Eneide (Caro)/Libro decimoprimo

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Libro decimoprimo

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Publio Virgilio Marone - Eneide (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Libro decimoprimo
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DELL’ENEIDE


Libro Undecimo.


 
     Passò la notte intanto, e già dal mare
Sorgea l’Aurora. Enea, quantunque il tempo,
L’officio e la pietà più lo stringesse
A seppellire i suoi, quantunque offeso
Da tante morti il cor funesto avesse;5
Tosto che ’l sole apparve, il voto sciolse
De la vittoria. E sovra un picciol colle
Tronca de’ rami una gran quercia eresse;
De l’armi la rinvolse, e de le spoglie
L’adornò di Mezenzio, e per trofeo10
A te, gran Marte, dedicolla. In cima
L’elmo vi pose, e ’n su l’elmo il cimiero,
Ancor di polve e d’atro sangue asperso.
L’aste d’intorno attraversate e rotte
Stavan quai secchi rami; e ’l tronco in mezzo15
Sostenea la corazza che smagliata
E da dodici colpi era trafitta.
Dal manco lato gli pendea lo scudo:
Al destr’omero il brando era attaccato,

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Che ’l fodro avea d’avorio e l’else d’oro.20
Indi i suoi duci e le sue genti accolte,
Che liete gli gridâr vittoria intorno,
In cotal guisa a confortar si diede:
     Compagni, il più s’è fatto. A quel che resta
Nulla temete. Ecco Mezenzio è morto25
Per le mie mani, e queste che vedete,
L’opime spoglie e le primizie sono
Del superbo tiranno. Ora a le mura
Ce n’andrem di Latino. Ognuno a l’armi
S’accinga: ognun s’affidi, e si prometta30
Guerra e vittoria. In punto vi mettete,
Chè quando dagli augurii ne s’accenne
Di muover campo, e che mestier ne sia
D’inalberar l’insegne, indugio alcuno
Non c’impedisca, o ’l dubbio o la paura35
Non ci ritardi. In questo mezzo a’ morti
Diam sepoltura, e quel che lor dovuto
È sol dopo la morte, eterno onore.
Itene adunque, e quell’anime chiare
Che n’han col proprio sangue e con la vita40
Questa patria acquistata e questo impero,
D’ultimi doni ornate. E primamente
Al mesto Evandro il figlio si rimandi,
Che, di virtù maturo e d’anni acerbo,

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Così n’ha morte indegnamente estinto.45
     Ciò detto, lagrimando il passo volse
Vèr la magione, u’ di Pallante il corpo
Dal vecchierello Acète era guardato.
Era costui già del parrasio Evandro
Donzello d’armi; e poscia per compagno50
Fu (ma non già con sì lieta fortuna)
Dato al suo caro alunno. Avea con lui
D’Arcadi suoi vassalli e di Troiani
Una gran turba. Scapigliate e meste
Le donne d’Ilio, sì com’era usanza,55
Gli piangevano intorno; e non fu prima
Enea comparso che le strida e i pianti
Si rinovaro. Il batter de le mani,
Il suon de’ petti, e de l’albergo i mugghi
N’andâr fino a le stelle. Ei poi che vide60
Il suo corpo disteso, e ’l bianco volto,
E l’aperta ferita che nel petto
Di man di Turno avea larga e profonda,
Lagrimando proruppe: O miserando
Fanciullo, e che mi val s’amica e destra65
Mi si mostra fortuna? E che m’ha dato,
Se te m’ha tolto? Or che, vincendo, ho fatto?
Che, regnando, farò, se tu non godi
De la vittoria mia, nè del mio regno?

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Ah! non fec’io queste promesse allora70
Al buon Evandro, ch’a l’acquisto venni
Di questo impero. E ben temette il saggio,
E ben ne ricordò che duro intoppo,
E d’aspra gente, avremmo. E forse ancora
Il meschino or fa voti e preci e doni75
Per la nostra salute, e vanamente
Vittoria s’impromette. E noi con vana
Pompa gli riportiam questo infelice
Giovine di già morto, e di già nulla
Più tenuto a’ celesti. Ahi, sconsolato80
Padre! vedrai tu dunque una sì cruda
Morte del figlio tuo? Questo ritorno,
Questo trionfo ohimè! d’ambi aspettavi?
E da me questa fede? Oh pur, Evandro,
No ’l vedrai già di vergognose piaghe85
Ferito il tergo; e non gli arai tu stesso
(Se con infamia a te vivo tornasse)
A desïar la morte. Ahi, quanto manca
Al sussidio d’Italia, e quanto perdi,
Mio figlio Iulo! E, posto al pianto fine,90
Ordine diè che ’l miserabil corpo
Via si togliesse; e del suo campo tutto
Scelse di mille una pregiata schiera
Che scorta gli facesse e pompa intorno,

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E d’Evandro a le lagrime assistesse,95
E le sue gli mostrasse; a tanto lutto
Assai debil conforto, e pur dovuto
Al suo misero padre. Altri al suo corpo,
Altri a la bara intenti avean di quercia,
D’arbuto e di tali altri agresti rami100
Fatto un ferètro di virgulti intesto
E di frondi coperto, ove altamente
Del giovinetto il delicato busto
Composto si giacea qual di vïola,
O di giacinto un languidetto fiore105
Còlto per man di vergine, e serbato
Tra le sue stesse foglie allor che scemo
Non è del tutto il suo natio colore
Nè la sua forma; e pur da la sua madre
Punto di cibo o di vigor non ave.110
     Enea due prezïose vesti intanto,
L’una d’òr fino e l’altra di scarlatto
Addur si fece, ambe ornamenti e doni
De la sidonia Dido, e da lei stessa
Con dolce studio e con mirabil arte115
Ricamate e distinte. E l’una indosso
Gli pose, e l’altra in capo, ultimo onore
Con che dolente la dorata chioma
Allor velògli, ch’era additta al foco.

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De le prede oltre a ciò di Laürento120
Gli fa gran parte. Fagli in ordinanza
Spiegar l’armi, i cavalli e l’altre spoglie
Tolte a’ nimici. Gli fa gir legati
Con le man dietro i destinati a morte
Per ordinanza del funereo rogo.125
Portar gli fa davanti a’ duci loro
L’armi ai tronchi sospese, e i nomi scritti
Degli occisi e de’ vinti. Il vecchio Acete
Che, sì com’era afflitto e d’anni grave,
Gli era appresso condotto, or con le pugna130
Si battea ’l petto, ed or con l’ugna il volto
Si lacerava, e tra la polve e ’l fango
Si volgea tutto. Ivano i carri aspersi
Del sangue de’ Latini, iva lugùbre,
E d’ornamenti ignudo, Eto, il più fido135
Suo caval da battaglia, che gemendo
In guisa umana e lagrimando andava.
Seguian le meste squadre i Teucri, i Toschi
E gli Arcadi, con l’armi e con l’insegne
Rivolte a terra. Or poi ch’oltrepassata140
Con quest’ordine fu la pompa tutta,
Enea fermossi, e verso il morto amico
Ad alta voce sospirando disse:
     Noi quinci ad altre lagrime chiamati

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Dal medesimo fato, altre battaglie145
Imprenderemo. E tu, magno Pallante,
Vattene in pace, e con eterna gloria
Godi eterno riposo. Indi partendo
Vèr l’alte mura, al campo si ritrasse.
     Eran nel campo già co’ rami avanti150
Di pacifera oliva ambasciatori
De la città latina a lui venuti,
Che tregua a’ vivi e sepoltura a’ morti,
Pregando, gli mostrâr che più co’ vinti
Nè co’ morti è contrasto, e che Latino155
Gli era d’ospizio amico, e che chiamato
L’avea genero in prima. Il buon Troiano
A le giuste preghiere, ai lor quesiti,
Che di grazia eran degni, incontinente
Grazïoso mostrossi; e da vantaggio160
Così lor disse: E qual indegna sorte
Contra me, miei Latini, in tanta guerra
Così v’intrica? Che pur vostro amico
Son qui venuto: nè venuto ancora
Vi sarei, se da’ fati e dagli Dei165
Mandato io non vi fossi. E non pur pace,
Siccome voi chiedete, io vi concedo
Per color che son morti, ma co’ vivi
Ve l’offro, e la vi chieggo. E la mia guerra

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Non è con voi; ma ’l vostro re s’è tolto170
Da l’amicizia mia: s’è confidato
Più ne l’armi di Turno, e Turno ancora
Meglio e più giustamente in ciò farebbe,
S’a questa guerra sol con suo periglio
Ponesse fine. E poichè si dispose175
Di cacciarmi d’Italia, il suo dovere
Fòra stato che meco, e con quest’armi
Diffinita l’avesse. E saria visso
Cui la sua propria destra e Dio concesso
Più vita avesse; e i vostri cittadini180
Non sarian morti. Or poichè morti sono,
Io me ne dolgo, e voi gli seppellite.
     Restaro al dir d’Enea stupidi e cheti
I latini oratori, e l’un con l’altro
Si guardarono in volto. Indi il più vecchio,185
Drance nomato, a cui Turno fu sempre
Per sua natura e per sua colpa in ira,
Rotto il silenzio, in tal guisa rispose:
O di fama e più d’arme eccelso e grande
Troiano eroe, qual mai fia nostra lode190
Che ’l tuo gran merto agguagli? e di che prima
Ti loderemo? ch’io non veggio quale
In te maggior si mostri, o la giustizia,
O la gloria de l’armi. A questa tanta

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Grazia che tu ne fai, grati saremo:195
Rapporto ne faremo; e s’al consiglio
Nostro è fortuna amica, amico ancora
Ti fia Latino. E cerchisi d’altronde
Turno altra lega. A noi co’ sassi in collo
Gioverà di trovarne a fondar vosco200
Questa vostra fatal novella Troia.
     Poi che Drance ebbe detto, ai detti suoi
Tutti gli altri fremendo acconsentiro,
E per dodici dì commerzio e pace
Fur tra l’un oste e l’altro. E senza offesa205
Entrambi si mischiaro, e per gli monti
E per le selve a lor diletto andaro.
Allor sonare accétte e strider carri
Per tutto udissi. In ogni parte a terra
Ne giro i cerri e gli orni e gli alti pini210
E gli odorati cedri al funebre uso
Svelti, squarciati e tronchi. E già la Fama,
Che di Pallante a Pallantèo volata
Dicea pria le sue prove, e vincitore
L’avea gridato, or d’ogni parte grida215
Che morto si riporta. In ciò commossa
La città tutta in vedovile aspetto
Di funeste facelle e d’atri panni
Si vide piena; e vèr le porte ognuno

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Gli usciro incontro. Si vedea di lumi220
E di genti una fila che le strade
E i campi in lunga pompa attraversava.
I Frigi e gli altri col suo corpo intanto
Piangendo ne venian da l’altra parte,
E con pianto incontrârsi. Indi rivolti225
Tutti vèr la città, non pria fur giunti,
Che di pianti di donne e d’ululati
Risonar d’ogn’intorno il cielo udissi.
     Nè forza, nè consiglio, nè decoro
Fu ch’Evandro tenesse. Uscì nel mezzo230
Di tutta gente; e la funerea bara
Fermando, addosso al figlio in abbandono
Si gittò, l’abbracciò, stretto lo tenne
Lunga fïata, e da l’angoscia oppresso
Pria lagrimando, e sospirando, tacque.235
Poscia, la strada al gran dolore aperta,
Così proruppe: O mio Pallante, e queste
Fur le promesse tue, quando partendo
Il tuo padre lasciasti? In questa guisa
D’esser guardingo e cauto mi dicesti240
Ne’ perigli di Marte? Ah! ben sapeva,
Ben sapev’io quanto ne l’armi prime
Fosse, in cor generoso, ardente e dolce
Il desio de la gloria e de l’onore.

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Primizie infauste, infausti fondamenti245
De la tua gioventù! Vane preghiere,
Voi miei non accetti e non intesi
Da nïun dio! Santissima consorte,
Che morendo fuggisti un dolor tale,
Quanto sei tu di tua morte felice!250
Quanto infelice e misero son io,
Che vecchio e padre al mio diletto figlio
Sopravvivendo, i miei fati e i miei giorni
Prolungo a mio tormento! Ah! foss’io stesso
Uscito co’ Troiani a questa guerra!255
Ch’io sarei morto; e questa pompa avrebbe
Me così riportato, e non Pallante.
Nè per questo di voi, nè de la lega,
Nè de l’ospizio vostro io mi rammarco,
Troiani amici. Era a la mia vecchiezza260
Questa sorte dovuta. E se dovea
Cader mio figlio, perchè tanta strage
Io vedessi de’ Volsci, e perchè Lazio
Fosse a’ Teucri soggetto, in pace io soffro
Che sia caduto. E più compito onore265
Non aresti da me, Pallante mio,
Di questo che ’l pietoso e magno Enea
E i suoi magni Troiani e i toschi duci
E tutte insieme le toscane genti

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T’han procurato. Con sì gran trofei270
Del tuo valor sì chiara mostra han fatto,
E de’ vinti da te. Nè fòra meno
Tra questi il tuo gran tronco, s’a te fosse,
Turno, stato d’età pari il mio figlio,
E par de la persona e de le forze275
Che ne dan gli anni. Ma che più trattengo
Quest’armi a’ Teucri? Andate, e da mia parte
Riferite ad Enea che, quel ch’io vivo
Dopo Pallante, è sol perchè l’invitta
Sua destra, come vede, al figlio mio280
Ed a me deve Turno. E questo solo
Gli manca per colmar la sua fortuna
E ’l suo gran merto; chè per mio contento
Nol curo; e contentezza altra non deggio
Sperare io più che di portare io stesso285
Questa novella di Pallante a l’ombra.
     Avea l’Aurora col suo lume intanto
Il giorno e l’opre e le fatiche insieme
Ricondotte a’ mortali. Il padre Enea
E ’l buon Tarconte, ambi, in su ’l curvo lito290
I cadaveri addotti, a’ suoi ciascuno
Com’era l’uso, un’alta pira eresse,
La compose e l’incese. E mentre il foco
Di fumo e di caligine coverto

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Tenea l’aëre intorno, in ordinanza295
Tre volte, armati, a piè la circondaro,
E tre volte a cavallo, in mesta guisa
Ululando, piangendo, e l’armi e ’l suolo
Di lagrime spargendo. Infino al cielo
Penetrâr de le genti e de le tube300
I dolorosi accenti. Altri gridando
Le pire intorno, elmi, corazze e dardi
E ben guernite spade e freni e ruote
Avventaron nel foco, e de’ nemici
Armi d’ogni maniera, arnesi e spoglie;305
Altri i lor propri doni, e degli occisi
Medesmi vi gittâr l’aste infelici,
E gl’infelici scudi, ond’essi invano
S’eran difesi. A le cataste intorno
Molti gran buoi, molti setosi porci,310
Molte fur pecorelle occise ed arse.
A sì mesto spettacolo in sul lito
Stavan altri piangendo, altri osservando
Ciascuno i suoi più cari, infin che ’l foco
Gli consumasse. E questi l’ossa, e quelli315
Le ceneri accogliendo, il giorno tutto
In sì pietoso officio trapassaro:
Nè se ne tolser finchè, spenti i fochi,
Non s’acceser le stelle. In altra parte

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I miseri Latini ai corpi loro320
Fer cataste infinite. Altri sotterra
Ne seppelliro; altri a le ville intorno,
Ed altri a la città ne trasportaro.
E quei che senza numero confusi
Giacean nel campo, senza onore a mucchi325
Furon combusti: onde i villaggi insieme
E le campagne di funesti incendi
Lucean per tutto. E tre luci e tre notti
Durâr gli afflitti amici e i dolorosi
Parenti a ricercar le tiepid’ossa,330
E ne l’urne riporle e ne’ sepolcri.
     Ma la confusïone e ’l pianto e ’l duolo
Era ne la città per la più parte,
E ne la reggia al re Latino avanti.
Qui le madri, le nuore, le sorelle335
E i miseri pupilli, che de’ padri,
De’ figli, de’ mariti e de’ fratelli
Erano in questa guerra orbi rimasi,
La guerra abbominavano e le nozze
Detestavan di Turno. Ei da se stesso,340
Dicendo, ei che d’Italia al regno aspira,
E le grandezze e i primi onori agogna,
Con l’armi e col suo sangue le s’acquisti,
E non col nostro. In ciò Drance aggravando

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Vie più le cose, come a Turno infesto,345
Attestando dicea che sol con Turno
Volea briga il Troiano, e che sol esso
Era a pugna con lui cerco e chiamato.
Altri d’altro parere, altre ragioni
Dicean per Turno: e ’l gran nome d’Amata350
E ’l suo favore e di lui stesso il merto
Con la fama de’ suoi tanti trofei
Sostenean la sua causa. Ed ecco, intanto
Che così si tumultua e si travaglia,
Mesti sopravvenir gl’imbasciadori355
Ch’in Arpi a Dïomede avean mandati;
E riportar, che le fatiche e i passi
Avean perduti: che nè dono alcuno,
Nè promesse, nè preci, nè ragioni
Furon bastanti ad impetrar soccorso360
Nè da lui nè da’ suoi: ch’era d’altronde
Di mestiero a’ Latini avere altr’armi,
O trattar co’ nemici accordo e pace.
     Gran cordoglio sentinne, e gran rammarco
Ne fece il re Latino. E ben conobbe365
Che manifestamente Enea da’ fati
Era portato; e via più manifesta
Si vedea degli Dei l’ira davanti
In tanta che de’ suoi negli occhi avea

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Strage recente. Il gran consiglio adunque,370
E de’ suoi primi, ne la regia corte
Chiamar si fece. In un momento piene
Ne fur le strade; e di già tutti accolti
Ne la gran sala, il re, di grado e d’anni
Il primo, a tutti in mezzo, in non sereno375
Sembiante, comandò che primamente
I legati che d’Arpi eran tornati,
Fossero uditi; ed a lor vòlto disse:
Esponete per ordine il seguìto
De la vostra ambasciata, e la risposta380
Che ritratta n’avete. A tal precetto
Tacquero tutti; e Vènolo sorgendo,
Così pria incominciò: Noi dopo molti
Superati pericoli e fatiche,
Egregi cittadini, al campo argivo385
Ne la Puglia arrivammo; e Dïomede
Vedemmo alfine; e quell’invitta destra
Toccammo, ond’è ’l grand’Ilio arso e distrutto.
In Iapigia il trovammo a le radici
Del gran monte Gargáno, ove fondava,390
Già vincitore, Argíripa, una terra
Che dal patrio Argirippo ha nominata.
Intromessi che fummo, il presentammo;
Gli esponemmo la patria, il nome e ’l fatto

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De la nostra imbasciata, e la cagione,395
Onde a lui venivamo. Il tutto udito,
Così benignamente ne rispose:
     O fortunate genti, o di Saturno
Felice regno, o degli antichi Ausoni
Famosa terra! E quale iniqua sorte400
Da la vostra quïete or vi sottragge?
Qual consiglio, qual forza vi costringe
Di nemicarvi e guerreggiar con gente
Che non v’è nota? Noi quanti già fummo
Col ferro a vïolar di Troia i campi405
(Non parlo degli strazi e de le stragi
Di quei che vi rimasero, chè pieni
Ne sono i fossi e i fiumi; ma quanti anco
N’uscimmo con la vita), in ogni parte
Siam poi giti del mondo tapinando,410
Con nefandi supplicii, e con atroci
Morti pagando il fio, come d’un grave
E scellerato eccesso. E non ch’altrui,
Prïamo stesso a pietà mosso avrebbe
Il fiero, che di noi s’è fatto, scempio.415
Di Palla il sa la sfortunata stella;
Sallo il vendicator Cafáreo monte
E gli Euboïci scogli: il san di Pròteo
Le longinque colonne, insino a dove,

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Dopo quella milizia, andò ramingo420
L’un de’ figli d’Atreo. D’Etna i Ciclopi
Ne vide Ulisse. Il suo regno a’ suoi servi
Ne lasciò Pirro. Idomenèo cacciato
Ne fu dal patrio seggio. Esso re stesso,
Condottier degli Argivi, il piede a pena425
Nel suo regno ripose, che del regno,
Del letto e de la vita anco privato
Fu da la scellerata sua consorte.
Nè gli giovò che doma l’Asia e spento
L’uno adultero avesse; chè de l’altro430
Scherno e preda rimase. A me l’invidia
Ha degli Dei di più veder disdetto
La mia bella città di Calidóna,
E la mia cara e desiata donna.
Nè di ciò sazi, orribili spaventi435
Mi dànno ancora. E pur dianzi in augelli
Conversi i miei compagni (o miseranda
Lor pena!) van per l’aura e per gli scogli
Di lacrimosi accenti il cielo empiendo.
Questi sono i profitti e le speranze440
Ch’io fin qui ne ritraggo, da che, folle!
Stringer contro a’ celesti il ferro osai,
E che di Citerèa la destra offesi.
Or ch’io di nuovo una tal pugna imprenda

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Testè con voi? No, no, ch’io co’ Troiani,445
Dopo Troia espugnata, altra cagione
Non ho di guerra; e de’ passati mali
Volentier mi dimentico, e dolore
Ancor ne sento. E, quanto a’ doni, andate,
Riportateli vosco, e ’l magno Enea450
Ne presentate. E solo a me credete
Del valor suo, che fui con esso a fronte
Con l’armi in mano; e so di scudo e d’asta
Qual mi rese buon conto, e quanto vaglia.
Se due tali altri avea la terra idèa,455
D’Ida fòra piuttosto ita la gente
Ai danni de la Grecia; e ’l troian fato
Piangerebb’ella. Enea sol con Ettorre
Fu la cagion che tanto s’indugiasse
La ruina di Troia, e che diece anni460
Durammo a conquistarla. Ambedue questi
Eran di cor, di forze e d’arme uguali,
Ma ben fu di pietate Enea maggiore.
Io vi consiglio che, comunque sia,
Lega seco, amicizia e pace aggiate,465
E l’incontro fuggiate e l’armi sue.
Questa è la sua risposta; e quinci avete,
Ottimo re, qual sia di questa guerra
Il suo parere e ’l nostro. A pena uditi

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Furo i legati, che bisbiglio e fremito470
Infra i turbati Ausoni udissi, in guisa
Che di rapido fiume un chiuso gorgo
Mormora allor che fra gli opposti sassi
S’apre la strada, e gorgogliando cade,
E frange e rugghia, e le vicine ripe475
Ne risuonan d’intorno. Or poichè un poco
Restò ’l tumulto, e gli animi acquetârsi,
Gli Dei prima invocando, un’altra volta
Il re da l’alto seggio a dir riprese:
     Latini miei, lo mio parere e ’l meglio480
Sarebbe stato, che d’un tanto affare
Si fosse prima consultato, e fermo
Il nostro avviso; e non chiamar consiglio,
Quando il nimico in su le porte avemo.
Una importuna e perigliosa guerra485
S’è, cittadini, impresa, e per nimica
Tolta una gente, che dal ciel discesa,
Da’ celesti e da’ fati è qui mandata;
Feroce, insuperabile, indefessa,
Ne l’armi invitta, che nè vinta ancora490
Cessa dal ferro. Se speranza alcuna
Negli esterni soccorsi e ne l’aìta
Aveste degli Etòli, ora del tutto
La deponete: e sia speme a se stesso

[p. 526 modifica]

Ciascun per sè. Ma noi per noi, che speme495
E che possanza avemo? Ecco davanti
Agli occhi vostri, e fra le vostre mani
Vedete la strettezza e la ruina
In che noi siamo. Nè però ne ’ncolpo
Alcun di voi. Tutto ’l valor s’è mostro500
Che mostrar si potea: con tutto ’l corpo,
E con quanto ha di forza il nostro regno
S’è combattuto. Or quale in tanto dubbio
Sia la mia mente, udite. È nel mio stato
Vicino al Tebro un territorio antico,505
Che in vèr l’occaso per lunghezza attinge
Fin dove de’ Sicani era il confine.
Dagli Rutuli è cólto e dagli Aurunci,
Che i duri colli e i più deserti paschi
Ne tengon da l’un canto: a questo aggiungo510
Quella piaggia di pini e quella costa
De la montagna; e tutto è mio disegno
Che si ceda a’ Troiani e ch’amicizia,
Accordo e patti e lega e leggi eguali
Abbiam con essi; e qui, s’a qui fermarsi515
Sono o da’ fati o dal desire indotti,
Ferminsi; e i loro alberghi e le lor mura
Fondino a lor diletto. E s’altra parte
Cercano e d’altre genti (se pur ponno

[p. 527 modifica]

Tôrsi da noi) quando di venti navi,520
O di più sovvenir ne gli bisogni,
Su la stessa marina apparecchiata
È la materia. Essi de’ legni il modo
E ’l numero diranno: e noi le selve,
La maestranza, i ferramenti e tutto525
Che fia lor di mestiero appresteremo.
Con questa offerta io manderei de’ primi
De la nostra città cento oratori
Co’ rami de la pace, col mandato
Di contrattarla, co’ presenti appresso530
D’avorio e d’oro e col seggio e col manto
Del nostro regno. Consultate or voi,
Ed a l’afflitte e mal condotte cose
D’aita provvedete e di soccorso.
     Surse allor Drance, quei che già s’è detto535
Avversario di Turno. Era costui
Del regno de’ Latini un de’ più ricchi
E de’ più reputati cittadini:
Di fazïon, di séguito e di lingua
Possente assai; ne le consulte avuto540
Di qualche stima; nel mestier de l’armi
Codardo, anzi che no. La sua chiarezza
E ’l suo fasto venia da la sua madre
Ch’era d’alto legnaggio. Il padre a pena

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Era noto a le genti. Or questo, infesto545
A la gloria di Turno, asperso il core
D’amarezza e d’invidia, in questa guisa
Il suo fatto aggravando, e l’ire altrui
Irritando, parlò: Chiaro, evidente
E necessario, ottimo re, n’è tanto550
Quel che tu ne consigli, che bisogno
D’altro non ha che di comune assenso.
Ognun vede, ognun sa quel che conviene
In sì dura fortuna: e nullo ardisce
Pur d’aprir bocca. Libertate almeno555
Di parlar ne si dia. Scemi una volta
Tanta sua tracotanza e tanto orgoglio
Chi co’ suoi male avventurosi auspíci,
Co’ sinistri suoi modi (io pur dirollo,
Benchè d’armi e di morte mi minacci)560
N’ha qui condotti, e per cui tanti duci,
Tanta gente è perita, e tutta in pianto
Questa cittade e questo regno è vòlto;
Mentre ne la sua furia, o ne la fuga
Confidando piuttosto, il troian campo565
Ha d’assalire osato, e fin nel cielo
Posto ha con l’armi sue téma e scompiglio.
Solo un dono, signor, fra tanti doni
Che si mandano a’ Teucri, un sol n’aggiungi;

[p. 529 modifica]

Nè consentir che vïolenza altrui570
Tel proibisca. Da’, buon padre, ancora
Questa tua figlia a genero sì degno
E con sì degno maritaggio eterna
Fa questa pace. E se ’l terrore è tanto
Che s’ha di lui, da lui stesso impetriamo575
Grazia e licenza che la patria sua,
Che ’l suo re prevaler si possa almeno
Del suo sangue a suo modo. E tu cagione,
Tu di tanta ruina autore e capo,
A che pur tante volte a tanti strazi,580
A tanti rischi, a manifesta morte
Questi tuoi meschinelli cittadini
Esponi indarno? e qual è ne la guerra
Più salute e speranza? A te noi tutti
Pace, Turno, chiedemo, e de la pace585
Quel ch’è sol fermo e ’nvïolabil pegno;
Ed io prima di tutti, io cui tu fingi
Che nimico ti sia (nè tal mi curo
Che tu mi tenga) a supplicar ti vegno
Umilemente. Abbi pietà de’ tuoi;590
Pon giù la stizza; e poi che sei cacciato,
Vattene. Assai di strage, assai di morti
S’è visto: assai ne son le genti afflitte
Vedovi i tetti e desolati i campi;

[p. 530 modifica]

Ma se l’onor ti muove, e se concepi595
Di te tanto in te stesso, e tanto agogni
O la donna o la dote, a che non osi
Contro a chi te ne priva? A Turno adunque
Regno col nostro sangue e regia moglie
Procureremo: e noi vili alme, e turba600
Non sepolta e non pianta, a’ cani in preda
Giaceremo in su’ campi? Or tu, tu stesso,
Se tanto hai d’ardimento e di valore
Dal paterno legnaggio, a lui rispondi,
A lui ti volgi, che ti sfida e chiama.605
     Turno, ch’impetuoso e vïolento
Era da sè, questo parlare udito,
Alto un gemito trasse, e d’ira acceso
Così proruppe: Usanza tua fu sempre,
Drance, allor che di mani è più bisogno,610
Oprar la lingua; essere in corte il primo,
L’ultimo in campo. Ma non più parole
In questo loco, che già pieno troppo
Ne l’hai; pur troppo grandi e troppo gonfie
L’avventi, e senza rischio or ch’i nemici615
Son lunge, e buone fosse e buone mura
Ci son di mezzo, e non c’inonda il sangue.
Apri qui bocca al solito, e rintuona
Con la facondia tua. Tu, che sei Drance,

[p. 531 modifica]

Me, che son Turno, imbelle e vile appella;620
Tu la cui dianzi sanguinosa destra
Pieni i campi di morti, e pieni i colli
Ha di trofei. Ma che non pruovi ancora
Questa tua gran virtù? Forse, ch’avemo
A cercar de’ nemici? Ecco d’intorno625
Ci sono, e ’n su le porte. Andrem lor contra?
Che badi? Ov’è la tua tanta prodezza?
Sempre è nel vento, sempre è ne la fuga
De la lingua e de’ piè? tu mi rinfacci
Ch’io sia cacciato? tu, vituperoso,630
Di dirlo osasti? e chi meritamente
Sarà che ’l dica? Oh! non s’è visto il Tebro
Fatto gonfio da me del frigio sangue?
Non s’è vista la casa e ’l seme tutto
Spento d’Evandro, e gli Arcadi spogliati635
D’armi e di vita? Io non fui già da Pandaro
Cacciato, nè da Bizia, nè da mille
Che in un dì vincitore a morte io diedi,
Circondato da loro e cinto e chiuso
Da le lor mura. Nulla è ne la guerra640
Più salute o speranza: al teucro duce,
A te, folle, al tuo capo, a le tue cose
Fa’ questo annunzio. E non tutto in soqquadro
Por con tanta paura, e tanta stima

[p. 532 modifica]

Che fai de la prodezza e de le forze645
D’una gente che già due volte è vinta;
E non tanto avvilir da l’altro canto
L’armi del re Latino. Ai Mirmidóni
Son ora, al gran Dïomede, al grande Achille
I Teucri formidabili e tremendi;650
E dal mar se ne torna per paura
L’Àufido indietro. E forse che non finge
Temer di me, perchè il mio fallo aggravi?
Malvagia astuzia! Ma non più per nulla
Vo’ che ne tema. Un’anima sì vile655
Non ti torrà la mia destra già mai.
Stiesi pur teco, e nel tuo petto alloggi,
Di lei ben degno albergo. Or a te vegno,
Gran padre, e ’l tuo parer discorro, e dico:
     Se tu più non t’affidi, e più non credi660
Ne l’armi tue; s’abbandonati affatto
Siam d’ogni parte; se una volta rotti,
Siam per sempre perduti; e se fortuna,
Varïando le veci, unqua non cangia,
Signor, pace imploriamo; e l’armi in terra665
Gittando, a giunte mani accordo e venia
Impetriam dai nemici. Ancorchè, quando
Oh! del nostro valor punto in noi fosse,
Sopra tutti felice, riposato,

[p. 533 modifica]

E glorïoso spirito sarebbe670
Chi, per ciò non veder, morto si fosse.
Ma se le nostre forze ancor son verdi,
La nostra gioventù florida, intatta,
Disposta e pronta a l’armi; e per sussidio
I popoli d’Italia e le cittadi675
Son con noi tutte; e s’a’ nemici ancora
Sanguinosa, dannosa e poco lieta
È questa gloria; ed han de’ morti anch’essi
La parte loro; e la tempesta è pari
D’ambe le parti; a che nel primo intoppo680
Con tanto scorno, a noi stessi mancando,
Gittarne a terra? a che tremare avanti
Che la tromba si senta? A la giornata
Il tempo stesso, il varïar de’ casi,
L’industria, le vicende, il moto e ’l giuoco685
Potria de la fortuna in molte guise,
Come suol l’altre cose, ancor le nostre,
Cangiando, risarcire, e porre in saldo.
Non avrem Dïomede in nostro aiuto;
Avrem Messápo; avremo il fortunato690
Tolunnio; avrem tant’altri incliti duci
Di tant’altre città. Nè di men gloria,
Nè di minor virtù saranno i nostri
Di Laurento e di Lazio. Avrem Camilla,

[p. 534 modifica]

La gran volsca virago, che n’addusse695
Di cavalieri e di caterve armate
Sì bella gente. E se me solo appella
Il nemico a battaglia, e se v’aggrada
Che sol io gli risponda ed io sol osto
Al ben comune, io solamente assumo700
Sopra me questa impresa. E già non credo
Che le mie man sì la vittoria abborra,
Che per tanta, ch’io n’aggia, e speme e gioia,
Accettar non la deggia. Andrògli incontro
Con l’animo, se fosse anco maggiore705
Del magno Achille, e come Achille, anch’egli
L’armi di Mongibello indosso avesse.
Io Turno, io che non punto a qual si fosse
Mai degli antichi di valor non cedo,
Questa mia vita stessa a voi, Latini,710
Ed a Latin mio suocero consacro
Solennemente. Enea me solo invita.
L’accetto, il bramo e ’l prego, anzi che Drance,
S’ira è questa di dio, con la sua morte
La purghi, o che la gloria me ne tolga,715
S’è pur gloria o vertute. In cotal guisa
Consultando i Latini avean tra loro
Dispareri e tenzoni. Usciti a campo
Erano i Teucri intanto. Ed ecco un messo

[p. 535 modifica]

Venir volando, che la reggia tutta720
E tutta la città pose in tumulto,
Annunzïando che dal tosco fiume
Già mosso de’ Troiani e de’ Tirreni
Se ne venia l’esercito in battaglia
In vèr Laurento; e che di génti e d’armi725
Si vedean piene le campagne e i colli.
     Gli animi incontinente si turbaro;
Sgomentossene il volgo: ai valorosi
S’acceser l’ire. Trepidando ognuno
Discorrea per le strade; arme fremea730
La gioventù; dolenti e lagrimosi
I padri discordando, e chi per Turno
Sentendo e chi per Drance, avean tra loro
Vari bisbigli. E tutto il corpo insieme
Facea de la città tale un trambusto,735
E tal ne l’aura unitamente un suono,
Qual è se spaventata esce d’un bosco
Torma di rochi augelli, o qual talora
Da le pescose rive di Padusa
Van per gli stagni schiamazzando a schiere740
Turbati i cigni. In tale occasïone
Gridava Turno: Or questo è, Padri, il tempo
Di sedere a consiglio: or consigliate
Agiatamente: aggiate sopra tutto

[p. 536 modifica]

Cura a la pace, or ch’i nemici armati745
Ne son già sopra. E, così detto a pena,
Saltò fuor de la reggia; e vòlto a torno,
Arma, disse, tu, Vòluso, i tuoi Volsci,
E tu, Messápo, i rutuli cavalli.
Tu, Catillo, e tu Cora, uscite a campo:750
Va tu con la tua gente a la muraglia
Incontinente; e tu dispensa i tuoi
Fra le porte e le torri. Ite voi meco,
Che rimanete; e ciascuno armi i suoi.
     Per tutta la città si va scorrendo755
A le mura. A l’insegne, ai capitani
Ognun s’adduce. I padri irresoluti
Se n’escon dal consiglio. Il re turbato
Si ritira, e si pente che non aggia
Per sè, senza consulta, il frigio duce760
Per amico e per genero accettato.
Dansi tutti a munire, a cavar fosse,
Tutti a somministrar chi sassi e travi,
E chi dardi e chi strali. E già la roca
Tromba ne va per la città squillando765
De la battaglia il sanguinoso accento.
Le matrone, i fanciulli, i vecchi, ognuno
D’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado
A l’ultimo periglio, al gran bisogno

[p. 537 modifica]

Corrono a la muraglia. E d’altra parte770
Da gran corteo di donne accompagnata
Con doni e preci di Minerva al tempio
Va la regina, ed ha Lavinia seco,
La vergine sua figlia, onde venuta
Era tanta ruina: e di ciò mesta,775
Porta i begli occhi lagrimosi e chini.
Seguon le madri e d’odorati incensi
Vaporando il delubro, in flebil voce
Pregano in su la soglia: Armipotente
Tritonia, tu che puoi, la possa e l’armi780
Frangi al frigio ladrone, e di tua mano
Anciso in su la porta me lo stendi.
     Esso re Turno da la furia spinto
Ricorre a l’armi; e di squamoso acciaro
E d’òr già tutto orribile e splendente,785
Cinto di brando, e sol del capo ignudo
Lieto mostrossi, e di speranza altiero
Di vedere il nemico. E ’n quella guisa
Da la ròcca scendea che da’ presepi
Sciolto destriero esce ruzzando in campo,790
O ch’amor di giumente, o che vaghezza
Di verde prato, o pur desio lo tragga
Del noto fiume; che sbuffando freme,
E ringhia e drizza il collo e squassa il crine.

[p. 538 modifica]

A l’uscir de la porta ecco davanti795
Gli si fa co’ suoi volsci cavalieri
La vergine Camilla: e sì com’era
Non men gentil che valorosa e bella,
Tosto che l’incontrò con tutti i suoi
Dismontò da cavallo, e vèr lui disse:800
Turno, se degnamente uom forte ardisce,
Io mi rincoro, e ti prometto io sola
Di gire ai cavalier toscani incontro.
Lascia me col mio stuolo assalir prima
La troiana oste, e che primiera io tragga805
Di questa pugna e de’ suoi rischi un saggio.
E tu qui co’ pedoni a piè rimanti
A guardia de la terra. A tal proposta
Turno ne la terribile virago
Gli occhi fissando: O de l’Italia, disse,810
Ornamento e sostegno, e di che lode,
E di che premio al tuo gran merto uguale
Ristorar ti poss’io? Ma (poichè cosa
Non è che la pareggi) abbi, famosa
Guerriera, in grado ch’io con te comparta815
Questa fatica. Enea, come dal grido
Avemo e da le spie fin qui ritratto,
Spinte ha le schiere de’ cavalli avanti
Per batter la campagna: ed egli altronde

[p. 539 modifica]

Presa la via del monte, per alpestro820
Sentiero a la città di sopra al giogo
Vien con l’altre sue genti. Il mio disegno
È fargli agguato, e collocarmi appresso
Là, ’ve sopra la foce il doppio bosco
Del curvo monte ambe le strade accoglie.825
Tu, raünati i tuoi con gli altri tutti
Nostri cavalli, i suoi nel piano assagli
A spiegate bandiere. Il fier Messápo
Sarà con te: saranvi de’ Latini,
Vi saran di Coràce e di Catillo830
Le squadre tutte; e tu con essi il carco
Prendi di comandarle. Indi esortando
Parimente Messápo e gli altri duci
A la lor fazïone, egli a la sua
Tostamente si volse. È tra due branche835
Del monte una vallea che d’ambi i lati
Ha folte selve, e luoghi occulti e chiusi,
A l’insidie de l’armi accomodati.
Ha ne l’imo una semita per mezzo
Angusta, malagevole e scontorta840
Che d’ogn’intorno è da le ripe offesa.
In cima in su l’uscita è tra le selve
Ascosa una pianura, con ridotti
Acconci a ritirarsi, ed opportuni

[p. 540 modifica]

A spingersi o dal destro o dal sinistro845
Lato, che si rincontri o che s’aspetti
Nemica gente, o pur che di gran sassi
Si tempesti di sopra. A questo loco,
Di cui ben era pratico, in agguato
Turno si pose, e i suoi nimici attese.850
     Dïana intanto timorosa, e mesta
Favellando con Opi, una del coro
De le sue Ninfe, in tal guisa le disse:
Vedi a che perigliosa e mortal guerra
A morir se ne va la mia Camilla,855
Ne le nostr’armi ammaestrata invano.
E pur m’è cara, e sovr’ogni altra io l’amo.
Nè questo è nuovo, o repentino amore.
Fin da le fasce è mia. Mètabo, il padre
Di lei, fu per invidia e per soverchia860
Potenza da Priverno, antica terra,
Da’ suoi stessi cacciato; e da l’insulto,
Che gli fece il suo popolo, fuggendo,
Nel suo misero esiglio ebbe in campagna
Questa sola bambina che, mutato865
Di Casmilla sua madre il nome in parte,
Fu Camilla nomata. Andava il padre
Con essa in braccio per gli monti errando
E per le selve, e de’ nemici Volsci

[p. 541 modifica]

Sempre d’intorno avea l’insidie e l’armi.870
Ecco un giorno assalito con la caccia
Dietro, fuggendo, a l’Amasèno arriva.
Per pioggia questo fiume era cresciuto,
E rapido spumando, infino al sommo
Se ne gía de le ripe ondoso e gonfio;875
Tal che, per téma de l’amato peso
Non s’arrischiando di passarlo a nuoto,
Fermossi; e poichè a tutto ebbe pensato,
Con un súbito avviso entro una scorza
Di salvatico sùvero rinchiuse880
La pargoletta figlia. E poscia in mezzo
D’un suo nodoso, inarsicciato e sodo
Tèlo, ch’avea per avventura in mano,
Legolla acconciamente; e l’asta e lei
Con la sua destra poderosa in alto885
Librando, a l’aura si rivolse, e disse:
     Alma Latonia virgo, abitatrice
De le selve e de’ monti, io padre stesso
Questa mia sfortunata figlioletta
Per ministra ti dedico e per serva890
Ecco ch’a te devota, a l’armi tue
Accomandata, dal nimico in prima
Sol per te la sottraggo. In te sperando
A l’aura la commetto; e tu per tua

[p. 542 modifica]

Prendila, te ne prego, e tua sia sempre.895
     Ciò detto, il braccio in dietro ritraendo,
Oltre il fiume lanciolla; e ’l fiume e ’l vento
E ’l dardo ne fer suono e fischio e rombo.
Mètabo, da la turba sopraggiunto
De’ suoi nemici, a nuoto alfin gettossi900
E salvo a l’altra riva si condusse.
Ivi d’un verde cespo, ove piantato
Avea Trivia il suo dono, il dardo e lei
Divelse, e via fuggissi; e più mai poscia
Non fu da tetti o da cittadi accolto;905
Chè per natia fierezza a legge altrui
Non si fra unqua additto. Il tempo tutto
De la sua vita, di pastore in guisa,
Menò per monti solitari ed ermi;
E per grotte e per dumi e per orrende910
Selve e tane di fere ebbe ricetto
Con la fanciulla, a cui fu cibo un tempo
Ferino latte, e balia una d’armento
Ancor non doma e pavida giumenta.
Ne le tenere labbra il padre stesso915
De la fera premea l’orride mamme;
Nè pria tenne de’ piè salde le piante,
Che d’arco, di faretra e di nodosi
Dardi le mani e gli omeri gravolle.

[p. 543 modifica]

Non d’òr le chiome, o di monile il collo,920
Nè men di lunga o di fregiata gonna
La ricoverse; ma di tigre un cuoio
Le facea veste intorno, e cuffia in capo.
Il fanciullesco suo primo diletto
E ’l primo studio fu lanciar di palo,925
E trar d’arco e di fromba; e ’n fin d’allora
Facea strage di gru, d’oche e di cigni.
Molte la desiâr tirrene madri
Per nuora indarno. Ed ella di me sola
Contenta, intemerata e pura e casta930
La sua verginità, l’amor de l’armi
Sol ebbe in cale. Or mio fòra disio
Che di questa milizia e de la pugna,
Che presa ha co’ Troiani e co’ Tirreni,
Fosse digiuna; per sì cara io l’aggio,935
E tale or mi saria grata compagna.
Ma poi che acerbo fato la persegue,
Scendi, ninfa, dal cielo, e nel paese
Va de’ Latini. Ivi al conflitto assisti,
Che per Lazio e per lei mal s’apparecchia.940
Prendi quest’arco e prendi questa mia
Stessa faretra, e di qui traggi il tèlo
Per vendicarmi di qualunque ardito
Sarà di vïolar quest’a me sacra

[p. 544 modifica]

E devota virago; Italo, o Teucro945
Che sia. Poscia io verrò di nube involta
A provveder che ’l miserabil corpo
Non sia d’armi spogliato, e che raccolto
Sia ne la patria, e seppellito e pianto.
     Così dicendo, entro un sonoro nembo,950
Da’ mortali occhi non veduta, a terra
Lievemente calossi. I teucri intanto
E i toschi duci le lor genti avanti
Spingendo, a la città s’avvicinaro.
Piena d’armi, d’insegne, di cavalli955
E di schierati fanti e di squadroni
Si vedea la campagna. Eran per tutto
Gualdane, giramenti, scorribande
Di cavalieri: in secche selve i colli
Parean conversi: ardea la terra e ’l cielo960
Di ferrigni splendori, e d’ogni parte
S’udian fremer cavalli e squillar trombe.
     Incontro a lor da l’altra parte usciro
Il fier Messápo, i cavalier latini,
Corace col suo frate, e di Camilla965
La bellicosa banda. Era il concorso
Tuttavia de le genti, e de’ cavalli
Il fremito maggiore. E già la massa
Ristretta, e già vicine ambe le parti

[p. 545 modifica]

A tiro d’asta, a fronte si fermaro970
L’una de l’altra; e con le lance in resta,
Con saette e con dardi incominciaro
Primamente da lunge a salutarsi.
Poi di subite grida udito un tuono
Al ciel levossi; e due contrari nembi975
Da la terra sorgendo, armi fioccaro
Di neve in guisa, e coprîr d’ombra il sole.
Alfin da ciascun lato i destrier punti
Andâr tutti con tutti a rincontrarsi.
     Era Tirreno al fiero Aconte opposto980
Ne la battaglia; e questi primamente
S’urtaro, e per la furia e per la forza
De l’urto ambe le lance, ambi i cavalli,
Ed ambi i corpi infranti, stramazzati,
L’un da l’altro disgiunti, quai percossi985
Da fulmine o da macchine avventati,
Caddero a terra. E pria ne l’aura Aconte
Lasciò la vita. Conturbate e sparse
Le schiere de’ Latini, incontinente
Con le targhe rivolte a tutta briglia990
Vèr le mura spronando in fuga andaro.
Gli seguiro i Troiani; e primo Asila
Gli assalse e gli cacciò fin su le porte.
Qui fermi e rincorati alzan le grida,

[p. 546 modifica]

Volgon le teste, e si rifan lor sopra,995
Ch’eran lor contra. Così quando questi,
E quando quelli or cacciano, or cacciati
Tornano: in quella guisa ch’a vicenda
Il mare or d’alto a riva i flutti increspa,
E ne l’ultima arena ondeggia e spuma;1000
Or da la riva indietro se ne torna,
E le stess’onde, e la commossa ghiara
Sorbendo e voltolando, si ritragge.
Due volte i Toschi i Rutuli incalzaro
Fino a le mura; e i Rutuli due volte1005
Risospinsero i Toschi. Al terzo assalto
Mischiârsi ambe le schiere, e l’un con l’altro
Vennero a zuffa. Allor le grida e i mugghi
Si sentîr de’ cadenti: allor si vide
Il pian tutto di sangue, e tutto d’armi1010
E d’uomini coverto e di cavalli
Feriti e morti. Orsíloco a rincontro
Di Rèmolo trovossi; e non osando
Di star seco a le mani, al suo cavallo
Trasse del dardo, e ’n su l’orecchio il colse.1015
Del colpo impazïente e per sè fiero
Si scosse, s’avventò, col petto in alto
E con le zampe il corridor levossi,
E ’n su l’arena il cavalier distese.

[p. 547 modifica]

Catillo Iola e ’l grande Erminio occise;1020
Erminio, che di corpo e d’armi e d’animo
Era de’ più robusti, de’ più chiari
E de’ più riguardevoli guerrieri
De’ Toschi tutti. Avea la chioma stessa
Per sua celata; avea gli omeri ignudi1025
Di ferro al ferro esposti, e di ferite
Ampio bersaglio. In su l’aperte spalle
Catillo il colse; e tremolando il tèlo
Passògli il petto, e raddoppiògli il duolo.
Per tutto si fa sangue; in ogni parte1030
Si tragge, si ferisce, si stramazza;
E chi cede e chi segue. In varie guise
Ne van tutti a morir morte onorata.
     In mezzo a tanta occisïone, ignuda
Da l’un de’ lati infurïando esulta1035
La vergine Camilla; ed or di dardo
Fulminando, or di lancia, or di secure
Non mai stanca percuote. E qual Dïana
Di sonora faretra e d’arco aurato
Gli omeri onusta, ancor che si ritragga,1040
Saettando, ferite e morti avventa.
D’intorno ha per compagne e per guerriere
D’archi, di mazze e di bipenni armate,
Tulla, Tarpèa, Larina ed altre illustri

[p. 548 modifica]

Italiche donzelle, a suo decoro1045
Scelte da lei per sue degne ministre
Ne la pace e ne l’armi. In tal sembianza
Termodoonte il bellicoso stuolo
De l’Amazzoni sue vide in battaglia
Attorneggiare Ippolita, o col carro1050
Gir di Pentesilèa le schiere aprendo
Con feminei ululati. Or chi fu prima,
Chi poi, cruda virago, e quali e quanti
Quei ch’abbattesti, e che di vita spenti
Mandasti a l’Orco? Eumenio primamente1055
Di Clizio il figlio, da costei trafitto
Fu d’un colpo di lancia in mezzo al petto.
Cadde il meschino, e fe’ di sangue un rivo,
Sopra cui voltolandosi, e mordendo
Il sanguigno terren, di vita uscio.1060
Indi va sopra a Liri e sopra a Pègaso
Quasi in un tempo, a l’un mentre, inciampando
Il suo destriero, il fren raccoglie; a l’altro
Mentre a lui, che trabocca, il braccio stende
Per sostenerlo: onde in un gruppo entrambi1065
Precipitaro. A cui d’Ippòta il figlio
Amastro aggiunse, e via seguendo, Arpálico
E Tèreo e Cromi e Demofonte occise.
Quanti dardi lanciò, tanti Troiani

[p. 549 modifica]

Gittò per terra. Orníto, un cacciatore,1070
Gli gia davanti, e stranamente armato
Cavalcava di Puglia un gran destriero:
Per sua corazza avea d’ispido toro
Un duro tergo; per celata un teschio
Di lupo che dal capo insino al mento1075
Sbarrava le mascelle, e digrignando
Mostrava i denti. In man portava, ad uso
Di contadini, un nodoroso palo
Di grave ronca armato. Egli nel mezzo
Degli altri suoi con le due teste andava1080
Sovrano a tutti, e le ferine orecchie
Ergea di cresta e di pennacchi in vece.
Camilla il giunse, lo fermò, l’occise
Senza contrasto: già che volta in fuga
Era la schiera sua. Sovra al suo corpo1085
Disse rimproverando: E che pensasti,
Tosco insolente? di venire a caccia
In qualche selva, e seguir damme imbelli?
Venuto sei là ’ve una dama armata
Col ferro amaramente vi rintuzza1090
La superbia e la lingua. Oh pur non poco
Ti fia di vanto, referendo a l’ombre
De’tuoi: per man fui di Camilla occiso.
     Indi Orsíloco assalse, e Bute appresso,

[p. 550 modifica]

Due corpi de’ maggiori e de’ più forti1095
Del troian oste. A Bute un colpo trasse
Che ’l giunse ove tra l’elmo e la corazza
Si scopre il collo, onde lo scudo appeso
Sta da sinistra. Orsìloco, fuggendo
E gridando, gabbò; ch’al giro interno1100
S’attenne e strinse; e là ’ve era seguita,
Seguitò lui. Gli fu sopra in un tempo
A colpi di secure, e l’armi e l’ossa
Gli pestò sì che per suo scampo a’ prieghi
Si volse. Alfine un tal sopra la testa1105
Ne gli piantò, che le cervella infrante
Gli schizzâr da la fronte e da le tempie.
D’Àüno montanar de l’Appennino
Il bellicoso figlio a l’improvviso
Fu da lei còlto: un Ligure scaltrito,1110
Che per ordire inganni (in fin che ’l fato
Gliel concedè) non degli estremi avuto
Era tra’ suoi. Costui nel primo incontro
Sbigottito fermossi. E poichè vide
Non poter con la fuga a lei sottrarsi,1115
Che gli era sopra, a la malizia usata
Ricorrendo: Oh! gran prova, a dir comincia
Sarà la tua, se ben femina sei,
Di sfidar me, quando a un caval t’affidi

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Sì fugace e sì forte. Or al vantaggio1120
Rinunzia de la fuga e meco a piede
Prendi zuffa del pari; e poi vedrassi
A cui questa ventosa tua bravura
Onore acquisti. A cotal dir Camilla
Di furia, di dolor, di sdegno ardendo1125
Ratto dismonta; e ’l corridor deposto
In man de la compagna, a piè si pianta;
Stringe la spada, imbracciasi lo scudo
E con pari armi intrepida l’attende.
Il giovine, che vinto si credette1130
Aver con quello avviso, incontinente
La groppa le mostrò del suo cavallo,
E via spronando a tutta briglia il pinse.
Ligure vano, vano orgoglio in prima
Ti mosse: or vana astuzia e vana fuga1135
Sarà la tua; chè l’arte del fallace
Tuo padre, e di tua patria, a far non basta
Che vivo da le man mi ti ritolga.
Disse la virgo, e qual da cocca strale
Dietro gli si spiccò: ratto l’aggiunse,1140
Passollo, attraversollo, al fren di piglio
Diedegli; lo ferì, l’ancise alfine.
Così d’un alto sasso agevolmente
Sparvier grifagno al timido colombo

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1145S’avventa, e lo ghermisce; onde in un tempo
Sangue e piuma dal ciel neviga e piove.
     In questa, de’ mortali e de’ celesti
L’eterno regnator, che pur talvolta
Alcun de’ raggi suoi vèr noi rivolge,
1150Non con lieve disdegno o picciol’ira
Mosse Tarconte a sovvenir le schiere
De’ suoi ch’erano in volta. Egli per mezzo
Va de l’occisïoni e de le mischie,
Or il destrier contra i nemici urtando,
1155Or le sue squadre inanimando, insieme
Le ristringe, le instiga, le garrisce,
E per nome ciascun chiamando: Ah, disse,
Tirreni, e che timore, e che spavento
È ’l vostro? che viltà, che codardia
1160V’ha presi? e quando mai fia che vi punga
O dolore, o vergogna? Adunque in fuga
Gite per una femina? una femina
Vi disperde e v’ancide? A che di ferro
Invan così le destre e i petti armate?
1165De le donne temete? E pur diloro
Sì timidi di notte, nè sì fiacchi
Negli assalti di Venere non siete,
Nè quando a suon di pifferi intimati
Vi sono i baccanali. Or via, campioni

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1170Da letti e da bottiglie, a nozze, a pasti,
A sacrifici, allor che ne le sacre
Foreste è da l’aruspice intonato
Che la vittima e grassa, itene tutti
Seco a goder del saginato bue
1175A piena pancia; chè null’altro amore,
Null’altro studio è ’l vostro. E, ciò dicendo,
Ne va come devoto a morte anch’egli.
Con Vènolo s’affronta; e sì com’era
Turbato, l’aggavigna, e fuor lo tragge
1180Del suo cavallo. Alto levossi un grido
Tal, che tutti a veder le ciglia alzaro
I Latini e i Tirreni. Iva Tarconte
Per la campagna con la preda in grembo
Del nimico e de l’armi; e ’n mezzo al corso
1185Svelge da l’asta sua medesma il ferro,
E cerca ov’è di piastra il corpo ignudo
Per darli morte. E mentre ne la gola
Tenta ferirlo, ei con le braccia in alto
Si scherma, regge il colpo, e da la forza
1190Quanto può con la forza si districa.
     Come ne l’aria insieme avviticchiati
Si son visti talor l’aquila e ’l serpe
Pugnar volando, e l’una aver con l’ugne
E col becco ghermito e morso l’altro:

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1195E l’altro co’ suoi giri e co’ suoi nodi
Farle vincigli a’ piè, volumi a l’ali;
E questo con la testa alto fischiando,
E quella schiamazzando e dibattendo,
Ambedue voltolarsi, ambedue stretti
1200Far di squame e di piume un sol viluppo;
Così Tarconte per lo campo a volo,
Vincitor de le schiere di Tiburte,
Vènolo sen portava. E questo esempio
Del suo duce seguendo, e del successo
1205Assecurata, la meonia torma
Tutta contr’a Latini impeto fece.
Tra questi Arunte, un che di già dovuto
Era al suo fato, con un dardo in mano
Camilla astutamente insidïando,
1210Si diede a seguitarla, a circuïrla;
A cercar destra e comoda fortuna
Di darle morte. Ovunque ella o per mezzo
Fendea le schiere, o vincitrice indietro
Si ritraea, l’era vicino Arunte;
1215E tutti i moti suoi, tutte le vie
Osservando, attendea che netto il colpo
Gli rïuscisse, e da fellone intanto
Avea l’asta a ferir librata e pronta.
     Giva per avventura a lei davanti

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1220Cloro un giovine ideo che sacerdote
Era già di Cibele. I Frigi tutti
Non avean chi di lui fosse ne l’armi
Più riccamente adorno. Un suo corsiero
Per lo campo spingea, di spuma asperso,
1225Cinto di barde e d’acciarine lame
Come di scaglie e di leggiadre piume
Leggiadramente inteste. Un arco d’oro
Gli pendea da le spalle, una faretra
A la cretese. In testa, in gambe, in dosso
1230D’armi e d’arnesi in barbara sembianza,
Di peregrina purpura e di seta,
Di bisso, di teletta e d’ostro e d’oro
Tutto coverto, tutto ricamato,
Tutto trinciato; e saettando andava.
     1235Costui veduto, ogni altra impresa indietro
Lasciando, a lui si volse o per vaghezza
Di consecrar le sue bell’armi al tempio,
O pur che di sì vago ostile arnese
Di gir pomposa cacciatrice amasse.
1240Basta che per le schiere incauta, ardente,
E, come donna, vogliolosa e folle
De l’amor de la preda e de le spoglie,
Contro a lui se ne giva; allor ch’Arunte,
Dopo molto appostarla, alfin le trasse,

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1245In tal guisa pregando: O di Soratte
Sommo custode, Apollo, a cui devoti
Noi fummo in prima, a cui di sacri pini
Nutriamo il foco, e per cui nudi e scalzi
Tra le fiamme saltando e per le brage
1250Securamente e senza offesa andiamo,
Dammi, chè tutto puoi, padre benigno,
Che questa infamia per mia man si tolga
Da l’armi nostre. Io di costei non bramo
Armi, spoglie o trofeo. Gli altri miei fatti
1255Mi sian di lode, e pur che questo mostro
Caggia spento da me, ne la mia patria
Senza più gloria andrò di questa guerra
Pago e contento. Udì Febo del voto
Parte, e parte per l’aura ne disperse.
1260Udì che morta da quel colpo fosse
La vergine Camilla; e non udío
Di lui, ch’ei vivo in patria ne tornasse;
Chè ciò per l’aura ne portaro i venti.
     Tosto che da le man l’asta ronzando
1265Gli uscío, fur gli occhi e gli animi e le grida
De’ Volsci tutti a la regina intenti.
Ed ella nè del tèlo, nè de l’aura
Moto o fischio sentì; nè vide il colpo,
Mentre giù discendea, finchè non giunse.

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1270Giunsele appunto ove divelta e nuda
Era la poppa; e del virgineo sangue,
Non già di latte, sitibonda scese
Sì che ’l petto l’aprì. Le sue compagne
Le fur trepide intorno; e già che morta
1275Cadea, la sostentaro. Arunte in fuga
Ratto si volge, di paura insieme
Turbato e di letizia; chè ne l’asta
Più non confida, e più di star non osa
Incontro a lei. Qual affamato lupo
1280Ch’ucciso de l’armento un gran giovenco,
O lo stesso pastore, in sè confuso
Di tanta audacia, anzi che da’ villaggi
Gli si levin le grida, infra le gambe
Si rimette la coda, e ratto a’ monti
1285Fuggendo, si rinselva; in cotal guisa
Arunte, dopo ’l tratto, impaurito,
Solo a salvarsi inteso, in mezzo a l’armi
Si mischiò tra le schiere. Ella morendo
Di sua man fuor del petto il crudo ferro
1290Tentò svelgersi indarno; chè la punta
S’era altamente ne le coste infissa:
Onde languendo abbandonossi, e fredda
Giacque supina; e gli occhi, che pur dianzi
Scintillavano ardor, grazia e fierezza,

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1295Si fêr torbidi e gravi. Il volto, in prima
Di rose e d’ostro, di pallor di morte
Tutto si tinse. In tal guisa spirando
Acca a sè chiama, una tra l’altre sue
La più fida di tutte e la più cara;
1300E dice: Acca, sorella, i giorni miei
Son qui finiti: questa acerba piaga
M’adduce a morte, e già nero mi sembra
Tutto che veggio. Or vola, e da mia parte
Di’ per ultimo a Turno che succeda
1305A questa pugna e la città soccorra:
E tu rimanti in pace. A pena detto
Ebbe così, che abbandonando il freno
E l’arme e sè medesma, a capo chino
Traboccò da cavallo. Allora il freddo
1310L’occupò de la morte a poco a poco
Le membra tutte. E, dechinato il collo
Sopra un verde cespuglio, alfin di vita
Sdegnosamente sospirando uscío.
     Camilla estinta, per lo campo un grido
1315Levossi che n’andò fino a le stelle,
E surse al cader suo zuffa maggiore;
Chè i Teucri e i Toschi gli Arcadi in un tempo
Pinsero avanti. Opi, ministra intanto
Di Trivia, che nel monte era discesa

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1320Vicino a la battaglia, indi il conflitto
Stava mirando intrepida e sicura,
E visto di lontan tra molte genti
Nascer nuovo tumulto e nuove grida,
Poscia in mezzo di lor caduta e morta
1325La vergine Camilla: Ah, sospirando
Disse, virgo infelice! troppo, troppo
Crudel supplizio hai de l’ardir sofferto,
Se d’irritar l’armi troiane osasti.
E di che pro t’è stato a viver nosco
1330Solinga vita, armar de l’armi nostre,
Gradire i boschi e venerar Dïana?
Ma te non lascerà la tua regina
Giacer disonorata in questa fine
De la tua vita; e la tua morte oscura
1335Non sarà tra le genti; e non dirassi
Che non è chi di te vendetta faccia;
Chè chïunque di ferro avrà ferito
Il corpo tuo, sarà meritatamente
Di ferro anciso. Era a Dercenno, antico
1340Re de’ Laurenti, un gran sepolcro eretto,
Cui sopra era di terra un monte imposto
E d’elci annosi e folti un bosco opaco.
Qui la veloce dea dal ciel calossi
Al primo volo; e di qui visto Arunte

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1345Splender ne l’armi, e gir di sua follia
Superbo e gonfio: Ove ne vai? diss’ella,
Qui convien che ti fermi, e qui morendo
De la morta Camilla il premio avrai
Degno di te, se di perir sei degno
1350De l’armi di Dïana. E, ciò dicendo,
La buona arciera del turcasso aurato
Trasse un acuto strale, e l’arco tese,
E tirò sì ch’ambe le corna estreme
Vennero al mezzo, ed ambe parimente
1355Le mani, una tirata e l’altra spinta,
Quella toccò la poppa e questa il ferro.
L’arco, l’aura, lo stral sonare udío,
E ferir e morir sentissi Arunte
Tutto in un tempo. I suoi quasi in oblio
1360Così come spirava, in mezzo al campo
Lo lasciâr fra la polve in abbandono;
Ed Opi al ciel tornando a volo alzossi.
     Caduta lei, la schiera di Camilla
Primieramente in fuga si rivolse:
1365Indi turbârsi i Rutuli, e diêr volta.
Diè volta il fiero Atina; e i duci tutti,
E tutte fur le insegne abbandonate.
Cerca ognun di salvarsi, e vèr le mura
Ne vanno a tutta briglia, e più nel campo

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1370Alcun non è che di far testa ardisca
Contra la strage e contra la ruina
Che fanno i Teucri. Se ne van con gli archi
Scarichi in su le terga e spenzoloni;
E più che di galoppo in vèr Laurento
1375Battono il campo, e fan nubi di polve.
Le madri da’ balconi e da’ torrazzi
Percossi i petti, alzano al ciel le grida
Con femineo ululato. E quei che primi
Giunti trovâr le porte ancor non chiuse,
1380Mischiati co’ nemici, ove più salvi
Si credean ne l’entrata e fra le mura
De la stessa lor patria, anzi agli alberghi
Lor propri e da’ nemici e da la morte
Fur sopraggiunti. In cotal guisa in prima
1385Stette la porta agli avversari aperta.
Poi chiusa escluse i suoi, che fuori in preda
Restando de’ nemici, ai lor più cari,
Che morir gli vedean, perchè s’aprisse
Supplicavano indarno. E qui tra quelli
1390Che n’erano a difesa, e quei ch’a forza,
Anzi a furia, a ruina incontro a loro
S’avventavan ne l’armi, orrenda strage
Si fece e miseranda. E degli esclusi
Altri in cospetto degli stessi padri,

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1395E de le madri che dogliose grida
Ne facean da le torri e da le mura,
Da l’impeto cacciati o da la calca
Precipitâr ne’ fossi, e giù da’ ponti
Cadder sospinti; ed altri ne la fuga
1400Da’ sfrenati cavalli e da la cieca
Lor furia trasportati, a dar di cozzo
Gîr ne le chiuse porte. In su’ ripari
Ancor le donne (che le donne ancora
Il vero della patria amore infiamma),
1405Come giunte a l’estremo, allor che morta
Vider Camilla, il femminil timore
Volgono in sicurezza, e sassi e dardi
Lanciando, e con aguzzi inarsicciati
Pali il ferro imitando, osano anch’elle
1410Per la difesa delle patrie mura
Gir le prime a morir morte onorata.
     A Turno intanto ne le selve arriva
Acca, la già spedita messaggiera,
Con l’amara novella; un gran tumulto
1415Portando, che l’esercito è sconfitto,
Morta Camilla, annichilati i Volsci,
E i Teucri d’ogni cosa impadroniti
Stanno in campagna col favor che porta
Seco de la vittoria il corso e ’l nome;

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1420Spingonsi avanti; e già pianto e paura
Assalgon la città. D’ira, di sdegno
E di furore il giovine infiammato
(Chè tale era il voler empio di Giove)
Da l’insidie si toglie, esce de’ boschi
1425Ov’era ascoso, e giù scende da’ colli.
Smarrito non gli avea di vista a pena,
A pena era nel piano, allor ch’Enea
Prese del monte; e là ’v’era l’agguato,
Trovando aperto, senz’offesa anch’egli
1430Superò ’l giogo, e de la selva uscío.
Così con passi frettolosi entrambi
Con tutte le lor genti, e l’un da l’altro
Poco lontani a la città sèn vanno.
E ’nsiememente da l’un canto Enea
1435Vide di polverío fumare i campi,
E di Laurento sventolar l’insegne;
Turno da l’altro Enea scoperse, udendo
L’annitrir de’ cavalli e ’l calpestio
Crescer di mano in mano. Eran vicini
1440Sì, che venuto a zuffa ed a battaglia
Si fòra anco quel dì: se non che Febo,
Fatto vermiglio, i suoi stanchi destrieri
Stava già per tuffar ne l’onde ibere.
Onde avanti a le mura ambi accampati
1445Di trincee si muniro e di ripari.