Doveri dell'uomo/Capitolo dodicesimo - CONCHIUSIONE

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Capitolo dodicesimo - CONCHIUSIONE

../Capitolo undicesimo - Questione economica IncludiIntestazione 16 settembre 2008 75% letteratura

Capitolo dodicesimo - CONCHIUSIONE
Capitolo undicesimo - Questione economica

Ma lo Stato, il Governo - istituzione legittima soltanto quando è fondata sopra una missione d’educazione e di progresso oggi ancora fraintesa - ha debito solenne verso voi che potrà facilmente compiere se sarà un giorno Governo Nazionale davvero, di Popolo libero ed Uno. Una vasta serie d’aiuti potrà scendere allora dal Governo al Popolo, che risolverebbe il problema sociale senza spogliazioni, senza violenze, senza manomettere la ricchezza acquistata anteriormente dai cittadini, senza suscitare quell’antagonismo tra classe e classe ch’è ingiusto, immorale, fatale alla Nazione e che ritarda in oggi visibilmente il progresso francese. E aiuti potenti sarebbero:

L’influenza morale esercitata a pro delle Associazioni coll’approvazione manifestata pubblicamente dagli agenti governativi, colla frequente discussione sul loro principio fondamentale nell’Assemblea, colla legalizzazione data a tutte le Associazioni volontarie costituite sulle basi accennate più sopra:

Miglioramenti nelle vie di comunicazione e abolizione di quanto inceppa ora il trasporto dei prodotti:

Istituzione di magazzini o luoghi di deposito pubblici, dai quali, accertato il valore approssimativo delle merci consegnate, si rilascerebbe un documento o bono simile a un biglietto bancario, ammesso alla circolazione e allo sconto, tanto da render capace l’Associazione di poter continuare nei suoi lavori e di non essere strozzata dalla necessità d’una vendita immediata e a ogni patto:

Concessione dei lavori che bisognano allo Stato, data eguaglianza di patti, alle Associazioni:

Semplificazione delle forme giudiziarie, oggi rovinose e spesso inaccessibili al povero:

Facilità legislative date alla mobilizzazione della proprietà fondiaria:

Mutamento radicale nel sistema dei tributi pubblici: sostituzione d’un solo tributo sul reddito all’attuale, complesso, dispendioso, sistema di tributi diretti e indiretti; e sanzione data al principio che la vita è sacra - che senza vita, non essendo possibile lavoro, né progresso né doveri, il tributo non può cominciare che dove il reddito supera la cifra di danaro necessario alla vita:

Ma v’ha di più. L’incameramento o appropriazione dei possedimenti ecclesiastici - atto ch’or non giova discutere, ma che è inevitabile ogni qual volta la Nazione s’assuma una missione d’educazione e di progresso collettivo porrà nelle mani dello Stato una somma di ricchezza più vasta che altri non pensa. Or ponete che a questo s’aggiunga il valore rappresentato dalle terre, dissociabili e fertilissime, tuttavia incolte - il valore rappresentato dagli utili delle vie ferrate e da altre pubbliche imprese, la cui amministrazione dovrà concentrarsi nello Stato - il valore rappresentato dalle proprietà territoriali appartenenti ai comuni1, il valore rappresentato dalle successioni collaterali, che al di là del quarto grado dovrebbero ricader nello Stato - ed altri, ch’è inutile enumerare. Ponete che di tutto questo immenso cumulo di ricchezze si formi un FONDO NAZIONALE consacrato al progresso intellettuale ed economico di tutto quanto il paese. Perché una parte considerevole di quel fondo non si trasformerebbe, colle precauzioni richieste a impedirne lo sperpero, in un fondo di credito da distribuirsi, con un interesse dell’uno e mezzo o del due per cento, alle Associazioni volontarie operaie, costituite sulle norme indicate più sopra, e che porgerebbero sicurezza di moralità e di capacità? Quel capitale dovrebb’essere sacro al lavoro dell’avvenire e non d’una sola generazione. Ma la vasta scala delle operazioni assicurerebbe compenso alle perdite, di tempo in tempo inevitabili.

La distribuzione di quel credito dovrebbe farsi non dal Governo, né da un Banco Nazionale Centrale; ma, invigilante il Potere Nazionale, da Banchi locali amministrati da Consigli Comunali elettivi.

Senza sottrarre alla ricchezza attuale delle varie classi, senza attribuire a una sola il ricavato dei tributi che, chiesti a tutti i cittadini, deve erogarsi a benefizio di tutti, l’insieme degli atti qui suggeriti, diffondendo il credito per ogni dove, accrescendo e migliorando la produzione, costringendo l’interesse del danaro a scemare gradatamente, affidando il progresso e la continuità del lavoro al zelo e all’utilità di tutti i produttori, sostituirebbe a una cifra di ricchezza, concentrata in poche mani e imperfettamente diretta, la nazione ricca, maneggiatrice della propria produzione e del proprio consumo2.

Ed è questo, Operai Italiani, il vostro avvenire. Voi potete affrettarlo. Conquistate la Patria, conquistate un Governo popolare che ne rappresenti la vita collettiva, la missione, il concetto. Ordinatevi tra voi in una vasta universale Lega di Popolo, tanto che la vostra voce sia voce di milioni e non di pochi individui. Avete il vero e la giustizia per voi; la Nazione v’ascolterà.

Ma badate, e credete alla parola d’un uomo che studia da trenta anni l’andamento delle cose in Europa e ha veduto fallire a buon porto, per immoralità d’uomini, le più sante ed utili imprese: non riuscirete se non migliorando: non conquisterete se non meritando, col sacrificio, coll’attività, coll’amore. Cercando in nome d’un dovere compito o da compiersi, otterrete; cercando in nome dell’egoismo, o di non so quale diritto al benessere che gli uomini del materialismo v’insegnano, non otterrete se non trionfi d’un’ora seguiti da delusioni tremende.

Quei che vi parlano in nome del benessere, della felicità materiale, vi tradiranno. Cercano essi pure il loro benessere: s’affratelleranno con voi, come un elemento di forza, finché avranno ostacoli da superare per conquistarlo; appena, mercé vostra, l’avranno, v’abbandoneranno per godere tranquillamente della loro conquista. È la storia dell’ultimo mezzo secolo e il nome di questo mezzo secolo è materialismo.

Storia di dolore e di sangue. Io li ho veduti gli uomini che negavano Dio, religione, virtù, dovere e sacrificio, e parlavano in nome del diritto alla felicità, al godimento, lottare audaci, colle parole di popolo e libertà sulle labbra, e frammischiarsi a noi uomini della nuova fede, che imprudenti gli accoglievamo nelle nostre fila. Quando s’aprì ad essi, con una vittoria o con una transazione codarda, la via di godere, disertarono e ci furono nemici acerbi al di dopo. Pochi anni di pericoli, di persecuzioni durate erano stati sufficienti a stancarli. Perché senza coscienza d’una Legge di dovere, senza fede in una missione imposta all’uomo da un Potere supremo su tutti, avrebbero essi persistito nel sacrificio sino all’ultimo della vita? E vidi, con più profondo dolore, i figli del popolo educati da quegli uomini, da quei filosofi, al materialismo, tradire la loro missione, tradir l’avvenire, tradire la loro Patria e se stessi, dietro alla stolta immorale speranza che troverebbero forse il benessere materiale nei capricci e negl’interessi della tirannide. Vidi gli operai di Francia rimanersi spettatori indifferenti del 2 dicembre, perché tutte le questioni si erano ridotte per essi a una questione di prosperità materiale e s’illudevano a credere che le promesse sparse ad arte fra loro, da chi aveva spento la libertà della patria, avrebbero forse potuto diventar fatti. Oggi lamentano perduta la libertà senza aver conquistato il benessere. No, senza Dio, senza coscienza di legge, senza moralità, senza potenza di sacrificio, perduti dietro ad uomini che non hanno né fede, né culto del vero, né vita d’apostoli, né cosa alcuna fuorché la vanità dei loro sistemi, io lo dico con profondo convincimento, non riuscirete. Avrete sommosse, non la vera, la grande Rivoluzione che voi ed io invochiamo. Quella Rivoluzione, se non è una illusione d’egoisti spronati dalla vendetta, è un’opera religiosa

Migliorare voi stessi ed altrui: è questo il primo intento ed è la suprema speranza d’ogni riforma, d’ogni mutamento sociale. Non si cangiano le sorti dell’uomo, rintonacando, abbellendo la casa dov’egli abita: dove non respira un’anima d’uomo ma un corpo di schiavo, tutte le riforme sono inutili; la casa rabbellita, addobbata con lusso, è sepolcro imbiancato, e non altro. Voi non indurrete mai la Società alla quale appartenete a sostituire il sistema d’associazione a quello del salario, se non provandole che l’associazione sarà tra voi stromento di produzione migliorata e di prosperità collettiva. E non proverete questo, se non mostrandovi capaci di fondare e mantenere l’associazione coll’onestà, coll’amore reciproco, col sacrificio, coll’affetto al lavoro. Per progredire, vi conviene mostrarvi capaci di progredire.

Tre cose sono sacre: la Tradizione, il Progresso, l’Associazione. "Io credo" - (scrissi queste cose venti anni addietro) - "nella immensa voce di Dio che i secoli mi rimandano attraverso la tradizione universale dell’Umanità; ed essa mi dice che la Famiglia, la Nazione, l’Umanità sono le tre sfere dentro le quali l’individuo umano deve lavorare al fine comune, al perfezionamento morale di se stesso e d’altrui, o meglio di se stesso attraverso gli altri e per gli altri: essa mi dice che la proprietà è destinata a manifestare l’attività materiale dell’individuo, la parte ch’egli ha nella trasformazione del mondo fisico, come il diritto di voto deve manifestare la parte ch’egli ha nell’amministrazione del mondo politico; essa mi dice che appunto dall’uso più o meno buono di questi diritti, in quelle sfere d’attività dipende d’avanti a Dio e agli uomini il merito o demerito degli individui; essa mi dice che tutte queste cose, elementi della natura umana, si trasformarono, si modificarono continuamente ravvicinandosi all’ideale del quale abbiamo nell’anima ma non possono essere distrutte mai; e che i sogni di comunismo, d’abolizione, di confusione dell’individuo nell’insieme sociale, non furono mai che passeggieri accidenti nella vita del genere umano, visibili in ogni grande crisi intellettuale e morale, ma incapaci di realtà se non sopra una scala menoma come i Conventi Cristiani. Credo nell’eterno progresso della vita nella creatura di Dio, nel progresso del Pensiero e dell’Associazione, non solamente nell’uomo del passato ma nell’uomo dell’avvenire; credo che importi non tanto di determinare la forma del progresso futuro quanto di aprire, con una educazione veramente religiosa, le vie d’ogni progresso agli uomini e di renderli capaci di compirlo; e credo che non si fa l’uomo migliore, più amorevole, più nobile, più divino - ciò ch’è il nostro fine sulla terra - colmandolo di godimenti fisici, proponendogli a scopo della vita quella ironia che ha nome felicità. Credo nell’Associazione come nel solo mezzo che noi possediamo per compiere il Progresso, non solamente perch’essa moltiplica l’azione delle forze produttrici, ma perch’essa ravvicina tutte le diverse manifestazioni dell’anima umana e fa sì che la vita dell’individuo abbia comunione colla vita collettiva; e so che l’associazione non può essere feconda se non esistendo fra individui liberi, fra nazioni libere, capaci di coscienza della loro missione. Credo che l’uomo deve mangiare e vivere e non avere tutte l’ore dell’esistenza assorbite da un lavoro materiale, per aver campo di sviluppare le facoltà superiori che sono in lui; ma tende l’orecchio con terrore alle voci che dicono agli uomini: nutrirsi è lo scopo vostro; godere è il vostro diritto, perché io so che quella parola non può creare se non egoisti, e fu in Francia, ed altrove, e comincia ad essere pur troppo in Italia, la condanna d’ogni nobile idea, d’ogni martirio, d’ogni pegno di futura grandezza.

Ciò che toglie in oggi vita all’Umanità è il difetto d’una fede comune, d’un pensiero adottato da tutti che ricongiunga Terra e Cielo, Universo e Dio. Privo di fede siffatta, l’uomo si è prostrato davanti alla morta materia, e s’è consacrato adoratore dell’idolo Interesse. E i primi sacerdoti di quel culto fatale furono i re, i principi e i tristi Governi dell’oggi. Essi inventarono l’orribile formula: ciascuno per sé: sapevano che con essa, creerebbero l’egoismo: e sapevano che tra l’egoista e lo schiavo non è che un passo".

Operai Italiani, fratelli miei, evitate quel passo. Nell’evitarlo, sta il vostro avvenire.

A voi spetta una solenne missione: provare che siamo tutti figli di Dio e fratelli in Lui. Voi non la compirete se non migliorandovi e soddisfacendo al Dovere.

Io v’ho additato, come meglio ho potuto, qual sia il Dovere per voi. E il principale, il più essenziale fra tutti, è quello che avete verso la Patria. Costituirla è debito vostro; ed è pure necessità. Gl’incoraggiamenti, i mezzi dei quali v’ho parlato, non possono venire che dalla Patria Una e Libera. Il miglioramento delle vostre condizioni sociali non può scendere che dal vostro partecipare nella vita politica della Nazione. Senza voto, non avrete mai rappresentanti veri delle vostre aspirazioni, dei vostri bisogni. Senza un Governo popolare che da Roma scriva e svolga il PATTO ITALIANO, fondato sui consensi e rivolto al progresso di tutti i cittadini dello Stato, non è per voi speranza di meglio. Quel giorno in cui, seguendo l’esempio dei socialisti francesi, voi separereste la questione sociale dalla politica e direste: noi possiamo emanciparci, qualunque sia la forma d’istituzione che regge la Patria, segnereste la perpetuità del vostro servaggio.

E v’additerò, nell’accomiatarmi da voi, un altro Dovere, non meno solenne di quello che ci stringe a fondare la Patria Libera ed Una.

La vostra emancipazione non può fondarsi che sul trionfo d’un Principio: l’unità della Famiglia Umana. Oggi, la metà della famiglia umana, la metà a cui noi cerchiamo ispirazioni e conforti, la metà che ha in cura la prima educazione dei nostri figli, è, per singolare contraddizione, dichiarata, civilmente, politicamente, socialmente ineguale, esclusa da quell’unità. A voi che cercate, in nome d’una verità religiosa, la vostra emancipazione, spetta di protestare in ogni modo, in ogni occasione, contro quella negazione dell’Unità.

L’emancipazione della donna dovrebbe essere continuamente accoppiata coll’emancipazione dell’operaio, dando così al vostro lavoro la consacrazione d’una verità universale.


FINE


Note

  1. Quelle proprietà appartengono legalmente ai comuni, moralmente ai bisognosi del Comune, non si tratta di rapirle ai Comuni, ma di consacrarle ai poveri d’ogni Comune, facendo d’esse, sotto l’alta direzione dei Consigli elettivi Comunali, il capitale inalienabile delle Associazioni Agricole.
  2. La necessità d’un vasto capitale per lo stabilimento d’una manifattura di pianoforti trasse, nel 1848, i delegati d’alcune centinaia d’operai, riuniti per la fondazione di una grande associazione, a chiedere in suo nome al governo una sovvenzione di 300,000 franchi. La commissione governativa diede rifiuto.
    L’associazione si sciolse, ma 14 operai decisero di superare ogni ostacolo e ricostituirla coi propri mezzi. Non avevano danaro né credito; avevano fede.
    Alcuni fra loro portavano alla Società iniziata, in materiali e stromenti di lavoro, un valore di circa 2000 franchi. Ma era indispensabile un capitale di circolazione. Ciascuno degli associati contribuì, non senza fatica, 10 franchi. Alcuni operai, non aventi interesse diretto nella Società, aggiunsero a quel piccolo capitale, le loro piccole offerte. E il 10 marzo 1849, raggiunta la somma di 229 franchi e 50 centesimi, l’associazione fu dichiarata costituita.
    Quel fondo sociale era insufficiente all’impianto e alle spese minute, indispensabile di giorno in giorno ad una lavoreria. Nulla rimanendo pei salarii, oltre a due mesi passarono senza che gli operai potessero ricevere un solo centesimo di mercede. Come vissero in quel tempo di crisi? Come vivono gli operai nelle interruzioni di lavoro, aiutati dall’operaio che per ventura lavora, vendendo, impegnando ad uno ad uno gli oggetti d’uso.
    Alcuni lavori erano stati eseguiti. E il prezzo fu pagato il 4 maggio 1849. Quel giorno fu per l’associazione ciò ch’è una vittoria sul cominciare d’una guerra: e fu celebrato. Pagati i debiti, riscossi i crediti esigibili, rimaneva per ogni socio una somma di fr. 6 e 61 centesimi. Fu convenuto che ritenendo come parte di salario 5 franchi si consacrerebbe il di più di ciascuno a un pranzo fraterno. I 14 soci, i più fra i quali non avevano assaggiato vino da un anno, si riunirono assieme alle loro famiglie a mensa comune, la spesa fu di 32 soldi per famiglia.
    Ancora per tutto un mese, il salario non fu che di cinque franchi per settimana. Nel giugno, un fornaio, amatore di musica o speculatore propose la compra d’un pianoforte da pagarsi a pane. Fu accettata la proposta e convenuto il prezzo in ragione di 480 franchi. Fu ventura per l’associazione che fu certa d’avere almeno l’indispensabile. Non si calcolò nei salarii il valore del pane. Ciascuno ebbe quanto gli bisognava e, per gli ammogliati, quanto bisognava alla famiglia. Intanto l’associazione, composta d’operai capacissimi, superava a poco a poco tutti gli ostacoli e le privazioni che aveva dovuto incontrare nel primo periodo. I suoi libri di cassa presentavano le migliori testimonianze dei progressi conquistati. Dal mese d’Agosto 1849, l’incasso ebdomadario salì a 10, 15, 20 franchi per ciascuno; e quella somma non rappresentava tutto quanto guadagnava: ogni socio versava nel fondo comune somma superiore a quella ch’ei riteneva.
    L’inventario sociale del 30 dicembre 1850 dava i risultati seguenti:
    • Gli associati erano a quell’epoca 32. Lo stabilimento pagava 200 fr. di fitto ed era già angusto ai lavori.
    • Gli stromenti di lavoro sommavano a un valore di fr. 5922, 60 cent.
    • Le merci e le materie prime rappresentavano 22.972 f. 28 cent.
    • Il portafoglio della Società conteneva biglietti per 3540 franchi.
    • Il conto debitori, che pagarono tutti, saliva a fr. 5861 e cent. 90.
    • L’attivo era dunque di 39,317 franchi 88 centesimi.
    Su questo attivo la Società non era debitrice che di 4737 franchi 80 centesimi ad alcuni creditori e di 2650 franchi a 80 aderenti operai del mestiere che avevano imprestato sull’associazione nel primo periodo
    Attivo reale 32,930 franchi 2 centesimi.
    L’associazione continuò d’allora in poi a fiorire.
    Da uno scritto d’A. COCHUT