Donne illustri/Donne illustri/Vittoria Colonna

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Vittoria Colonna

../Isabella Andreini ../Properzia de' Rossi IncludiIntestazione 17 febbraio 2018 75% Da definire

Donne illustri - Isabella Andreini Donne illustri - Properzia de' Rossi

[p. 82 modifica]VITTORIA COLONNA [p. 83 modifica]



VITTORIA COLONNA







Cittoria Colonna nacque verso il 1490 in Marino, feudo della sua famiglia, da Fabrizio, gran contestabile del regno di Napoli, e d’Anna di Montefeltro, figlia di Federigo duca di Urbino. Di soli quattr’anni fu destinata in isposa a Ferdinando Francesco Davalos marchese di Pescara, fanciullo allora di pari età. Tredici anni dopo si unirono: ambi di animo eroico, ella nella vita e negli studi, egli nella guerra. Si amarono sommamente, ma non lungamente goderono del loro amore. Egli fu fatto prigioniero alla battaglia di Ravenna nel 1512, e fu il primo dolore di Vittoria; liberato, si trovò nel 1525 alla battaglia di Pavia, ove toccò sì gravi ferite che in breve ne morì; e questo fu il grande ed [p. 84 modifica] ultimo dolore di lei. Come giovanetta aveva ricusato le nozze di principi per restargli fedele, così vedova visse sconsolata in veste negra, disacerbandosi in versi che non perirono. Ma la poesia non bastò a consolarla: chiamò in aiuto la religione, e vi si diede con tal fervore, che fu creduta pendere all’idee dei riformatori, massime per la sua intrinsichezza coll’Ochino, che si ribellò poi alla Chiesa. Non contenta della solitudine a cui s’era ritratta, si rinchiuse in un monastero di Orvieto, e di là passò presto a quello di Santa Caterina in Viterbo. Morì in Roma verso il fine di febbraio del 1547, e Michelangelo, che ne era fortemente acceso, la visitò morente e le baciò la mano, pentendosi poi di non averle baciato la fronte o la faccia.

«In particolare, dice il Condivi, egli amò la marchesana di Pescara, del cui divino spirito era innamorato, essendo all’incontro da lei amato svisceratamente: della quale ancor tiene molte lettere, d’onesto e di dolcissimo amore ripiene, e quali di tal petto uscir solevano; avendo egli altresì scritto a lei più e più sonetti, pieni d’ingegno e dolce desiderio. Ella più volte si mosse da Viterbo e d’altri luoghi, dove fosse andata per diporto e per passare la state; ed a Roma se ne venne, non mossa da altra cagione, se non di veder Michelagnolo; ed egli all’incontro tanto amor le portava, che mi ricordo d’averlo sentito dire che d’altro non si doleva, se non che quando l’andò a vedere nel passar di questa vita, non così le baciò la fronte e la faccia come baciò la mano. Per la costei morte più volte se ne stette sbigottito e come insensato.»

Un altro amatore di lei fu Angelo di Costanzo il buon [p. 85 modifica] storico e gentile poeta: ma niuno amor terreno potea più su di lei. Vinse anzi al possibile l’affetto che oltre la tomba portava al marito, e che le inspirò tante rime dolenti: e non volle cantar più che il Signore:

L’alto Signor, dal cui saver congionte (congiunte)
Tien due unite nature un sol soggetto
Oggi è ’l mio Apollo e gusto al sacro petto
Del divin Elicona il vero fonte.
Altra cetra, altre Muse, ed altro monte.
Scopre la viva fede all’intelletto:
Inspira l’aura eterna alto concetto
Per far poi l’alme gloriose e conte.
Non spero ornar le tempie mie d’alloro
Nè volar con un vento, onde più d’alto
Abbia a cader nel mio morir secondo;
Spero ben viver sempre e d’altro coro
Aver corona, s’io con leggier salto.
Saprò in tutto fuggir dal falso mondo.


Ma nel desìo della celeste beatitudine rivedea l’immagine di colui che avea adorato in terra:


Pon l’alma omai tanto al tuo regno dentro
Ch’almen lontan la scalde il tuo gran sole
E da vicin quel picciol mio riveggia.


È sì grande la spontaneità e feconda bellezza delle sue rime spirituali, rispetto alla ricchezza e monotonia di quelle In memoriam (poiché ci rammentano per la tenace uniformità le liriche del Tennyson sull’Hallam) che è forza credere [p. 86 modifica] alla sincera pietà di lei, morsa invano dall’Aretino, che anch’egli volle scrivere cose spirituali, e furono, come d’impenitente, vere bestemmie e profanazioni. Nelle chietine braccia Vittoria non accoglieva che il Crocefisso; nè cantava per aver fama:


Ma dal foco divin che ’l mio intelletto
Sua mercè, infiamma, convien ch’escan fuore
Mal suo grado talor queste faville.
E s’alcuna di loro un gentil core
Avvien che scaldi, mille volte e mille
Ringraziar debbo il mio felice errore.


Piuttosto si desidererebbe che Vittoria avesse pregato un poco pel perdono delle ferocie adoperate in guerra dall’estinto consorte: ma la necessità del mestiere e il pensare del tempo (dal quale ora il nostro non può vantarsi più di svariare di molto) non le facean parer gravi quelle immanità, sebben commesse contr’Italiani; come il sacco di Como, violando la data promessa di risparmiarlo, e quello di Genova. Anzi, quando mostrava, per la speranza della corona di Napoli, intendersi coi principi italiani a liberare’ la patria dell’oppressione spagnuola e tedesca, Vittoria lo consigliò a tener fede a Carlo V. E qui non vogliamo scusarla, se già per fino accorgimento di donna non vedesse il pericolo e forse la vanità dell’impresa, e pretessesse ragioni di onore e di fedeltà all’interesse ed alla sicurezza dell’uomo adorato.

Ma torniamo alle rime spirituali, a cui ella volea convertire quel pagano del Bembo, e ci pare che i concenti angelici siano ben descritti in questo sonetto. [p. 87 modifica]

Vorrei l’orecchia aver qui chiusa e sorda
Per udir coi pensier più fermi e intenti
L’alte angeliche voci e i dolci accenti
Che vera pace in vero amor concorda.


Spira un aer vital tra corda e corda
Divino e puro in quei vivi istruménti
E si move ad un fine i lor concenti
Che l’eterna armonia mai non discorda.


Amor alza le voci, amor le abbassa
Ordina e batte egual l’ampia misura
Che non mai fuor del segno invan percote;


Sempre è più dolce il suon se ben ei passa
Per le mutanze in più diverse note;
Che chi compone il canto, ivi n’ha cura.


Talvolta esce in riflessioni troppo ingenue e ricordano le sante giullerie di fra Jacopone:


Donna dal ciel gradita a tanto onore
Che ’l tuo latte il Figliuol di Dio nudriva;
Or come ei non t’ardeva e non t’apriva
Con la divina bocca il petto e ’l core?
Or non si sciolse l’alma, e dentro e fuore
Le virtù, i sensi ed ogni parte viva
Col latte insieme a un punto non s’univa
Per gir tosto a nudrir l’alto Signore?


Talor dà in antitesi lambiccatissime o in stravaganti metafore, appoggiate ai più brutti esempi del Petrarca: [p. 88 modifica]

Come vomer d’umiltà larghe e profonde
Fosse conviemmi far dentro il mio core
Sgombrando il mal terreno e tristo umore.
Pria che l’aggravi quel, questo l’innonde.


Rammenta quel del Petrarca:


Vomer di penna con sospir del fianco.


Riportando il pensiero a’ suoi bei versi, ci figuriamo vederla scrivere innanzi ai Crocifissi per lei intagliati da Michelangelo, del quale dice il Condivi:


«Fece a requisizione di questa signora un Cristo ignudo, quando è tolto di croce: il quale, come corpo morto abbandonato, cascherebbe a’ piedi della sua santissima Madre, se da due agnoletti non fosse sostenuto a braccia. Ma ella, sotto la croce stando a sedere con volto lacrimoso e dolente, alza al cielo ambe le mani a braccia aperte, con un cotal detto, che nel tronco della croce si legge:


{{smaller|

Non vi si pensa quanto sangue costa!


Fece anco per amor di lei un disegno d’un Gesù Cristo in croce, non in sembianza di morto, come comunemente s’usa, ma in atto divino, col volto levato al Padre e par che dica: Heli, Heli: dove si vede quel corpo, non come morto abbandonato cascare, ma come vivo per l’acerbo supplizio risentirsi e scontorcersi.»

Finiamo con un sonetto in cui innalza, con l’esempio della Maddalena, la carità divina del sesso gentile sopra quella degli uomini: [p. 89 modifica]

La bella donna a cui dolente preme
Quel gran disio, che sgombra ogni paura:
Di notte sola inerme umile e pura
Armata sol di viva ardente speme,


Entra dentro ’l sepolcro e piange e geme,
Gli angeli lascia e più di sè non cura;
Ma a piedi del Signor cade sicura
Che ’l cor ch’arde d’amor, di nulla teme.


Ed agli uomini eletti a grazie tante
Forti, insieme richiusi, il lume vero
Per timor parve nudo spirto ed ombra.


Onde se ’l ver dal falso non s’adombra
Convien dar alle donne il pregio intero
D’aver il cor più acceso e più costante.