fu pubblicata col titolo Sulla divisione e suddivisione della storia d’Italia, cenni del conte C. B. (inserita poi negli Scritti stor. min.). — Ivi, separata del tutto la storia antica dalla moderna (separazione, che piú tardi, nel Sommario, abbandonava), il B. divide la seconda in quattro periodi: 1. (suddiviso in due) Dei barbari, 476-774; — 2. (suddiviso in 2) Del regno d’Italia (774-1073); — 3. (suddiviso in 4) Dei comuni, 1073-1494; — 4. (suddiviso in 3) Della preponderanza straniera, 1494-1814. — Che è la divisione, la quale, giá adottata presso a poco nei Pensieri sulla storia d’Italia, il B. tenne poi presente nel Sommario. Cfr. Ricotti, pp. 171-2.
  4. «Cesare Balbo, secondo narra lo stesso signor Predari [Bullett. di scienze, lett., ecc., 20 marzo 1854], ‘esitò cinque o sei mesi ad accettare l’assunto: finalmente vi si decise, violentato, per cosí dire, dall’idea, con cui perseguitammo l’animo suo, di far cosa necessaria all’Italia’. Quello stupendo lavoro fu da lui cominciato e condotto a fine in poco piú di quaranta giorni. 11 18 marzo 1846, dopo un nostro colloquio, in cui accondiscese alle pertinaci istanze nostre, ci scriveva: ‘La prego di non dimenticare di mandarmi in prestito un esemplare tagliato dell’Enciclopedia. Vorrei farmi un’idea degli altri articoli storici. E giá, pensandovi, veggo che la gran difficoltá sará il restringermi. Mi accenni il maximum delle colonne che mi sarebbe conceduto... Ella mi ha messo il diable en corps, con quel nome d’Italia, che Ella chiama mia bella, ed io direi quella scelleratissima mia bella, per non dir altro e piú con Dante’. — Otto giorni di poi il conte Balbo aveva giá compiuti i primi tre libri. Il 2 maggio scriveva al Predari: ‛Le mando il manoscritto per tôrmelo dagli occhi: se no, non finirei. È cosa, se non da rifare, certo da correggere e da pulir molto. Pazienza! non v’abbiam tempo né l’Enciclopedia né io. Vada a sua fortuna. E mi noti tutti gli errori che vi vedrá. Se siamo in tempo, li correggerò’. — ‛Le date di queste lettere — prosegue nel suo racconto il Predari — mostrano quindi come in quarantatré giorni avesse compiuto tutto il suo lavoro. Ogni mattina dettava a memoria per tre ore consecutive ad un nostro amanuense mandatogli a casa; un’ora dopo, ne faceva lettura con noi, accademicamente disputando; piú tardi rivedeva e correggeva; e, poiché egli tutto faceva a memoria, noi lo sollevammo in parte dalla fatica di rinvenire e verificare e collocare ai debiti luoghi e in ordine cronologico le date degli avvenimenti, sulla copia che noi facevamo poi fare del suo primo dettato’» (Ricotti, pp. 222-3).
  5. Naturalmente bisognerebbe aggiungere al computo le ristampe dell’Enciclopedia. Senonché nella quinta edizione, che ho sott’occhio (Torino, Unione tipog. editrice, 1860), del Sommario sono riprodotti, riuniti in un tutto, i soli paragrafi conscrati dal B. alla storia letteraria. La storia politica d’Italia è compilazione di altro autore.
  6. Di questa ediz. il B. «inviava al Predari un esemplare legato a lutto in pelle nera, coll’indirizzo: ‘Al Mefistofele di questa diavoleria la povera vittime Cesare Balbo’» (Ricotti, p. 225).
  7. Fin dal 1846 il B. voleva premettere al Sommario una dedica. «e varie ne ideò; cioè una al re Carlo Alberto, una a Gino Capponi, un’altra al Capponi e a Massimo d’Azeglio, una quarta agli studiosi italiani. Questa era nei termini seguenti: ‘Agli studiasi italiani, desiderando che se ne giovine ascrivere la storia della patria: all’intiero popolo italiano, desiderando intanto che se ne giovi ad operarne la storia futura; questa ultimo e povero risultato dei lunghi, interrotti, compressi e respinti studi suoi, dedica, accomanda, lascia Cesare Balbo’» (Ricotti, pp. 223-4).
  8. Si veda poco piú oltre la lettera di Prospero Balbo al Le Monnier.
  9. Secondo il Ricotti, pp. 294 e 309, il Balbo avrebbe lavorato intorno a codesta appendice negli anni 1850 e 1851.
  10. Si veda p. 220 dell’ediz. Le Monnier (i, 246 della nostra), ove il Balbo per ben tre volte nomina Andrea invece di Luigi.