Elogio della vecchiaia/X

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Capitolo decimo: La paura della morte

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Capitolo decimo: La paura della morte
IX XI
Omnia mutantur, nihil interit.
GIORDANO BRUNO


Aimons la vie et ne craignons pas la mort.
CHEV. DE BOUFFLERS

Qui mortem non tirnet, magnum is sibi præsidium
ad beatam vitam comparavit.
CICERONE

Non so se mai vi sia sulla terra un uomo solo (intendo intelligente e colto), che prima di morire non abbia dato una sua definizione di quel bipede implume, polimorfo e poliedrico, che ben più ricco di facce dell’antico Giano, mostrerà sempre fino alla fine dei secoli qualcosa di nuovo e di inaspettato a chi lo contempli o lo studi.

L’anatomico, il naturalista non lo possono definire che in una sola maniera; e contate le ossa e i denti e le viscere gli hanno già assegnato da un pezzo il suo posto gerarchico nel gran Museo degli esseri vivi planetari. Tutt’al più, secondo la scuola filosofica a cui appartiene il naturalista, metterà l’uomo un poco più vicino alla scimmia o un poco più accanto agli Dei; ma siccome gli Dei non sono che le scimmie degli uomini, la differenza di posto non viene poi ad esser molto grande.

La cosa cambia di molto, quando invece si vuol dare dell’uomo una definizione psicologica, umoristica o metafisica, filosofica o satirica. Allora tanti sono i ritratti, quanti sono i pennelli e quanti i colori di ciascuna tavolozza, e se potessimo raccogliere in una pubblica esposizione tutte quante le definizioni dell’uomo date dagli uomini di certo davanti a quei ritratti i visitatori potrebbero domandarsi quale strano serraglio di belve esotiche e nostrali vi sia colà riunito; tanto poco una faccia somiglierebbe all’altra.

Per conto mio, professore titolare di antropologia e ufficialmente obbligato a studiar l’uomo per di dentro e per di fuori, costretto ad analizzarlo col microscopio dell’analisi e a contemplarlo col telescopio della sintesi; oggi mando all'Esposizione dei ritratti dell’Homo sapiens questo mio acquerello:

L’uomo è l’animale brontolone per eccellenza.

E lo provo.

Il primo atto, con cui egli annunzia la sua comparsa in questo mondo è un guaito. L’uomo nasce piangendo.

E quando la natura lo costringe a firmare il suo atto di congedo dalla vita, piange o si lamenta.

E fra questi due punti estremi della partenza e dell’arrivo l’uomo si lamenta sempre e poi sempre; mutando solo il modo di lamentarsi.

Bambino guaisce o piange, fanciullo piange ancora; ma per di più comincia a lamentarsi, perché non è ancora un giovinetto.

E giovinetto sospira, perché non gli spuntano ancora sul labbro quei desiati peli, che gli diano diritto di baciar le rosee labbra d’una fanciulla.

E giovane sdegna di piangere, perché le lagrime son dei bambini; ma maledice la vita e commenta Schopenhauer, o si delizia sorbendo a centellini l’amaro calice delle divine poesie del Leopardi.

Adulto continua a non piangere, perché le lagrime sono una vergogna e una debolezza; ma invidia i non nati o i morti e rimpiange la beata e inconscia innocenza della fanciullezza e i caldi profumi della gioventù.

E vecchio torna a piangere come il bambino e si lamenta e maledice la vita e si guarda indietro, dolente di non aver saputo godere le gioie delle altre età; in sé riunendo tutte le forme del lamento e tutte le mimiche del dolore: dalle lagrime alla bestemmia, dal singhiozzo alla maledizione.

Dalla culla alla tomba tutto un lamento è la vita, e le tappe del nostro viaggio terrestre son segnate da tante stazioni, quante sono le forme del pianto.

Guaito senza lagrime.
Pianto con lagrime.
Pianto con singhiozzi.
Pugni stretti rivolti al cielo.
Urli e grida di dolore.
Rimpianti e malinconia.
Lagrime senili.

È dunque il ritratto più somigliante all’originale il mio e spero di averne un premio in una grande esposizione mondiale.

L’uomo è l’animale brontolone per eccellenza.

Se non che questo brontolamento non è sincero e non è che una pura, una abilissima civetteria della vita; un artifizio ingegnoso per farsi compassionare e attirare a sé la pietà degli altri e anche di se stessi.

E ve lo provo subito e facilmente.

Sì, la terra è la valle delle lagrime; sì, l’ideale umano è il nirvana; sì, l’homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis. Sì, ogni terra e ogni secolo ha i suoi Schopenhauer e i suoi Leopardi. Sì, la vita non è che il sogno d’un ombra; ma tutti questi bipedi brontoloni, che bestemmiano contro la vita dall’alba alla sera, temon la morte, e per quanto il suicidio cresca con la civiltà, pure è sempre rarissima eccezione.

Non solo l’uomo teme la morte, ma ancora la ritiene il massimo dei mali e l’ha in tale orrore, che ne ha fatto in ogni tempo la massima delle pene.

E dunque?

O la vita è un male e dobbiamo benedir la morte e desiderarla, come ogni buddista di buona fede.

Ola vita è un bene e allora cessiamo una buona volta di brontolare e asciughiamo queste lagrime ipocrite; cessiamo da questi lamenti falsi, per prender la vita a braccetto, come una buona e onesta compagna di viaggio.

Non sarebbe forse il mugolio umano contro la vita una delle forme più oscure e meno studiate dell’ingratitudine?

La paura della morte non è un sentimento umano ma animale, ma cosmico. È la ribellione d’ogni vita contro la distruzione; è il grido d’allarme di ciò che è contro ciò che non è. È l'orrore al vuoto, l’orrore vero, non quello che vedevano i nostri padri ignoranti nel barometro, prima del nostro Torricelli.

La pianta contro gli ardori del sole rallenta la traspirazione e contro le innondazioni delle piogge chiude i robinetti d’entrata.

La pianta mutilata medica le ferite e ogni pianta nasconde nella terra le radici dell’esistenza, così come nell’ovario corazza i germi dell’avvenire.

L’animale debole fugge, l’animale forte mette fuori i denti e gli artigli e i veleni: forme tutte della paura della morte.

L’uomo, che a volta a volta e secondo i casi è debolissimo e fortissimo, ora fugge ed ora morde, e chiama la viltà legittima difesa, e incoronando gli eroi, dimostra a se stesso, che la viltà è la regola e l’eroismo è l’eccezione.

Ma che più?

Lo stesso amore, la più ardente delle nostre passioni; l’amor materno, il più onnipotente degli affetti umani, non sono che l’orrore alla morte portato al di là della nostra vita. Amare non è che lottare con tutta la nostra energia, perché la fiaccola della vita riaccenda un’altra fiamma, innanzi che la nostra sia spenta.

E la vita è una maledizione?

E la morte è il solo contravveleno della vita?

No, bipede implume, tu non sei soltanto l’animale brontolone per eccellenza; sei anche l’animale ipocrita per eccellenza. Bradipo e gatto in una volta sola, piagnucolone e sornione. Sai pianger senza lagrime, e i mendicanti, che mostrano sulle strade pubbliche le loro false piaghe e le loro false sordità non sono che una povera e miserabile copia del l’esposizione mondiale delle disperazioni sociali, delle paralisi morali, dei lamenti monotoni e eterni dell’uomo, che bestemmia la vita, ma ha in orrore la morte. Tutti quanti falsi Giobbe e falsi Geremia, falsi pessimisti di una sterile e falsa filosofia!


Nei vecchi la paura della morte è più grave, è più insistente: talvolta è un’idea fissa, che getta delle ombre nere sopra ogni ora della vita, che accompagna ogni pensiero. Per moltissimi è il maggior tormento dell’ultima età.

Conobbi un vecchio arzillo, che non aveva a desiderare né una salute migliore né una borsa più fornita. Sarebbe stato felice, se non avesse avuto sempre fisso come un chiodo il timore della morte.

Io cercava un giorno di toglierli quel chiodo:

"Ma, caro signore, tutti dobbiamo morire e anche i più giovani possono morire, quando meno se l’aspettano."

"Sì, sì, questo è vero; ma i giovani possono morire e i vecchi devono morire."

E sospirava profondamente.

Anche i vecchi infelici, che dalla vita non possono aspettarsi né un fiore né un frutto, temono la morte; non perché con essa cessi la vita, ma perché sembra loro che l’agonia debba essere uno strazio senza nome, la massima delle torture.

Come medico dell’anima e del corpo io ho studiato questa paura e ho cercato i rimedi per combatterla. In me son riuscito a guardarla faccia a faccia senza timore: vorrei riuscirvi anche per i miei coetanei.

E a me sembra che questa viltà (chiamiamola col suo nome) non si possa vincere che in tre diverse maniere e cioé:

Con la fede,

Col non pensarci mai,

Con la lotta corpo a corpo.

Ognuno, secondo il proprio temperamento e le proprie forze può scegliere l’una o l’altra di queste vie.

Chi ha una fede sicura, incrollabile in un’altra vita, non ha bisogno dei miei consigli. Egli crede che la morte non sia che il passaggio ad un mondo migliore, in cui si godranno i frutti delle opere buone fatte in questa valle di lagrime, ed egli guarda questo passaggio non solo senza sgomento, ma con gioia.

Felice lui! Dopo aver goduto in terra è sicuro di godersi in eterno le beatitudini del paradiso; di rivedere i suoi cari, che lo hanno preceduto nell’estremo viaggio.

Ma quanti sono questi fortunatissimo mortali?

È difficile dirlo, perché non fu fatta ancora la statistica dei credenti, dei dubbiosi e dei miscredenti; ma io credo di non andar molto lunghi dal vero, affermando che sono l’uno per mille.

I più tra i credenti sono semicredenti; quelli cioé, che dopo aver combattuto lungamente fra le tradizioni religiose e la ragione demolitrice hanno messo al posto della fede un punto d’interrogazione.

Quel ? anche nella sua forma grafica rappresenta un’ancora: cioè il simbolo della speranza.

Essi non credono e non negano, ma sperano e il loro punto interrogativo è più o meno grande: tracciato a matita o scolpito nel bronzo: scritto con inchiostro indelebile o con inchiostro d’anilina, secondo che la loro speranza s’avvicina alla fede o se ne allontana.

Forme tutte dello scettico e fatalista Quien sabe deli Spagnoli, forme vaghe, incerte, crepuscolari del dubbio, che annuvola il cielo azzurro di più che mezza l’umanità.

Molti pensatori, fra i più onesti, interrogati sulla loro fede, crollano il capo ed alzano le spalle, dicendo:

La fede afferma troppo; la scienza nega troppo. La fede è troppo cieca ed io adoro i miei occhi. La scienza è troppo superba ed io odio la superbia, come il più goffo dei peccati mortali.

Dunque?

Dunque, io non credo, ma spero. La speranza è per i credenti una virtù teologale, per me è un conforto e un atto di modestia. Speriamo. Chi ha il coraggio di affermare brutalmente il nulla al di là della tomba si faccia innanzi e mi dica, come nacque il mondo e come finirà, mi dica se Newton credente sia meno grande di Voltaire miscredente, mi dica quando incominciò ad affermarsi l’Io e quando e come si distrugga, mi dica quanto differisca il sonno dalla morte e quanto si conosca la trasformazione delle forze, mi dica qual sia la proporzione numerica fra ciò che si sa e ciò che non si sa; e se costui risponde positivamente a tutte queste domande, io gli concederò il diritto di piantare al di là della fossa un cartello, su cui sia scritto: Nulla!

Ma se voi già da molti anni avete ucciso la fede con il pugnale della ragione o l’avete tanto assottigliata con la lima del dubbio, da non lasciarla che semiviva o semimorta, oh allora a combattere la paura della morte non ci rimane che l’uno o l’altro dei due mezzi, che vi ho indicati, all’infuori della fede.

Vediamo se e quanto valgano.

Il secondo mezzo è volgare e alla portata di tutti. Non esige senso mistico né dedizione del pensiero alla fede, non lotta, né coraggio, né studi profondi.

Ce lo insegna il bambino, quando chiude gli occhi davanti al pericolo; ce lo insegna il turco, quando, non potendo o non osando combattere il nemico, esclama rassegnato:

"Se sta scritto ch’io debba morire, inutile sarà la lotta ed io dovrò soccombere."

Se il mezzo è volgare, non cessa però di essere umano, e siccome la morte è fatale e non v’ha ferrea volontà né luce di genio, che la possa cancellare dal libro della vita; così io la raccomando alla più parte dei vecchi d’intelligenza media, di coraggio medio, di media tacca in ogni cosa.

Quando vi si affaccia il pensiero della morte, scacciatelo subito, come fate di una mosca che vi secca, o di una zanzara che vi ronza all’intorno.

Pensate ad altro. Ricordate l’ora più lieta della vita, o la donna che più vi ha amato; ripensate un giorno di gloria o un viaggio fortunato.

E se l’ombra nera della morte v’interrompe il lieto ricordo, ricacciatelo nel vuoto, come fareste della mosca e della zanzara.

È una operazione di arte epicurea, di sana scienza della vita, che esige sulle prime un po’ di pazienza e di fatica; ma che ogni giorno riesce più facile, finché diventa automatica e incosciente, come il suonare il pianoforte, come il parlare o il camminare.

Non è una lezione di egoismo, che voglio darvi, ma un consiglio di savio epicureismo.

Prima di scacciare il pensiero della morte, prima di cancellarlo per sempre dall’albo della nostra vita, dovete fare il vostro testamento, soddisfare ai vostri doveri di padre, di marito, di cittadino della grande repubblica umana; ma poi, pagati i debiti vostri con la società, avete il diritto e il dovere di pensare a voi, preparandovi un barometro che segni sempre: bello costante.

Peccato originale e non ancora scontato dal cristianesimo fu quello di santificare il dolore, facendone non solo l’ambiente necessario della vita, ma elevandolo alla santità di una virtù.

No! - L’ho scritto a ventidue anni, lo riscrivo a sessantadue. L’uomo è fatto per il piacere, e quando questo non offenda la gioia degli altri, è e deve essere lo scopo primo e più alto della vita.

Ogni morale, che non si fondi sul piacere, è falsa e deve cadere. La morale del dolore è cloralio, che addormenta e inganna; è una cambiale falsa, che non è scontata che dagli imbecilli. Fondata sopra una menzogna o un’illusione ci istilla nelle vene il virus dell’ipocrisia, e tutta quanta la società con le sue leggi, con la sua costituzione politica, con i suoi costumi si aggira in una nebbia oscura, che ci fa vedere ogni cosa sotto un falso aspetto, che ci impone false virtù.

Voi avete pagato tutti i vostri debiti sociali: per tutta la vostra vita avete lavorato per gli altri prima che per voi. Potete tener alta la testa davanti a tutti. Avete provveduto con il vostro testamento a che la giustizia sopravviva anche a voi.

Or bene, e chi vi obbliga ormai a tormentarvi col pensiero della morte? Nessuno.

E quel pensiero deve sparire dal nostro cervello, appena compare, con la stessa rapidità, con cui si chiude un otturatore fotografico di perfettissimo congegno; rimanendo invece sempre aperta l’anima vostra a ricevere i raggi del sole, i profumi dei fiori, le idealità del cuore e tutte quante le dolci e care tenerezze dei sentimenti umani, quando vibrano fra il desiderio e la voluttà.

Più d’una volta fui interrogato da qualche vecchio più vecchio di me:

E lei non pensa mai alla morte?

Mai! Io ci ho pensato un paio di volte, cioè quando feci il mio testamento e quando l’ho rifatto, per migliorarlo.

A che giova pensarci?

Penso alle cose, che posso fare e non fare; penso a ciò che dipende dalla mia volontà e che posso far meglio o far peggio; secondo lo studio e l’attenzione che vi avrò apportata. Penso alla felicità dei miei cari, fin dove il mio pensiero e il mio cuore possono avervi influenza; penso alle bellezze della natura e dell’arte, penso a tutto il pensabile, che può capire nella mia testa... ma alla morte non penso mai, perché verrà da sé, ch’io il voglia o nol voglia; non penso mai, prché è il più inutile dei pensieri e non servirebbe che a tormentarmi e a farmi soffrire.

Credetelo a me, che come medico del corpo e dell’anima, ho dovuto nella mia lunga vita medicar coscienze molte e molte piaghe. - I paurosi della morte, prima di morire, son morti almeno cento, almeno mille volte; dacché la natura provvida ci occulta quasi sempre l’ultima agonia; mentre la paura ce la porta innanzi intiera, spaventosa, terribile; per cui vivi moriamo, scontando cento e mille volte, innanzi l’ora suprema, le tremende torture della vita che se ne va, nolente, incresciosa, terrorizzata.


Degna delle anime forti è l’ultima via per cui si può sfuggire alla paura della morte, ed è la lotta corpo a corpo.

L’inevitabile e l’impossibile son cose che le nostre braccia non possono stringere, che le nostre forze non possono domare. Volerle abbattere o conquistare è puerile vanità o stoltezza senza nome.

A trent’anni noi tutti di mente sana e di cuore robusto dobbiamo aver fatto il bilancio della vita, dobbiamo aver scritto nella partita delle entrate le gioie possibili e in quella delle uscite i dolori inevitabili, non che molti dolori probabili; e dobbiamo aver adagiata fra quelle cifre la nostra attività, per modo che nessuna sorpresa ci assalga, nessun disinganno ci sorprenda.

Fra i dolori inevitabili, quello della morte, il più forte fra tutti, perché senza rimedio, perché spegnitoio d’ogni energia, d’ogni lavoro, d’ogni gioia.

Ma questa morte noi l’abbiamo guardata faccia a faccia, senza trepidazione, senza paura.

Noi l’abbiamo veduta, non come flagello vendicatore d’un immaginario peccato di Adamo ma come legge cosmica, che impera su tutti gli esseri vivi, dall’ameba all’uomo. L’abbiamo veduta come la sola giustissima fra tutte le giustizie della natura, come la severa livellatrice di infusori e di belve, di abeti e di borracine, di re e di proletari, di geni e di idioti.

E chinando il capo davanti a quella eterna e suprema trionfatrice, che proibisce la superbia ad ogni creatura viva, che sommerge ad ogni minuto le esistenze tutte dei moscerini e degli uomini nel grande oceano della vita cosmica, per rinnovellarle e restituirle rifatte e ringiovanite alla sponda dove sempre sboccia un fiore e germoglia una creatura, abbiam detto:

Ben venga anche la mia morte, quella che mi fa fratello d’ogni cosa viva e che fa palpitare anche in me le pulsazioni della vita planetaria; ben venga l’ora della restituzione a chi tanto mi ha dato. Di me non sparirà che la forma; non la materia che è eterna, non la forza che la segue eternamente compagna. Del mio pensiero, della mia materia vivranno i miei posteri, così come io ho vissuto della materia e del pensiero dei miei avi.

La morte non è distruzione, ma rinnovamento, la morte non è putredine, ma purificazione. La morte è il sonno che vien dopo il lavoro; la morte è la pausa del cuore nel tic-tac eterno del pendolo dei mondi.

La morte non mi fa paura; l’accetto come ho accettato la vita. Essa mi troverà pronto a riceverla, senza un sospiro di dolore, senza un tremito di paura.