Epistolario di Renato Serra/A Luigi Ambrosini - 7 agosto 1905

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A Luigi Ambrosini - 7 agosto 1905

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A Luigi Ambrosini - 7 agosto 1905
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Roma, 7 agosto 1905.


Mio carissimo,

quel ch’io sono per scriverti oggi - prima di tutto - non è una lettera; ma un pezzo di lettera, l’antipasto di un gran convito ch’io mi voglio imbandire di racconti e di ciarle e di domande, che distinto in più giorni, e in più buste, dovrà sfamare la lunga voglia che è in me della tua conversazione. Anche se non ci fossero mille e più ragioni di comunanza di studi e di fatiche e di sogni e di fedi e di disdegni, nella vita e nel lavoro, che non è ancora, in tutto, ma sarà, dell’arte; il fatto sta ch’io ti voglio bene come a un fratello; e me ne sono accorto l’altra sera, dopo aver scritto quella magra cartolina. Io me ne andavo per la corsi tutto gaio e leggero, con quella gioia che brilla per gli occhi e scoppia dalle labbra; ho sentito la mia faccia così lieta - l’allegrezza per me è sempre qualche cosa di solido e ben tenue che corre come un rivolo tepido e frizzante la pelle il corpo il sangue; ed è molto più ricco e più esteso che non quella povera idea che se ne riflette nello spirio -, me ne sono un po’ stupito; e ho scoperto poi che tutto mi nasceva dal pensiero d’averti scritto; che tu m’avresti risposto, mandato dei tuoi versi e parlato delle cose tue; e poi io ancora a te e avremmo via via rannodato quella consuetudine notra male interrotta dalla mia milizia.

Ho avuto bisogno di dirti che questo è solo un pezzo di lettera, per quetare un poco il tumulto degli spiritelli - m’han riscaldato la testa come tanti folletti - della mia memoria che vorrebbero parlare tutti e tutti insieme. Pace, pace!

Ci sarà tempo e luogo a tutti. E tu districherai e svilupperai tutte le fila dei tuoi grossi gomitoli, e io farò prender aria a tutte le ciarpe e le tattere che m’ingombrano la mente, e aprirò la via a tutti quelli che mi sembrano ora, che stan chiusi e s’affollano e premono dal di dentro, vispi e vivi e canterini come uccelli, e si scuopriran forse al sole nottole e pipistrelli ... ma tu li raccoglierai tutti, parole e ricordi e pensieri, io credo, con un affetto .

Tronchiamo i preamboli: cominciamo a rispondere per ordine.

La tesi1 - Io t’ammiro un poco d’aver avuto così franco animo di metter mano a un tale soggetto; ma è certo che a uno, il quale pensi di sè non meschinamente, bisogna, prima o poi, aver misurato le sue forze con un argomento che le possa occupar tutte degnamente e dar loro con l’ombra sua grande il rilievo più netto. Non è più un lavoro di critica soltanto che si scrive. Carducci entrò in campo giovine e con gli studi su le rime di Dante e la prefazione al Poliziano. i due scritti non sono stati soltanto i lvaori fondamentali - specialmente il secondo - in torno a quelle opere; i lavori alla cui luce ognuno oggimai le considera e le intende; ma anche - e specialmente il secondo - i due specchi, in cui tutte le attitudini dell’ingegno del C. si trovano rappresentate al vivo, spiegando come meglio non si potrebbe in contrasto dalle facoltà poetiche così affini e diverse degli autori intorno a cui si adoprava. Se null’altro restasse fra qualche secolo se non quella prefazione, e da quella sola si avrebbe un’ombra se non piena ma sincesa, sì del C. e sì del Poliziano.

Tu poi d’aver scelto il Boccaccio per questa prova, hai fatto bene, io credo; il B. a cui l’illustratore mancava, il B. in cui le qualità del tuo ingegno, la facilità l’abbondanza il colorito la piacevolezza la nervosa varietà potranno esercitarsi pienamente; e ringagliardirsi alla prova, dimostrandosi agli altri e prendendo ognuna più chiara conoscenza di sè. Il Boccaccio ... mi par proprio di vedere quel "termine fisso" a cui tutta la tua mente e il tuo sentimento nell’arte e il tuo apparecchio degli studi era molto e in cui si compierà ... E mi par di intenderti più che tu non dica, e mi godo più di pensare al tuo lavoro e di prevederne qualche figura, imaginando, quando anche per me il Boccaccio è nell’idea dell’arte e nel sentimento della lingua dello stile di vita autore e amore ottimo massimo; e troverò nel tuo scritto la continuazione della mia lettura, la determinazione di tutto quel vago di giudizi, di impressioni, di teoriche d’arte che accompagnano anche in me la lettura, ch’io faccio solo per diletto e abbondantemente, del Decameron del Corbaccio della Fiammetta e dell’Ameto - (il resto m’è quasi ignoto; - o meglio, io non posseggo altri libri ed è strano come in me la cultura sia in gran parte prefissata da certe accidentali condizioni di due o tre biblioteche); troverò dico questa continuazione, con la gioia di molte cose che tu mi scoprirai nuove; ma alle quali le celle nel mio spirito son forse già preparate, in parte.

E me ne scriverai ancora, spero, aspettando che il Novembre mi liberi da queste strette e mi conceda - se la sessione si aprirà come suole tardi degli esami di laurea - di venire a Bologna ad assistere ai tuoi; o in ogni modo di vederti subito dopo, e di leggere quello che fino allora avrai accarnato, come diceva San Francesco - della tua idea. Avrei piacere grande di poter assistere alla discussione; e non solo per esserti vicino in quel giorno che è così bello e lascia così commossi, quando la vita di studenti, con tutta la gaia corte di cure sue mobili e vaghe si sente che s’allontana; e che s’è chiuso quel periodo di "rispitto", che ognuno tacitamente pare che abbia permesso ai suoi sogni e al suo spirito, che si godano l’ozio e la mollezza e la fuga indefinita dei giorni. Hai finito di prepararti; di aspettare; di poter esser contento ai ludi della palestra, e alla visione e alle speranze di battaglie future; armarti ormai ti bisogna, e uscire in campo.

Del resto io credo che per te quest’ora che a me forse suonò troppo presto2; e mi lasciò ancora inesperto dell’azione, e, forse, avrà contribuito la parte sua a ricacciarmi nel limbo delle aspirazioni che restano vuote, viene per te a tempo, molto felicemente. Tu mi scrivi dell’oscurità dell’inerzia che ti pesa forte; che non sei più contento del noviziato; silenzio, occhi bassi, fantasia tra le nuvole rosa; ebbene, vuol dire che cambio stagione, e te lo senti dentro. Il caso della laurea sia la spinta dall’esterno che tronca gli ultimi legami, tra il vecchio e il nuovo. Pubblicare versi, recensioni, articoli a spizzico, al capriccio del vento e dei giornali, non fa più per te: il libro ci vuole. Annunziato ti sei già: fatti conoscere. Ora io dico il libro per figura; che non dev’essere un solo. Per questo è di quella faccia del tuo ingegno, che si può chiamar critica o letterata, il libro si sta facendo; (non uscirà così subito, penso; sarà compiuto e stampato tutto forse tra due anni, per prepararti la libera docenza); e tu vedi che tutto quello che di letture, di fatiche, di tentativi diversi e dispersi, t’ha occupata la mente nel periodo di preparazione, frutta ora insieme per improvviso e fortunato scoppio. Tu stesso pochi mesi fa, quando avevi la mente piena, ma le mani e le carte tutte vuote, non avresti forse pensato di potertene uscire subitamente con un lavoro così audace e così franco.

Lo stesso accadrà certo e per i versi e per le prose, d’arte non più riflessa ma oggettiva, ch’io aspetto da te. I rami son gonfi di tutti gli umori raccolti dalla terra madre ed elaborati, con lungo fervore, dalle radici nascoste e silenziose; il succhio novello bulica nel tronco e preme, e già creap la corteccia; un attimo, una folata di levantino, un raggio di sole più fermo e più tepido, che sciolgano un’ultima secchezza, che stirino ancoraa un poco e facciano, scricchiolando e crepitando, aprire d’invisibili fenditure la buccia antica, e tutta la primavera riscoppierà per mille gemme, odorerà .... L’imagine è volgaruccia, ma la cosa sarà bella, quando accadrà in te. Io vorrei essere, se fosse possibile, un aiuto, una qualche piccola spinta esteriore. Adesso nella febbre del tuo lavoro non avrai forse l’animo ad altro; ma per la fine dell’anno un libretto di versi, qualche novella dovrebbero esser fatti. O saranno per tardar molto poco.

Delle novelle ti parlerò un’altra volta; io, poichè tu sembri essertene dimenticato da un pezzo. Credo che sia l’ultimo sonno fra le prove, che l’anno scorso, con quella per la Lettura, e con le conferenze, (quanto mi sembrano gustose e saporite, nel mio ricordo, certe pagine marinaresche; sul viaggio in bicicletta, etc. e che bel raccontatore dovresti riuscire, facile e piacevole, come hai la parola e il gesto; se nominassi per qualche qualità il Boccaccio e per qualche altra il Maupassant, non direi nulla di meno della mia speranza), facesti ultime di esercitazione, e il primo volo. Quanto ai versi, anche senza il mio consiglio vedo che ti vai travagliando di buon sangue; quelli che mi mandasti per l’Ill. Abr.3, alcuni di questi ultimi ti mostrano mirabilmente sciolto dalle vecchie fogge; con una purità, una semplicità agile che non ti conoscevo.

Molto mi piace quel discorso intimo delle quartine, quiete e chiare4; non senza difetti, alla rinfusa, accenno che in questa forma che offre l’animo nudo, le disuguaglianze si sentono troppo. L’ispirazione così sentita delle q. "alla madre" in qualche luogo cadeva; però non che si debbano offrire al volgo lettore quei sensi così semplici e profondi del nostro cuore, che o si devon custodire con pudore, o dire con accenti eterni; nulla di più affettuoso su la mia bocca, di più volgare su la carta; che "Mia buona mamma! quanto sei buona quanto ti voglio bene! povera mamma!".

Anche: quella maniera novenari, per la linea soggettiva, è stata innovata e usata da altri. Il Pascoli con essi suole parlare sottilmente e soavemente la sua anima - (come scrivo male!). Guai a ricordarsene; in qualche aggettivo (verde-tenero; del resto la quart. è di puro alabastro, candida, bellissima), in qualche spezzatura di ritmo singolare ....

Il sonetto non finisce di piacermi; le terzine son mezzo foscoliane, poco simpatiche. Le quart. massime la 2°, bellamente verseggiate; manca qualche cosa, una tua nota, personale, che animi quella melodia, di silenzio e di notte.

Ho lasciata per ultima la Strada: perchè non lo riprendi il poemetto, con più alta mente? Togil il paesaggio, bello, leggero, - ma non originale - delle prime terzine; fa’ parlare la strada, falla sognare d’inverno la sua estate; falle dire, tu che sì bene le sai e le ami, le avventure, le gioie, le glorie della vita di chi tutto il giorno, dall’alba alla sera, la pestò, la ormò, la seguì per il piano e per il monte. Volevi farne una conferenza5; fanne un poemetto. Ma in un metro più gagliardo; in terzine per es. che abbiano il sapore di quelle tali ... E mandamelo ch’io lo aspetto.

Il foglio è pieno: M’accommiato con una promessa, a te e a me, di scriverti, fin che resterò qui, ogni settimana. Ti parlerò anche un poco di me: di tante cose che mi s’affollano ora ... Scusa la lettera disordinata e poltra; ma io mi trovo come colui che non ha ancora fornita la sua nuova veste, di cui molto si compiace; e non la vuol offendere mostrandola prima del tempo o monca o imperfetta; e si toglie così delle sue vecchie una, quale che si sia, pur che gli serva poche ore; e molto trascuratamente l’indossa.

Anch’io, voglio dire, lavoro, e volgo assai cose, e nuove, in mente. Quel ch’io ne farò, non so: nè mi danno a vagheggiarle; anche se nessun piacere che oggi me ne debba seguitare poi aggiungendole. Questa sosta, chiassosa agitata, dura della mia vita e delle mie consuetudini, credo che m’abbia giovato assai. Me ne accorgo ora, in questa gran pace dell’ospedale, quando ho potuto porger l’orecchio riposato, dopo tanto tumulto, finalmente alle voci che fanno, sottili e pur così varie e dolci e forti, i sogni e i pensieri nel silenzio della mente sola.

Molto che era acerbo, va maturando; vedrò presto se il sugo ne sia soave, o alleghi ancora e sempre i denti del suo agresto.

Ma intanto qui come sto bene: e non posso chiudere senza dirti le lodi, alcune poche di un novero infinito, del mio Ospedale.

Pare che sia stato fatto apposta per me; coi suoi padiglioni rossi disposti in lungo ordine su la costa del Celio, fra carpini e felci e pini dalla verdissima ombra. Io ci passeggio in veste tra d’ammalato e di frate zoccolante - camiciotto di bordatino azzurro, calzoni bianchi e amplissime ciabatte; e m’assaporo tutta, in un silenzio raccolto, la gioia dell’ozio, la gioia di una vita povera di avvenimenti ma così fiorita dall’immaginazione, così ricca nella sua placida egualità. Io percorro sempre gli stessi viali e vedo sempre le stesse cose; il sole nascere in quel cielo e arrossare primi quegli embrici; e tramontare in quel luogo e dorare - che magnificenza di crepuscoli a Roma - ultimi quei pini e quel nodo di roveri; scorgo fuor delle mura sempre quelle rovine quelle colonnette quella cappella e quei bigi palazzi; ma sempre nuovo è il mio cuore e il sogno che l’accompagna. Questa veste ondeggiante di monaco, queste ciabatte che m’obbligno a una lentezza capricciosa e tranquilla, tutto ciò che qua dentro mi sequestra dagli uomini, dai loro usi e dagli affanni, mi rende più sicuro, più lieto di me; il mio corpo e il mio spirito ritrovano un’agevolezza, così lontana dalla goffaggine ben nota delle vesti e delle parole e dei modi che sempre m’hanno afflitto; e conto il sole, filtrandomi tra le grandi persiane verdi nella camera tacita, sui letti bianchi e sui muri cilestrini, par che mi bagni di frescura e di pace così le amarezze e i rimpianti degli anni perduti, della dolce vita ch’io non so bere, dell’amore che non ebbi, dell’arte che non so, mi si tramutano qui in un piacevole incantamento di memorie serene, in un sopore di quieti desideri, in uno splendore di fantasmi molto grato - ch’io posso rimirare e fingere a mille a mille più nuovi, poichè nulla mi urge, nulla mi tocca da presso; tutto è indefinito, indistinto, tra il sonno e il sogno. Tutti uguali i giorni; e immobile l’ozio; e ogni azione, decisione, ogni battaglia lontana.

Troppo spazio vorrei a parlarti delle mie letture. Ma io non leggo; riunisco e rimastico - Virgilio - Catullo - Poliziano - Boccaccio - Petrarca - Montaigne - La Fontaine - Molière - Guy de Maupassant - Flaubert - Carducci sono i miei autori. Tu invece mi parlerai delle tue; e mi scuserai di tutto, del ritardo, della noia, e mi vorrai bene com’io te ne voglio.

Il tuo.

Note

  1. Col luglio 1905 L.Ambrosini aveva compito il 4° anno di Lettere alla R.Università di Bologna.
  2. Renato Serra si laureò, come è noto, il 29 novembre 1904 e il 5 dicembre compiva il ventesimo anno.
  3. Cfr. la nota alla lettera del 25 luglio 1905 a L.Ambrosini.
  4. Quì il Serra accenna a versi manoscritti di Ambrosini che formeranno poi, tutti o in parte, un volumetto dal titolo Terra, di cui più avanti.
  5. Infatti nei primi mesi del 1906 (forse nel febbraio o nel marzo) l’Ambrosini tenne al "Filologico" di Torino una conferenza dal titolo: Poesia della strada.