Donne illustri/Donne illustri/Maria Antonietta

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Maria Antonietta

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Cugenia Montijo, contessa di Theba, già imperatrice dei francesi, aveva un culto per Maria Antonietta. Presentiva di dovere essere balzata un giorno o l’altro dal trono, e pregava, pur che le riuscisse meglio che all’Austriaca, una nuova fuga di Varennes. Nè solo lei, per presentimento di simile fato, nè solo gli animi devoti ancora alle memorie regie, ma molti spiriti gentili accompagnano — per dirla con Francesco Mognaga, editore d’una Vita di Maria Stuarda, nel 1645 — con una delle lor lagrime una stilla di quel sangue versato sulla piazza della Rivoluzione il 16 ottobre 1793.

Maria Antonietta era nata a Vienna, nel 1755, [p. 158 modifica] dall’imperatore Francesco I e di Maria Teresa, donna di alti spiriti e degna dell’impero, che resse gloriosamente. Ella affascinò la dieta dell’Ungheria quando, vedendola sì bella, sì amorosa, con quel figlioletto in collo, che fu Giuseppe II sclamò: «Moriamur pro rege nostro!» E quei magnanimi serbarono il giuramento. La sua povera figlia, ricca di tutti i doni della bellezza, non trovò pietà, ma oltraggi, raffacciamenti dagli uomini della Convenzione, che non si degnarono neppure di condannarla essi, come avevan fatto il marito, ma la fecero sentenziare a morte dal Tribunale rivoluzionario.

Giovanissima, aveva sposato il Delfino di Francia, che fu poi Luigi XVI. Gravi presagi funestarono la festa delle sue nozze. Migliaia di persone furono ferite o perirono soffocate sulla piazza Luigi XV, nell’avenue dei Campi Elisi e nella Strada Reale. Ma nessuno, al principio, potè negare venerazione ed affetto a quell’incanto di giovinezza, di avvenenza, di grazia. — Ella s’acconciò presto ai costumi francesi: se non che dalla bonarietà alemanna ritenne una franchezza così ingenua, che non piacque a coloro i quali, imbellettando gli affetti anche più sinceri della vita, davano alla corruzione la solennità e sicumera di una corte fallace. — Ella si lasciò troppo andare alle vaghezze e ai sollazzi dell’età giovanile, e ne acquistò nota di leggiera e di vana: il che animò quello stolto e guasto cardinale di Rohan alla tresca della Collana, che diede il tracollo alla fama della nobile donna.

Ella fu regina nel 1774, quando Luigi XVI, re grossiere ma non malvagio, successe a Luigi XV, uno dei principi [p. 159 modifica] più depravati e scandalosi che disonorassero il trono di San Luigi. La malignità, che già la ottenebrava, si fece allora più fiera. Il partito anti-austriaco attizzò le gelosie nazionali contro la figlia di Maria Teresa; i malcontenti della parzialità ch’ella aveva pe’ suoi amici furon mantici all’ire. Tutto il male del regno s’imputava a lei, che si dicea volgere a suo modo l’innamorato consorte. Venne la rivoluzione. Era già impopolare; e tutte le mal tramate e mal condotte resistenze del re tornarono in capo a lei. Ella veramente si adoperava a salvare la corona al marito ed al figlio con maggior imprudenza che cattività, più imprudentemente che una natura perversa non avrebbe fatto. Le accuse fioccavano contro di lei nei più indegni e menzogneri canti e libelli. L’orgia delle Guardie del Corpo, a cui ella intervenne, diede una certa ragione a’ suoi implacabili nemici. Patì onte ed oltraggi nelle giornate del 5 e 6 ottobre, quando fu costretta a lasciar Versailles e a trasferirsi con Luigi Capeto a Parigi. Tentò poi la fuga di Varennes, nel 1791, e non riuscì; e tornando a Parigi con Barnave e Pétion a guardie, fu venerata dal primo e villanamente trattata dall’altro. Dopo il 10 agosto 1792 e la gran lotta al palazzo delle Tuileries, le fu tolta quella libertà che era già infestata dalle continue avanie della infuriata plebe. — Ella fu imprigionata al Temple nel 1793, poi, divelta da’ suoi figli, trasferita alla Conciergerie, sosta nella via del patibolo.

Ella mostrò intrepidezza nel processo che ebbe a sostenere in faccia a’ suoi scellerati giudici. Gli avvocati d’ufficio non ebbero facoltà di difenderla. Non si fece altro che leggere l’atto d’accusa e interrogarla e straziarla per due giorni. [p. 160 modifica] Le era imputato un oltraggio al pudore sulla persona del proprio figlio, d’età di nove anni. Il presidente le intimò di dare una spiegazione. Ella si levò, girò gli occhi dignitosamente sui giudici e sui giurati, e con voce commossa: «Se non ho risposto, ella disse, fu perchè la natura ricusa di rispondere ad una simile imputazione.» Poi volgendosi verso l’udienza, ove erano molte donne, che solevan divertirsi a quelle scene, ed eran venute a pascersi della rovina di lei, ella aggiunse vivamente: «J’en appelle à toutes les mères.» A queste parole scoppiò un grido d’ammirazione ed un plauso, che il presidente potè frenare a fatica.

Condannata, per andare al patibolo, dovette prendere a prestito degli abiti dalla moglie del carceriere. Le legarono le mani, la misero sulla carretta dei condannati, e la menarono al supplizio. Ella mostrò coraggio e magnanimità negli ultimi istanti, morendo sì dolcemente come costantemente, per usar la frase del biografo di Maria Stuarda, tanta resistenza facendo alla morte quanta ne fa il fiore a colui che lo coglie.

Ella era allieva di Metastasio, e lo amava, come amava altresì la nostra lingua. La parlava franchissimamente.

Un altro della sua stirpe dovea perire per colpa francese a Queretaro.


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