Donne illustri/Donne illustri/Isotta da Rimini

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Isotta da Rimini

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CCsotta nacque in Rimini verso il 1417 da Francesco Atto degli Atti, d’illustre casato. Fu educata con assai diligenza dal padre e mostrò presto grande ingegno e spiriti poetici. Alle doti della mente aggiungeva l’avvenenza, ed all’avvenenza non vanità, ma appassionatezza. Di faccia alla sua casa era il palazzo dei Malatesta, dove cresceva il giovane Sigismondo in bellezza ed in valore, e coi presagi di avere a divenire quel che fu poi; un guerriero illustre ed un potente signore. Si vedevano del continuo; si amarono; e senza che il padre di lei potesse porvi riparo, si abbandonarono nelle braccia l’uno dell’altro.

Egli ne ebbe più figli; ma non si unì in matrimonio con [p. 236 modifica] lei. Egli voleva imparentarsi con famiglie che potessero aiutare la sua grandezza. Da prima aspirò alla mano della figlia del conte di Carmagnola, e quando questi fioriva di fortuna e di potenza, si fecero le promesse; ma nel mezzo tempo morendo il Conte, egli, che dalle nozze non si aspettava più quell’utile che in principio aveva sperato, si ritirò dall’impegno. Due anni dopo, per avvantaggiarsi col caldo degli Estensi, sposò Ginevra figliuola di Niccolò, marchese di Ferrara. Ma le sue mogli dovevano finir male. La Ginevra nel 1434 morì di veleno.

Scorsi pochi mesi, sposò Polissena figlia di Francesco Sforza, il futuro signore di Milano. Ma a fine di piacere alla Corte di Roma, del cui favore aveva bisogno ed alla quale era odioso lo Sforza, la rimandò. Allora sposò Isotta. Tutti i figli ch’ella ebbe di lui innanzi e durante i due matrimoni furono legittimati da un breve di Martino V; ed Isotta sedè per più anni pacifica dominatrice della sua patria col suo Sigismondo, fattosi signore di Rimini e di molte altre ricche terre e città. Rimini divenne la sede delle arti e delle lettere. Ma il genio inquieto di Sigismondo non lo lasciò stare contento a quella vita riposata e gloriosa di studi. Egli andò in Asia a combattere, per Venezia, contro i Turchi e vi morì. Isotta, che, assente lui, aveva retto saviamente lo stato, morto che ei fu, riparò nel castello e vi stette alcun mese, continuando il dominio di cui Sigismondo la aveva investita per testamento. Se non che un accordo passato tra lui e Pio II stabiliva che quando egli fosse morto senza aver avuto da lei figli maschi legittimi, Rimini ricadrebbe alla chiesa. Ella per rincalzarsi nello stato, [p. 237 modifica] chiamò a parte del governo Roberto figlio naturale di Sigismondo, ch’era nei servigi del Papa. Il giovane mal comportando nel dominio la compagnia di una donna, se ne liberò col veleno ed ella morì verso il 1470 pianta dal popolo ed onorata di splendide ed ipocrite esequie dal suo empio uccisore.