Elettra (Sofocle)/Prefazione

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Prefazione

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Sofocle - Elettra
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Prefazione
Elettra (Romagnoli) Personaggi
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Già nella introduzione generale ho ricordata questa tragedia per caratterizzare la drammaturgia di Sofocle, ponendola a contrasto con le «Coefore» d’Eschilo. Ma, anche a parte ogni confronto, si può dire che qui, come forse in nessun altro dramma di Sofocle, appaiono distinti e rilevati gli elementi specifici della sua drammaturgia: intreccio (si veda specialmente la figura, interamente inventata, del pedagogo); contrasti; eloquenza che, appena l’azione lo consente, si espande in lunghe orazioni (caratteristiche specialmente le due apostrofi liriche di Elettra al pedagogo e all’urna che si presume chiuda le ceneri del fratello).

Il dramma è ritenuto in genere uno dei piú tardi di Sofocle. Le prove obiettive che si sogliono addurre sono le seguenti:

1º - La frequenza dell’ἀντιλαβή, ossia della divisione dello stesso trimetro fra due personaggi. Se si desidera un po’ di statistica, nell’«Edipo re» ce ne sono 10, nel «Filottete» 22, nell’«Edipo a Colono» 52. L’«Elettra» ne presenta 25; e dunque prenderebbe posto fra il «Filottete» e l’«Edipo a Colono». Ma, naturalmente, un simile criterio, che certo non è privo di fondamento, va adoperato con molta discrezione. [p. 4 modifica]

2º - In mezzo a serie giambiche sono inseriti anapesti; ed è libertà che si ebbe solo col prevalere della tendenza melodrammatica, negli ultimi due decenni del secolo.

3º - Gli anapesti in serie libere, o melici (86-120), che appaiono solo nei drammi posteriori al 120, come, per esempio, negli euripidei «Troadi», «Ione», «Ifigenia in Tauride».

4º - L’abbondanza di parti liriche affidate agli attori. È la tendenza satireggiata da Aristofane in un brano notissimo delle «Rane». È notevole per questo riguardo la eliminazione della pàrodos, sostituita da un kommòs, ossia da un dialogo lirico fra Elettra e il coro. E all’eroina è per l’appunto affidata la parte anapestica, quella che piú caratterizzava l’ufficio e l’indole originaria del coro.

E questa sostituzione del kommòs alla pàrodos conferisce al dramma un carattere speciale. Mentre la pàrodos tipica affermava le ragioni del coro, elemento essenzialmente antidrammatico, il kommòs, composto di battute dialogate in metri lirici, afferma il carattere drammatico, senza perciò rinunciare alla maggior vibrazione lirica, che veniva cosí assorbita ed amalgamata nella maggiore complessità del dramma. Giova qui ripetere quanto dissi a proposito dell’«Aiace»: che, cioè, questa trasposizione lirica consente una maniera logica ed insieme poetica di esporre gli antefatti, convertendo in evocazione, in atmosfera lirico-musicale, l’esposizione, che nella tessitura drammatica non riesce quasi mai a mascherare il suo vero carattere di mezzo — quando non è mezzuccio.

Eppure, per quanto l’«Elettra» sia una delle ultime tragedie di Sofocle, mi sembra evidente che sopra di essa si proietti ancora la grande ombra di Eschilo. E s’intende: troppo difficile riusciva, in un soggetto comune, liberarsi interamente dall’influsso di quel titano.

Infatti, il principio dell’«Elettra», è modellato su quello [p. 5 modifica]delle «Coefore»: entrano prima Oreste e Pilade, e poi si ritirano per l’arrivo di Elettra accompagnata dalle ancelle.

Notevole è anche la rigida arcaica psicologia dei personaggi. Possiamo dire che per questo lato Sofocle rincara su Eschilo. La sua Elettra non è meno implacabile di quella delle «Coefore»; e Oreste, che nel dramma di Eschilo ha pur qualche esitazione, e, sul momento di uccidere la madre, ha bisogno di rivolgersi a Pilade, e di sentirsi incorato al terribile scempio, qui non esita un istante, e lo compie quasi con indifferenza. E delle Furie vendicatrici non si fa neppur cenno.

Ma specialmente caratteristica, per questo lato, è la figura di Clitemnestra. Essa è modellata evidentemente su quella di Eschilo: è altrettanto feroce, altrettanto inaccessibile ai rimorsi, altrettanto cinica. Ma nella manifestazione di questi perfidi sentimenti, eccede ogni misura. Ha istituito danze e sacrificî proprio nell’anniversario dell’assassinio di Agamènnone. Cuopre di contumelie Elettra perché piange il padre, e perché ha salvato Oreste. Quando le annunciano la morte del figlio, non trova una parola di rimpianto, ma chiede súbito la certa notizia del fatto, e dichiara che solo adesso dormirà sonni tranquilli. Ora, questi eccessi non persuadono, non commuovono. Una madre simile è un mostro che esce da tutte le leggi umane, non interessa piú. La ipocrisia della Clitemnestra di Eschilo è un velo che nasconde una bruttura forse maggiore, ma che non esclude recisamente la donna efferata dalle possibilità umane.

Imitatore di sé stesso ci appare, invece, Sofocle nella concezione del contrasto fra Elettra e Crisotemide, che, evidentemente, è un doppione di quello fra Antigone ed Ismene. Ma nell’«Elettra» il motivo tragico è assai piú al posto. Notammo che pare eccessivo l’odio di Antigone contro Ismene, che, infine, sia pure contro la propria convinzione e contro il proprio temperamento, si schiera decisamente dalla [p. 6 modifica]parte della sorella, e spontanea si offre alla morte. Qui, invece, lo sdegno di Elettra, come è piú giustificato, cosí si manifesta in modo meno aspro e violento.

Talune delle mie osservazioni sembrerebbero diminuire il valore della tragedia. Ma quelli che, esaminati da un lato puramente estetico, potrebbero sembrare difetti, forse nella realizzazione scenica si risolverebbero in pregi. La inumanità di Clitemnestra, per esempio, non può non imprimere al suo contrasto con Elettra una immensa vivacità. Del resto, situazioni che alla lettura sembrano insostenibili, nella recitazione risultano invece mirabili: tale, per esempio, nell’«Alcesti» d’Euripide, l’odiosa scena fra Admeto e Ferete.

Ho adoperato l’ipotetico, perché ai nostri giorni non c’è stata una realizzazione dell’«Elettra», come c’è stata per altre tragedie d’Euripide. Ma gli antichi furono sempre entusiasti di questa tragedia. In un epigramma di Dioscoride, un interlocutore chiede ad un altro che maschera sia quella che tiene in mano un personaggio scolpito su la tomba di Sofocle. E quello risponde:

Se Antigone tu dici, non erri; e neppure se dici
Elettra: entrambi i drammi sono capolavori.

Ed è noto che Polo, il celeberrimo attore egineta, fiorito circa mezzo secolo dopo la morte di Sofocle, dovendo interpretare la parte di Elettra, per mettersi nello stato d’animo degno d’un tal capolavoro, nella famosa scena con Elettra, si fece portare un’urna che veramente conteneva le ceneri d’un suo figliuolo morto da poco.

E questo potrebbe anche essere suggello che sgannasse gli austeri filologi i quali, attribuendo agli artisti e al popolo greco la propria squisita sensibilità, seguitano a credere e a far credere che la recitazione greca dovesse consistere in una declamazione gelida e compassata.