Donne illustri/Donne illustri/Gaetana Agnesi

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Gaetana Agnesi

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Gaetana Agnesi accoppiò in sè le virtù di due gran donne straniere: il sapere della Marchesa du Chatelet, l’amica di Voltaire e di Saint-Lambert, e la carità eroica di Santa Elisabetta. In altre età ella non avrebbe soltanto avuto un rapporto pieno di lodi per le sue Institutioni analitiche dall’Accademia francese delle scienze e i complimenti di Benedetto XIV. Un papa, che non fosse stato corrispondente di Voltaire, e ove fossero corsi tempi di maggior fede, la avrebbe santificata. Bisogna ricorrere alle leggende dei Santi Padri, o alla vita di quella Santa d’Ungheria, a voler trovar riscontro agli atti di abnegazione e di sacrifici dell’Agnesi, la quale pertanto si dipartiva nella vita, se le si accostava per gli [p. 22 modifica] studî, da quella Marchesa, che non capiva ed esponeva ben Newton, che appoggiata all’amante, e finito di capirlo, mutava amori. Gaetana Agnesi, disposta sempre alla religione, stette al secolo per non ispiacere al padre, ch’ella teneramente amava; ma già tra le conversazioni fioritissime di letterati e d’artisti, dove la minor sorella, donna Maria Teresa, splendeva per l’ingegno musicale, ella trovava luogo alle più mirabili carità della vita ascetica e cristiana: siccome quella che in istanze romite della sua casa accoglieva infermi e gli assisteva con le sue mani, non ischifando le membra dolorose e piagate: preludio all’esercizio di medica dell’anima e d’infermiera ch’ella fece per molti anni nel luogo Pio Trivulzi, in quel tempo fondato. Non sappiamo se, come il beato Giovanni Colombini, invece del povero Lazzaro ulcerato, che avea raccolto ed adagiato nel letto, non trovasse più altro, andando a rivedere i suoi malati, che una fragranza di Paradiso. — Il malato era il Signore che s’era trasfigurato per provare il suo santo. — Ma ella trovava Cristo nel suo cuore e si afforzava nella virtù, non solo vincendo lo stomaco di schifosi morbi, ma sopportando in pace le impazienze e le ingratitudini degl’infermi.

Questo carattere pio dell’Agnesi era da notare singolarmente, perchè ella visse nel secolo dell’incredulità, essendo nata il 16 maggio del 1768, un anno dopo d’Alembert, matematico scredente, grande enciclopedista, e morta il 9 gennaio del 1799, ventun’anno dopo Voltaire, quando i principî seminati da lui trionfavano pienamente. Non diremo che la pietà non possa stare con la geometria; diffatti Newton commentò l’Apocalisse; Leibnitz scrisse la Teodicea e ai nostri [p. 23 modifica] dì il Cauchy fu assai devoto. Ma certo è opinione che lo spirito geometrico vada a rilento nel credere, e tuttavia la Agnesi fu piissima. — Visitata dal figlio del re di Svezia, di religione riformata, e richiesta dall’ajo di lui d’una parola di ricordo, gli disse in greco: È meglio creder molto che poco.

Nè questa sua pietà era un cieco acquietarsi alla religione degli avi, siccome dicono; ma si fondava sopra un esame ed una conoscenza profonda delle materie teologiche; tantochè l’arcivescovo di Milano, Cardinale Pozzobonelli, le diede a rivedere un libro stampato con approvazione delle facoltà ecclesiastiche e laiche e pur messo all’indice come infetto di proposizioni ereticali, e se n’ha il dotto parere di Lei, come pure altri scritti o di devozione o di scienza dogmatica.

Ma la massima gloria di lei fu nelle matematiche. Le sue Instituzioni furono dall’Accademia delle scienze di Parigi giudicate il trattato più completo e meglio fatto che fosse fino a quei tempi uscito e il più acconcio al massimo progresso degli apprendenti. Il Bossut le tradusse in francese, onde ella fu chiamata a far parte dell’Accademia dell’Instituto delle scienze e nominata lettrice onoraria di matematiche nella Università di Bologna, ed a lei facevan capo per pareri ed onoranze i migliori geometri d’Italia: se non che ella valse molto altresì nelle lettere. A cinque anni sostenne prove assai celebrate del suo sapere in lingua francese; a nove tradusse in latino un’orazione del suo maestro, intesa a dimostrare che gli studi dell’arti liberali si confanno egregiamente alle donne: il che già in Italia, con unanime plauso, s’era visto per illustri esempî, chè anche in questa parte [p. 24 modifica] dell’emancipazione scientifica delle donne noi fummo primi. A diciannove prese a difendere in una disputa, tenuta nella casa paterna, centonovantuna tesi, e ne resta il libro in istampa. Seppe greco, ebraico, tedesco e spagnuolo oltre il francese e il latino, che francamente parlava. Avea poi, dice il Frisi, uno spirito amabile, una fisonomia dolce, maniere polite ed oneste, cuor nobile e sincero, naturalmente nemico d’ogni artificio e doppiezza, ed un’anima mirabilmente ricca dei doni della natura. E questa ricchezza interiore era tanta che ella spregiava e gettava le esterne dovizie, stremando ogni dì il suo avere per sovvenire ai poveri; fino a vendere per loro un dono magnifico che l’imperatrice Maria Teresa le aveva fatto per la dedica delle Instituzioni Analitiche. Era una scatola di cristallo di monte, ornata di brillanti, ed entro un anello di diamanti di gran valore. Ella morì tra i poveri, che aveva assistito e confortato. Ai nostri dì il suo ingegno rivisse in una principessa, dal cui nome s’intitola quel Pio Istituto.