Discorsi/Discorso IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../Discorso III

../Discorso V IncludiIntestazione 30 ottobre 2016 75% Da definire

Discorso III Discorso V


[p. 380 modifica]

DISCORSO IV

Della Magnificenza1.


Io mi rammento avere nel Decamerone del Boccaccio letto assai volte, che egli pareggia un bel detto ad una bella stella in ciclo sereno, ed a' fiori di primavera con le erbe di un prato: cotanto pregio consente egli ad un motto scaltro ed accorto. Di qui discorrendo io argomento: Se il dire cotanto si loda, quanto dovrà lodarsi il fare, e se guadagnisi onore per un parlare solamente scorto e leggiadro, ben certamente se ne guadagnerà più per un'azione egregia. Ma fra le azioni umane niuna trapassa, mi credo io di dignità d'adoperare magnificamente; perciocché di qui si adorna l'operatore, si acquista a' paesi dignità, ed i secoli s'illustrano bene spesso. Spero dunque di ricevere commendazione per la materia della quale prendo oggi a favellare; e che le Signorie Vostre presteranno attentamente le orecchie per la qualità pure di lei: voglio dire, che io mi conduco a ragionare alcuna cosa intorno a quella virtù da' maestri chiamala Magnificenza.

E senz'altro appare manifestamente che ella si diletta pure nelle cose grandi; non pertanto è vero che ella si rinchiude dentro alcuni confini; e ciò sono, denari spendendosi. Però uomo magnifico sarà detto a ragion colui, il quale spenderà denari facendo cose in cui risponderà assai grandezza; ed egli, come ciascun virtuoso, è sottoposto nel suo operare alla legge datagli dalla ragione, ed avrà riguardo a quanto, a come, a dove, e quando egli spende; ed in tal modo non spenderà senza prudenza giammai: laonde noi siamo chiari, che la persona povera non può adornarsi di magnificenza, conciossachè il suo avere assai tosto l'abbandonerebbe, edotti non pure magnifico, ma si farebbe conoscere folle. Intendesi ancora di qui, che la liberalità è altra cosa, e di più dimessa che la magnificenza non è; potendo chi non si discosta dalla povertà, essere tanto o quanto liberale. Dee ancora l'uomo magnifico nelle sue azioni mostrare di non badare a risparmio, e però dee procacciar sempre che il suo dispendio si manifesti, senza guardare ad altro fuori che alla grandezza dell'opere che per lui si fanno, lì ciò fa egli perciocché la magnificenza ha l'occhio fermo alla onorevolezza, e non alla utilità. Dee similmente l'uomo magnifico tutto quello, che per lui si adopera, drizzarlo verso il pubblico onore più che verso l'onor suo particolare; dee porre cura di avanzare altri, i quali spesero in opere simigliarti, e fare si che altri non possa agevolmente avanzar lui. Vuoisi ancora che l'uomo magnifico spenda il suo con [p. 381 modifica]fine ed onesto intendimento e volto sempre mai alla virtù. Sì fatti sono i modi co' quali governasi l'uomo magnifico nel suo spendere.

Ora io dirò di quelle cose nelle quali egli è usato di spendere; ma prima io farò sue parole per cagione di me, e trattando della Magnificenza parlerò di un'altra appellata Mansuetudine o Affabilità; ma secondo me, meglio noi parlar nostro appellerebbesi Gentilezza; ed è quella con la quale ci facciamo cari, nell'usare insieme, a ciascuno. Di questa virtù un estremo biasimevole è l'Adulazione, che noi volgarmente chiamiamo lusingare, o con vocabolo più fiorentino, piaggiare; ed è quando lodasi a torto ed oltre al vero per guadagnarsi l'animo altrui; e ciò è da biasimare, ed è laido costume per certo. A che fine fai tu menzione di queste cose? Dirovvi: Portando la materia del mio discorso che io dica il pregio di molti, e molto grandi, io non vorrei cadere in sospetto altrui di lusingare per niente; e però affermo, che cotal vizio di piaggiare emmi noto, ma emmi odioso; e però vedendomi lodare uomini come magnifici, non sia chi stimi da me lodarsi, salvo perchè essi il vagliono. Ora in molti modi puossi magnificenza mostrare, ed incominciamo, come è diritto, da quello che appartiene a Dio grandissimo; e ciò sono chiese specialmente, nella quale impresa noi, secondo verità, non abbiamo di che vergognarsi. Ed ove piantossi tempio quale in Roma è sacrato al principe degli Apostoli per comandamento di Giulio secondo pontefice massimo? del quale tempio dirò che a' successori pontefici ed architettori venne meno l'animo di fornirlo se egli non si menomava; e così menometo sbigottisce i riguardatori. Appartiene anco alla magnificenza, nelle spese devote, le esequie ed i sepolcri; e facendo onore alla verità affermeremo, che Ferninado primo de' Medici trapassò molto avanti. Egli in Firenze nella chiesa di s. Lorenzo apprestò sepoltura a' suoi Serenissimi ed a sè, per la quale egli non ebbe per addietro esempio da non potersi imitare. Ancora porgono cagione di magnificenza le nozze; e mi rammento vedere nobili spese fatte in Mantova, a tempo che Vincenzo Gonzaga duce fece marito Francesco suo figliuolo. In quei giorni furono per certo oltre a dieci mila forestieri in quella città, ed i più degni, alloggiati per comandamento del principe con agio non piccolo. Si videro per entro al Micio isole combattute e difese da navi ripiene affatto di fuochi artificiati, li quali nel mezzo delle acque ardeano continuamente; di che furono i popoli sorpresi di maraviglia e diletto fuor di misura. E quanto mettasi in prova questa virtù per l'alloggiamento degli amici stranieri, il manifestò Alfonso secondo d'Este, raccogliendo in Ferrara i Serenissimi arciduchi d'Austria, e per loro diletto facendosi diventare golfi di marina i fossi di quella città. Si videro navigli armati remare in terra, non so se io mi dice con oltraggio o con onore degli elementi. Palazzi nobilmente edificati, e ville si debbono mettere in questo racconto, e ne guadagnarono pregio Ippolito cardinale da Este in Tivoli, ed Alessandro Farnese nel villaggio di Caprarola; ed in si fatte spese manifestasi la virtù, della quale noi trattiamo. Ma il colmo de' suoi pregi si è il dispendio grande nelle imprese grandissime, ed io con ispeciale allegrezza mi conduco a questo passo, perciocchè se ne onora un principe italiano, e per alta sua benignità mio signore; io dico Ferdinando secondo gran duce di Toscana.

Egli pianta nuova città, non invidiando ma pareggiando la gloria di Alessandro di Macedonia; nè si appaga di ergere solamente città, e per tal modo salire sulla cima di questa virtù, ma la fa sorgere dal profondo del mare. Nè vuole consentire che per avanti Venezia sia sola, la quale per tutti i secoli trapassati ha seduto senza compagna. Vedrassi dunque il mare tirreno non meno celebrato che l'Adriatico, e Livorno, già solamente spaventevole, era farassi a' barbari non meno ammirabile. Con maraviglia non minore posso soggiungere atto di questa virtù, il quale non ha bisogno di mie parole essendo ad ogni ora qui in Genova sotto il guardo di voi e de' passeggeri. Ove con più ragione può riversarsi tesoro che là dove si difende la salute de' popoli. In stato del principe, e la gloria delle provincie? Che più di grande può farsi che sbigottire i nemici, risospingere gli assalitori, e disperare l'ardimento degli orgogliosi. E tutto questo non si scorge egli nella mole gradissima delle grandi muraglie, per la quale i monti non ci difendono, ma la magnificenza de' cittadini rende sicurissimi i monti? Questa opera non veggiamo fornirsi, e le generazioni a venire peneranno a credere, in pensando come ella potesse immaginarsi.

Ma perchè io sono qui a discorrere sopra alcun soggetto morale, e non sono qui per formare encomj, io non farò più alcuna parola di cioè: vero è, più tante opere di chiara magnificenza, e tanti illustri personaggi che le hanno fornite, saranno cagione che la nostra età si rammenti per altro che per isciagure. Certamente gli uomini presenti, e coloro i quali verranno appresso, volgendo nell'animo che più di una volta la fame ne molestò, e che la pestilenza ne ha travagliati, e che della guerra sverno pur troppa esperienza, saranno formati da vera pietà; ma rimembrando le azioni gloriose de' nostri giorni, non ci compassioneranno, anzi ci reputeranno felici. Nè pur solamente per quello che io dissi dianzi, ma volgendo nella memoria gl'ingegni di alto sapere ornati, ed eccelsi a maraviglia. Che se cerchiamo oratori si ci offerì un libro la cui lingua ha sì fatta possanza che per udirlo le chiese amplissime immantinente si empiono; un Mascardi il quale, alla sembianza di Demostene, ha, favellando, più di una volta scosse Genova e Roma ed altre famose citta. Se poi ci volgiamo a poesia, è questo secolo fatto chiaro per un Tasso, a cui Apollo consegnò la tromba, ed egli halla ripiena di colui liuto che in Europa [p. 382 modifica]non ha lasciata orecchia senza dolcezza, nè anima senza maraviglia: abbiamo veduto il.... scendere dalle cime di Elicona carico di tante ghirlande, che tante non ne furono per l'addietro sulle tempie di alcuno, benché diletto e carissimo alle muse. Che dirassi degl'ingegni più severi e ricchi di altiere scienze? Non tacerassi di Niccolò Riccardo in cui, con titolo poco leggiadro, si dichiarò il sommo sapere. Di Sperone mi eleggo non farne parola, non sperando degnamente di farne pur motto, e le imprese disperate di ben fornirsi non si vogliono incominciare. Certamente non possono sì gran lumi lasciare scuro il nostro secolo, ed al discorso delle future età farlo apparire calamitoso per disavventure sofferte.

Ma io, tratto da giusto conforto, favello fuori del mio proponimento, quantunque non fuori di ragione; e però tacerommi vedendomi condotto al fine, perciocché ho della Magnificenza detto, che ella si travaglia intorno allo spendere, allora che le spese sono riguardevoli, e che ella è maggior cosa che la liberalità non è; ed ho distinte molte maniere del suo operare, e dei modi co' quali l'uomo magnifico adopera: Che egli dee riguardare all'onore, e che la utilità è da lui disprezzala; e che egli si sforza di vincere altrui splendendo, e schifa di essere vinto. Parrebbe ora che io dovessi eccitare le Signorie Vostre a sì fatta virtù; ma stimasi mal accorto quel capitano, il quale prende a riscaldare, parlando ai soldati, quando essi hanno la spada già impugnata, già volgono la punta verso degl'inimici. Ma pure delle cose gentili, quantunque non necessario, suole essere giocondo il ragionamento; laonde ingegnorommi di dire così.

Le virtù, o signori, a guisa di leggiadre donzelle tengonsi per mano, e fanno carole intorno all'umana felicità, delle quali il viso sè agli occhi de' mortali manifestasse del suo splendore niun' anima nè rimarrebbe salvo riarsa. Ma siccome allo stato dell'universo sono richieste molte stagioni, ed una più che l'altra può bella apparire, così a rendere gli uomini felici, si chiamano di molte virtù ed in paragone veggiamo fra loro alcuna di bellezza maggiormente risplendere. Raccogliamo in questo modo: Che la magnificenza spande non so quale splendore, più che la chiarezza di qualunque altra virtù, perciocché il magnifico ha cagione di farsi lieto operando e rallegra altrui continuamente, ed empie i popoli di allegrezza. Dico ancora: Che più dura la memoria degli uomini magnifici, ed essi più universalmente si lodano; e finalmente conchiudo, che sette volte si è il mondo scosso per sette miracoli, e questi ebbero seco congiunta la magnificenza. E che fu il Colosso di Rodi, il Sepolcro di Mausolo, le Mura di Babilonia, le Piramidi di Egitto, e gli altri? salvo opere di larga spesa per altrui sollazzo, e per propria onorevolezza? Nobilissime imprese, o signori, cui non fa mestieri che penna ed inchiostro le manifesti, ma per sè medesime si celebrano tosto che sono mirate, le quali per le bocche degli uomini vanno volando alterissime di regione in regione, e le quali non si ponno esaltare per lusinga nè abbassare per invidia: prima che si facciano si desiderano; fatte che sono si ammirano, se mai si disfanno si sospirano, nè io, signori, sono solo a narracelo, ma i cotanto gloriosi addietro mentovati confermano i detti miei.

E perchè io sono certo che gli esempi domestici eccitano maggiormente che gli stranieri, farò alcune parole senza partirmi di Genova e delle sue spiaggie. Quivi gli scogli e le arene sono da' naviganti additate come borghi reali, e per entro la città i casamenti fanno credere che vi si abiti da re, quantunque per elezione e per destino re alcuno non possa farvi dimora. Delle chiese altri ne ha fabbricate da' fondamenti, altri le fabbricate le ha falle rispondere con forza di pietre nobilissime, ed in Genova è natoci uomo la coi ricchezza ha sollevato monasterio ove si velano damigelle, e velate si pascono largamente in servigio di Dio grandissimo. Debbo contarvi non meno, che con molta gloria si è speso per la difesa dela sacra e santa Religione, ed abbiamo veduto diffondere suo tesoro contro gli eretici, e raunar schiere numerosissime a lai cavaliere, che in campagna combattendo e comandando agli eserciti apparve con pari fortezza alla dimostrata magnificenza. Questi sono lui, o signori, e lumi del vostro cielo, ed i loro raggi non può tenebrare l'invidia, nè la loro chiarezza oltraggiare l'obblivione, e però è degno che i vostri animi se gli facciano luciferi ed esperi.

E poiché mi trovo partito dalle mosse, non voglio sì tosto fornire la mia carriera. Ho parlato della magnificenza di questa città, ma non è però vero che altre degne azioni le vengano meno, anzi siccome il sole correndo per lo zodiaco rischiara diversamente molte case, cosi la virtù trapassando per Genova, ha diversamente fatte illustri di molte famiglie. Vuolsi avere dunque costoro dianzi la mente: nomini i quali noti bramano numerare moltissimi corsi di sole, ma guadagnare moltissimi titoli di prudenza, ed a ragione. Che monta egli la lunga etade? mille anni sono come una trascorsa si ornata, ma dalla virtù producesi la immortalità; e chi pensa solamente allo vivere non gode ls vita, anzi vive come non nato. Gioventù e vecchiezza sono vanissimi nomi: che tra' Parti nascessero e morissero Arsacidi non canta la Fama se altro non fecero che nascere e che morire, ma che in Atene sorgessero uomini giusti, e che in Isparia fiorissero temperati, e che in Roma non cessassero forti e prudenti e magnifici, è gloria di quelle patrie singolarissime. Essi calcarono Stige col piede asciutto, videro il Tartaro e lo derisero, nè di Acheronte presero a sbigottirsi per alcun tempo. Non sia colpa che io di accompagnarmi con esso i poeti faccia sembiante, ed accetti loro ornamenti, perciocché alle orecchie vostre ogni gentilezza è dicevole, e già altro non dicono si fatte note salvo che: Gli spiriti forniti di doti eccelse vincono gli sforzi del vizio che gli assale, [p. 383 modifica]hanno a vile il dilettoche gli lusinga, e soverchiano ogni spavento che loro incontra, e quinci sublimi onorano gli uomini tra' quali vissero, e vivendo dopo la morie insegnano ai vivi l'arte di non morire. Cantati in viva voce, esposti all'eterna memoria, menano in trionfo il Tempo, trionfatore fortissimo di tutte le cose.

  1. Questo è il quarto dei cinque Discorsi Morali del Chiabrera letti in Genova nell'Accad. degli Addormentati (Lat. Sopiti), e che si leggono ristampati nel Vol V, delle sue Opere, ediz. di Venezia, Geremia, 1757, col. 5 in 12°. È da noi preferito perchè parla di qualche illustre italiano, e di opere magnifiche, che a que' giorni erigevansi nell'Italia.