Epistolario di Renato Serra/A Luigi Ambrosini - 1904

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A Luigi Ambrosini - 1904

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A Luigi Ambrosini - 1904
A Luigi Ambrosini - 5 novembre 1904 Alla madre - 23 novembre 1904

........ 1904.1

Mio carissimo,

avevo cominciato a scriverti un letterone mostruoso, che ho dovuto stracciare per disperazione di poter mai, dato l’aire preso, afferrare la terra ferma di una conclusione; e, in ogni modo, per non fastidirti con troppo chiacchiere.

Queste, per contro, riusciranno forse troppo poche alle domande che mi muovesti con la tua lettera così calda e piena di idee; e poche anche alla voglia ch’io avrei di parlare su un argomento così caro alle mie sottilità. Ma alla penna supplirà la voce; se come credo ci troveremo presto a Bologna, dov’io mi recherò dopo il 15, per l’esame d’archeologia e per la laurea.

Quanto alla mia tesi, m’è riuscita oltre la speranza; dopo averla lasciata dormire per tutte le vacanze ripresi il lavoro e ne stesi la bozza negli ultimi venti giorni di settembre, con l’intendimento di non far nulla più del necessario a conseguire la laurea; non male del tutto, se bene non si poteva.

Ma venuto ai primi di Ottobre a Bologna, e veduti Acri e specialmente Severino, che mi lasciò credere d’aspettarsi molto da me, per non fallire in tutto alla sua buona opinione, dal 1° al 15 ottobre - chè fu il giorno in cui la presentai - ho lavorato gagliardamente come da un pezzo non mi accadeva per rifar tutta quanta la tesi, allargarla e chiarirla. Nel tempo breve (del resto per il mio naturale non ci può essere miglior fortuna di una necessità incessante che vinca prima la pigrizia e poi non mi lasci nè il tempo di rileggere e scorarmi per quello che ho fatto) quasi ho fatto miracoli; le 60 pagine della bozza son diventate 94; ho aggiunto capitoli nuovi; osservazioni non volgari, e qua e là conchiusioni originali e non senza importanza per la critica del testo definitivo. Credo che leggendola stenteresti a raffigurarla per quello stesso lavoro di cui ti esposi le prime linee e qualche pagina a Giugno. Più che tutto son rimato soddisfatto della prosa; che dato l’argomento e la mia stitichezza m’è venuta molto pulita; e, in certe pagine, felice; e tu sai che trattandosi d’osservazioni molto spesso d’arte e di stile, esse non hanno valore astratto; ma valgono una per una secondo son dette.

In somma, con tutti i suoi mancamenti specialmente nella parte bibliografica (citazioni etc.), la presentavo volentieri al giudizio quale che fosse di Carducci; anche Severino, tu sai com’è sempre dismisurato nel suo dire, dopo essersi fatta taccontar tutta quanta la mia tantafera (che non è poco pensando le condizioni della sua salute; molto migliori per altro dell’estate scorsa; ed è sotto una cura medica rigorosa e pare che si rimetterà), conchiuse: "Ah caro mio, ma sai che hai fatto un lavoro molto difficile!", e scrollava la sua buona testa, per maraviglia. Chiedendogli io chi avrebbe letto la mia tesi. "Ma chi vuoi che la possa giudicare altro che il Carducci? E’ lui solo in Italia che sa queste cose...".

In vece il Carducci proprio nè la leggerà nè la giudicherà; tu sai ch’è andato in pensione - è una storia lunga da raccontare, ne parleremo - e pare che non ci sarà nè meno nelle commissioni di Laurea.2. La mia tesi è andata a finire nelle mani di Federzoni; e più che tutto non potrò adempire il mio desiderio di prendere la laurea da Carducci; sarà forse una sciocchezza, ma mi dispiace assai.

Quanto a te prima di scegliere il soggetto della tesi, - io ne avrei più d’uno da proporti, - (senti questo, tra gli altri, il Boiardo e l’allargamento nazionale della poesia toscan: io ho scoperto come il Boiardo in tutta la sua poesia - lirica ed epica - abbia preso le mosse dai toscani contemporanei e specialmente dal Poliziano: ballate e Giostra; è il primo che abbia concepito l’uso d’una lingua altrui come stromento letterario; in cui la tradizione toscana si sia fatta italiana; con quegli effetti infelici ancor nelle forme, felicissimi e vaghi negli spiriti della poesia che sono ancor da studiare) credo che farai bene ad assicurarti su ’l professore che te la dovrà giudicare; chi sarà il successore - chi? - di Carducci; e potrebbe poi convenirti o non farla in italiano o farla presso un’altra Università; in ogni modo prima di decider la questione, bisogna aspettare. E il tempo per fare una tesi splendida non ti mancherà; pur che tu cominci a dicembre. Chè del resto andar dietro a un lavoro che in parte è di erudizione non sempre grata, per molti mesi, non è nè meno consigliabile. E finiamo ormai di parlar di noie scolastiche; che, quanto a me, ho passato le mie vacanze molto variamente leggendo e studfiando molte cose; di classici itlaiani e latini in specia, di letteratura francese; più molte anche pensando e sognando e iniziando; disperato sempre dell’effetto esenza recarne a qualche termine nessuna.

Ma non me ne lagno troppo; anche la mia attitudine puramente contemplativa, per non dir passiva ha le sue gioie; e se quelle della creazione e dell’azione mi son negate, quelle della visione e del pensiero mi sono sempre dischiuse; e s’io non farò mai nulla, mi consolo pensando ch’io mi son creato dentro me un mondo ideale e fantastico grande e vario e, oramai lo posso dire, tutto mio. Qualche anno fa mi accorgevo a volte con dolore che la mia mente era un gran magazzino d’idee altrui; ora l’ingombro della inifinita roba che ho ingoiato da ragazzo è digerito o spazzato via; e oramai così i problemi supremi della filosofia e della vita come quelli dell’arte non son più parole e idee altrui : ma cose vive ch’io sento e sciolgo, bene o male, a modo mio. Ciò che mi dà un senso o un’illusione (per me fa lo stesso, che non devo comunicare agli altri) di libertà, di cui non saprei pensare il più caro. Così anche le persone e le creature e i momenti artistici; e la bellezza del mondo vedo, o credo - è pur lo stesso - di vedere con occhi miei.

E me ne contento. Però è che se ti dovessi raccontar la mia storia in questi mesi, ti direi di idee e sogni molti, di fatti quasi nessuno.

Così ho cominciato molti versi: sonetti; liriche; ballate; racconti etc. senza finir niente. Ho cominciato a colorire, fra molte disegnate, alcune novelle; con lo stesso risultato.

Avevo scritto una lunga chiacchierata sui Poemi Conviviali, di cui il prof. Lovarini3 a Bologna avendo sentito qualche cosa, voleva portarla a Zanichelli e mi prometteva che costui - che è l’editore dei Poemi, - me l’avrebbe fatta stampare in qualche rivista; ma mi sono arrabbiato pensando che sarebbe venuta troppo in ritardo dalla pubblicazione del libro e non ne ho fatto nulla.

Dovrei ora finire uno studio su l’opera dantesca del Pascoli stesso; e forse lo finirò perchè quello potrà valermi come titolo di concorso; e a trovare un posto ci devo pur prensare anch’io.

Io desidero vivissimamente di venire a Bologna per vedere qualche cosa tua; i sonetti che m’ha reacata la posta, le notizie che mi dai di te nella tua lettera, da cui ti vedo così fremente e acceso nel lavoro, m’han lasciato intendere come tu sii nel fervore di un rinnovamento di idee e di forze di cui aspetto con molta speranza i risultati. Specialmente in quelle novelle gaie di cui mi dici; le pagine che leggesti a giugno opera d’arte vera non erano; scoprivano a me, uso per mestiere a ricercarle, le tue attitudini artistiche felicissime; e però tanto mi piacquero: un lettore volgare forse avrebbero fastidito. Ma ora, per poco che tu abbi acquistato di quella arte di narrare a cui mi dici di aver atteso, ti dovresti esser sviluppato omai da ogni impaccio; e volar libero e sciolto; e mostrarti qual sei veramente. Ciò che aspetto con più desiderio in quanto che io son per credere che tu sii quasi più ntarualmente disposto alla prosa, limpida ampia festante latina, che non alla poesia ....

E mi darai anche notizia delle tue "conversioni"; che son cosa molto naturale del resto per chi esca dall’adolescenza e cominci a cercare un senso non più alle parole ma all’operare e al vivere. Spero che non avrai subìto troppo l’efficacia altrui; quella specie, che or vedo in te, del Taine: che anch’io ho subito e ho poi dovuto in parte rimutare. Ma qui mi rifiorisce sotto la penna la cicalata che t’ho detto aver stracciata, con ogni sua seccaggine; e fo punto.

Ti abbraccio con tutta l’anima il tuo.

P.S. . Rileggendo vedo che al "troppo poche" bisogna accompagnare un ?

Note

  1. Per questa lettera non trovo alcuna indicazione di data e di provenienza. Ma senza dubbio è scritta a Cesena, e, credo, il 6 novembre 1904, o subito nei giorni seguenti. A questa il Serra accennava già nella lettera del 21 ottobre, e mi pare che la preannunziasse nell'altra del 5 novembre.
  2. Renato Serra si laureava a Bologna il 28 novembre 1904, non ancor ventenne, discutendo la tesi: Dei "Trionfi" di F. Petrarca.
  3. Il prof. Emilio Lovarini incitava il Serra a preparare "una compiuta disamina dell’opera esegetica del Pascoli". Ma, invano: chè il Serra avava sì, in questo tempo, molto lavorato e notato sul Pascoli studioso di Dante, senza poi nulla concludere.