Disputa sull'idea del commercio

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Gian Domenico Romagnosi

1827 D Indice:Disputa sull'idea del commercio.djvu saggi/economia economia Disputa sull'idea del commercio Intestazione 26 settembre 2011 100%

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Disputa sull’idea del Commercio.


I.


Una questione elementare è insorta nel mese di aprile di quest’anno fra il sig. Dunoyer ed il sig. Say. Il primo dando conto della quinta edizione del trattato di economia politica del detto sig. Say trovò censurabile l’idea del commercio espressa in quel trattato. Egli (dice il sig. Dunoyer) nelle definizioni sue confonde quasi sempre il commercio col cambio. «Coloro (ei dice) che comprano mercanzie nel loro paese per rivenderle nel medesimo fanno il commercio interno. Quelli che comprano mercanzie in grosse partite per rivenderle a piccoli mercanti, fanno il commercio in grosso. Quelli che comprano per rivenderle ai consumatori fanno il commercio al minuto. Quelli che comprano mercanzie fuori del loro paese per rivenderle fuori del medesimo fanno il commercio di trasporto. Quelli che comprano mercanzie in un tempo per rivenderle in altro tempo opportuno fanno il commercio di speculazione.

In tutte queste definizioni si vede (prosegue il sig. Dunoyer) che il nostro autore fa consistere il commercio nel comprare per rivendere. Ma se la cosa fosse così non esisterebbe particolarità nel commercio per la quale si potesse distinguere dalle altre industrie o dalle altre specie d’industria, e parimenti non vi sarebbe distinzione fra l’una e l’altra specie d’industria. Imperocchè in tutte si compra e vende. Il manifatturiere compra mercanzie sotto una forma per [p. 188 modifica]rivenderle sotto di un’altra nella stessa guisa che il commerciante le compra in un luogo per rivenderle in un altro. Si dovrà dire per ciò che il manifatturiere ed il commerciante esercitino la stessa specie d’industria? Io non ignoro che giuridicamente parlando il commercio vien definito un’azione di comprare per vendere; ma parlando economicamente questa definizione non corre come osservò lo stesso sig. Say.

L’industria commerciale non consiste nel comprare e nel vendere lochè pur si verifica di ogni altra industria, perocchè col semplice comprare e vendere non si produce nulla. La fabbricazione produce col trasformare; il commercio col trasportare. Il commercio esteriore consiste a trasportare dal di dentro al di fuori o dal di fuori al di dentro. Il commercio interiore a trasportare dall’una all’altra parte del didentro: il commercio in grosso a trasportare dalle fabbriche nei magazzini dei grossi mercanti: il commercio al minuto nel trasportare da questi magazzini nelle botteghe; in breve in qualunque guisa venga fatto, egli consiste sempre nel trasportare e nell’avvicinare la cose ai compratori. In questo come arte consiste il caratteristico del commercio, e non nell’azione di comprare di vendere e di cambiare.

Sembrami dunque che il sig. Say non sia conseguente a suoi principj e male descriva i fatti da lui stesso osservati allorchè egli fa entrare i nomi di vendita e di compra nella sua definizione del commercio. Quando si parla dell’industria che trasporta, non si dà luogo a parlare di cambio; come non se ne deve parlare allorchè si parla dell’industria che trasforma. Cambiare e lavorare, cambiare e fabbricare; cambiare [p. 189 modifica]e trasportare, cambiare e produrre in una maniera qualunque sono due azioni fra loro totalmente diverse e che si debbono assolutamente considerare a parte».


II.


Dopo la lettura di questo passo ognuno può domandare: come mai l’economia politica sia così poco inoltrata da lasciar luogo a dispute di questa fatta? Come mai le parole in bocca dell’economista debbano avere un significato diverso da quello che vien inteso sia dal pubblico sia dalla giurisprudenza, trattandosi di difinire lo stesso fatto? Oltre tutto questo si tratta di sapere se sia prezzo dell’opera di occuparsi di questa disputa, malgrado che sia stata proposta da uno scrittore riputato? — Fermandoci a quest’ultima quistione noi dobbiamo domandare se la disputa sulla definizione del commercio sia puramente scolastica o se pure sia anche civile. Se fosse meramente scolastica noi non spenderemmo tempo e fatica intorno alla medesima perocchè il mondo anderebbe secondo la sua natura a dispetto degli scrittori. Ma se per lo contrario fosse anche quistione civile noi crederemmo conveniente di entrare nel fondo, perocchè per lo meno ci premerebbe di sapere con quale officio pubblico dovremmo trattare i fatti nostri. Or qui ci conviene osservare che il commercio venendo nelle incivilite società esercitato in due diverse maniere, il suo nome riceve due sensi speciali. A norma quindi di questi due sensi vengono cangiati i rapporti, e le discipline. Nella favella italiana la Mercatura inchiude un senso che la distingue dall’altro commercio comune [p. 190 modifica]che chiamasi contrattazione, ed a norma di questi due sensi si variano le relazioni e le regole conseguenti. Per la qual cosa sorge una seconda distinzione la quale assai più meritava attenzione. Per procedere con un ordine lucido incomincieremo coll’esaminare il passo recato.


III.


A primo tratto noi veggiamo che il sig. Dunoyer non concede che si confonda il commercio col cambio. Più abbasso poi ci parla dell’Industria commerciale. Qui conviene ben intendersi nei termini. Altro è l’industria commerciale ed altro è la funzione plenaria del commercio. Un uomo singolare può esercitare da se solo il trasporto, ma da se solo non può commerciare. Il commercio inchiuderà eternamente come prima idea sua essenziale che uno dia liberamente una cosa e l’altro liberamente la ricambi. Quando non si eseguisca questa funzione non esiste punto commercio. Un tale porta legna e pollame sul mercato cui niuno cerca o vuole; ed egli la riporta a casa: ha forse commerciato? Commercio senza smercio è un assurdo in termini.

Quali sono le conseguenze che ne derivano? La prima che conviene distinguere ma non disgiungere l’industria nel commerciare dalla funzione complessa costituente il commercio. L’industria del mercante forma una condizione ma non tutta l’essenza del commercio. Certamente assumendo la compra e la rivendita in un concetto astratto si può figurare che manchi l’industria mercantile; ma nel senso comune questa viene sempre [p. 191 modifica]sottintesa. Ognun sa che il mercante pone in conto di prezzo il trasporto la custodia e tutte le altre cure; locchè costituisce l’industria sua; e però col prezzo della cosa egli esige anche quello della sua industria. Ecco allora che il commercio è per lui produttivo del prezzo della sua industria al pari del lavoro personale sulle cose, o dell’opera prestata ad altrui benefizio.

Ma questa industria consiste forse nel solo trasporto della merce? Niun mercante converrà mai in questa restrizione. Stando alla qualificazione del sig. Dunoyer il mercante si confonde così collo spedizioniere che dir non si potrebbe esistere altro mercante che lo spedizioniere medesimo. È forse permesso al sig. Dunoyer sovvertire il senso comune dei nomi per far valere una sua idea? Che cosa dunque resta? Che più erorri ad un sol tratto furono posti in mezzo dal sig. Dunoyer. Il primo che la industria mercantile costituisca l’essenza del commercio, nel mentre che non ne forma che un fatto connesso. Il secondo che questa industria consista nel solo trasporto, nel mentre che vi si uniscono altri amminicoli secondo la natura della merce, ed altre circostanze accidentali. E qui siaci lecito di ricordare che le definizioni non istanno in balia degli scrittori ma ricevono la legge dal senso comune. Il filosofo può bensì far sortire dal concetto addottato di una parola le idee essenziali nascoste ma non travolgerne o mutilarne il significato. Queste idee essenziali sono quelle che intervengono sempre nelle varie applicazioni che l’uso comune suol fare di un dato vocabolo. Ciò posto se non si suole mai dire essersi fatto commercio se non si ricambiano le utilità, ne viene [p. 192 modifica]di necessità che l’idea di utilità ricambiata sarà idea essenziale al commercio. Io non dico che tutta la definizione consiste in questa idea; ma secondo il comune significato questa è idea principalissima, fondamentale, essenziale.

Dunque a torto pretende il sig. Dunoyer di porre in conflitto la economia colla giurisprudenza. D’altronde poi siccome l’idea del fatto o della funzione di fatto è la stessa per amendue, così anche la definizione reale del commercio deve essere identica. Altro è poi che l’economista la riguardi sotto l’aspetto dell’utile e il legale sotto quello del giusto, ed altro è che le condizioni del fatto siano diverse. Un pittore assume il bello nella testa dell’Apollo; ed un fisionomista vi assume l’espressione delle inclinazioni morali: sarà forse per questo la testa dell’Apollo diversa in se medesima o si fingeranno due sembianti nello stesso tempo? Guai a noi se si potesse fare la separazione pretesa del signor Dunoyer.


IV.


Diremo noi per questo che la definizione del signor Say sia esatta? Questa è un altra quistione. È vero che nel dare la spiegazione del vocabolo egli fece uso d’un concetto usitato per lo più nel discorso comune, ma egli è vero del pari che egli diede come generale una condizione la quale non è che particolare. Io mi spiego. Comprare per rivendere importa un doppio ricambio di utilità. Il primo ricambio avviene nella compra, che forma il primo estremo della mercatura, il secondo ricambio avviene nella rivendita che ne [p. 193 modifica]forma il secondo estremo. Entro questi due estremi sta la mercatura; ed il complesso di tutte le funzioni necessarie per effettuare questi estremi costituisce la mercatura medesima. Ma qui come ognun vede non si verifica che un modo speciale di commercio vale a dire il mediato. Un uomo acquista in via di eredità un orto in città nel quale vi sono fraghe e frutti. Chiunque ne brama va a riceverne contro denaro dalle mani del padrone. È vero o no che questi fa commercio dei frutti dell’orto suo? Qual vendita e rivendita intervenne qui? Quale trasporto poi si effettua in questo caso? La mancanza del primo estremo viene opposta al sig. Say: quella del secondo al sig. Dunoyer.

Ma volendo solo disputar col primo che cosa ne risulta? Esser vero che si può commerciare senza una compra per rivendere, come si può commerciare colla medesima. Quindi ne sorgono due maniere di commercio. La prima dir si può civile ed immediata; e l’altra mercantile e mediata. La prima riceve il nome generico di contrattazione, senza che ivi si ponga mente per qual modo il possessore abbia acquistato la cosa da lui venduta. La seconda riceve il nome di mercatura nella quale il commercio vien fatto mediante compra colla destinazione e col fatto della rivendita. Da ciò si vede che la mercatura costituisce una specie particolare di commercio la quale si ravvisa dai modi speciali propri a lei. Diffatto il mercante è un intermediario fra i produttori e i consumatori. Se taluno comprasse per non rivendere non sarebbe più mercante ma mero acquirente. Se taluno smerciasse robba altrui non sarebbe mercante ma commissionario. Se taluno smerciasse roba propria non comprata per rivendere [p. 194 modifica]non sarebbe il mercante ma proprietario venditore. Il carattere dunque di intermediario a doppio cambio forma il distintivo proprio del mercante. Le funzioni del trasporto non sono che modi ossia mezzi pratici, coi quali si effettua la mercatura la quale con una mano acquista le cose godevoli e coll’altra le trasmette a chi le domanda. Se voi togliete una di queste funzioni voi togliete l’idea propria della mercatura. Essa quindi risulta dal concetto complesso di tutte queste funzioni destinate in intenzione e subordinate in effetto l’una all’altra.


V.


Era precetto degli scolastici che a costruire una buona definizione richiedesi il genere, la specie e la differenza ultima. Il mercante acquista le cose godevoli e le possiede al pari del padrone di una campagna e di una fabbrica senza essere nè possidente nè fabbricatore. Egli le vende ad altri senza essere nè procuratore nè commissionario. Ma egli ha qualità comuni sì coi primi che coi secondi. Colui che fa il commercio col doppio cambio delle cose godevoli dicesi dunque mercante. Qui il sig. Dunoyer dice che anche il fabbricatore compra e poi vende. Ma si risponde che se compra non è per rivendere le cose come fa il mercante ma per dar loro certe forme prima di venderle. Questa funzione intermedia distingue il fabbricatore dal puro mercante e però l’obbiezione del signor Dunoyer diviene un arguzia.

Passiamo oltre. Due fonti di guadagno e quindi due guise di farsi ricco si possono cumulare nel mercante. [p. 195 modifica]La prima è quella che può competere al proprietario delle cose godevoli, e questa risulta dal prezzo eventuale del genere commerciabile considerato immediatamente. La seconda fonte è quella che può essere comune col semplice condottiere, custode, e dispensiere, e questa risulta dal complesso delle funzioni personali mediante le quali si fa l’acquisto e si agevola lo smercio, cioè si effettua la tradizione immediata delle cose comprate da lui. Questo complesso di funzioni costituisce l’industria mercantile la quale propriamente non è che una somma di servigi utili che vengono pagati insieme col prezzo immediato delle cose.

Ma queste funzioni non formano che un aspetto solo del commercio, e non escono dalla persona del mercante. Dunque l’industria mercantile nel commercio stesso mercantile non forma che un lato solo di questo commercio. Esso viene compiuto allorchè la rivendita è effettuata, come importa la nozione essenziale già sopra dimostrata. Dunque considerando il commercio mediato nel quale quest’ultima industria si può verificare essa può bensì costituire una particolarità di fatto di lui ma non mai l’idea piena e propria di lui.

Fu detto che sono mercanti coloro che esercitano atti di mercatura e ne fanno la loro professione abituata. Ma in che consistono questi atti di mercatura o di commercio mercantile? Ecco una quistione civilmente non indifferente. Quando si tratta di sapere in che consistano tali atti si domandano funzioni talmente qualificate e talmente proprie che non si possano confondere con atti di altre professioni ma siano esclusivamente proprj della mercantile. Ora questa proprietà di concetto non si può trovare nell’idea singolare ed [p. 196 modifica]isolata del tale o tal atto ma nella ragione complessa del medesimo. Qui trattasi di idee di rapporto le quali assumono la loro qualità logica dal fine al quale sono subordinate e dal tutto al quale appartengono; e però prese singolarmente in senso assoluto non vi danno il carattere morale della mercatura. Prese per lo contrario in complesso o in senso relativo vi somministrano la qualità propria ossia la loro appartenenza esclusiva a questa professione.

Per la qual cosa, volendo ridurre ai minimi termini il concetto dell’atto mercantile o di mercatura, dir si può che sotto nome di atto mercantile debbe intendersi ogni funzione diretta al commercio di doppio cambio come sopra fu spiegato. Il commercio poi in generale consiste in quella funzione per la quale uno liberamente dà e l’altro liberamente ricambia una cosa rispettivamente stimata utile con reciproco accontentamento.


VI.


Ma poste queste idee in se verissime forsecchè appagar possono la dottrina della politica economia? Ecco una quistione alla quale nè il sig. Say, nè il signor Dunoyer hanno posto mente e cui pur tanto importava di esaminare. Accordo essere necessario di conoscere l’indole del commercio nei rapporti individuali e rispetto al tornaconto del possessore, del fabbricatore e del mercante; ma dico nello stesso tempo che l’economista non deve fermarsi a mezza strada e darci una cosa per un altra. Conviene certamente nell’architettura conoscere la qualità dei materiali di una [p. 197 modifica]fabbrica, il peso e la forza della loro coesione; ma ciò basta forse per l’arte di fabbricare con solidità, commodità ed eleganza? Con quelle cognizioni sole si potrà forse mai somministrare una vera e completa nozione dell’architettura? Posta l’indole dell’economia ossia dell’ordine sociale delle ricchezze si accorgono o no gli economisti che l’idea metafisica del commercio sia immediato sia mediato non basta per formar la nozione del commercio di ragion sociale che in ultimo occupar deve l’economista? Se la politica economia non deve imitare il selvaggio, il quale per cogliere il frutto ne taglia l’albero; ne segue che essa non si dovrà limitare alle sole vedute del tornaconto del castaldo, del fabbricatore e del mercante, ma dovrà volgere in ultimo l’attenzione verso lo scopo costituente la politica economia, e contemperare le idee di modo che ne sorgano nozioni di ordine veramente sociale. Allora lo scrittore avrà compiuto il suo esame, allora avrà ubbidito alla sua missione, allora avrà soddisfatto al suo dovere, perocchè allora ci avrà data la vera politica economica, e non la nuda gretta e particolare teoria del tornaconto individuale. Se insegnando la teoria dei moti celesti taluno si limitasse alla sola forza centripeta che cosa direste voi di siffatta dottrina? Lo stesso avviene nella politica economia col limitarsi all’officina del fabbricatore e al banco del negoziante come pur troppo vien fatto oggidì. Il dogma di produrre il massimo di guadagno col minimo di spesa non diviene dogma economico se non venga contemperato con tutte le vedute sociali. Preso nel senso volgare cioè rispetto al fabbricatore ed al mercante senza aggiunger altro è una vera calamità. Egli non presenta [p. 198 modifica]che una personificazione dell’avarizia senza limiti e senza riguardi.

Quando parlo di comporre le nozioni economiche associando le vedute del tornaconto individuale col sociale io non pretendo di intimare verun sacrificio alla privata utilità ma la voglio anzi portata al massimo segno ottenibile nelle date circostanze. Questo risultamento non mi potrà venir negato da qualsiasi economista illuminato. Niuno di essi pensò mai che la teoria del tornaconto individuale sia incompatibile colla teoria del vero tornaconto sociale; ma per lo contrario ognun sa che amendue si associano di modo che infine il tornaconto privato risulta il massimo possibile. Certamente se voi distaccate l’occhio dello stato complessivo ed abituale per limitarvi ad una singolare frazione, e ad una posizione transitoria e tutta privata voi non troverete che la tale manifattura o il tal negoziato mercantile vi produca il maggior lucro sperabile o ottenuto in altre circostanze; ma, oltrecchè questo non è per se stesso un sagrificio da voi fatto alla comune utilità, egli è un calcolo falso in se stesso perocchè non dovete restringervi al lucro isolato di quel momento o di quell’oggetto, ma computare l’intiero benefizio risultante dal contemperamento dell’individuale col sociale interesse.


VII.


Venendo ora alle nozioni del commercio in generale, e delle due sue forme di esercitarlo (cioè della maniera immediata e mediata); io domando se sia vero o no che coi caratteri sopra espressi la definizione [p. 199 modifica]sua sia applicabile tanto al commercio di due selvaggi che si incontrano per accidente quanto al commercio di due concittadini conviventi nella miglior vita civile? Ciò posto come mai potremmo noi accoglierla come nozione completa di ordine economico civile, e però come piena norma delle sue dottrine? Che cosa dunque rimane a farsi? Aggiungere le condizioni (dalle quali risulta questo commercio civile) aggiungerle dissi alla nozione generale sopra espressa e formarne una nozione sistematica. Così per esempio converrebbe aggiungere la libertà equa e sicura, come requisito di questo commercio come di qualunque altra funzione economica. Finchè non abbiamo nozioni tassative, cioè definizioni e regole finite, le scienze e le arti valgono poco. Forse il pubblico dovrà aspettare lunga pezza prima di avere la definizione suddetta del commercio; perocchè converrà proceder oltre nella scienza della politica economia, la quale in oggi si trova a mezza strada. Frattanto parmi di aver fatto sentire che non dobbiamo riposare sulle odierne dottrine ma procedere all’integrità sociale della scienza. Ciò che rende sociali le ricchezze si è appunto il commercio. Ora come sarà possibile che esista un commercio veramente sociale senza che venga regolato dalle condizioni indispensabili della socialità? Che se dall’altra parte egli trae la sua forma da queste condizioni, esse perciò stesso costituiranno i caratteri specifici e distintivi di questo civile commercio. In generale poi lo stato economico forma un aspetto della vita delle nazioni agricole e commerciali e però è un fenomeno risultante dall’azione simultanea della posizione sociale e della governativa. Il fatto positivo di questo commercio risulta dunque da quel [p. 200 modifica]complesso concreto, continuo, connesso di particolari motori di particolari azioni di particolari mezzi che formano lo stato intiero di fatto di un popolo. Ciò posto nella teoria non sono permesse le vedute staccate, i disegni di profilo, le dottrine isolate alle quali non risponde il rimanente, ma conviene dare il fenomeno in conseguenza delle sue cause assegnabili, necessarie, perpetue, lasciando le applicazioni positive e approfittandosi soltanto degli esempj per comprovare la teoria.

Romagnosi.