Edgar Poe/Parte quinta

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Parte quinta

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Poe ha trovato un nido, nel paesello di Fordham: una casupola di legno, con una veranda lunga quanto la facciata. A pianterreno, c’è una stanza grande, con quattro finestre, e una piccola cucina. Un’angusta scaletta conduce alle camere del piano superiore: l’una somigliante a una scatola, destinata a Maria Clemm; l’altra, soffocata dal tetto in declivio, per gli sposi. Rustico nido. Ma che spettacolo, dalla veranda! Pini e cedri, su creste rocciose; e vallate, cosparse di villaggi, e ampie distese di prati, sin laggiù, sino al lontano azzurro mare.

Il solitario nido ignora le insidie degli uomini ma non può sottrarsi alla tragica ostilità del Destino. La dolce compagna di Edgar, Virginia, muore etica. E il poeta, gravemente ammalato, non può opporsi all’iniziativa di una sottoscrizione pubblica, che lenisca la sua estrema miseria, nè difendersi da invidi avversarii, lieti di coglier la stupenda occasione per cuoprire di ingiurie un uomo di genio.

Guarito, Poe volge gli occhi d’attorno onde cercare un appoggio, un conforto. È rimasto così solo, nel mondo! Ed è circondato da tanti livori, da tanti odii! Solo le donne scrittrici lo guardano con simpatia. La sua natura cavalleresca e romantica non dettò articoli elogiativi per le loro opere? Una, in particolar modo, gli rivolge il sorriso promettitore dei conforti spirituali, di cui il tormentato poeta ha così grande bisogno! Si chiama Sarah Whitman, è vedova, vive eccentricamente e scrive versi. Una letterata puro sangue! Che soave umiltà, nelle sue prime lettere a Poe: "Benchè il mio rispetto per la vostra intelligenza e la mia ammirazione per il vostro genio m’inducano a sentirmi, in vostra presenza, una bimba, saprete certo che sono molto più anziana di voi." Ma qualcuno, nell’ombra, vigila perchè il poeta non ottenga sollievo ai tristi ricordi e al doloroso isolamento; qualcuno scrive a Griswold: "Conosci Sarah Elena Whitman? Certo, avrai notizia del suo prossimo matrimonio con Poe. Mi è sembrata una brava donna: e tu sai bene chi è Poe... Capisco che una vedova di età matura sposerebbe non importa chi, purchè non fosse un negro... La signora Whitman non ha amici, che sian conosciuti arche da te e che possano chiaramente spiegarle il fenomeno Poe?".

Certo, Griswold pennaiolo questi amici deve essersi affrettato a cercarli. E la sentimentale poetessa deve averli ascoltati con sempre maggior condiscendenza. Tant’è vero che, presto, nascon dissensi fra lei ed Edgar, e la soglia della sua casa comincia ad esser vietata all’inquieto sognatore implorante un poco di pace. La tenera Sarah diventa sempre più crudele. E, con mal celata superbietta, descrive sul taccuino intimo (quale poetessa non ha un intimo taccuino?) le conseguenze della sue crudeltà: "Dopo una notte di delirio frenetico, egli tornò il domani da mia madre in uno stato di forte sovreccitazione e di grandi sofferenze mentali, dichiarando che la sua felicità, in questo mondo e per l’eternità, dipendeva da me... Non avevo mai udito nulla di così terrorizzante: terrorizzante sino a raggiungere il sublime. Egli mi salutava come un angelo inviato per salvarlo dalla perdizione." Passa qualche tempo in un’alternativa continua di rinnovate speranze e di bruschi licenziamenti. Infine, tutte le speranze cadono, improvvisamente. Sarah, tenendo un boccetta d’etere sotto il naso per non svenire come una donnicciola qualunque, ha detto di no, per sempre. Oh, le letterate!

L’amicizia spirituale di una fanciula, Annie, la dolce sorella Annie, lenisce le pene di Poe e lo aiuta a dimenticare il tempestoso idillio. Ma gli inspira, anche, una presaga poesia: il funereo canto Per Annie.

"Grazie al cielo, questa crisi
  minacciosa è svanita
e la lenta malattia
  è, per sempre, finita
e la febbre, a nome "vita",
  è vinta, finalmente.

Sono privo d’ogni forza,
  lo so bene, e ho compreso
di non potermi più muovere
  mentre giaccio disteso.
Che importa? Cadde ogni peso.
  Sto meglio, finalmente. "

Canto funereo. E, tuttavia, il cielo, quasi volesse schernire con un’ultima illusione l’impenitente sognatore, si rischiara di colpo. Tutte le apparenze fan credere che la dolorosa odissea sia terminata e che la fortuna sorrida di nuovo e definitivamente. Il grande ideale, perseguito per lunghi anni, la rassegna "Stylus", ove Poe potrà esplicare senza impacci la sua operosità di artista e di critico, è in procinto di trasformarsi in realtà. E una donna di Richmond, conosciuta e amata nei tempi della fanciullezza, Elmira, acconsente a sposare il poeta stanco e bisognoso di quiete. Poe parte da Richmond per recarsi a prendere Maria Clemm, fida amica e madre, che presenzierà indulgente alle nuove nozze di Eddy. Ma, nonostante le promesse del cielo e della fortuna e dell’amore, egli è tormentato da foschi presagi. "Parlava di sè come di un’anima perduta, senza speranza di redenzione", dice un testimone di quei giorni. E Poe stesso scrive, rabbrividendo "La mia tristezza è inesplicabile."

Tre giorni passano. Ma, all’alba del quarto, Maria Clemm riceve una fulminea notizia. Edgar è morto, di delirium tremens, nell’ospedale di Baltimora: il 7 ottobre 1849.

Subito dopo, comincia la gazzarra della stoltezza e della malignità. Tutti gli scrittori mediocri, tutti gli untorelli della penna si strizzano il picciol cerebro per trovare e sfrecciare contro il sublime scomparso gli epiteti più trafiggenti. I meno astiosi lo chiamano "scellerato di talento", "scandaloso mostro del mondo letterario", "maiale di genio". E l’ineffabile Rufus W. Griswold compie una "immortale infamia", scrivendo una denigratrice biografia di Poe, che precederà la raccolta postuma delle sue opere.

Giusta vendetta delle creature mediocri. Non era, egli, un uomo di genio? E non aveva, quindi, la doppia esistenza, la doppia personalità, così incomprensibili e intollerabili per l’individuo normale, che ama solo le situazioni chiare e le anime semplici? Troppo complessa appariva, invece, l’anima di Edgar Poe. Tanto complessa, ch’egli non fu mai compreso neppure dagli amici più intimi: e a molti estranei sembrò una persona inquietante, cinica, quasi demoniaca; e a molti altri parve un uomo tranquillo, generoso, benevolo e cortese fino all’eccesso; e da qualcuno fu definito, sin anche: "modello di virtù famigliari e sociali."

Aveva, sì, una doppia personalità. Nonostante l’orgoglio imperioso (ch’era piena coscienza di un valore misconosciuto), nonostante i luminosi sogni di gloria, si abbandonava alle seduzioni della notorietà effimera, perseguiva con accanimento il successo volgare. Pur sapendosi così superiore agli altri da non poter ammettere l’esistenza, nell’Universo, di qualcuno ancor più grande, ricercava la compagnia degli uomini più comuni e ad essi ed agli amici della taverna rivolgeva, con entusiasmata foga, discorsi degni di un uditorio di poeti. E sempre, con chiunque conversasse, si prendeva terribilmente sul serio. Colpa imperdonabile per chi, con i pannicelli della modestia, cuopra le ambizioni della mediocrità.

"Io sono supremamente pigro e prodigiosamente attivo, per accessi", scriveva, di sè, Poe. E, come nel lavoro letterario, così in qualunque altra sua manifestazione. Sin anche il volto pallido e serio diveniva, a sbalzi, animato e infiammato: e mostrava, nei contrasti violenti fra la dolce melanconia dello sguardo e la piega sardonica delle labbra e l’imperiale atteggiamento del volto, in pari tempo affilato e massiccio, i profondi contrasti dell’anima.

Come avrebber potuto, gli uomini mediocri, fra i quali Edgar Poe viveva, comprendere e giustificare l’enigma di uno spirito troppo ampio per rinchiudersi nelle strettoie della morale comune, di una genialità troppo esuberante per modificarsi, sia pur col volger degli anni, e per adattarsi alle ipocrite esigenze della vita normale? E chi, se non un altro uomo di genio, avrebbe compresa l’eccessività di una natura così squisitamente sensibile? Dovevano, dunque, apparire veramente sbalorditive e, fors’anche, comiche le spaventose depressioni, causate da inquietudini passeggere o da una temporanea impotenza a scrivere, e le esaltazioni frenetiche, dovute magari a una semplice frase di elogio, e le continue incoerenze di un’anima sempre vacillante tra sconforti cupi e fanciulleschi entusiasmi, tra misantropici disdegni e folli desiderii di gioia. Eccessività. L’uomo di genio che, allettato da un paradiso artificiale confortatore d’ogni tristezza, non cessava di bere se non quando gli mancavan le forze, era lo stesso uomo che, avvolto nel vecchio mantellone di soldato, passeggiava per lunghe ore sotto la veranda della casupola campestre, meditando i supremi misteri dell’universo e costruendo mentalmente il poema cosmogonico Eureka.

Gli americani, stupefatti e indignati, dícevan di lui ciò che la letteratoide Sarah Whitman volle ripetergli, un giorno: "Ha grandi facoltà intellettuali, ma nessun senso morale." Solo qualche ingegno superiore intravide la sua possanza e s’affacciò sul mistero della sua anima. E Longfellow, lo scrittore dilaniato da Poe nella serie di articoli intitolata, appunto, La guerra di Longfellow, sollevò un poco il velo e intuì una parte della verità, affermando: "Non ho mai potuta attribuire la violenza delle sue critiche se non all’irritazione di una natura sensibile, inasprita da qualche vago sentimento d’ingiustizia". E Lowel, inchinandosi nobilmente e onestamente, gli scrisse: "Stroncami pure a tuo beneplacito; ti leggerò sempre con uguale rispetto e con maggior soddisfazione di quanta mi procurin le molte lodi, che ricevo".