Doveri dell'uomo/Capitolo primo - Agli operai italiani

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Capitolo primo - Agli operai italiani

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Capitolo primo - Agli operai italiani
Capitolo secondo - Dio

Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante, che noi conosciamo, di Dio, dell’umanità, della Patria, della Famiglia. Ascoltatemi con amore, com’io vi parlerò con amore. La mia parola è parola di convinzione maturata da lunghi anni di dolori e di osservazioni e di studi. I doveri che io vi indicherò, io cerco e cercherò, finché io viva, adempierli quanto le mie forze concedono. Posso ingannarmi, ma non ingannarvi. Uditemi dunque fraternamente: giudicate liberamente tra voi medesimi, se vi pare che io vi dica la verità: abbandonatemi se vi pare che io predichi errore; ma seguitemi e operate a seconda dei miei insegnamenti, se mi trovate apostolo della verità. L’errore è sventura da compiangersi, ma conoscere la verità e non uniformarvi le azioni, è delitto che cielo e terra condannano.

Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? Perché, in una società dove tutti, volontariamente o involontariamente, vi opprimono, dove l’esercizio di tutti i diritti che appartengono all’uomo vi è costantemente rapito, dove tutte le infelicità sono per voi e ciò che si chiama felicità è per gli uomini dell’altre classi, vi parlo io di sacrificio e non di conquista? di virtù, di miglioramento morale, d’educazione, e non di benessere materiale? È questione che debbo mettere in chiaro, prima di andare innanzi, perché in questo appunto sta la differenza tra la nostra scuola e molt’altre che vanno predicandosi oggi in Europa; poi, perché questa è dimanda che sorge facilmente nell’anima irritata dell’operaio che soffre.

Siamo poveri, schiavi, infelici: parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Diteci se siamo condannati a sempre soffrire o se dobbiamo alla nostra volta godere. Predicate il Dovere a’ nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine, fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi parlate di dritti: parlate dei modi di rivendicarceli; parlate della nostra potenza. Lasciate che abbiamo esistenza riconosciuta; ci parlerete allora di doveri e di sacrifizio. Così dicono molti fra i nostri operai, seguono dottrine ed associazioni corrispondenti al loro desiderio; non dimenticando che una sola cosa, ed è: che il linguaggio invocato da essi s’è tenuto da cinquanta anni in poi, senza aver fruttato un menomo che di miglioramento materiale alla condizione degli operai.

Da cinquanta anni in poi, tutto quanto s’è operato pel progresso e pel bene contro ai governi assoluti o contro l’aristocrazia del sangue, s’è operato in nome dei Diritti dell’uomo, in nome della libertà come mezzo e del benessere come scopo alla vita. Tutti gli atti della Rivoluzione Francese e dell’altre che la seguirono e la imitarono furono conseguenza d’una "Dichiarazione dei Diritti dell’uomo". Tutti i lavori dei Filosofi che la prepararono furono fondati sopra una teoria di libertà, sull’insegnamento dei propri diritti ad ogni individuo. Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all’uomo che egli è nato per la felicità, che ha diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto di ostacolarlo in questa ricerca, e che egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino. E gli ostacoli furono rovesciati: la libertà fu conquistata: durò per anni in molti paesi: in alcuni ancora dura. La condizione del popolo ha migliorato? I milioni che vivono alla giornata sul lavoro delle loro braccia hanno forse acquistato una menoma parte del benessere sperato, promesso?

No: la condizione del popolo non ha migliorato; ha peggiorato anzi e peggiora in quasi tutti i paesi. Specialmente qui, dove io scrivo, il prezzo delle cose necessarie alla vita è andato progressivamente aumentando, il salario dell’operaio in molti rami d’attività progressivamente diminuendo, e la popolazione moltiplicando. In quasi tutti i paesi, la sorte degli uomini di lavoro è diventata più incerta, più precaria; le crisi che condannano migliaia d’operai all’inerzia per un certo tempo si son fatte più frequenti. L’accrescimento annuo delle emigrazioni di paese in paese, e d’Europa alle altre parti del mondo, e la cifra sempre crescente degli istituti di beneficenza, delle tasse pei poveri, dei provvedimenti per la mendicità bastano a provarlo. Questi ultimi provano anche che l’attenzione pubblica va più sempre svegliandosi sui mali del popolo; ma la loro inefficacia a diminuire visibilmente quei mali dimostra un aumento egualmente progressivo di miseria nelle classi alle quali tentano provvedere.

E nondimeno, in questi ultimi cinquant’anni, le sorgenti della ricchezza sociale e la massa dei beni materiali sono andate crescendo. La produzione ha raddoppiato. Il commercio, attraverso crisi continue, inevitabili nell’assenza assoluta d’organizzazione, ha conquistato più forza d’attività e una sfera più estesa alle sue operazioni. Le comunicazioni hanno acquistato pressoché dappertutto sicurezza e rapidità; è diminuito, quindi, col prezzo del trasporto, il prezzo delle derrate. E, d’altra parte, l’idea dei diritti inerenti alla natura umana è oggimai generalmente accettata; accettata a parole e ipocritamente anche da chi cerca, nel fatto, eluderla. Perché dunque la condizione del popolo non ha migliorato? Perché il consumo dei prodotti, invece di ripartirsi equamente fra tutti i membri delle società europee, s’è concentrato nelle mani di pochi uomini appartenenti a una nuova aristocrazia? Perché il nuovo impulso comunicato all’industria e al commercio ha creato, non il benessere dei più, ma il lusso smodato di alcuni?

La risposta è chiara per chi vuol internarsi un po’ nelle cose. Gli uomini son creature d’educazione, e non operano che a seconda del principio d’educazione che loro è dato. Gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori s’erano fondati sull’idea dei diritti appartenenti all’individuo: le rivoluzioni conquistarono la libertà: libertà individuale, libertà d’insegnamento, libertà di credenze, libertà di commercio, libertà di ogni cosa e per tutti. Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non avea mezzo d’esercitarli? Che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? Che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? La società si componeva, in tutti i paesi dove quei principi furono proclamati, d’un piccol numero d’individui possessori del terreno, del credito, dei capitali; e di vaste moltitudini di uomini non aventi che le proprie braccia, forzati a darle, come arnesi di lavoro, a quei primi e a qualunque patto, per vivere. Forzati a spendere in fatiche materiali e monotone l’intera giornata, che cosa era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non una illusione, un’amara ironia? Perché nol fosse, sarebbe stato necessario che gli uomini delle classi agiate avessero consentito a ridurre il tempo dell’opera, a crescerne la retribuzione, a procacciare un’educazione uniforme gratuita alle moltitudini, a rendere gl’istrumenti del lavoro accessibili a tutti, a costituire un credito pel lavoratore dotato di facoltà e di buone intenzioni.

Or perché lo avrebbero fatto? Non era il benessere lo scopo supremo della vita? Non erano i beni materiali le cose desiderabili innanzi a tutte? Perché diminuirsene il godimento a vantaggio altrui? S’aiuti adunque chi può. Quando la società assicura ad ognuno che possa lo esercizio libero dei diritti spettanti alla umana natura, fa quanto è richiesto di fare. Se v’è chi, per fatalità della propria condizione, non può esercitarne alcuno, si rassegni e non incolpi nessuno. Era naturale che così dicessero infatti. E questo pensiero delle classi privilegiate di fortuna, riguardo alle classi povere, diventò rapidamente pensiero di ogni individuo verso ogni individuo. Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione, senza cercare di provvedere all’altrui; e quando i proprii diritti si trovarono in urto con quelli degli altri, fu guerra: guerra non di sangue, ma d’oro e di insidie: guerra meno virile dell’altra, ma egualmente rovinosa: guerra accanita, nella quale i forti per mezzi schiacciano inesorabilmente i deboli o gli inesperti. In questa guerra continua, gli uomini si educarono all’egoismo e alla avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà di educazione generò l’anarchia morale. Gli uomini senza vincolo comune, senza unità di credenza religiosa e di scopo, chiamati a godere e non altro, tentarono ognuno la propria via, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste dei loro fratelli, fratelli di nome ma nemici nel fatto. A questo siamo oggi, grazie alla teoria dei diritti.

Certo esistono diritti; ma dove i diritti di un individuo vengono a contrasto con quelli di un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia, senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti. E dove i diritti di un individuo, di molti individui, vengono a contrasto coi diritti del paese, a che tribunale ricorrere? Se il diritto al benessere, al più gran benessere possibile, spetta a tutti i viventi, chi scioglierà la questione tra l’operaio e il capo manifatturiere? Se il diritto alla esistenza è il primo inviolabile diritto di ogni uomo, chi può comandare il sacrificio dell’esistenza pel miglioramento d’altri uomini? Lo comanderete in nome della Patria, della Società, della moltitudine dei vostri fratelli! Cos’è la Patria, per l’opinione della quale io parlo, se non quel luogo in cui i nostri diritti individuali sono più sicuri? Cos’è la Società, se non un convegno d’uomini i quali hanno pattuito di mettere la forza di molti in appoggio dei diritti di ciascuno? E voi, dopo avere insegnato per cinquanta anni all’individuo che la Società è costituita per assicurargli l’esercizio dei suoi diritti, vorrete dimandargli di sacrificarli tutti alla Società, di sottomettersi, occorrendo, a continue fatiche, alla prigione, all’esilio, per migliorarla? Dopo avergli predicato per tutte le vie che lo scopo della vita è il benessere, vorrete a un tratto ordinargli di perder il benessere e la vita stessa per liberare il proprio paese dallo straniero, o per procacciare condizioni migliori a una classe che non è la sua? Dopo avergli parlato per anni in nome degli interessi materiali, pretendere che egli, trovando davanti a sé ricchezza e potenza, non stenda la mano ad afferrarle, anche a scapito dei suoi fratelli?

Operai italiani, questa non è opinione venuta senza appoggio di fatti nella nostra mente; è storia, storia dei nostri tempi, storia le cui pagine grondano sangue del popolo. Interrogate tutti gli uomini che cangiarono la rivoluzione del 18301 in una sostituzione di persone ad altre persone, e, a modo d’esempio, fecero dei cadaveri dei vostri compagni di Francia, morti combattendo nelle tre giornate, uno sgabello alla propria potenza: tutte le loro dottrine, prima del 1830, erano fondate sulla vecchia idea dei diritti2 non sulla credenza nei doveri dell’uomo. Voi li chiamate in oggi traditori ed apostati, e non furono che conseguenti alla loro dottrina. Combattevano con sincerità il governo di Carlo X, perché quel governo era direttamente nemico alla classe d’onde essi uscivano, e violava e tendeva a sopprimere i loro diritti. Combattevano in nome di quel benessere, ch’essi non possedevano quanto pareva loro di meritare.

Alcuni erano perseguitati nella libertà del pensiero; altri, ingegni potenti, si vedevano negletti, allontanati dagli impieghi, che occupavano uomini di capacità inferiore alla loro. Allora anche i mali del popolo li irritavano. Allora scrivevano arditamente e di buona fede intorno ai diritti che appartengono a ogni uomo. Poi, quando i loro diritti politici e intellettuali si trovarono assicurati, quando la via agli impieghi fu loro aperta, quando ebbero conquistato il benessere che cercavano, dimenticarono il popolo, dimenticarono che i milioni, inferiori ad essi per educazione e per desideri, cercavano l’esercizio d’altri diritti e la conquista di un’altro benessere, posero l’animo in pace e non si curarono d’altro che di sé stessi. Perché li chiamate traditori? Perché non chiamate invece traditrice la loro dottrina? Viveva e scriveva nello stesso tempo in Francia un uomo che non dovete dimenticare, più potente d’ingegno che essi tutti non erano: era allora nemico nostro; ma credeva nel dovere di sacrificare l’intera esistenza al bene comune, alla ricerca e al trionfo della Verità: studiava attento gli uomini e i tempi, non si lasciava sedurre dagli applausi, né avvilire dalle delusioni: tentata e fallita una via, ritentava sopra un’altra il miglioramento dei più: e quando i tempi cangiati gli mostrarono un solo elemento capace d’operarlo, quando il popolo si mostrò sull’arena più virtuoso e credente che non tutti coloro i quali avevano preteso trattar la sua causa, egli, Lamennais, l’autore delle Parole d’un credente3 che avete lette voi tutti, divenne il migliore apostolo della causa nella quale siamo fratelli. Eccovi, in lui e negli uomini dei quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s’arrestino: il lavoro dei secondi non s’arresta qui in terra che colla vita.

E tra i popoli interamente schiavi, dove la lotta ha ben altri pericoli, dove ogni passo che si move verso il bene è segnato dal sangue d’un martire, dove il lavoro contro l’ingiustizia dominatrice è necessariamente segreto e privo dei conforti della pubblicità e della lode, quale obbligo, quale stimolo alla costanza può mantenere sulla via del bene gli uomini che riducono la santa guerra sociale che noi sosteniamo a un combattimento pei loro diritti? Parlo, s’intende, della generalità e non delle eccezioni che esistono in tutte le dottrine. Perché, sedato il tumulto di spiriti e il movimento di reazione contro la tirannide che trascina naturalmente alla lotta la gioventù, dopo qualche anno di sforzi, dopo delusioni inevitabili in impresa siffatta, quegli uomini non si stancherebbero? Perché non preferirebbero il riposo comunque a una vita irrequieta, agitata di contrasti e pericoli, che può un giorno o l’altro finire in una prigione, sul patibolo, o nello esilio? È storia pur troppo dei più fra gli Italiani d’oggidì, imbevuti come sono delle vecchie idee francesi: tristissima storia; ma come interromperla se non cangiando il principio da cui partono per dirigersi? Come e in nome di chi convincerli che i pericoli e le delusioni devono farli più forti, che hanno a combattere non per alcuni anni, ma per tutta la loro vita? Chi può dire ad un uomo: segui a lottare per i tuoi diritti, quando lottare per essi gli costa più caro che non l’abbandonarli?

E chi può, anche in una società costituita su basi più giuste che non le attuali, convincere un uomo fondato unicamente sulla teoria dei diritti, ch’egli ha da mantenersi sulla via comune e occuparsi di dare sviluppo al pensiero sociale? Ponete che ei si ribelli; ponete che egli si senta forte e vi dica: rompo il patto sociale: le mie tendenze, le mie facoltà mi chiamano altrove; ho diritto sacro, inviolabile, di svilupparle, e mi pongo in guerra contro tutti: quale risposta potrete voi dargli stando alla dottrina? Che diritto avete voi di punirlo perché siete maggiorità, d’imporgli ubbidienza a leggi che non si accordano coi suoi desiderii, colle sue aspirazioni individuali? Che diritto avete voi di punirlo quand’ei le viola? I diritti appartengono eguali ad ogni individuo: la convivenza sociale non può crearne uno solo. La Società ha più forza, non più diritti dell’individuo. Come dunque proverete voi all’individuo ch’ei deve confondere la sua volontà colla volontà de’ suoi fratelli nella Patria e nell’umanità? Col carnefice, colle prigioni? Le Società fin ora esistenti hanno fatto così. Ma questa è guerra, e noi vogliam pace: è repressione tirannica, e noi vogliamo educazione.

EDUCAZIONE, abbiamo detto; ed è la gran parola che racchiude tutta quanta la nostra dottrina. La questione vitale che s’agita nel nostro secolo è una questione di Educazione. Si tratta non stabilire un nuovo ordine di cose colla violenza; un ordine di cose stabilito colla violenza è sempre tirannico foss’anche migliore del vecchio: si tratta di rovesciare colla forza la forza brutale che s’oppone in oggi a ogni tentativo di miglioramento, di proporre al consenso della Nazione, messa in libertà, d’esprimere la sua volontà, l’ordine che par migliore e di educare con tutti i mezzi possibili gli uomini a svilupparlo, ad operare conformemente. Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l’armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell’ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria, che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli a’ loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch’essi, figli d’un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d’una sola legge - che ognuno d’essi deve vivere, non per sé, ma per gli altri - che lo scopo della loro vita non è quello d’essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori - che il combattere l’ingiustizia e l’errore a benefizio dei loro fratelli e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa - dovere di tutta la vita.

Operai Italiani, fratelli miei! intendetemi bene. Quand’io dico, che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunzino a questi diritti; dico soltanto che non sono se non una conseguenza di doveri adempiti e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli. E quand’io dico, che proponendo come scopo alla vita la felicità, il benessere, interessi materiali, corriamo rischio di creare egoisti, non intendo che non dobbiate occuparvene; dico che gli interessi materiali, cercati soli, proposti non come mezzi ma come fine, conducono sempre a quel tristissimo risultato. Quando, sotto gli imperatori, gli antichi Romani si limitavano a chiedere pane e divertimenti, erano la razza più abietta che dar si possa; e dopo aver subita la tirannia stolida e feroce degli Imperatori, cadevano vilmente schiavi dei Barbari che invadevano. In Francia e altrove i nemici d’ogni progresso sociale hanno seminato la corruzione e tentano sviare le menti dall’idea di mutamento, cercando sviluppo all’attività materiale. E noi aiuteremo il nemica colle nostre mani? I miglioramenti materiali sono essenziali, e noi combatteremo per conquistarceli; ma non perché importi unicamente agli uomini d’essere ben nudriti e alloggiati; bensì perché la coscienza della vostra dignità e il vostro sviluppo morale non possono venirvi, finché vi state com’oggi in un continuo duello colla miseria! Voi lavorate dieci o dodici ore della giornata: come potete trovar tempo per educarvi? I più tra voi guadagnano appena tanto da sostenere sé e la loro famiglia: come possono trovar mezzi per educarsi? La precarietà e le interruzioni del vostro lavoro vi fanno trapassare dalla eccessiva operosità alle abitudini dello sfaccendato: come potreste acquistar le tendenze all’ordine, alla regolarità, all’assiduità? La scarsezza del vostro guadagno sopprime ogni speranza di risparmio efficace e tale che possa un giorno giovare ai vostri figli o agli anni della vostra vecchiaia: come potreste educarvi ad abitudini d’economia? Molti fra voi sono costretti dalla miseria a separare i fanciulli, non diremo dalle cure - quali cure d’educazione possono dare ai figli le povere mogli degli operai? - ma dall’amore e dallo sguardo delle madri, cacciandoli, per alcuni soldi, ai lavori nocivi delle manifatture; come possono, in condizione siffatta, svilupparsi, ingentilirsi i sentimenti di famiglia? Non avete diritti di cittadini, né partecipazione alcuna d’elezione e di voto alle leggi che regolano i vostri atti e la vostra vita: come potreste avere coscienza di cittadini e zelo per lo Stato e affetto sincero alle leggi? La giustizia è inegualmente distribuita fra voi e l’altre classi: d’onde imparereste il rispetto e l’amore alla giustizia? La Società vi tratta senz’ombra di simpatia: d’onde imparereste a simpatizzare colla Società? Voi dunque avete bisogno che cangino le vostre condizioni materiali, perché possiate svilupparvi moralmente: avete bisogno di lavorare meno per poter consacrare alcune ore della vostra giornata al progresso dell’anima vostra: avete bisogno di una retribuzione di lavoro che vi ponga in grado di accumulare risparmi, d’acquietarvi l’animo sull’avvenire, di purificarvi sopra tutto d’ogni sentimento di reazione, d’ogni impulso di vendetta, d’ogni pensiero d’ingiustizia verso chi vi fu ingiusto. Dovete dunque cercare, e otterrete questo come mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici. Dove no, quale differenza sarebbe tra voi e i vostri tiranni? Essi son tali precisamente, perché non guardano che al benessere, alle voluttà, alla potenza.

Farvi migliori: questo ha da essere lo scopo della vostra vita. Farvi stabilmente meno infelici, voi noi potete, se non migliorando. I tiranni sorgerebbero a mille tra voi, se voi non combatteste che in nome degli interessi materiali, o d’una certa organizzazione. Poco importa che mutiate le organizzazioni, se lasciate voi stessi e gli altri colle passioni e coll’egoismo dell’oggi: le organizzazioni sono come certe piante che danno veleno o rimedio a seconda delle operazioni di chi le ministra. Gli uomini buoni fanno buone le organizzazioni cattive, i malvagi fanno triste le buone. Si tratta di render migliori e convinte dei loro doveri le classi ch’oggi, volontariamente o involontariamente, v’opprimono; né potete riescirvi se non cominciando a fare, quanto è possibile, migliori voi stessi.

Quando dunque udite dirvi dagli uomini, che predicano la necessità d’un cangiamento sociale, ch’essi lo produrranno invocando unicamente i vostri diritti, siate loro riconoscenti delle buone intenzioni, ma diffidate della riuscita. I mali del povero sono noti, in parte almeno, alle classi agiate; noti ma non sentiti. Nell’indifferenza generale nata dalla mancanza d’una fede comune, nell’egoismo, conseguenza inevitabile della predicazione continuata da tanti anni del benessere materiale, quei che non soffrono si sono a poco a poco avvezzi a considerare quei mali come una triste necessità dell’ordine sociale o a lasciare la cura dei rimedi alle generazioni che verranno. La difficoltà non è nel convincerli; è nel riscoterli dall’inerzia, nel ridurli, convinti che siano, ad agire, ad associarsi, ad affratellarsi con voi per conquistare l’organizzazione sociale, che porrà fine, per quanto le condizioni dell’Umanità lo concedono, ai vostri mali e ai loro terrori. Ora questa è l’opera della fede, della fede nella missione che Dio ha dato alla creatura umana qui sulla Terra, nella responsabilità che pesa su tutti coloro che non la compiono, nel Dovere che impone a ciascuno di operare continuamente e con sacrifizio a norma del Vero. Tutte le dottrine possibili di diritti e di benessere materiale non potranno che condurvi a tentativi che, se rimarranno isolati o unicamente appoggiati sulle vostre forze, non riesciranno: non potranno che preparare il più grave dei delitti sociali: una guerra civile fra classe e classe.

Operai italiani! fratelli miei! Quando Cristo venne e cangiò la faccia del mondo, ei non parlò dei diritti ai ricchi, che non avevano bisogno di conquistarli; a’ poveri, che ne avrebbero forse abusato ad imitazione dei ricchi: non parlò d’utile o d’interessi a una gente, che gl’interessi e l’utile avevano corrotto: parlò di Amore, di Sacrificio, di Fede; disse che quegli solo sarebbe il primo fra tutti, che avrebbe giovato a tutti coll’opera sua. Quelle parole sussurrate nell’orecchio ad una società che non aveva più scintilla di vita, la rianimarono, conquistarono i milioni, conquistarono il mondo e fecero progredire d’un passo l’educazione del genere umano. Operai Italiani! noi siamo in un epoca simile a quella di Cristo. Viviamo in mezzo a una Società incadaverita, come era quella dell’Impero Romano, col bisogno nell’animo di ravvivarla, di trasformarla, d’associare tutti i membri e i lavori in una sola fede, sotto una sola legge, verso uno scopo: sviluppo libero progressivo di tutte le facoltà che Dio ha messo in germe nella sua creatura. Cerchiamo che Dio regni sulla terra siccome nel Cielo, o meglio che la terra sia una preparazione al Cielo, e la Società un tentativo di avvicinamento progressivo al pensiero Divino.

Ma ogni atto di Cristo rappresentava la fede che ei predicava, e intorno a lui v’erano apostoli che incarnavano nei loro atti la fede che essi avevano accettata. Siate tali e vincerete. Predicate il Dovere agli uomini delle classi che vi stanno sopra, e compite, per quanto è possibile, i doveri vostri: predicate la virtù, il sacrifizio, l’amore; e siate virtuosi e pronti al sacrifizio e all’amore. Esprimete coraggiosamente i vostri bisogni e le vostre idee; ma senz’ira, senza reazione, senza minaccia: la più potente minaccia, se v’è chi ne abbia bisogno, è la fermezza, non l’irritazione del linguaggio, mentre propagate tra i vostri compagni l’idea dei loro futuri destini, l’idea d’una nazione, che darà loro nome, educazione, lavoro e retribuzione proporzionata e coscienza e missione d’uomini mentre infondete in essi il sentimento della lotta inevitabile, alla quale essi devono prepararsi per conquistarla contro le forze dei tristi nostri governi e dello straniero4 - cercate istruirvi, migliorare, educarvi alla piena conoscenza e alla pratica dei vostri doveri. È lavoro questo impossibile in gran parte d’Italia per le moltitudini: nessun piano d’educazione popolare può verificarsi tra noi senza un cangiamento nella condizione materiale del popolo, e senza una rivoluzione politica: chi s’illude a sperarlo e lo predica come preparativo indispensabile ad ogni tentativo d’emancipazione, predica l’inerzia, non altro. Ma i pochi tra voi, ai quali le circostanze corrono un po’ migliori e il soggiorno in paesi stranieri concede mezzi più liberi d’educazione, lo possono, quindi lo devono. E i pochi tra voi, imbevuti una volta dei veri principii dai quali dipende l’educazione d’un Popolo, basteranno a spargerli fra le migliaia, a dirigerlo sulla via e proteggerlo dai sofismi e dalle false dottrine che verranno a insidiarlo.


Note

  1. Le tre giornate del 29 al 31 luglio 1830 segnarono il decadimento in Francia della Monarchia assoluta di Carlo X e l’avvento al trono di Luigi Filippo d’Orleans.
  2. Infatti, quelle dottrine erano diffuse dalla Società che s’intitolava appunto dei "Diritti dell’uomo."
  3. L’opuscolo intitolato "Les paroles d’hai croyant", Le parole d’un credente, del Lamennais, si pubblicò nel 1831 e suscitò un incendio in tutta la Francia. Gregorio XVI, allora Papa, si affrettò a condannarlo con una celebre enciclica, ma ciò non valse a ritardarne la diffusione per tutta Europa; fu più volte tradotto in italiano, e pure in questa lingua apprezzato, difeso ed acerbamente criticato. Non improbabile che lo scritto di Lamennais abbia suggerito a Mazzini quello del Doveri dell’Uomo.
  4. Queste parole sono scritte prima del 1860.